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Autore

Alessandra Diodoro

in archivio dal 31 mar 2008

10 dicembre 1973, Pescara

19 luglio 2010

Possibilità

Intro: Situazioni scontate, abitudini che si lasciano a languire in uno stato di indolenza e superficialità. Bastano un gesto, una parola, a paventare lo spettro di un tempo che volga al termine?

Il racconto

Vi alzate una mattina e fate tutto ciò che siete soliti fare. Stiracchiarvi, caffè, denti, scelta del vestito e poi fuori. Mettete in moto la macchina, accendete la radio e canticchiate. Magari siete anche felici e sorridete al mondo.
Magari date un bacio al vostro fidanzato prima di uscire, per ricordargli di quanto sia grande l’amore per lui, lasciando la sensazione di una guancia umida, appiccicaticcia che porterà le impronte di un gesto tenero per tutta la giornata. Un gesto che rimanda a ciò che si era, ad un’infanzia lontana dove una madre rivolgeva tenerezze al figlio ribelle per calmarlo.
Amavo mia madre con tutte quelle sue attenzioni. Amava giocare con me. Amavo giocare con lei. Amavo giocare con tutti. Persino con il mio amico Murray.
Brutto era brutto e fastidiosamente magro e portava con sé tutti i terribili odori dell’umanità. Lo chiamavano il maleodorante, con la sua fronte sempre umida con tante bolle bluastre. Lo evitavano il solito emarginato, il reietto della tua infanzia che ricorderai per sempre. Ma Murray aveva genialità e se Dio non gli aveva donato bellezza non si era risparmiato a conferirgli fantasia e coraggio. Così per avere glorie e attenzioni si creò un’abilità, la camminata storta. Camminava all’incontrario ma in modo obliquo. Era ridicolo agli occhi di tutti, anche ai miei fin quando non ho intuito che giocava. Non potendo essere quello che tutti volevano diventò quello che tutti potevano guardare con pena pur portando un messaggio sublime “Io ho il coraggio di farlo, tu no.”
Il miglior bambino che avessi mai incontrato nella mia vita. E’ morto di infarto qualche anno fa. La Chiesa era talmente gremita che dovettero chiamare un'ambulanza per i vari malori. Murray aveva colpito nel segno. Mancò a tutti il bambino dalla camminata storta che nel frattempo era diventato uomo. Per un po’ in paese non si parlò d’altro. A distanza di anni non c’è giorno che io non pensi a lui.
Avevo capito che almeno lui era morto giocando.
Leslie, la mia ragazza, non ama giocare, chiacchiera con le sue amiche di starlette di quart’ordine e attori di B movies. Le trovo sedute ogni domenica sul divano comprato con tanti sacrifici ai magazzini di Jason Street. Sono pigre ma appetibili e questo potrebbe creare un certo interesse nel genere maschile. Quando le vedo blocco qualsiasi tipo di eccitazione bestiale, creando delle sinergie mentali che riescono a ridurre il mio uccello a un muscolo moscio, inutile, inerme.
Sono felice del mio sciamanesimo celeste: riesco a sgattaiolare via da qualsiasi coinvolgimento verbale. Loro li chiamano discorsi di donna, cazzate da idiota anzi da idiote.
Purtroppo non sono riuscito a evitare gli ultimi cinque capodanni al Mason Restaurant.
Ma che ci andiamo a fare è solo uno spreco di soldi.
Non capisci nulla Joe.
Ma cosa devo capire?
Bisogna stare un po’dietro a queste cose, non mi va di essere una sfigata.
Ma lo sei… Avrei avuto voglia di dirle tante volte, anche la notte del capodanno del 2000. Indossavo il solito completo (utilizzato per il quarto anno consecutivo) e Leslie un vestitino che anche ad agosto sarebbe stato troppo “nudo”.
Quando scoccò la mezzanotte la persi di vista e mi ritrovai in una sala dove le note di brani anni ’70 fracassavano le mie orecchie annoiate.
Riuscii comunque ad abbordare una giovane bionda di 25 anni.
Quanti anni hai?
39.
Io 25 e mi chiamo Anna.
Fantastico.
Hai la ragazza?
Beh una specie.
Anch’io mi vedo con qualcuno.
Tempo mezz’ora e ci ritrovammo dentro ad un cesso a scopare incuranti delle persone che bussavano spazientite dall’attesa.
Uscimmo e ci separammo senza problemi.
Quando tornai da Leslie era ancora lì che discuteva con le sue amiche delle solite stronzate.
In quel momento decisi di lasciarla. Di non avere più nulla a che fare con lei. Era diventata un cervello vuoto che non mi suscitava più nessun appetito. Volevo scoparmi tutto il mondo tranne lei.
Pensai ad un modo per dirglielo, ma non lo trovai. Alla fine terminai la serata ubriaco. Passarono altri due mesi e ogni volta che tentavo di abbandonarla, un evento, una situazione, un incidente impediva il mio torbido intento.
Leslie.
Dimmi Joe
Io…
Joe, lo sai che mia madre ha avuto un infarto?
Come?
Sì.
È grave, Joe.
Mi dispiace (cazzo).
Abbracciami Joe, ho bisogno di te
Ci riprovai il mese dopo.
Leslie.
Dimmi Joe.
Io…
Joe…
Cosa?
Mi hanno licenziata!
No… (cazzo,cazzo)
Joe.
Sì…
Abbracciami, ho bisogno di te.
Un altro mese dopo.
Leslie.
Joe.
Senti, io vorrei dirti che…
Oh mio caro oggi sono triste.
Perché Leslie?
La mia amica Charlotte si è separata  ed è molto triste.
Ah… (chi se ne frega).
Joe…
Dimmi Leslie.
Abbracciami per ricordarmi di quanto sono fortunata ad avere te.
Passò così un anno. Cominciai ad odiarla. I suoi capelli, il suo naso, il suo neo stampato sull’avambraccio sinistro. Lo trovavo così disgustoso da considerarlo il neo più brutto del mondo. Avevo contato pesino i peli che ne fuoriuscivano. Ben 15 neri, ispidi, pungenti.
Una sera andai a trovare il mio amico Carlos. Era appena stato mollato dalla sua terza moglie.
Mio caro Joe, le donne sono tutte troie.
Non so, non credo.
Magari la tua no ma la mia mi ha lasciato per un avvocato di Roma. Hai capito? Un fottuto avvocato.
Immagino il tuo dolore.
Ma chi se ne frega! Mi manca solo una bella figa che cucina, stira le camicie e ogni tanto si fa sbattere al muro.
Beh ti dirò Carlos: la mia non stira, non cucina e invece di farsi sbattere preferisce il cinema con le succhia cazzi delle sue amiche!
Mollala Joe. Se non stira, non cucina e non scopa, a cosa servirebbe? E poi Joe…
Sì.
Cazzo avete 39 anni! Non avete intenzione di fare un figlio? Un pidocchio che vi cammina per casa e ogni tanto vi sorride facendo sciogliere la merda che c’è in voi!
Io veramente non c’ho mai pensato e poi voglio lasciarla, non farci un figlio. Non la sopporto più!
Mollala Joe, la tua Leslie non serve a niente.
Tornai a casa con le parole di Carlos nella mente. Decisi che il giorno dopo avrei lasciato Leslie, anche se mi avesse annunciato una malattia mortale, poi sarei partito. Avrei venduto la macchina per acquistare un camper di ultima generazione, la mia barba sarebbe cresciuta senza limiti per anni, insieme ai capelli e a quel figlio che tanto desideravo procreato in un momento di tenero amore con una fanciulla incontrata durante i miei vagabondaggi. Sì! Avevo deciso. Addio Leslie. Addio.
La mattina dopo Leslie si alzò si lavò i denti, prese il suo caffè e si vesti e mi svegliò.
Buongiorno Joe.
Mmm… che ore sono?
Dormito bene? Io vado, si sta facendo tardi.
Ah già.
Joe…
Sì?
Ti amo.
Erano anni che Leslie non mi diceva ti amo. Rimasi inerte nel letto fissando la sua figura sinuosa mentre lasciava la stanza, ormai invasa del suo profumo.
Mi alzai e la raggiunsi fino all’ascensore. Le porte si chiudevano ma il viso di Leslie era davanti a me.
Ti amo anch’io, le dissi, e tutto mi sembrò più chiaro, nitido, illuminante. E poi un bacio mandato con un soffio prima che la sua immagine scomparisse.
Una donna una mattina si alzerà, compirà i soliti gesti prima di uscire di casa. Ma a sorpresa dirà ti amo al suo ragazzo senza un apparente motivo. Parole mai dette, conservate gelosamente in qualche angolo della bocca, pronte ad esplodere se spinte da un improvviso fuoco. Poi prenderà la sua macchina per andare a lavoro. Canticchia, sorride alla vita e pensa che amerà il suo uomo per tutta la vita. Così non vedrà il rosso del semaforo e non sentirà il gran rumore provocato dallo scontro di tante auto. Succede così, c’è chi infrange e chi rimane, chi va via avendo in mente l’ultima immagine felice della sua vita. Un uomo che ti dice ti amo mentre le porte di un ascensore si chiudono. E lui che ripensa al sorriso di quella donna e a un bacio lanciato nell’aria con un soffio. Un bacio mai preso, libero, svolazzante, romantico. Tentare di acchiapparlo, sognare, ricominciare, giocare.

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