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in archivio dal 30 gen 2006

Alessio Radice

13 febbraio 1983, Padova

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  • 26 agosto 2006
    Istinto di Thanatos

    Sfioro ogni giorno le ombre del destino
    Camminando sull'anima di chi mi ama

    Giorni che bruciano la vita
    Notti che placano i dolori

    Susseguirsi di logore parole
    Nate per esser poi dimenticate

    Oceani di delusioni annegano le mie voglie
    Cado sotto lo sguardo insistente delle stelle

    Stare fermo a guardare i tuoi pensieri
    L'unica cosa che importa

    Nulla più

    Atavica
    Energia
    Distruttiva

     
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  • 30 gennaio 2006
    Volute

    Come comincia:

    Evitate la moderazione.
    Siate caldi o freddi.
    Mai tiepidi.
    Kevin Roberts

     

    Entro nella stanza e la prima cosa che vedo è Lauren, sulla poltrona, a gambe aperte. Ha in mano un bicchiere di vino, indossa una canottiera rosa e dei pantaloncini neri aderenti. E’ incantevole come la notte che ho lasciato fuori dalla porta: forse di più.
    I capelli biondi mossi, raccolti a cipolla sopra la nuca e tenuti insieme da una matita la fanno sembrare una ragazzina di sedici anni. Sta guardando la TV.
    ”Com’è andata, gioia?”
    Mi avvicino e le bacio la fronte.
    ”Sono a pezzi. Questo lavoro mi sta distruggendo. Non so se riuscirò a reggere ancora molto.”
    ”Dici sempre così.”
    ”Oggi ho scaricato settecento scatoloni pieni di jeans. Non sento più la schiena e le braccia mi tremano ancora per lo sforzo.”
    Mentre lei torna a guardare la TV io vado in cucina, apro il frigo e stappo una birra. Mi appoggio al tavolo e chiudo gli occhi. Vedo dipinte, sulle palpebre chiuse, le figure degli scatoloni di jeans, le cancello ridestandomi e andando a sedermi, in sala, accanto a Lauren.
    ”Come mai ancora sveglia? Sono le due. Non hai sonno?”
    ”Da morire. Avevo voglia di vederti e rimanere un po’ con te. Con questi orari non riusciamo mai a stare insieme.”
    ”Lo so, piccola. Devo guardarmi in giro e cercare un altro lavoro. Non è così facile.”
    Lei ha lo sguardo incollato allo schermo ed il mio è fisso sul suo viso. La  vita era una guerra. Brutti lavori, bollette dell’acqua, macchina da revisionare, la spesa, scarpe nuove, la noia, le guerre, la gente stupida, ogni mille passi un centro commerciale colmo di cose inutili: non c’era via di scampo e se esisteva non era alla portata del genere umano. Ma stavo bene. La guardavo e la sua innocenza faceva svanire l’orrore della realtà, non avevo bisogno d’altro.
    Lauren appoggia il bicchiere di vino vuoto per terra e chinandosi la matita che teneva assieme i capelli, cade a terra, rivelando così la sua intera femminilità. Si volta a guardarmi, ha un occhio coperto da una ciocca di capelli e l’altro mi guarda come per dire, va tutto bene, ora ci sono qui io.
    Si alza dalla poltrona e viene a sedersi sulle mie ginocchia, sento una fitta fortissima alla coscia ma faccio finta di niente. Le sue labbra si appoggiano alle mie suggellando ogni mia voglia di dire qualcosa. E’ morbida e profuma di donna, la sua lingua accarezza la mia e sento un brivido lungo la schiena.
    Rimaniamo stretti in quel modo per un tempo indefinibile. Il concetto di minuti, ore, secondi, in quell’occasione è senza senso, potevano essere passati anni o pochi istanti, cosa importava. Nulla, credo.
    Le cingo i fianchi e la invito ad alzarsi per andare in camera da letto. Attraversiamo il corridoio, tenendoci per mano, senza dire nulla.
    Accanto al materasso, Lauren si toglie con facilità i pochi vestiti che ha indosso e si siede sul bordo. Con un movimento gentile della testa porta i capelli sul lato destro del collo e si sdraia mostrandosi in tutta la sua candida lucentezza. Mi spoglio anch’io ma ad ogni movimento, ad ogni indumento che mi levo, sento scariche di dolore che mi penetrano ovunque. La guardo per qualche secondo e mi sdraio accanto a lei. Le appoggio la testa sul ventre e chiudo gli occhi. Lei mi accarezza i capelli, e in quel preciso istante mi dico che posso anche morire. I nostri due corpi si uniscono e non esiste più nulla, tranne noi due, i nostri profumi e i nostri sospiri. Qualcuno ha detto che si può andare in paradiso anche prima di morire. Niente da obiettare, aveva ragione.
    Passiamo la notte a nutrire la nostre voglie e le nostre anime: in simbiosi raggiungiamo appagamenti senza fine, lampi d’accecanti piaceri giungono direttamente alle nostre menti, stordendoci e lasciandoci senza respiro.
    Ci addormentiamo così, come abbiamo iniziato, con la mia testa sul suo ventre, e l’ultima immagine che vedo è quella delle mani gentili di Lauren che tengono le mie.


    Apro gli occhi e una debole luce entra attraverso le veneziane, giocando con la finissima polvere crea volute simili a spettri. Lauren sta ancora dormendo, ha il sorriso sulle labbra e mi chiedo cosa stia sognando.
    Mi alzo lentamente senza far rumore, esco dalla stanza e vado in bagno. Mi lavo il viso, lo asciugo e mentre tolgo l’asciugamano dagli occhi mi vedo riflesso nello specchio. Occhi belli, profondi e tristi, penso.
    Ritorno in camera e Lauren dorme ancora. E’ a pancia in sotto e il lenzuolo le copre le spalle lasciando scoperto tutto il resto del corpo. Senza svegliarla riesco a baciarle le gambe, proprio dietro al ginocchio.
    Lei emette un sospiro. Io sorrido.
    A terra ci sono ancora i miei abiti, li raccolgo e vado in soggiorno a rivestirmi, guardo la TV spenta, poi entro in cucina, riscaldo il caffè sul fornello e lo bevo lentamente. Molto lentamente. Decido di uscire per comprare il giornale e per prendere una boccata d’aria.
    Giù in strada c’è un’atmosfera frizzante, un soffio di vento gelido mi accarezza il viso, poi, ad un tratto, cambia direzione e mi spinge in avanti. Guardo l’orologio digitale appeso al balcone della casa oltre la strada. Sono le 7:52.
    Mentre cammino lungo il marciapiede in direzione dell’edicola passo accanto ad un mendicante infreddolito. Ha più o meno la mia età, è infagottato dentro ad un sacco a pelo e i suoi occhi sembrano implorare pietà.
    Mi avvicino, i nostri sguardi si baciano, tiro fuori il portafoglio e gli metto nella borsa di plastica che ha di fianco, 200 sterline, tutto quello che ho. Mi levo l’anello d’oro che porto al dito e glielo infilo nella tasca laterale del sacco a pelo. Ci guardiamo ancora pochi istanti, lui socchiude gli occhi mi fa un sorriso, io capisco quello che vuole dirmi e strizzo l’occhio, sussurrandogli, tutto ok, amico, non ti preoccupare .
    Lo saluto e mi rimetto in cammino verso l’edicola. L’aria mi entra nei polmoni senza sforzo; per il freddo mi scende una lacrima dall’angolo dell’occhio. Mi fermo davanti alla vetrina di una pasticceria e osservo la mia immagine riflessa, poi mi dico: in fondo, la vita, non è poi così male.