username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 30 apr 2008

Aldo Li Volsi

15 gennaio 1979, Catanzaro
Segni particolari: Curo la rubrica "L'attimo fuggente" sul sito www.alleundicialbar.com, venite a trovarmi !
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • Infinite parole e sguardi
    echi di emozioni
    calde carezze
    per tanto tempo
    ti hanno circondato.

     

    L’amore di tuo padre
    le cure delle tue suore
    le preghiere dei vicini e dei lontani
    dei fedeli e degli atei
    per tanto tempo
    ti hanno avvolto.

     

    Quanta vita ha vissuto
    fuori di te
    e intorno a te!

     

    Quanta vita ha vissuto
    dentro te,
    invece,
    non lo sapremo mai.

     

    Sappiamo solo
    quante menti hai scosso
    senza parlare,
    quante vite hai smosso
    senza muoverti,
    quanto Amore hai dato
    senza saperlo,
    con il solo batter del tuo cuore.

     

    Quanta dignità hai avuto
    ad ogni tuo respiro,
    quanta dignità ti hanno tolto
    togliendoti l’Amore
    che ti circondava
    che ti teneva in vita
    lasciandoti sola
    nell’ultima ora.

     

    Quanto Cielo ora ti aspetta
    fra le braccia del Padre
    finalmente
    in stato d’Amore,
    questo sì,
    permanente.

     
  • 30 aprile 2008
    Ogni secondo di noi

    Chi mi restituirà
    ogni secondo
    di te ?

    Ogni cosa di questo mondo
    invecchia
    senza tregua;
    invecchierò anch’io
    nella follia
    del ricordo di te, che si dilegua
    per la tua assenza, che è la mia
    condanna eterna.

    Chi mi restituirà
    ogni secondo
    di noi ?

     
  • 30 aprile 2008
    In te

    L’indescrivibile è descritto.

    Ogni parola
    uscita dalla tua bocca
    prende forma
    e personifica emozioni,
    ogni sguardo
    dei tuoi occhi disegna
    momenti di passione,
    ogni gesto
    delle tue mani colora
    l’aria di arcobaleni.

    In te
    ogni vissuto
    diventa un sogno,
    in te
    ogni secondo
    diventa una vita
    piena di te,
    indescrivibilmente
    descritta
    da te.

     
  • 30 aprile 2008
    Guardando la Luna

    Perché mai sorgi
    ogni sera
    a illuminare
    la distanza
    che ci separa
    e la realtà
    che ci divide?

     

    Perché mai sorgi
    ogni sera
    ad infliggermi
    i riflessi
    di questo specchio
    di crudele verità ?

     

    Oscurati !
    Sparisci dalla mia vista !
    Lascia che la notte sia notte
    e di sogni d’amore
    la realtà sia vestita,
    lascia che il buio sia buio
    e nei chiusi occhi miei
    la distanza mai sia esistita.

     

    Perché mai sorgi
    ogni sera
    a dar romanticismo ai cuori
    se lei non è qui con me
    a dare cuore
    al mio romanticismo
    e
    amore al mio amore ?

     
  • 30 aprile 2008
    Dio è bellezza

    Dio è bellezza
    e ama la bellezza!

    Come faccio a saperlo?
    Ha sognato
    pensato
    dipinto
    te.

     
  • 30 aprile 2008
    Così vicina

    Così vicina mi sei
    e così addentro, nelle mie vene,
    che fuggire lontano da te
    è fuggir da me stesso...

    Così vicina mi sei
    e così addentro, nel mio cuore,
    che amando te
    amo me stesso...

     
  • 30 aprile 2008
    Sei così

    Sei così bella
    ai miei occhi
    che mi fai dimenticare
    il valore delle cose,
    persino il valore di me stesso
    tanto che a volte
    mi svenderei pur di averti
    e già l’ho fatto.

     
  • 30 aprile 2008
    I sussurri della tua voce

    I sussurri della tua voce
    ascolto con attenzione
    mentre tutto tace
    nella mia contemplazione
    silenziosa, di te, e giace
    nei miei occhi, lo stupore
    di chi si compiace
    ed è schiavo d’un tremore
    di mani, ma interiore,
    per un sussurro
    della tua voce,
    soffio leggero
    che l’anima mia scopre,
    dolce incanto tenero
    che il tempo mio ricopre
    di vissuto,
    e una strada indica
    di futuro mai avuto
    in una lontananza cinica
    che neanche il sussurro
    della tua voce
    può colmare,
    in questo presente
    in cui
    anche il silenzio sente
    e tace.

     
  • 30 aprile 2008
    Splendore svelato

    Resto a guardarti
    e sei apparizione
    e splendore svelato
    dello creazione.

    Resto a guardarti
    e c’è tutto
    il mistero della vita
    in questa visione
    di te.

     
elementi per pagina
  • 02 ottobre 2008
    Quotidiana follia

    Come comincia: Roma. Ore 07:10. Il suono della sveglia del cellulare mi butta giù dal letto; la tecnica di posizionare il cellulare lontano da me per costringermi ad alzarmi funziona sempre e mi permette di evitare di chiudere la sveglia mentre sono semidormiente e semisveglio, cosa che talvolta è accaduta.
    Mi alzo, vado a lavarmi e mi preparo una buona colazione.
    Sono fresco e riposato, pronto a cominciare questo nuovo giorno.
    Esco di casa per andare a lavoro.
    Percorro i soliti trecento metri per arrivare alla fermata del tram di Largo Telese, sulla Prenestina.
    Sono le 07:53, devo essere in ufficio per le 09:00, un’ora dovrebbe avanzarmi per arrivare all’altezza di Piazza Navona, dove lavoro.
    Per fortuna il tempo è ottimo, fa molto caldo ed a Giugno è più che normale, c’è un bel sole che illumina una città che si prepara a vivere un altro giorno della sua storia lunga e gloriosa.
    Giunto alla fermata, vedo molta gente sulla banchina, quasi tutti con il viso rivolto verso un tram che pare lontano all’orizzonte.
    Mi avvicino, noto che si vocifera, dunque mi decido a chiedere informazioni.
    “Mi scusi, è molto che aspetta ?”
    “Guardi – mi dice con un sorriso misto di consolazione e sarcasmo – ero un giovanotto quando giunsi a questa fermata, ora ho 56 anni.”
    Accolgo con un sorriso l’ironia, ma anziché assecondarlo con un’altra battuta che inevitabilmente genererebbe una discussione polemica sul servizio pubblico, non volendo perdere tempo per non fare tardi a lavoro, ribatto con una domanda seria.
    “Ma sa se è successo qualche cosa ?“
    “Non si sa nulla, sono passati una decina di tram dall’altra parte, ma da qui sarà almeno mezz’ora che non passa nulla.”
    “Ok, la ringrazio.”
    Cominciamo ad essere troppi alla fermata, molti hanno cominciato a fumare e di conseguenza anche io, pur non essendo un fumatore, attivo si intende, perché come fumatore passivo sono un veterano.
    Quando il mormorio comincia a salire, ecco finalmente intravedersi in lontananza un mezzo che somiglia a un tram, diretto proprio nella nostra direzione. Gli animi lentamente si placano, ma comincia uno strano movimento.
    Come nelle migliori strategie del gioco degli scacchi, ogni persona si sceglie una posizione strategica.
    Il tram arriva, ma è già stracolmo, vedo delle facce spiaccicate sui finestrini, scompare quasi subito l’illusione di alcuni di trovare posto a sedere, è già tanto se riusciremo a trovare posto per viaggiare, qualcuno probabilmente dovrà restare fuori, aspettando un’altra chance o rinunciando prendendosi un giorno di ferie.
    Le porte del tram si aprono a fatica, ma si aprono, c’è qualcuno che scende, non si sa se perché sia giunto alla propria destinazione o per motivi di salute, giunta anch’essa al capolinea.
    Il problema ora è che chi volesse scendere non può neanche esercitare tale facoltà poiché non appena è avvenuta l’apertura delle porte, i passeggeri in attesa sulla banchina si iniziano il loro lancio tipo kamikaze. C’è qualche scambio sereno di battute tra chi sale e chi scende, ma il clima è ancora accettabile.
    Passano circa cinque o sei minuti di contrattazioni, alla fine quasi tutti siamo riusciti ad entrare nel tram, ma dobbiamo ringraziare il metodo “Tetris” per esserci riusciti.
    Il metodo “Tetris” funziona così.
    Ogni persona si spinge con forza, nonostante non vi sia apparentemente spazio sufficiente, fino ad entrare per incastro tra una o due persone, l’utilizzo di olio sulle braccia può facilitare tale inserimento. È importante inoltre avere una certa malleabilità e flessibilità, oltre a scegliere di volta in volta il verso corretto per introdursi. Una volta che la persona si è incastrata tra due o più persone, non avrà nemmeno bisogno di reggersi agli appositi sostegni, poiché resterà in piedi qualsiasi cosa accada, anche se dovesse avere un infarto.
    Sono le 8:08, finalmente ci muoviamo da Largo Telese, destinazione finale, per me, Stazione Termini, ovvero il capolinea.
    L’aria non è molta, siamo davvero tanti, qualcuno più fortunato è alto oltre il metro e ottanta quindi riesce a sfruttare quel minimo di circolazione di ossigeno, ma non oso immaginare come si sta ad un metro e sessanta centimetri.
    Ogni fermata sembra una stazione della Via Crucis, ognuno vive la propria passione personale ed ognuno la viva in maniera distinta. C’è chi si arrabbia, chi tace, chi sbuffa, chi mormora, chi fa battute, chi ha gli occhi chiusi, chi dorme, chi è svenuto.
    Fortunatamente ci sono anche le distrazioni che aiutano a portare la croce.
    Alcune delle possibilità sono:
    - ascoltare le storie di vita che si raccontano i due vicini accanto
    - se lo spazio lo permette, leggere le notizie sul giornale o un libro
    - ascoltare in cuffia un po’ di musica
     
    Può capitare anche di fare due chiacchiere con qualcuno, il che è quasi sempre piacevole.
    Il viaggio prosegue molto lentamente perché ad ogni stazione devono ripetersi tutte le operazioni di incastro e disincastro.
    La domanda che si sente più spesso in questi casi è: “Scende alla prossima?” , ed è una domanda carica di speranza, speranza che l’altro risponda “Si”.
    Mentre il viaggio prosegue, avverto un certo disagio e una delle prima goccia di sudore in fronte mi suggerisce una questione profonda.
    “Come mai, pur essendoci almeno 28° gradi ed usufruendo del tanto calore umano a disposizione, tutti i finestrini sono chiusi ?
    Possibile che nessuno abbia caldo ?
    Possibile che nessuno cominci ad avvertire questo pesantissimo odore di aria viziata ? Possibile che nessuno si accorga che non c’è l’aria condizionata ?”
    Da notare che quando capita di avere in funzione l’aria condizionata, i finestrini sono miracolosamente e stupidamente tutti aperti; paradossi della vita che sempre stenterò a capire.
    Intanto giungiamo ad un’altra fermata. In teoria dovremmo essere al completo e non potremmo contenere altre persone, eppure le persone che in sosta alla fermata urlano:”Andate al centro! Al centro c’è tanto spazio!” ed è a questo punto che si accende un piccolo caos, poiché da una parte le persone che sono sul tram non accennano a spostarsi, e hanno pure ragione poverini, difficile biasimarli, d’altra parte peraltro coloro che si trovano alla fermata hanno tutto il diritto di viaggiare con i mezzi per i quali pagano biglietto o abbonamento. Dunque, la diatriba è aperta: “E’ giusto che chi sta già sul mezzo possa viaggiare e chi invece si trova alla fermata debba aspettare il mezzo successivo, facendo così tardi e per di più col rischio che anche il successivo sia pieno, dovendo quindi sopportare la medesima pena ?”
    Come si risolve la cosa ? Molto praticamente, attraverso il metodo “UNZIP”.
    Questo metodo consiste nel aumentare la capienza del bus o del tram attraverso la compressione delle persone. Si attua dando forti spinte e facendo pressione sulle persone che automaticamente si appiccicano l’un l’altra diventando, come le prime comunità cristiane dopo Cristo, “un cuor solo e un’anima sola”. In questo caso si arriva a condividere anche il cervello, le braccia, tutto tranne borse e portafogli, gelosamente custoditi e supervisionati da sguardi polizieschi.
    A questo punto un ragazzo esclama: “Evidentemente oggi è il giorno della memoria, ricordiamo l’Olocausto”.
    Un signore casca in pieno nella battuta, e non comprendendola risponde seriamente:”Davvero? Perché?”
    E il ragazzo: “Viaggiamo stretti come gli Ebrei… non vede?”
    Beh, con l’assist servito, la battuta non poteva che riuscire, probabilmente è anche un po’ eccessiva, però comprensibile vista la situazione critica a cui siamo sottoposti; dopotutto, il fisico e la psiche sono messi davvero a dura prova.
    Intanto un altro ragazzo, rivolgendosi a una ragazza, dice: “Una volta una mia amica è salita su un tram normale ed è scesa incinta.”
    Le battute si sprecano, forse si cerca di distrarsi per ammazzare il tempo che sembra essere rallentato dal caldo o forse dall’autista che va a passo d’uomo nonostante la corsia preferenziale. Sta riuscendo a prendere tutti i semafori rossi, quando è verde rallenta e aspetta il giallo, e quando scatta il giallo si ferma e aspetta il rosso. Secondo me se li prende tutti rossi da capolinea a capolinea vince un premio, altrimenti non si spiega questo fatto.
    Comincia a mancare l’aria, siamo troppi e troppo stretti. Qualcuno scende per la disperazione.
    Siamo così stretti che è facile fidanzarsi, infatti la vicinanza con una ragazza talvolta è tale che nemmeno con la propria fidanzata si è stati così vicini.
    Sembra un film di fantascienza, “2007 – Odissea nel tram”.
    Cerco di non pensare che giunto a Termini, dovrò prendere un altro autobus e continuare la Via Crucis.
    Sono le 08:35 e siamo a Porta Maggiore.
    Molta gente scende, ma che succede ? Chiedo a una signora:
    “Mi scusi, che succede adesso ?”
    “Eh… ogni giorno una nuova, si è rotto il tram… dobbiamo scendere e aspettare il successivo.”
    Incredibile. Sconforto. E il ritardo cresce. Scendo tra il mormorio generale.
    Fortunatamente il tram seguente arriva quasi subito, ma sfortunatamente è stracolmo di tutte quelle persone che non riuscirono a salire in precedenza.
    Nemmeno il miglior Dante poteva immaginare un contrappasso di tale portata.
    Adesso noi che siamo giù osserviamo i volti soddisfatti di quelli che sono sul tram e che sorridendo sotto i baffi stanno consumano la loro vendetta.
    “In quale girone dell’inferno mi trovo oggi ?” , penso tra me e me.
    E mi rispondo anche.
    “Il girone dei pendolari a Roma, uno dei peggiori, dove solo i più pazienti e tolleranti sopravvivono… ma chissà per quanto…”
    Qualcuno cerca di usare il metodo UNZIP per salire, ma io ci rinuncio, sono troppo stanco e già troppo in ritardo, preferisco arrivare in salute all’ufficio.
    Dopo altri cinque minuti giunge un altro mezzo, stavolta c’è spazio, posso riprendere il mio cammino verso la santità.
    Non manca molto verso la destinazione tanto ambita, comincio a sentirmi meglio a tale pensiero. Intanto mi godo alcune scene grottesche, di quelle che capitano praticamente tutti i giorni.
    Ci sono, infatti, quelli che si piazzano davanti le porte e lì sostano, come se dovessero scendere da un momento all’altro, ma in realtà devono giungere al capolinea; così facendo si beccano ogni due minuti l’insulto da parte del soggetto di turno che deve scendere e si era messo in fila supponendo che colui che gli stava davanti avesse buon senso, e non ponendo la mitica domanda:”Scende alla prossima ?”.
    Guai a non fare questa semplice domanda.
    Affidarsi alle supposizioni può risultare comodo ma è molto pericoloso oggi giorno, visto che il buon senso non esiste ormai più e siamo nel regno dell’assurdo.
    Fermata. Succede quello che temevo accadesse.
    Le porte si aprono. Molte persone devono scendere, ma il tizio in sosta (vietata) che sta in prima fila non si muove e blocca tutti.
    “Allora si muove ?”
    “Perché si mette davanti alle porte se non deve scendere ?”
    “Mi fa passare per cortesia!”
    “Si sposti!”
    Dopo un po’, questo piccolo putiferio si placa, si ripeterà comunque alla fermata successiva se quel genio non si sposterà da lì.
    Poi ci sono quelli che stanno seduti e si ricordano solo all’ultimissimo minuto che debbono scendere.
    La scena è questa.
    Il tram arriva alla fermata, si aprono le porte, la gente scende.
    Il tizio è ancora seduto. Le porte cominciano a chiudersi. Improvvisamente lo stesso si ricorda che forse deve scendere, si alza di scatto e, sgomitando e divincolandosi come può, comincia a chiedere:”Permesso! Permesso! Scusate….devo scendere!! Mi scusi, autista, può aprire ??”.
    Ora, a questo punto le sorti sono nelle mani del conducente, tutto dipende dalla sua misericordia.
    Sulla base delle ultime statistiche, nel 93% dei casi l’autista fa finta di nulla, chiude le porte e prosegue il suo viaggio.
    Ripartiamo.
    Sono le 08:48. Piazza Vittorio Emanuele.
    Qui molta gente scende e finalmente si può tornare a respirare e a riprendere l’uso degli arti superiori e inferiori.
    Ormai manca poco alla Stazione Termini, da lì prenderò un altro autobus, o due se il 70 non passerà, e giungerò in ritardo all’ufficio, ma almeno arriverò, di questi tempi e con questi mezzi è già qualcosa.
    Ore 09:13.
    Sono arrivato.
    Stanco e sudato.
    Roma. Ore 07:10. Il suono della sveglia del cellulare mi butta giù dal letto.
    “Azz… ma allora era un incubo ?” – mi chiedo.
    Già… doveva essere proprio un brutto sogno, perché la realtà non è questa, per fortuna.
    Altrimenti, sai che vita, ogni giorno una giornata in quel modo.
    Ogni giorno, vivere una quotidiana follia.

     
  • 29 luglio 2008
    Una notte straordinaria

    Come comincia: Sembrava una sera come tante altre, quella che Matthew aveva vissuto.
    Come tutti i giorni, era tornato dal suo lavoro, stanco come al solito, ma quella sera ancora di più.
    Rientrato a casa intorno alle 20 e vedendo la porta di casa sua spalancata assieme a quelle degli altri inquilini del pianerottolo, gli tornò alla mente qualcosa che non avrebbe voluto ricordare.
    “La cena col pianerottolo!” - esclamò in mente sua - “e ora che mi invento? Sono troppo stanco per tornare ad uscire, sono tutto sudato e la compagnia non è piacevole… devo inventarmi assolutamente qualcosa!
    Nel frattempo arrivò Lucy, la sua ex che viveva ancora con lui dato che erano rimasti in ottimi rapporti.
    “Allora andiamo? Sei pronto?”
    “Decisamente no, Lucy, non ho molta voglia di venire alla cena, me ne ero pure scordato e non è stata una bella sorpresa ricordarmene.”
    “Fai come vuoi, non sei obbligato a venire, ma lo sai che gli altri ci tengono, dopotutto non ci vediamo mai, e poi ceniamo gratis… dai, vieni che ti rilassi un po’…”
    “Va bene, dammi qualche minuto per darmi una lavata e cambiarmi… aspettatemi giù che vi raggiungo.”
    Dopo una buona lavata, Matthew già si sentiva meglio, e stranamente l’idea di spaparanzarsi ad una tavola a sfogare tutto lo stress di una giornata di lavoro ora non gli dispiaceva affatto, dunque si avviò anche lui con gli altri.
    Il ristorante non era distante da casa, per cui si arrivò quasi subito, anche perché alle 21 doveva iniziare la cena offerta da questo politico, il quale aveva giustamente pensato di farsi propaganda visto che ci si trovava in piena campagna elettorale, e lo stesso stavano facendo tanti altri suoi colleghi più o meno illustri in quei giorni.
    Giunti alla cena, i tavoli erano già quasi colmi di persone, tutte sedute in attesa di riempire di varie pietanze i propri stomaci e di saziare i propri appetiti culinari.
    Entrando, dopo i dovuti convenevoli, Matthew e il resto della ciurma presero posto in una sala interna del locale, dove le hostess avevano loro indicato di sedersi.
    Matthew stava seduto con le spalle al muro, in questo modo avrebbe potuto fare quello che più gli piace, osservare; era sempre stato un grande e attento osservatore, uno di quelli cui piace fissare le persone e capire dai loro comportamenti, dai loro gesti o dai loro occhi quello che vivono, che tipo di persone sono.
    Prima di iniziare con i primi piatti, c’era un buffet all’esterno, e naturalmente non fece in tempo ad apparire che venne subito minacciato da ogni parte da una folla di scalmanati affamati tale da svuotare il locale al suo interno.
    Matthew, odiando fare la fila e preferendo i rapporti sociali, e vedendo due hostess ferme un po’ più in là del tavolo, pensò bene di prendere un paio di bicchieri di vino e di portarli a loro:
    “Prego ragazze, avete cenato? Vi porto qualcosa da mangiare?”
    “Grazie, sei molto gentile, ma purtroppo non possiamo, ceneremo più tardi, il vino lo accettiamo però.”
    Così, dopo aver attaccato bottone, si divertì un po’ a fare amicizia, non che gli interessassero le hostess, ma lui era uno studioso dell’essere umano, uno studioso dei comportamenti e delle reazioni alle circostanze da lui stesso procurate; in pratica, faceva esperimenti di relazioni.
    Si avvicinò di nuovo al tavolo del buffet dopo circa un quarto d’ora, ma vi trovò ben poco poiché gli squali avevano decentemente asfaltato tutto ciò che sapesse di sostanza commestibile.
    “Poco male” - pensò Matthew - “vorrà dire che gusterò meglio la cena”.
    Matthew era uno che non si scomponeva più di tanto per eventuali eventi negativi o imprevisti che potessero accadergli. Non era attaccato a nessuna idea di come dovessero andare le cose, non aveva pre-concetti o pre-progetti, nessuna aspettativa sullo svolgersi degli eventi delle sue giornate, per cui riusciva a godersi ogni attimo con lo stupore della sorpresa, come se qualsiasi cosa potesse accadere da un momento all’altro, bella o brutta non importava più di tanto, l’essenziale era affrontarla con consapevolezza che la vita nient’altro è che una serie sequenziale di istanti presenti, da accettare e vivere al massimo e in pienezza. Questo spirito gli permetteva di essere sempre rilassato e sereno, raramente sotto stress o vittima di ansie, l’unico stress cui non riusciva a non sottomettersi era quello fisico, avendo una vita molto disordinata a livello di orari, e dunque era molto spesso stanco, avendo anche svariate attività e impegni a riempirgli la giornata.
    Rientrato nel locale, andò a sedersi al tavolo, cominciando a scherzare e ridere con i suoi compagni di tavola, parlando del più e del meno, di tutto ciò che non si poteva raccontarsi durante la settimana, e non vedendosi quasi mai di fatti da raccontare ve ne erano molti.
    A un certo punto, davanti al tavolo di Matthew, passò una delle cameriere, molto carina con due bei occhi grandi e la carnagione chiara; attese allora che lei si avvicinasse al suo tavolo per portare le bevande, e colse immediatamente l’occasione per chiederle il nome:
    “Mi chiamo Gabriela” - rispose la cameriera, sfoggiando un bel sorriso.
    Amante dei particolari, Matthew si contentò di quel bel sorriso e pensò che la serata dopo tutto non stava andando poi così male, era divertente, il cibo non era malvagio, insomma, tutto sommato non aveva sbagliato a decidere di parteciparvi.
    Ma non sapeva che ancora il bello non era nemmeno iniziato, l’evento che avrebbe toccato la sua esistenza ancora non si era presentato.
    Passarono pochi minuti infatti da quel sorriso di Gabriela, che Matthew dovette alzare gli occhi, che erano orientati alle posate, per non riabbassarli più.
    Ad un certo punto infatti, cominciò ad avvertire una presenza magica.
    C’era qualcosa di strano nell’aria, in quella bolgia di persone e di parole buttate all’interno del locale senza sosta, in quelle percentuali buttate a caso dal politico per fare presa su di una manciata di elettori attenti, in quei minuti che parevano correre e che invece ad un certo punto rallentarono, come i suoi occhi, su di lei, la bellezza fatta persona.
    Dopo quei pochi secondi in cui ci fu il primo passaggio davanti ai suoi occhi, Matthew non ebbe alcun altro pensiero se non “quando passerà di nuovo?”, e attendeva con ansia il suo passaggio per credere a ciò che i suoi occhi credevano di aver visto.
    “Ma è una allucinazione? Che c’era nel vino? Non è possibile…” - cominciò a chiedersi - “no, non è possibile, avrò sognato… ho senz’altro sognato… non può esistere una ragazza così bella… sicuramente avrò immaginato tutto, la stanchezza mi fa vedere cose che in realtà non esistono” - e queste cose continuava a ripetersi cercando di convincersi.
    Ma non passò molto tempo che la ragazza fece ritorno, e per quante cose Matthew avrebbe voluto dirle, non riuscì ad emettere fiato, restò ancora una volta immobile a contemplare quella visione che non avrebbe mai neanche sognato e di cui non riusciva a capacitarsi.
    La serata ormai aveva preso un’altra direzione, inattesa, come le sorprese e gli imprevisti che a Matthew piacevano tanto, ma questo era molto più di un imprevisto, era un dono del più grande artista di tutti i tempi, e un dono era trovarsi lì ad ammirare quella deliziosa opera d’arte.
    “Ed ora? Che faccio?” - pensava - “Non posso andare via da questo locale senza parlarle, non posso lasciare passare questa sera senza dirle qualcosa…. ma cosa? Posso dirle la verità? Mi prenderebbe per pazzo! Dunque che fare?”.
    A quel punto, non sapendo che pesci prendere, scelse la strada della spontaneità, si fece coraggio e non appena lei passò, le chiese:
    “Scusa, puoi portarci dell’acqua?”
    “Certo” - rispose lei sorridendo.
    “Mio Dio…” - pensò lui esterrefatto…
    Dopo poco lei tornò con l’acqua e la pose al centro del tavolo, davanti a Matthew, che riprese:
    “Grazie…eh……..” - disse, schioccando le dita delle mani come a far finta di dire il nome di lei, ma senza dirlo.
    “Rita…” - soggiunse lei sempre sorridente.
    “Grazie Rita.” - concluse lui, non potendo aggiungere altro senza esporsi a figuracce.
    Già era andato abbastanza oltre il consentito, ma c’era qualcosa dentro che gli fremeva, qualcosa che lo avrebbe spinto a compiere ogni genere di follia pur di poterle stare vicino.
    Dovette attendere l’arrivo del caffè per rivederla, e quanto fu lunga l’attesa; nel frattempo si era procurato carta e penna e aveva scritto il suo nome, il suo numero di telefono ed anche l’indirizzo elettronico, per darglielo in qualche modo in seguito, alla prima occasione utile.
    Giunta finalmente la fine della cena, arrivò il momento tanto desiderato del caffè.
    Lei si avvicinò con eleganza, si mise a servire i caffè dalla parte di Matthew, e mentre lei serviva lui la fissava, cercando di catturare nella sua memoria ogni minimo particolare, cercando di ricordare bene quella indefinibile bellezza che aveva davanti.
    “Sei italiana?”
    “Sono italo-brasiliana, brasiliana di madre. Ma sono più italiana che brasiliana”
    “Ah, immaginavo che non fossi proprio italiana, ma avrei detto che eri tipo dell’Eritrea o giù di lì… mi sono sbagliato… che bello… io adoro il Brasile… è un bel posto?”
    “Sì, bellissimo…” - terminando di servire i caffè, sempre con quello splendido sorriso.
    “Grazie dei caffè….ma c’è anche il tiramisù? ” - ormai Matthew avrebbe detto qualsiasi genere di cavolata pur di trattenerla lì ancora un po’, ma lei doveva andare e lui dovette arrendersi al suo:
    “Sì, c’è anche il tiramisù”
    Disse così lei, senza nemmeno immaginare quanto già era stata tiramisù per lui, ravvivandogli la serata e illuminandogli il cuore e gli occhi.
    Arrivò il tiramisù, ma, mangiandolo, Matthew pensava a come fare per darle il bigliettino con il suo recapito e come dirle che era molto carina e simpatica.
    La serata passò troppo velocemente, gli altri del tavolo volevano andarsene, e si alzarono da tavola incamminandosi verso l’uscita.
    Matthew cominciò ad agitarsi, lui che sempre era calmo e tranquillo, e cominciò ad andare in giro per il locale cercando di vedere dove potesse essere la bella Rita, ma non riusciva a trovarla.
    Intanto gli altri erano sulla soglia della porta esterna, e stavano salutando.
    “Lucy, aspettatemi fuori qualche minuto, devo andare al bagno!” - si inventò Matthew per prendere ancora un po’ di tempo.
    E mentre si muoveva avanti e indietro come un marinaio che ha perso l’orientamento, la  bussola indicò davanti a lui Gabriela.
    “Ciao Gabriela, volevo salutarti, sai dove è Rita? Volevo salutare anche lei…”
    Neanche il tempo di dirlo, e Rita, con in mano e sulle braccia un bel po’ di tiramisù, sopraggiungeva per servire altri tavoli. Giunta vicino a Matthew, poggiò i tiramisù sul tavolo e si fece salutare.
    “Ciao Rita, come dicevo a lei, volevo salutarvi, è stato un piacere avervi conosciuto, vi lascio il mio telefono e l’e-mail, se qualche volta vi va di uscire per fare due passi, o con altri amici….”
    Avrebbe voluto parlare usando il tu, e non il voi riferendosi a entrambe, ma sarebbe stato palese il coinvolgimento, che già si leggeva probabilmente nei suoi occhi imbarazzati e desiderosi di bellezza, e saziati dalla più alta delle bellezze.
    “Ora devo andare, a presto!” - disse andando via da loro, andando via da lei.
    Uscì dal locale felice e ringraziando Dio per quella splendida visione che gli aveva donato.
    Era convinto che non l’avrebbe mai più rivista:
    “Perché mai lei avrebbe dovuto farsi risentire?” - si chiedeva.
    Pensava di essere stato invadente e sciocco, pensava di essere stato frainteso e scambiato per uno che ci prova con le ragazze, pensava che non l’avrebbe mai più rivista.
    Ma, come al solito, decise di non pensarci, decise di non farsi programmi o aspettative.
    Per quella sera era stato saziato, e intanto voleva godersi quello splendido momento e non sciuparlo in futili pensieri sul futuro.
    Matthew andò via, contento per aver colto l’occasione, per aver trovato il coraggio di farsi avanti, per non lasciarla sparire nel nulla, per provare ad avere l’opportunità di rivederla forse un giorno.
    Ora dipendeva da lei, ma lui la sua parte l’aveva fatta, e per questo non aveva alcun rimpianto, e questo gli dava pace perché aveva fatto quello che desiderava fare.
    Ora dipendeva da lei farsi viva, ma anche se fosse sparita per sempre, la vita di Matthew era stata comunque oramai segnata da una stella cometa unica, di quelle che ripassano ogni tremila anni; ormai il suo cuore era stato deliziato e i suoi occhi ammaliati.
    Tornato a casa, il suo ultimo pensiero fu:
    “Che meravigliosa visione!”.
    Poi chiuse i suoi occhi, e si addormentò felice con lo stupore e la speranza di un bambino.
    E quella notte straordinaria finì. Matthew non avrebbe mai lontanamente immaginato che quella che sembrava la fine altro invece non era che l’inizio di una bellissima storia.
    Tutto partì da una notte qualunque. Una notte straordinaria.

     
  • Come comincia: Mi guardo intorno.
    Non mi piace quello che vedo; è tanto tempo che osservo con attenzione il mondo che mi circonda, ed è tanto tempo che vedo il mondo andare a rotoli.
    Ma in questi giorni ancora di più, vista la assai critica situazione internazionale.
    Il progresso tecnologico e quello sociale, avrebbero dovuto aiutare l'uomo ad evitare di compiere gesti di abissale stupidità, avrebbero dovuto aiutarci ad evitare ogni genere di guerra, ed invece anche questa promessa non è stata mantenuta.
    Ma faccio qualche passo indietro, non mi va di parlare della guerra, ultima catastrofe di una situazione generale già non confortante.
    Mi guardo intorno.
    Le persone corrono sempre, negli occhi hanno la fretta di chi ha i minuti contati, cercano di fare mille cose, di occupare il tempo che hanno, come se questo gli sfuggisse di mano.
    Mi guardo intorno.
    Penso: "Ma cosa siamo diventati? In cosa ci ha trasformati questa società?"
    E mi do questa risposta: Siamo diventati macchine da lavoro, macchine per fare soldi, soldi che ci serviranno per comprare macchine e abiti costosi, l'ultimo modello di cellulare e di computer, e di tante altre cose.
    Abbiamo le case super arredate, ma a casa non ci siamo mai. Chi si gode tutti quei mobili di lusso, quei divani comodi o quei televisori ultratecnologici? Forse l'aria di casa, perché le case ormai sono tanto piene di oggetti e tanto vuote di umanità. Siamo soli.
    Un po' come nelle grandi città, tanto affollate eppure tanto deserte.
    Siamo tanti, e siamo soli.
    Ma soprattutto siamo vuoti.
    Mi guardo intorno.
    Cosa vedo?...
    ... Vedo gente che confida tutto nel denaro, e fa dipendere la propria vita dai soldi...
    ... Vedo gente che cerca il potere, e non si ferma mai, ad ogni costo...
    ... Vedo gente che vive per il divertimento sfrenato, non ha altro scopo tanto che il divertimento è diventato l'obiettivo primario di una vita... viaggiare, notti insonni, discoteche, ecc... ecc...
    ... Vedo gente che cerca il piacere sessuale, e allora si lascia trasportare da ogni genere di perversione che la libertà (ma è libertà?) di oggi permette, seguendo prima di tutto i propri istinti, come gli animali...
    ... Vedo gente che fa finta di vivere, perché non si accetta per quello che è, perché la società esige solo i migliori, i più belli, i più forti, i più furbi... questa gente vive la vita di qualcun altro... è schiava della cultura ingombrante di oggi, la cultura dell'apparire...
    ... Vedo gente che poggia le proprie speranze nel fare successo nel mondo dello spettacolo, gente che darebbe qualsiasi cosa per andare in televisione, anche solo una volta, come se l'unico mondo vero fosse quello della televisione, dove si può dimostrare che si esiste, perché nel mondo reale siamo soli... e nessuno ci sta ad ascoltare... perché nel mondo reale non siamo nessuno...
    Già, ci sentiamo soli.
    Io credo che questa solitudine interiore che noi tutti ci portiamo dentro, è questa a farci fare le cose più strane, le più pazze, le più sbagliate, le più meschine, le più false.
    Perché ci sentiamo soli, dentro il nostro cuore, e non sappiamo a cosa affidarci.
    Tutto sembra effimero, tutto provvisorio, tutto limitato; in effetti tutte quelle cose che fa la gente danno una qualche soddisfazione, danno gioia, danno piacere... ma purtroppo solo per poco tempo, tant'è che si è costretti a ricercare le stesse cose, e in misura sempre maggiore, fino a diventarne dipendenti, schiavi, sempre soli, infelici.
    Mi guardo intorno.
    Siamo malati, abbiamo bisogno di cure.
    Siamo infelici, non sappiamo nemmeno cosa sia la vera felicità.
    Il mondo che ci circonda in vari modi ce l'ha promessa, la felicità, ma ci ha preso in giro, perché dopo tante prove, dopo tanto tempo, siamo ancora qui, a farci domande, a cercare risposte.
    Mi guardo intorno.
    Il mondo non ha le risposte che sto cercando.
    Il senso profondo. Lo scopo. Il significato. Le gioie. Ogni cosa della mia vita può dipendere dal denaro ? o dal potere? forse dal sesso e dagli altri piaceri ? dal successo ? da strane filosofie, dall'avere o dall'apparire?
    Mi guardo intorno.
    Sono molto triste.
    Nemmeno io ho risposte.
    Come molti altri continuo la mia vita frenetica, sempre di corsa per non perdere l'ultimo tram.
    Sempre di corsa.
    Alla ricerca della verità.