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Autore

Alessandra Lamboglia

in archivio dal 07 mar 2006

05 agosto 1968, Roma

07 marzo 2006

Lei

Intro: Chi sarà l'oggetto di questa misteriosa descrizione? Curata nei particolari, ricercata nella forma, appare come una dichiarazione d'amore. E forse lo è!

Il racconto

Bella in maniera sfavillante. Unica, come solo lei sa essere. Non teme confronti, nonostante altre bellezze che la imitano fino ad assomigliarle. Uomini senza occhi l’hanno violata, deturpata, ma lei è sopravvissuta e loro sono caduti, inghiottiti dalla loro stessa cecità. Protagonista a volte involontariamente, quando sarebbe chiamata a rimanere in disparte ed invece ruba la scena  ad attori di prima grandezza. Eccessiva, sfrontata e strafottente nel suo riuscire sempre ad essere al centro dell’attenzione in modo assolutamente naturale. Uomini straordinari l’hanno amata perdendo l’uso della ragione, offrendole doni incantevoli, frutto di genialità tramutatasi in follia, che l’hanno resa ancora più attraente e che lei ha reso immortali. Guardala all’alba, quando sonnecchia ancora sotto la luce che sorge, tenera e pura nella quiete, prima di esporsi alla volgare curiosità di chi ancora non la conosce e vuole a tutti i costi ammirarla, o alla distrazione di altri che ci convivono e hanno perduto l’iniziale passione. Guardala sotto il sole splendente, radiosa, che mostra lo spettacolo di sé stessa generosamente, senza pudori. Guardala sotto il cielo plumbeo, sospesa in un’atmosfera quasi irreale, così livida e corrucciata che vorresti ci fosse un modo per farla ridere, vulnerabile ma scintillante nella pioggia battente. Uomini senz’anima hanno provato a spezzarla, vergognandosi però di fronte alle sue ferite, alla profanazione della sua sacralità che avevano cominciato, e sono fuggiti lasciandola piegata ma non sconfitta, sofferente ma combattiva. Uomini non straordinari ma rispettosi l’hanno rimessa in piedi, curata, coccolata, gustandosi poi il suo ritorno alla vita. Guardala al tramonto, nella lotta contro  le ombre che vogliono sopraffarla, aggrappata finché è possibile all’ultimo spicchio di luminosità, sensuale al punto che il desiderio di lei ti spacca le viscere, la vedi sparire lentamente ai tuoi occhi e ti senti morire di nostalgia. Guardala di notte, ormai abituata all’oscurità, provocante e segreta, condividere il buio con gli insonni e i disperati, splendida meretrice tra le meretrici, complice senza giudicare, comprensiva senza moralismo, discreta e omertosa. Guardala adornata di colori, quando anche la natura gareggia nell’arricchirla, quando fa da cornice alla gioia incontenibile degli innamorati che sfilano disordinati al suo cospetto e la coinvolgono nei festeggiamenti di vittorie rare ed insperate. Uomini senza nome continuamente la deridono, criticandola, esaltandone tutti i veniali difetti come se fossero le sue sole caratteristiche. La mediocrità non può concepire l’immenso, crepa d’invidia di fronte alla grandiosità, si difende con la calunnia di fronte alla perfezione,  cerca la notorietà che non merita disprezzando ciò che neanche comprende. Lei non se ne preoccupa, non li prende in considerazione, e perché dovrebbe? È la tradizione e il progresso, il sacro e il profano, è l’eterna. Giù il cappello, signori: è Roma.

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