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in archivio dal 12 nov 2007

Alessia Bianchi

30 settembre 1979, Milano (MI)

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  • Come comincia: Aspettavo con ansia la chiusura invernale delle scuole per poter passare più tempo con lei. Mi accompagnavano con l’auto fino ai cancelli. Poi Lui scendeva, dal portabagagli prendeva la mia borsa, si chinava, io socchiudevo per un attimo gli occhi, in attesa di quel qualcosa che puntualmente non si verificava, ma era una mancanza passeggera che subito svaniva non appena mettevo piede nel suo giardino e la vedevo là, china, a lavorare al suo orto, poco importa che mese dell’anno fosse. Notavo anche quell’alone di tristezza velarle il viso quando sentiva il motore dell’auto rimettersi in moto e ripartire, ma mi facevo complice del suo silenzio, fingendo di non essere stata né vista e né sentita. Camminavo piano, in punta di piedi, attenta a non creare il minimo rumore, fino a fermarmi alle sue spalle.
    “Quante sono le stelle nel cielo?”
    Sentivo il sorriso subito prendere forma, quindi affondavo gli incisivi nel labbro inferiore, costringendo così la bocca a restare ferma. Restavo perfettamente ritta nel mio cappottino blu, stringendo con la mano la tracolla della borsa, lo sguardo che restava fisso su quei ricci canuti raccolti in uno chignon. Trattenevo sempre il respiro nell’attesa della sua reazione.
    “Le stelle non sono lì per essere contate. Sono lì perché tu ne possa scegliere una, perché possa credere che almeno un pezzettino di cielo sia tuo.”
    Lo sapevo che avrebbe risposto così, ma adoravo sentirglielo dire ogni volta. Mi piaceva farmi cullare dall’idea che in quella vastità, poco importa quanto grande, ci fosse un pezzettino fatto apposta per me, che qualcuno avesse pensato a me mentre lo costruiva e avesse detto “ecco questo pezzetto di cielo è per Ainhoa”.
    Aspettavo impaziente che si rialzasse, che mi prendesse per mano e mi accompagnasse in casa sua, per poi riprendere con altre domande che creavano solo un terreno fertile per le sue numerose risposte.
    I giorni scorrevano rapidi con lei, mi riversava addosso tutte le cure possibili, e parlavamo parlavamo tantissimo, ma soprattutto mi piaceva ascoltarla, sentire la sua storia. L’avrei ascoltata per ore, ogni sera era un dramma mettermi a letto, così, nonostante non fossi poi più così piccola, mi concedeva di dormire con lei, raccontava e mi accarezzava i capelli (diceva che avevano la stessa lucentezza delle stelle..)
    Aveva un modo tutto particolare nel raccontare le storie, la sua voce era bassa, calda e leggermente graffiata dalle molte sigarette. Ma non aveva lo stesso odore di tabacco di suo figlio. No, lei odorava di buono, di pulito. Ogni volta che andavo a casa sua, mi piaceva chiudere gli occhi, fare un respirone e cercare di trattenere il più possibile dentro di me quella fragranza alla lavanda, convinta che così poi avrei potuto assimilarla anch’io. E poi gesticolava, gesticolava sempre, ma con intelligenza, ogni gesto, ogni movimento era atto a captare ancora di più la mia attenzione a rendermi partecipe della sua storia. Aveva delle grosse mani nodose, macchiate dall’età e segnate dai molti anni di lavoro, ma quando le muoveva, lo faceva con un grazia superba.
    Mi incantavo ad osservarla a sentire i suoi racconti, ricordo che il mio dispiacere più grande era quello di non essere stata con lei anche allora, dispiace che veniva soppiantato solo da uno maggiore quando il suono del clacson mi avvisava che per me era arrivato il momento di tornare a casa.
    Mi accompagnava fino alla porta di ingresso. Ci stringevamo forte, poi lei si abbassava, mi posava una bacio sulla fronte e mi dava una simpatica pacca sul sedere per farmi andare via.
    Puntualmente aprivo la porta, muovevo qualche passo lungo il vialetto e poi tornavo a girami..
    “Quante sono le stelle nel cielo?”
    “Le stelle non sono lì per essere contate. Sono lì perché tu ne possa scegliere una, perché possa credere che almeno un pezzettino di cielo sia tuo”
    Rispondeva ancora, con quella dolcezza che la contraddistingueva sempre.
    Le ho sorriso, anche quella volta, soffiandole poi un bacio con la mano, gonfiando bene le guance certa che così arrivasse a destinazione. Uno sguardo all’auto, loro due ancora chiusi dentro, Lui che preme ancora la mano sul clacson.
    "Vedi, nonna, io voglio andare a vivere lì..."

     
  • 14 novembre 2007
    La primavera perfetta

    Come comincia: Mi aveva truccata come una bambola, le guance messe in risalto da una cipria particolarmente rosea, le labbra appena ripassate con del lucidalabbra. Seduta su una sedia, perfettamente dritta con la schiena, avvolta in quel tutù color madreperla, in perfetto pandan con le scarpine. Mi spazzolava i lunghi capelli rossi che mettevano ancora più in risalto la mia pelle chiara. Socchiudevo gli occhi, al tocco della sua mano che mi sfiorava la nuca, lasciandola poi scorrere lungo la chioma, seguendo i denti della spazzola che si intrecciavano tra i capelli, rendendoli ancora più lisci.
    Ogni volta che piegavo un poco la testa di lato, mi sfiorava una guancia con la mano, riportandomi ad assumere quella posizione perfettamente eretta. Il suo tocco era delicato, morbido. Caricavo quei gesti di un’inusuale dolcezza, lasciandomi completamente cullare da quelle sue cure.
    Lei non parlava, ed io assecondavo il suo silenzio, nella paura che anche solo un respiro più profondo del normale potesse rompere all’improvviso quel incanto.
    Ha separato le ciocche, percorrendole ancora una ad una più e più volte con la spazzola, per poi attorcigliarle su se stesse e fermarle con una forcina, infilando poi al centro una rosellina bianca. Strizzavo gli occhi, serrando maggiormente le labbra, evitando di liberare in lamento, ogni volta che sentivo tirare e pungere la testa.
    Le altre erano quasi tutte pronte, il vociare che si faceva sempre più intenso man mano che ci avvicinavamo all’ora della messa in scena. Sentivo i loro trilli di eccitazione per ciò che si sarebbe consumato di lì a breve, ma non le ascoltavo, preferendo isolarmi del tutto, lasciandomi avvolgere completamente dalla sua presenza, godendo di quella vicinanza che raramente era concessa e cercata.
    Si è chinata in avanti... avvicinandosi al mio orecchio
    Ricordati di stare sempre con la testa alta… e di sorridere… non lasciare vedere la fatica, devi essere radiosa… felice di lasciarti trasportare dalla musica... abbiamo riprovato i passi più volte…l’importante è che tu stia tranquilla...
    Un’insolita dolcezza nel tono, che lentamente mi ha risvegliata da quell’incantevole torpore. Al tocco della sua mano sulle spalla nuda, ho sciolto l’intreccio delle caviglie, posando a terra i piedi, riuscendo a sentire perfettamente le incrinature del parquet attraverso la sottilissima suola delle mie scarpine. Mi sono messa in piedi, le altre si stavano già allineando, ma ancora non ero pronta per raggiungerle, la voce dell’insegnate che mi chiamava giungeva come un eco lontano. Lentamente mi sono girata, alzando il viso, ricercando il suo sguardo, ci siamo osservate a lungo, fino a quando poi Lei si è abbassata, dolcemente, mi ha sistemato una rosellina bianca, incastrandola perfettamente tra le ciocche.
    Sarai una primavera perfetta, e vedrai che questo giorno non lo dimenticherai mai..
    Sono restata ad ascoltarla, fino a quando non ho sentito la mano dell’insegnante prendere la mia per portarmi dalle altre. Lo sguardo che restava sempre fisso su di Lei. Era bellissima, curata in ogni minimo dettaglio, mi ha osservata ancora per qualche attimo per poi voltarsi e scomparire in una nuvola di eleganza.
    Le altre bambine che continuavano a parlare tra di loro, mentre io restavo rinchiusa nel mio mutismo, ripercorrendo nella mente le sue parole, i suoi gesti, certa che così non li avrei mai più dimenticati.
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, a darmi ancora più forza.
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando ho visto le prime bambine entrare sul palco, leggere come foglie, iniziavano a dare vita alla spettacolo..
     “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando ho sentito le gambe irrigidirsi..
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando invano l’insegnante ha iniziato a darmi delle leggere spinte sulla schiena, avvisandomi che era il mio turno
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando ho incontrato lo sguardo di tutte le altre piccole ballerine che attendevano solo il mio ingresso
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando ho lasciato scorrere lo sguardo sulla prima fila, distogliendolo subito, nella paura di incrociare quello che Lei, che ugualmente sentivo addosso, inteso e profondo al punto tale da bruciarmi la pelle..
     “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando poi un nodo mi ha stretto la gola, liberandosi subito con dei singhiozzi violenti e improvvisi al punto tale da sovrastare le voci dell’insegnante e di alcune bambine dietro di me…
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, mentre ho iniziato a correre via, prendendo dentro la sedia dove solo qualche minuto prima mi ha sistemata come una bambola di porcellana, scaraventandola a terra.
     “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, voltandomi prima di abbandonare la stanza che ci avevano riservato per l’occasione, osservando con gli occhi ancora carichi di pianto e vergogna, il viso incredulo dell’insegnante, mi sono girata ancora, lentamente, lo sguardo ancora basso, a fissare quelle scarpette a cui ho negato la loro serata. Una fragranza al mughetto, la sua figura in fondo al corridoio, di spalle…
    “Sono una primavera perfetta”

     
  • 12 novembre 2007
    Un'altra bambina

    Come comincia: Arrivavano sempre alla chiusura delle scuole per passare tutta l’estate con noi. La nostra casa era molto grande e non era affatto un problema ospitare quattro persone. Joaquin e Jorje in quei giorni diventavano i miei amici.
    Trascorrevamo la maggior parte delle nostre giornate nel parco e puntualmente Joa a fine giornata proponeva il gioco del Toreador.
    Più che altro era un gioco che subivo passivamente, l’idea del toro che alla fine doveva sempre morire non mi piaceva affatto, specie perché tra i tre, quella che doveva sempre fare la parte della povera bestia ero io. Restavamo nei pressi della casa, sotto l’occhio vigile delle nostre madri, che si sollazzavano sotto il gazebo, godendo del fresco dell’ombra.

     

    Una monetina per sorteggiare chi dei due avrebbe fatto il torero: Joaquin

    "Allora io faccio il torero e tu fai il toro, però ti devi impegnare, devi scalciare con il piede… ricordati delle corna quelle sono fondamentali... e questa volta usiamo anche queste".

    Aveva spezzato altri due rami, fornendosi così delle dovute spade. Poi come sempre si piegava a terra, sorretto da un solo ginocchio, si tirava più su i calzoni cercando di imitare il classico abbigliamento che sfoggiava suo padre. Lentamente poi si rialzava, si levava il cappello di paglia (altro non riuscivamo a trovare), si voltava verso la platea, lo rigirava nella mano, inscenando un inchino, ricercando un’eleganza assoluta che lo faceva apparire solo più buffo e goffo.

    "Joa, conciato in quel modo ricordi più Sampei che un una grande toreador".

    Non riuscivo a trattenermi, tanto era buffo, ma subito mi rimise al mio posto.

    "Ainhoa, si tratta di una cosa seria, io da grande farò proprio questo, così come mio papà, ci vuole eleganza stile, lui mi dice sempre che è come una danza, sì, lui balla con i tori e riesce a domarli tutti… tutti i tori del mondo! E ora fai il toro".

    Cercava anche di scimmiottare la voce, si calava perfettamente nel personaggio. Una sua sventolata con la federa sottratta dalla camera dei miei genitori, trasformatasi per noi in una splendida muleta dal rosso intenso, vivo… e subito io mi ero calata nel mio essere toro.
    Due metri o poco più ci distanziavano, come da rito. Prima dovevo far scivolare più e più volte il piede contro il suolo, ricoprendomi così le ballerine di vernice bianca di terra. Le dita, importantissima la posizione delle dita, gli indici puntati ai lati della testa, ben ritti, ero un toro perfetto, la schiena completamente inclinata in avanti. Stava a me la prima mossa, dovevo girargli intorno o meglio, danzare attorno alla sua figura, così almeno diceva lo zio, “l’animale sa che andrà incontro alla morte, ma è come se stesse rendendo un omaggio, sa che sta partecipando così a un qualcosa di più grande di lui”. Non ho mai ben capito queste sue parole, però il gioco mi divertiva.
    I miei indici rigidi che continuavano a puntarlo così come i miei occhi... gli giravo attorno, respirando sempre con maggior intensità cercando di imitare al meglio l’animale.
    Lui mi seguiva sempre con lo sguardo, in perfetto contrasto con la mia postura, era ritto nemmeno avesse ingoiato una scopa, muoveva lentamente il polso che reggeva la spada, mentre con l’altro lasciava ondeggiare la muleta. Ecco, era arrivato il momento per me toro di immolarmi per quel qualcosa di più grande. Facevo anche dei versi se non mi ricordo male, strofinavo ancora di più la ballerina sul terreno, mi acquattavo ancora di più per poi dare vita al mio attacco.
    Ogni volta che caricavo, che correvo contro di lui, Joaquin alzava la muleta battendomi leggermente la spada sulla schiena, non mi faceva male, ma quei tocchi, seppur innocenti, non facevano altro che alimentare in me la voglia di far vincere per una benedetta volta questo povero toro. I colpi continuavano... io che facevo finta di cadere e poi mi rialzavo..

    "Ainoha, basta adesso devi morire… ora il toro muore e io esulto... Ainhoa basta è così che funziona il gioco, il toro muore… Ainhoa…"

    Ormai non lo sentivo nemmeno più, era come se una forza maggiore si fosse impossessata di me. Ogni volta cadevo e mi rialzavo e con rinnovata forza andavo a sbattere contro di lui, le corna che restavano ben ritte, ero un toro stupendo, continuavo a colpirlo fino a quando non gli ho fatto cascare la spada di mano. Allora lì ha avuto inizio la vendetta del toro, mi sono chinata e mentre lui continuava ad urlarmi che non era così che funzionava il gioco... che io ero morta... che il toro non ha le mani, che non può prendere la spada… ho inziato a colpirlo con il ramo. Lo avevo afferrato con entrambe le mani, lo tenevo ben stretto per evitare che mi scivolasse via…

    Il mio nome che continuava a risuonarmi della mente, la voce di Lei che mi richiamava che mi urlava di fermarmi, ma non potevo, era come se dentro di me ci fosse un qualcosa che me lo impediva, continuavo ancora e ancora, aumentando l’intensità delle mie bastonate, sulle gambe, sui fianchi... lui che cercava di ripararsi, singhiozzava anche e io che andavo avanti, incontrollabile, almeno fino a quando non ho riconosciuto quell’odore di whisky misto al sigaro e un attimo dopo le sue braccia possenti prendermi per la vita e trascinarmi via...

    "Sai Joa, a volte mi capita di sentire nascere dentro di me un’altra bambina e non riesco a controllarla... non volevo davvero farti male... davvero..."

    Da quell’estate gli zii non vennero più a passare le vacanze con noi…