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Autore

Alessandro Bosca

in archivio dal 16 ago 2008

22 ottobre 1974, Mondovì(CN)

16 agosto 2008

L'uomo dentro di me

Certamente ti domanderai chi sia l’uomo
che parla ad oltranza con le mie labbra ed ogni
volta ti lascia incerta a masticare il dubbio
d’ aver perso il senso e l’occasione.
Non è un uomo per te, bambina che raccogli
fiori e li perdi lungo strada, non è uomo per te.
Ti si scioglie fra le mani e, benché tu abbia ragionevolmente
esperienza ed audacia, non ne puoi trattenere la sostanza.
E’ un uomo di ritmi sincopati, in controtempo
e tendenza, un abnorme vuoto di posizione; si
muove, sempre restando lì, eppure non lo vedi.
E’ un uomo maledettamente vecchio, benché il
suo volto sia intatto e scevro dai segni del tempo.
L’uomo che ora guardi ha trafitto un amore antico
per guadagnarne il cuore e berne il succo, ma è retrogusto
di fiele che ormai gli guasta il sapore di ogni cosa;
è un uomo che parla e non dice e per ogni
istante d’amore perde una vita.
L’uomo che ora guardi non ti guarderà
e nelle sere di appassionata malinconia
maledirà d’averti amata sottovoce; in quel
singolare anfratto tra fuga e necessità
si ciberà di te e di te si nutrirà e mi piace
pensare che, infine, a tuo modo tu gli appartenga.
L’uomo che vedi quando mi cerchi
è lo stesso che, inseguendo i tuoi occhi,
dopo averti trovata rinnega lo sguardo
e ricorda d’ avere una sorte di provvisorie dolcezze.

 

L’uomo che guardi, bambina che raccogli  fiori
e li perdi lungo la strada, son io soltanto;
dunque temi per quel che c’è da temere,
raggranella i sogni che devotamente deponi
sulla mia strada e lasciami andare.
Non c’è posto nei posti di questa vita che
possa concedermi giaciglio; io sempre
ritorno a partire ed inciampo, perché soli
si cade più spesso e più spesso si riguadagna
la via. Son io l’uomo che guardi e disegno il giorno,
crudele e smanioso, in cui mi scorderai, quando
finalmente andrò diritto per strade traverse
e ti lascerò sulla porta di casa a cullare la vita.
Solo ti chiedo di accendere un lume sottile nel
tuo giardino, perché a volte ritorno e potrei una sera
fermarmi a fumare sotto quel patio.
Temi quel che c’è da temere, di me e dei miei
occhi esiliati, lasciali giustamente bagnare di memorie
sconfitte… io son stato così, ricordalo ancora; son stato
un brevissimo autunno e se niente mi appaga e mi scalda,
niente m’appartiene davvero.
È nuovamente l’ora di Altrove, bambina che raccogli
fiori e li perdi lungo la strada, dunque volgiti indietro.
Sarò disordinato e tremante nel prender la via;
in fondo amare è stato al tempo un buon mestiere
e potrei desiderare nuovamente di sgretolare
la mia pelle al calore terribile di te e di lasciare
che siano le tue mani, ancora le tue mani, a  percorrer le mie.

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