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in archivio dal 31 mar 2008

Alessandra Diodoro

10 dicembre 1973, Pescara

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  • 19 luglio 2010
    Possibilità

    Come comincia: Vi alzate una mattina e fate tutto ciò che siete soliti fare. Stiracchiarvi, caffè, denti, scelta del vestito e poi fuori. Mettete in moto la macchina, accendete la radio e canticchiate. Magari siete anche felici e sorridete al mondo.
    Magari date un bacio al vostro fidanzato prima di uscire, per ricordargli di quanto sia grande l’amore per lui, lasciando la sensazione di una guancia umida, appiccicaticcia che porterà le impronte di un gesto tenero per tutta la giornata. Un gesto che rimanda a ciò che si era, ad un’infanzia lontana dove una madre rivolgeva tenerezze al figlio ribelle per calmarlo.
    Amavo mia madre con tutte quelle sue attenzioni. Amava giocare con me. Amavo giocare con lei. Amavo giocare con tutti. Persino con il mio amico Murray.
    Brutto era brutto e fastidiosamente magro e portava con sé tutti i terribili odori dell’umanità. Lo chiamavano il maleodorante, con la sua fronte sempre umida con tante bolle bluastre. Lo evitavano il solito emarginato, il reietto della tua infanzia che ricorderai per sempre. Ma Murray aveva genialità e se Dio non gli aveva donato bellezza non si era risparmiato a conferirgli fantasia e coraggio. Così per avere glorie e attenzioni si creò un’abilità, la camminata storta. Camminava all’incontrario ma in modo obliquo. Era ridicolo agli occhi di tutti, anche ai miei fin quando non ho intuito che giocava. Non potendo essere quello che tutti volevano diventò quello che tutti potevano guardare con pena pur portando un messaggio sublime “Io ho il coraggio di farlo, tu no.”
    Il miglior bambino che avessi mai incontrato nella mia vita. E’ morto di infarto qualche anno fa. La Chiesa era talmente gremita che dovettero chiamare un'ambulanza per i vari malori. Murray aveva colpito nel segno. Mancò a tutti il bambino dalla camminata storta che nel frattempo era diventato uomo. Per un po’ in paese non si parlò d’altro. A distanza di anni non c’è giorno che io non pensi a lui.
    Avevo capito che almeno lui era morto giocando.
    Leslie, la mia ragazza, non ama giocare, chiacchiera con le sue amiche di starlette di quart’ordine e attori di B movies. Le trovo sedute ogni domenica sul divano comprato con tanti sacrifici ai magazzini di Jason Street. Sono pigre ma appetibili e questo potrebbe creare un certo interesse nel genere maschile. Quando le vedo blocco qualsiasi tipo di eccitazione bestiale, creando delle sinergie mentali che riescono a ridurre il mio uccello a un muscolo moscio, inutile, inerme.
    Sono felice del mio sciamanesimo celeste: riesco a sgattaiolare via da qualsiasi coinvolgimento verbale. Loro li chiamano discorsi di donna, cazzate da idiota anzi da idiote.
    Purtroppo non sono riuscito a evitare gli ultimi cinque capodanni al Mason Restaurant.
    Ma che ci andiamo a fare è solo uno spreco di soldi.
    Non capisci nulla Joe.
    Ma cosa devo capire?
    Bisogna stare un po’dietro a queste cose, non mi va di essere una sfigata.
    Ma lo sei… Avrei avuto voglia di dirle tante volte, anche la notte del capodanno del 2000. Indossavo il solito completo (utilizzato per il quarto anno consecutivo) e Leslie un vestitino che anche ad agosto sarebbe stato troppo “nudo”.
    Quando scoccò la mezzanotte la persi di vista e mi ritrovai in una sala dove le note di brani anni ’70 fracassavano le mie orecchie annoiate.
    Riuscii comunque ad abbordare una giovane bionda di 25 anni.
    Quanti anni hai?
    39.
    Io 25 e mi chiamo Anna.
    Fantastico.
    Hai la ragazza?
    Beh una specie.
    Anch’io mi vedo con qualcuno.
    Tempo mezz’ora e ci ritrovammo dentro ad un cesso a scopare incuranti delle persone che bussavano spazientite dall’attesa.
    Uscimmo e ci separammo senza problemi.
    Quando tornai da Leslie era ancora lì che discuteva con le sue amiche delle solite stronzate.
    In quel momento decisi di lasciarla. Di non avere più nulla a che fare con lei. Era diventata un cervello vuoto che non mi suscitava più nessun appetito. Volevo scoparmi tutto il mondo tranne lei.
    Pensai ad un modo per dirglielo, ma non lo trovai. Alla fine terminai la serata ubriaco. Passarono altri due mesi e ogni volta che tentavo di abbandonarla, un evento, una situazione, un incidente impediva il mio torbido intento.
    Leslie.
    Dimmi Joe
    Io…
    Joe, lo sai che mia madre ha avuto un infarto?
    Come?
    Sì.
    È grave, Joe.
    Mi dispiace (cazzo).
    Abbracciami Joe, ho bisogno di te
    Ci riprovai il mese dopo.
    Leslie.
    Dimmi Joe.
    Io…
    Joe…
    Cosa?
    Mi hanno licenziata!
    No… (cazzo,cazzo)
    Joe.
    Sì…
    Abbracciami, ho bisogno di te.
    Un altro mese dopo.
    Leslie.
    Joe.
    Senti, io vorrei dirti che…
    Oh mio caro oggi sono triste.
    Perché Leslie?
    La mia amica Charlotte si è separata  ed è molto triste.
    Ah… (chi se ne frega).
    Joe…
    Dimmi Leslie.
    Abbracciami per ricordarmi di quanto sono fortunata ad avere te.
    Passò così un anno. Cominciai ad odiarla. I suoi capelli, il suo naso, il suo neo stampato sull’avambraccio sinistro. Lo trovavo così disgustoso da considerarlo il neo più brutto del mondo. Avevo contato pesino i peli che ne fuoriuscivano. Ben 15 neri, ispidi, pungenti.
    Una sera andai a trovare il mio amico Carlos. Era appena stato mollato dalla sua terza moglie.
    Mio caro Joe, le donne sono tutte troie.
    Non so, non credo.
    Magari la tua no ma la mia mi ha lasciato per un avvocato di Roma. Hai capito? Un fottuto avvocato.
    Immagino il tuo dolore.
    Ma chi se ne frega! Mi manca solo una bella figa che cucina, stira le camicie e ogni tanto si fa sbattere al muro.
    Beh ti dirò Carlos: la mia non stira, non cucina e invece di farsi sbattere preferisce il cinema con le succhia cazzi delle sue amiche!
    Mollala Joe. Se non stira, non cucina e non scopa, a cosa servirebbe? E poi Joe…
    Sì.
    Cazzo avete 39 anni! Non avete intenzione di fare un figlio? Un pidocchio che vi cammina per casa e ogni tanto vi sorride facendo sciogliere la merda che c’è in voi!
    Io veramente non c’ho mai pensato e poi voglio lasciarla, non farci un figlio. Non la sopporto più!
    Mollala Joe, la tua Leslie non serve a niente.
    Tornai a casa con le parole di Carlos nella mente. Decisi che il giorno dopo avrei lasciato Leslie, anche se mi avesse annunciato una malattia mortale, poi sarei partito. Avrei venduto la macchina per acquistare un camper di ultima generazione, la mia barba sarebbe cresciuta senza limiti per anni, insieme ai capelli e a quel figlio che tanto desideravo procreato in un momento di tenero amore con una fanciulla incontrata durante i miei vagabondaggi. Sì! Avevo deciso. Addio Leslie. Addio.
    La mattina dopo Leslie si alzò si lavò i denti, prese il suo caffè e si vesti e mi svegliò.
    Buongiorno Joe.
    Mmm… che ore sono?
    Dormito bene? Io vado, si sta facendo tardi.
    Ah già.
    Joe…
    Sì?
    Ti amo.
    Erano anni che Leslie non mi diceva ti amo. Rimasi inerte nel letto fissando la sua figura sinuosa mentre lasciava la stanza, ormai invasa del suo profumo.
    Mi alzai e la raggiunsi fino all’ascensore. Le porte si chiudevano ma il viso di Leslie era davanti a me.
    Ti amo anch’io, le dissi, e tutto mi sembrò più chiaro, nitido, illuminante. E poi un bacio mandato con un soffio prima che la sua immagine scomparisse.
    Una donna una mattina si alzerà, compirà i soliti gesti prima di uscire di casa. Ma a sorpresa dirà ti amo al suo ragazzo senza un apparente motivo. Parole mai dette, conservate gelosamente in qualche angolo della bocca, pronte ad esplodere se spinte da un improvviso fuoco. Poi prenderà la sua macchina per andare a lavoro. Canticchia, sorride alla vita e pensa che amerà il suo uomo per tutta la vita. Così non vedrà il rosso del semaforo e non sentirà il gran rumore provocato dallo scontro di tante auto. Succede così, c’è chi infrange e chi rimane, chi va via avendo in mente l’ultima immagine felice della sua vita. Un uomo che ti dice ti amo mentre le porte di un ascensore si chiudono. E lui che ripensa al sorriso di quella donna e a un bacio lanciato nell’aria con un soffio. Un bacio mai preso, libero, svolazzante, romantico. Tentare di acchiapparlo, sognare, ricominciare, giocare.

     
  • 21 gennaio 2009
    A vita bassa

    Come comincia: Io colleziono multe.
    Anche la parrucchiera dalle unghia lunghe colleziona multe.
    Ci piace parcheggiare dove non si può, superare i limiti, mandare all’altro paese le sentinelle della strada.
    Patrizia ha diciotto anni e non colleziona multe, non ha la patente.
    La signora Letizia non ha mai avuto la patente, ha 79 anni. Io sono Angelina, nome a dir poco odioso, mentre la parrucchiera dalle unghia lunghe si chiama Perla, nome a dir poco inadatto. Io lavoro in banca. Io mi annoio lavorando in banca. Perla è una parrucchiera spaventosamente bella, ma ha le unghia troppo lunghe. Patrizia è appena entrata nel mondo magico e goliardico dell’università. La signora Letizia all’età di ventitre anni ha incontrato l’uomo della sua vita, uno scrittore di libri gialli molto in voga nell’Europa del Nord. L’ha sposato e ha vissuto come una principessa.
    Ci riunivamo tutti i venerdì sera per coltivare la nostra passione: gli scacchi, strana per delle donne ma ancor più strana lo era per Perla, abituata a nutrire la sua mente con i pettegolezzi che le clienti le raccontavano nel mentre della messa in piega. Tutto avveniva in casa mia: due tavolini, quattro sedie, due coppie. La signora Letizia spegneva il telefono. Patrizia litigava con il ragazzo per essere con noi, lui non credeva agli scacchi. Perla progettava, ormai da tempo, la sua idea di tagliarsi le unghia: “Devo avere un’aria più seria il giorno del torneo del quartiere” replicava ad ogni incontro.
    Le pareti rosa antico, i divani di pelle bianca, i tappeti dalla trama persiana e le lampade stile etnico, trasmettevano la tranquillità necessaria per la nostra concentrazione.
    Si iniziava alla sera, entravamo nel nostro mondo incantato, ognuna con un regno da difendere e con un Re da salvare. Dentro il nostro regno vestivamo i panni di regine, servili alfieri, soldati pronti al sacrificio e di cavalli impazziti. L’incantesimo svaniva verso le tre della notte, e dopo aver rivelato le nostre impressioni e i nostri punti deboli, discutiamo di come vincere la nostra coppa. Non importa chi la vincerà, ciò che conta è che sia una di noi, così la terremo a turno. Perla la metterà in bella vista nel suo negozio. Tutte le sue clienti dovranno crepare d’invidia. La signora Letizia la mostrerà ai suoi noiosi balli di beneficenza e vi appoggerà un cartellino con scritto: “Non in vendita, mi dispiace per voi”.
    Patrizia farà una sorpresa al suo ragazzo, lo lascerà a bocca aperta. Io la metterò sul tavolino del soggiorno. La luciderò, la guarderò, sarò fiera di me, peccato che non avrò nessuno cui mostrarla. Nessuno mi invidierà, né penserà cosa avrà mai di speciale una vittoria ad un torneo di scacchi.
    Sono alta, sono bionda, sono magra, ho gli occhi verdi, sono bella. Sono sola. Naturalmente nessuno conosce il mio stato d’animo. Racconto sempre di fantomatici corteggiatori, di magnifici uomini che mi regalano gioielli donati in cene da fiaba. Ogni volta Patrizia mi ascolta estasiata, un po’ scoraggiata dalle cene a basso costo, offerte dal suo ragazzo.
    Patrizia assomiglia ad un cerbiatto, gli occhi sono piccoli e vivaci e la sua figura esile ispira tenerezza. I capelli lunghi e neri, sono curati da Perla, che non potrebbe sopportare l’idea che possa tagliarli o colorarli. Perla non è sola, ha due gemelle di 15 anni, lei ha 38 anni, suo marito 56. Lei ama suo marito, anche se lo tradisce con Luigi, che ha appena compiuto 25 anni, solo per sesso, naturalmente. Ma tutto questo non è importante. Dobbiamo essere concentrate per il grande momento, per il torneo. Gli altri non capiscono, non potrebbero. Per esempio, i miei colleghi sono impegnati in venerdì distruttivi tra  pub e discoteche, in lamenti ululanti contro il lavoro servile del contare. I numeri ci guidano e comandano, fanno risultato e differenza. Laura, la mia peggior collega, è la vittima preferita del morbo. Folta chioma rossa, viso da bambolina, abbellito da lentiggini, corpo minuto ma ben fatto. La odio. Le hanno promesso una carriera, dei giorni di gloria. Ride di me.
    “Il venerdì sera è fatto per divertirsi” dice ogni volta che mi incontra. Mi sfotte.
    “Io mi diverto con i miei scacchi.”
    Ma nessuno codifica le mie parole, le interpretano come dei suoni senza senso.
    E tutti ridono.
    Anch’io rido di loro.
    Tutti ridiamo a spese degli altri, che sia l’unico modo per ridere dentro quella maledetta  banca.
    Non importa, io aspetto il venerdì.
    E proprio un venerdì, Perla ci ha mostrato il vestito che indosserà il giorno del torneo: la gonna, la giacca, le scarpe, ma Patrizia era distratta, ha litigato nuovamente col suo ragazzo.
    “Mi aveva invitato ad un concerto rock questo venerdì ma io ho rifiutato, non potevo mancare ai nostri incontri.”
    “Se tu fossi andata, avresti avuto bisogno di un taglio nuovo, i tuoi capelli non hanno più un senso”sbottò sarcastica Perla.
    “Cara il tuo bisogno di un taglio nuovo per un concerto rock, è come il mio per un perizoma!” Esclamò Letizia.
    Perla e Letizia si rispettano ma non si piacciono. Letizia non capiva come una donna che amasse il proprio marito, potesse tradirlo.
    “E’ per non dimenticare che anch’io sono una donna desiderabile!” Rispose infastidita una sera di tanto tempo fa contro Letizia.
    “Non capisco! Tuo marito non ti fa sentire donna?”
    Perla non rispose e loro evitarono per sempre l’argomento, in fondo dovevano incontrarsi solo per giocare a scacchi.
    Una sera Patrizia mi prese in disparte.
    “Anch’io diventerò come loro?” chiese.
    “Come?” risposi, fingendomi sorpresa.
    “Come Letizia e Perla, hai notato che sono sempre un po’ malinconiche!”
    “E’ solo un’impressione, non dar retta a ciò che dicono.”
    Lei mi guardò perplessa, poi scrollò le spalle.
    “Io non tradirò mai il mio ragazzo, lo amo.”
    Le settimane passarono, il giorno del torneo si avvicinava. Durante tutto quel tempo avevo studiato le mie compagne e tutti i loro movimenti irrazionali mentre giocavano. Quando il campo di battaglia è pronto, le sfidanti, compresa me, si guardano negli occhi prima di iniziare.
    Sarà l’unico sguardo che ci rivolgeremo, poi gli occhi saranno servi della tavola a quadri. La signora Letizia, si gratta il naso ogni quattro minuti. Patrizia instaura un duro gioco tra la lingua e i denti, uscendone alla fine della serata completamente martoriata.
    Perla si concentra.
    Io ho voglia di vincere.
    Immagino che le pedine avversarie siano i miei colleghi. Saranno divorati dal mio desiderio di arrivare fino alla fine. Li vedo chiedere pietà, ma le loro teste cadranno e io le raccoglierò per farne palle da bowling, le ossa saranno i birilli. Quando torno in me sono felice, anche se ho paura della cattiveria che sento mentre gioco.
    Ho paura.
    Il giorno del torneo arrivò.
    C’incontrammo in un caffè, poco distante dal luogo dove si sarebbe svolto il torneo. Letizia, statuaria, si presentò con un tailleur prugna adornato da orecchini e collana in perle. I capelli erano raccolti e gli occhi, di un azzurro invidiabile, erano ben truccati. Il viso lungo e sottile, risaltava, grazie ad una cipria dorata posta sugli zigomi. Le labbra, contornate dalle sue affascinanti rughe, erano abbellite da un rossetto rosso mattone. Arrivò in compagnia di due amiche, anche loro avanti con l’età. Erano minute e Letizia balzava agli occhi come una dea.
    Perla, ben svestita, giunse con le gemelle e un uomo.
    Luigi, lo psicologo delle figlie.
    Notai che aveva tagliato le unghia.
    Patrizia, trasandata come al solito, era con la madre.
    “Vincerà, sarà la migliore.”Mi disse.
    Sperai che avesse ragione.
    Naturalmente anch’io avevo bisogno di un sostegno esterno. Pagai profumatamente la mia vicina affinché fingesse che si trovasse lì per me, impaziente di vedermi vittoriosa.
    Elisa, 23 anni, studentessa, carina, svampita e abbastanza squattrinata da accettare la mia proposta.
    Credo che passasse molto del suo tempo a rullare canne.
    Tutte insieme andammo verso i locali adibiti al torneo.
    Il nostro ingresso non passò inosservato.
    Nei tornei di scacchi non vi sono molte donne.
    Ci avvicinammo al bancone delle iscrizioni.
    Dopo aver dato i nostri dati, ci guardammo.
    Avevamo paura, paura di non farcela.
    Poi ad ognuna di noi fu assegnato un numero, un avversario, una postazione e per la prima volta ci dividemmo.
    Superammo il primo turno, poi venne il secondo e lì perdemmo Perla. Tutto questo le procurò un attacco isterico, calmato solo dall’intervento di Elisa, la quale le mostrò l’indirizzo di una “fantastica estetista”, specializzata nella ricostruzione delle unghia: “Fa miracoli!” le disse.
    Al terzo turno, cademmo io e Letizia.
    Ma Patrizia ci regalò il miracolo: la finale!
    Ed eccoci tutte per mano a sperare e a credere che il sogno potesse diventare realtà. Ma il sogno si nasconde dietro ad una finestra, possiamo scorgerlo, chiamarlo, e pregarlo di essere nostro ospite, ma un vento forte lo porta via, e ci lascia solo un gelo, una speranza svanita.
    Gong.
    Il masso è caduto in testa, il giullare esce dalla scatola e grida: “Sorpresa!”.
    Disastro.
    Scacco matto.
    Patrizia era all’angolo, non le restava che gettare la spugna.
    La signora Letizia fece una smorfia che le deformò il viso. Perla si morse la  lingua.
    Silenzio. 
    Io mi volto verso Elisa, le do i soldi promessi e le dico di andar via.
    Patrizia è immobile, gli occhi sbarrati, ha capito, poi la testa tra le sue mani.
    Sconfitta.
    La madre incredula scappa verso il bagno, farfugliando di qualche imbroglio commesso a danno della figlia.
    Patrizia viene verso di noi riuscendo a mormorare a fatica: “Mi dispiace.”
    Io risposi: “Non fa nulla, sei stata grande, il secondo posto è un bel piazzamento.”
    Le bugie sono sempre state il mio forte, un secondo posto non ha lo stesso valore di un  primo. Nessuna di noi avrebbe mai esposto un oggetto che testimoniasse che qualcun altro era stato migliore. Nel frattempo la signora Letizia e Perla avevano iniziato una accesa conversazione. Non seppi mai  perché. Come un fulmine Perla venne verso di me e disse:“Lo sai che lavoro fa mio marito? No, naturalmente no, come potresti. E’ un ingegnere nucleare.” Poi scoppiò in una risata nevrotica, “Tutti pensano che per una donna sia terribile non essere accettata fisicamente, ma non c’è nulla di peggio che sentirsi considerate delle stupide dall’uomo che si ama.” Abbassò il viso: “Luigi è diverso.”
    Sfortunatamente davanti a tanto dolore il mio stomaco ebbe una reazione alquanto strabiliante.
    Attacco di colite acuto.
    Lasciai Perla e cercai disperatamente un bagno. Quando vi entrai trovai la madre di Patrizia che guardava la sua immagine riflessa nello specchio. Era immobile come una statua. Si accorse di me. Con un filo di voce mi dice:
    “Nessuno dovrà mai sapere che mia figlia ha perso, nessuno!”
    Uscì e andò via, portandosi dietro anche Patrizia.
    Io espletai il mio dovere intestinale.
    Alleggerita lasciai il bagno.
    Vidi la signora Letizia seduta su una sedia, aveva il viso stanco, dava l’impressione di un grande condottiero sconfitto dopo una battaglia.
    Si alzò e venne verso di me.
    “Mio marito mi ha tradito per una vita dicendomi che ero l’unica donna che avesse mai amato.” Poi mi strinse la mano e anche lei fuggi via.
    Ormai ero rimasta sola, anche Perla si era dileguata con le gemelle, mentre Luigi sembrava fosse stato avvistato l’ultima volta con Elisa.
    Poi, inspiegabilmente, la mia attenzione fu catturata da una sagoma a me per niente gradita.
    Laura, la mia peggior collega!
    “Cosa ci fa qui?” pensai.
    Lei si avvicinò sorridendomi, e con la sua solita voce smielata e fastidiosa mi spiegò che era lì perché aveva saputo del torneo, e che non vedeva l’ora di vedermi all’opera.
    “Sai ti invidio, tu hai una passione.”
    “Grazie, ma oggi ho perso.” Risposi con gran fatica, non avevo voglia di parlare, anzi non avevo voglia di parlare con lei.
    Ma Laura ridacchiò, mi baciò sulla guancia e disse: “Chi ha delle passioni non sarà mai un perdente.”
    E per la prima volta guardai Laura.
    Eccome se la guardai!
    Io, Patrizia e Perla ci rincontrammo al funerale di Letizia. Ci sedemmo ognuna accanto all’altra, senza dire una parola. Quando la funzione terminò ci separammo, questa volta per sempre.
    Spero che siano felici.
    Io lo sono, continuo a collezionare multe, ma la mia felicità è negli occhi della persona che amo e che incontro ogni mattina nel letto.
    La mia Laura.

     
  • 15 dicembre 2008
    Topsy Turvy

    Come comincia: Si guarda allo specchio. Mi guardo allo specchio. Si lava il viso. Mi lavo il viso. Si accende la sigaretta. Mi accendo la sigaretta. Va in camera. Vado in camera. Si strofina gli occhi. Mi strofino gli occhi. Si guarda la pancia. Mi guardo la pancia. Sputa per terra. Sputo per terra. Ora ricorda.
    Ora ricordo.
    La mia festa, i miei diciotto anni, li ho festeggiati una sera, con gli amici più stretti e con persone che non ho mai più rivisto.
    In quei giorni ero pervaso dalla lussuria ingorda del protagonismo. Vagavo tra supermercati facendo incetta di carichi pesanti targati alcol, in trepidazione e in attesa di godere della mia gloria. Nella mia testa tutto era già molto chiaro: sarei stato sommerso da regali, auguri invidiosi, occhiate libidinose da parte di tutte le puledre in calore. Nel delirio della fantasia vanitosa della mia mente, il vortice degli invitati gridava a gran voce: “Gloria a te grande Luca”.
    Avevo programmato tutto: cosa indossare, cosa bere, come ubriacarmi, quando vomitare e perfino la ragazza che mi sarei portato a letto.
    Naturalmente, come tutti i programmi che si rispettano, qualcosa andò storto e la mattina del mio “giorno” feci una scoperta terribile. Perso nei meandri del mio ego, non mi accorsi che la maglia, la mia fantastica maglia, la maglia che avrei dovuto indossare durante la serata, era irrimediabilmente macchiata ad una manica.
    Macchia d’olio, era la diagnosi. La ricordo ancora, in tutta la sua forma.
    Ero perduto, ma non c’era tempo da perdere.
    Allarme rosso.
    La cattiveria assopita in me si svegliò e cominciò a sogghignare, come una suocera che assiste alla separazione del figlio, con la nuora tanto odiata.
    Godevo.
    Povera macchia d’olio, aveva le ore contate.
    Lavanderia!
    La lavanderia si trovava lungo una via trafficata, dove uomini d’ufficio e gente di ogni tipo affollavano bar e ristoranti.
    Ore 15,30. Chiusa. Aspettai l’apertura.
    La proprietaria arrivò dopo qualche minuto.
    Lei aprì e io entrai.
    L’odore forte delle misture utilizzate per resuscitare i vestiti, mi travolse. Per un attimo la testa girò, ma solo per un attimo, poi mi guardai intorno.
    Pareti azzurrine evocavano la sensazione del pulito. Il bancone occupava tre quarti della stanza. Il quarto rimanente, alla sinistra della porta d’entrata, faceva spazio alla “macchinarulloappendiabiti”, mentre una tendina di stoffa copriva il retro.
    Chiesi subito se era possibile, entro qualche ora, lavare la mia importantissima maglia e con un viso da ebete, mi rivolsi alla donna.
    “Festeggio i miei 18 anni e vorrei indossarla.”
    La donna scrutò la macchia e disse:
    “Non è possibile.”
    “Cosa?” Risposi con voce quasi disperata, senza nascondere una sfumatura di rabbia.
    La donna accennò un sorriso, abbassò lo sguardo e allungò le mani verso il bancone, avvicinandole al registratore di cassa che si trovava alla sua sinistra. Sembrava che cercasse qualcosa poi sussurrò tra sé e sé: “Trovate!”.
    Da una piccola scatola rossa, tirò fuori un pacchetto di sigarette. 
    In modo frettoloso e nervoso ne avvicinò una alla bocca. Seguì la ricerca di un accendino e dopo averlo trovato, accese la sigaretta.
    Mi fissò e con un sorriso canzonatorio disse:
    “Mi dispiace mio piccolo Lord, ma non posso, ho troppo lavoro per oggi, la prossima settimana.”
    Tentai di convincerla ma la donna restò ferma sulla sua decisione.
    Non potevo crederci. Io il grande Luca, atteso e conteso, il desiderato, il quasi maggiorenne, il ragazzo che non deve chiedere mai, se non ai genitori la paga settimanale, si trovava alle ore 15.45 di un venerdì pomeriggio dentro una lavanderia, sconvolto e attanagliato dal dubbio logorante: “E adesso…cosa indosserò?”
    Mentre una grossa fetta del mio cervello brontolava per la risposta della donna, regalandole aggettivi terribili, sentii un impulso sconosciuto invadere i miei nervi.
    Cominciai a sentirmi nauseato.
    Le gambe tremavano e uno strano calore partiva dal centro dello stomaco. Il respiro diventò faticoso.
    I miei occhi, come guidati da uno spirito maledetto, furono costretti a fissare la donna.
    La analizzai.
    Non era più una ragazzina: 40 anni circa.
    Una vecchia, pensai.
    Il viso era segnato, rughe intorno agli occhi, intorno alla bocca, sul collo.
    Era alta, con qualche chilo di troppo. Il seno era prorompente e dai pantaloni larghi, non certo femminili, si intravedevano le cosce ben tornite.
    I capelli corti, tinti di rosso, contrastavano con la sua carnagione olivastra e gli occhi neri e profondi, completavano una figura umana non certo entusiasmante.
    Una visione scadente dell’essere donna.
    Mi sentivo angosciato dalla presenza di lei.
    Volevo lasciare quel posto.
    Ripresi la maglia, e senza salutare mi diressi verso un’altra oasi del pulito.
    Girai l’angolo, ma all’improvviso cominciai a sentirmi debole.
    Mi accasciai e il mio stomaco tremò.
    E vomitai, vomitai, vomitai.
    Disorientato dall’inaspettato malore mi rialzai, mi feci forza e andai a casa di Mario, il mio migliore amico.
    Gli chiesi una maglia in prestito.
    Una volta a casa preparai a fatica tutto per i festeggiamenti.
    Ogni cosa andò secondo i miei piani.
    La domenica successiva, il vero giorno del mio compleanno, mi svegliai molto tardi, sudato ed eccitato.
    Passai la giornata a gozzovigliare, subendo le coccole sfrenate di tutta la mia famiglia.
    La sera, distrutto e annoiato, andai a dormire molto presto.
    E quella notte il cugino malefico dei sogni rigurgitò su di me.
    Quella notte feci un incubo.
    Mi trovavo in una stanza illuminata da un filo di luce. Ero davanti ad uno specchio. Nudo. Non avvertivo né freddo e né caldo. L’ immagine riflessa esaltava la mia carnagione scura. I miei occhi verdi splendevano di una strana luce. I capelli non erano del mio colore castano scuro, ma biondi. Incominciai a vestirmi. Dapprima una camicia bianca con bottoni dorati e a seguire una giacca rossa a doppio petto, un pantalone dello stesso colore e un cappello a cilindro. Infine delle lunghe scarpe bianche che superavano di molto la misura del mio piede.
    Da lontano strani rumori. All’improvviso mi ritrovai in un grande spazio aperto, circondato dal deserto.
    Ero sopra ad un palco.
    Afa.
    Dietro di me un sipario chiuso. Meccanicamente mi voltai verso una folla smisurata e cominciai a gridare come solo sa fare il più grande banditore di tutti i tempi.
    “Venite, venite signori e signore, questo è il giorno più fortunato della vostra vita. State per assistere ad un vero fenomeno della natura, qualcosa che la vostra memoria non può ricordare di aver visto perché non l’avrebbe mai più dimenticato. I più impressionabili si allontanino, non potranno reggere alla vista di tale mostruosità. Alcuni di voi sverranno, mentre altri scapperanno, chiedendosi come la natura possa creare specie di questo genere sulla terra. Altri ancora non riusciranno a chiedere aiuto, perché rimarranno impietriti e senza parole. Allora signori e gentili signore siete pronti?”
    Un boato fragoroso si levò e tutti risposero: “Sì!”
    La mia voce si gonfiò e come inebriato urlai a squarcia gola:“Ecco esaudito il vostro desiderio. Raccomando a tutti di non intenerirsi, un essere così non può avere un cuore e neanche sentimenti.”
    Mi avvicinai al sipario con passo solenne. Mi sentivo un nobile all’incontro con un reale. Afferrai la corda che avrebbe aperto il sipario e la strinsi forte. Sudavo, il mio corpo si faceva sempre più caldo. Avevo paura e ritardavo l’apertura.
    Ma la folla impaziente gridava.
    Voci assordanti ordinavano di dare inizio allo spettacolo.
    E io aprii e vidi la cosa.
    Rimasi immobile, sorpreso, interdetto, confuso.
    Davanti a me c’era il fenomeno, l’orrore, il fallimento della natura, lo sbaglio degli sbagli.
    Strizzai gli occhi, li sfregai e vidi la donna della lavanderia!
    A stento si spostò nel mezzo del palco.
    Mi guardava.
    Il suo corpo deformato dal tempo disgustava e allo stesso tempo nutriva la vista avida del pubblico, che esplose in risa impietose.
    Lei si girò verso di me.
    I suoi occhi neri erano sbarrati, si leggeva il terrore dentro.
    Sembrava chiedermi: “Ora cosa mi accadrà? Non ho fatto nulla, perché ridono di me? Perché tu lasci che accada tutto questo? Aiutami, ti prego.”
    Dentro di me si scatenò una tempesta di emozioni, una battaglia di nervi contro nervi che trovò sfogo in un’unica, sottile e salata lacrima bianca.
    Un uomo gridò senza pietà: “Sei un mostro!”
    Poi tirò una buccia di banana e tutti seguirono il suo gesto, lanciando ogni sorta di oggetto.
    E io corsi.
    Corsi verso la donna.
    Corsi senza pensare, per diventare il suo scudo.
    Ma sobbalzai all’urlo di terrore di lei.
    Un uomo aveva un coltello in mano ed era pronto a scagliarlo.
    Gridai.
    Vomitai.
    Svenni.
    Poi mi svegliai.
    Ero salvo.
    Stanco, anzi distrutto, tenni gli occhi aperti per qualche minuto e mi riaddormentai.
    Speravo di tornare nel mio incubo, l’idea di lasciarla sola mi tormentava.
    Ma il mio desiderio non si avverò.
    La mattina dopo mi preparai istintivamente, per andare a scuola.
    Durante il tragitto pensai molto all’ultima notte.
    I dubbi mi attanagliavano e mi rendevano molto nervoso. “Cosa mi succede? Perché ho sognato quella donna?” pensai.
    Dovevo capire.
    Cambiai strada e mi diressi verso la lavanderia.
    Ore 8.30. Aspettai l’apertura, lei arrivò.
    Aveva il viso molto stanco, non doveva aver passato un bel fine settimana.
    Mi sedetti all’interno del bar, dall’altra parte della strada, e la osservai.
    Rimasi lì per tutta la mattina.
    Feci lo stesso la mattina dopo.
    Il mercoledì fui persino in anticipo.
    Così per tutta la settimana.
    Qualche giorno più tardi cominciai a spiarla di pomeriggio, per non creare sospetti a scuola.
    Per un mese, ogni giorno, andavo in quella via lunga e trafficata per spiare una donna.
    Non conoscevo il nome, non sapevo nulla di lei.
    Avevo solo bisogno di vederla.
    Un giorno non andai, mi ammalai.
    Quel giorno mi mancò.
    La sigaretta si è spenta.
    Non vuole più ricordare. Non voglio più ricordare.
    Elsa, Elsa.
    Mesi dopo mi trovavo dentro il solito bar.
    Qualche ora prima avevo comprato due pacchetti di sigarette.
    Li posizionai sul tavolo del bar.
    L’avevo osservata.
    Fumava molto.
    Avevo letto in qualche libro che le donne sono sensibili ai regali.
    “Lei fuma e io le regalo le sigarette” avevo pensato.
    E aspettai il momento giusto per donargliele.
    Ma il momento giusto sembrava non arrivare mai.
    Ero consapevole, come poteva esserlo un ragazzo di 18 anni, che mi ero innamorato di una donna più vecchia di me.
    Avevo scoperto che Elsa, così si chiamava, ne aveva 38.
    Elsa era brutta. Eppure ogni notte, prima di addormentarmi, il mio ultimo pensiero era per lei.
    Per una donna brutta e più vecchia di me.
    Per una donna bella e matura.
    Gli appostamenti seguirono giorno dopo giorno.
    Intanto conservavo le sigarette in casa.
    Ma un pomeriggio decisi e come un soldato mi preparai al grande evento. Era tempo di venire allo scoperto, di regalare la mia esistenza ad Elsa.
    Mi lavai, mi feci la barba, mi vestii.
    Presi lo zaino e vi buttai dentro i due pacchetti di sigarette.
    Cercavo di immaginare il viso di lei quando, con quel regalo, le avrei dichiarato tutto il mio sentimento.
    Avrebbe pianto, poi mi avrebbe abbracciato, ne ero sicuro.
    Scesi da casa e con passo deciso andai verso il motorino per percorrere di gran fretta, la solita via lunga e trafficata.
    Arrivai.
    Parcheggiai e una volta sceso, presi le sigarette dallo zaino.
    Un respiro profondo,un passo incerto, un altro respiro.
    Pronti, puntare, fuoco!
    Corsi, corsi e poi corsi ancora.
    La porta principale della lavanderia si faceva vicina, sempre di più, vicinissima.
    Ma.
    Un grido stridulo: “Fermatiiii!”
    Un gatto sbuca fuori con un grande salto dalla porta principale della lavanderia.
    Uno scatto, pochi secondi, la strada.
    Una macchina arriva veloce.
    Il gatto guarda la macchina.
    La macchina guarda il gatto.
    Boom!
    Il gatto muore.
    La mia lei esce dalla porta del retro, va verso il felino, si inginocchia, si dispera, piange.
    Io sono fermo, impietrito, con due pacchetti di sigarette in mano.
    Le sigarette scivolano dalle mie mani, lei continua a piangere, un pianto inconsolabile.
    Il mio cuore.
    La mia mente.
    Buio.
    Cinque ore più tardi l’Italia avrebbe vinto i mondiali di Spagna, sei più tardi un anziano signore, non ben identificato, si sarebbe avvicinato ad una battigia di una spiaggia sconosciuta e avrebbe accompagnato con il suo violino l’umore del mare.
    Sette dopo, mentre Elsa piangeva nel letto, perché rimasta sola senza il suo gatto, io avrei restituito, dopo mesi, la maglia a Mario.
    Accende un’altra sigaretta. Accendo un’altra sigaretta.
    Il tempo passa e un altro gatto è morto.

     
  • Come comincia:

    Quando Batman sfidò Superman (e Lois stava a guardare)

     

    3 Luglio 1978 Venezia

    La Signora Luisa  è seduta sul divano di casa e guarda una parete. La guarda tutti i giorni per tutto il giorno.

     

    20 Luglio 2001 Genova. Ore 15,50

    Le urla fuori si fanno sempre più forti, oggi non si lavora, posso mettermi l’anima in pace, togliermi questi maledetti tacchi, farmi una doccia e dormire. Non sono stanca ma le urla diventano sempre più forti e se dormo non sento nulla.
    Suonano alla porta.
    Incurante di chi possa essere, apro.
    Samuele entra come un fulmine ed è tutto sudato.
    “Fuori c’è il delirio, non si può camminare, poliziotti e bande di ragazzi sembrano pronti per la rivolta. Potrei quasi dire che siamo in guerra.”
    “Che vuoi?” Uso un tono duro e sbrigativo, ho voglia di mandarlo via.
    “Oggi lavori?”
    “No!”
    “Ti Prego, ho fatto tanta strada per venire fino qui, non mandarmi indietro.”
    Mi siedo, faccio un lungo sospiro.
    Ora mi sento veramente stanca, le mani sono fredde eppure fa tanto caldo oggi, troppo caldo per lavorare.
    “Non riesco a lavorare con tutto il casino che c’è fuori e poi fa caldo, torna un altro giorno.”
    “Dai Mary non fare così, fai la gentile e io sarò gentile con te e tu sai quanto posso esserlo.”
    Il vecchio Samuele fa per toccarmi ma io mi alzo di colpo, avanzo di un passo e lo guardo negli occhi.
    Gli vorrei chiedere quanti anni ha, sicuramente non meno di 50, lui non mi ha mai chiesto quanti anni ho, meglio così gli direi una bugia.
    Lo continuo a fissare, il mio corpo non è più così distante da lui.
    Allungo le braccia e con scatto violento gli afferro i polsi, li stringo forte, tanto forte da sentirmi infiammata dalla stanchezza.
    Lui fa una smorfia di dolore e il suo viso rugoso diventa ancora più vecchio.
    “Samuele mi fai schifo!” Ecco cosa vorrei dire, ma è pur sempre un cliente e oggi si lavora come tutti gli altri giorni.
    “Allora Mary? Cosa hai deciso?”
    “Io non mi chiamo Mary” mormoro.
    “Cosa?”
    “Nulla.”
    Fuori le grida aumentano, sono tante, sono di uomini e donne.
    Dolcemente lascio i polsi di Samuele e mi inchino.
    Slaccio la cintura dei pantaloni, poi sfilo le mutande fino alle ginocchia. Lui mi guarda come un bambino davanti a un regalo di natale, è eccitato, sta per scartare il suo regalo.
    Io chiudo gli occhi e inizio a “pregare” come solo io so fare.
    “Brava Mary, tu si che mi capisci sai cosa fare, brava continua così.”
    Sono brava, me lo dicono tutti, che sono brava.
    Finisco.
    Samuele respira profondamente, ansima, avvicina la sua bocca alla mia.
    “Fammi sentire che sapore hai!”
    Mi bacia poi mi gira, mi prende per i fianchi e scopiamo.
    Io non godo, non vedo l’ora che tutto questo finisca, il mio corpo è tramortito. Fuori ci sono ancora le urla.
    Quando Samuele termina la sua opera, si riveste in fretta senza neanche pulirsi. Va verso la porta, ma prima di aprirla ritorna verso di me, prende il mio viso tra le mani e mi mordicchia il labbro inferiore.
    “Sei la mia puttana preferita Mary, i soldi li lascio sopra la sedia vicino la porta, alla prossima.”
    Si stacca di colpo e se ne va chiudendo la porta violentemente. Mentre la porta si chiude, riesco a malapena a sussurrare: “Io non mi chiamo Mary.”
    Mi alzo a fatica. Milioni di brividi pervadono il mio corpo, anche se oggi fa tanto caldo.

     

    Ore 16.30
    Accendo la televisione sul canale 8. La solita annunciatrice del telegiornale locale buca lo schermo. Ora insolita. La ascolto. Riesco a seguirla poco, parla di una manifestazione. Sembra preoccupata. Io non sono preoccupata, vorrei solo non sentire più urla, mi danno noia.
    Continuo a guardare la televisione, ma la mia concentrazione diminuisce fino a scomparire completamente e finalmente i miei occhi si chiudono. Mi addormento sul divano mentre la televisione continua ad andare avanti con le immagini.

     

    Ore 17.14

     

    I miei occhi si aprono. Il campanello suona. Ho dormito solo mezz’ora. Continua a suonare. Pigramente vado verso la porta.
    “Chi è? ” chiedo assonnata.
    “Ciao Mary, tu non mi conosci.”
    La voce è di un uomo, mi ha chiamato Mary e capisco cosa vuole.
    “Allora se non mi conosci cosa sei venuto a fare?”
    “Samuele mi ha detto che tu… tu… insomma sei brava e che sei anche buona con tutti, perché non mi apri così ti farò vedere come anch’io posso essere buono e carino…” Comincia a ridacchiare, l’uomo.
    “No! Non ti apro non ti conosco e poi oggi non lavoro fa troppo caldo!”
    “Non fare la difficile ti pagherò bene e poi si tratta di poco tempo tra un’ora devo essere a casa, perché è il compleanno di mia moglie e avrà preparato la solita torta di merda.”
    “Vai da tua moglie allora, cosa vuoi da me?”
    “Un pompino, niente di speciale, solo un pompino.”
    “Chiedilo a tua moglie!”
    “Muoviti! 50 Euro.” Il tono della voce diventa autoritario.
    Tentenno ma poi apro.
    “Ciao.” mi dice.  E’ un bell’uomo, alto, magro scuro di occhi e di capelli, chiaro di carnagione, intorno ai 40 anni.
    Dopo qualche minuto sono inginocchiata davanti al suo membro e dopo qualche secondo il suo membro è dentro la mia bocca.
    La televisione continua a trasmettere immagini, io continuo imperterrita nel mio lavoro.
    Poi l’annunciatrice cambia tono di voce, sembra sconvolta: “Le tensioni tra polizia e i ragazzi per le strade, sono arrivate ormai al limite. Sono iniziate vere e propri scontri tra le due fazioni. C’è paura. Non si riesce a capire cosa stia effettivamente succedendo. Sembrano tutti impazziti.” L’annunciatrice riceve una telefonata in studio: “Scusate, la redazione”. Poi c’è un lungo silenzio.
    All’improvviso l’uomo con un gesto violento si stacca da me, si piega su se stesso e gode, gettando un urlo soffocato. L’urlo dell’uomo si confonde con un altro che viene da fuori.
    Mi giro lentamente verso la televisione  e avverto che l’annunciatrice è tesa, continua a parlare sottovoce al telefono, quasi per non farsi sentire, poi abbassa la cornetta. La donna indirizza il suo sguardo a tutti i suoi telespettatori: “ un ragazzo è morto durante la manifestazione” dice  con voce tremante. “Sembra che un carabiniere abbia sparato, non si riesce a capire se per legittima difesa o per altro, non si sa nulla di preciso. Genova è sconvolta.”
    Io la guardo, non smetto mai di guardarla.
    Poi sento una mano che mi accarezza la schiena. E’ lo sconosciuto.
    “Ti ho sporcato il tappeto, scusa.” dice ansimando.
    “Non fa nulla, poi  pulirò” il mio tono è freddo.
    L’uomo si alza e si stende sul divano.
    Mi domando perché non va via.

     

    Ore 17.33

     

    Non ho mai spento la televisione. Il mio orecchio è teso.
    Non smetto mai di ascoltare.
    L’annunciatrice continua.
    “Ecco il  nostro inviato è in collegamento, allora che cosa succede, è morto un ragazzo? Mi senti?.Mi senti? Non si sente nulla deve essere saltato il collegamento. Ecco è arrivato un comunicato stampa Un manifestante è stato ucciso, sembrerebbe da un giovane carabiniere, un colpo di pistola, le circostanze devono ancora essere chiarite, la situazione è confusa, l’unica cosa certa è che un ragazzo è morto.”
    Mi concentro sempre di più sulle parole della donna.
    La mia mente gracchia, fino a scaldarsi. Sembra o non sembra che sia successo qualcosa? Un ragazzo uccide un altro ragazzo. Forse. Peccato.
    Un uomo morto giace da qualche parte. Adesso qualcuno scenderà da un mondo improbabile a dirgli che non esiste più, che beffa.
    E sì! Peccato.
    Poi un rumore mi riporta alla realtà.
    Lo sconosciuto steso sul mio divano si alza e va in bagno.
    Quando torna mi porge dei soldi.
    “Mary questi sono per te, adesso vai a lavarti. Puzzi!”
    Non rispondo.
    Fuori non sento più grida, adesso ho paura, quando dopo tante grida c’è silenzio significa che da qualche parte qualcuno piange.
    E io lo so bene.
    Intanto l’uomo va verso la porta.
    “Ci vediamo Mary, alla prossima.”
    Ma mentre sta per uscire, grido con tutto il fiato che ho in corpo: “Io non mi chiamo, Mary…io sono Melania.”

     

    17 maggio 1984

     

    “Melania alzati in piedi. Allora ragazzi, Melania è la vincitrice della poesia più bella della classe per questo mese.”
    Io sono seduta, accanto me il banco è vuoto.
    “Adesso il  tuo compagno Davide leggerà a tutti la poesia.”
    La maestra mi guarda e mi strizza l’occhio.
    “Bene comincia pure Davide.”
    Il mio compagno di classe si alza e a piccoli passi va verso la cattedra. La maestra gli porge il foglio.
    Davide si schiarisce la voce e comincia.
    “Anche oggi mia madre mi ha tirato giù
    che noia
    a me piace stare su ci sono tutti i miei amichetti
    e c’è anche il mio principe
    io lo so perché mia mamma mi tira sempre giù
    lei è invidiosa piange sempre
    non ha mai trovato il suo principe
    ma io sì
    domani mi porterà la scarpetta il mio principe
    e così ci sposeremo
    e io non piangerò
    come mia mamma”

     

    Mentre la lettura va avanti la maestra viene verso di me, mi siede accanto e si avvicina al mio orecchio fino a sfiorarlo e mi sussurra:
    “Dopo la scuola, corri a casa più veloce che puoi, vai da tua madre e dille che oggi sei stata la più brava della classe, vedrai sarà contenta.”
    Quel giorno, dopo la scuola, io corro verso casa senza mai fermarmi.

     

    17 maggio 1984

     

    Mia madre guarda la parete. La stessa parete che guarda tutti i giorni per tutto il giorno.
    Le dico ad alta voce del mio trionfo scolastico ma lei continua a fissare la parete, non mi sente.
    Alzo la voce, la alzo sempre di più, fino a strillare. Nulla. Comincio a tremare e i miei occhi diventano deboli.
    Trattengo le lacrime.
    Sto zitta.
    C’è silenzio.
    Non trattengo più.
    Piango.
    Mamma si gira,  mi tende le braccia e io mi avvicino.
    “Ti voglio bene” mi dice con voce strozzata.
    “Anch’io ti voglio bene mamma.” Rispondo singhiozzando.