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Poesie di Alex Prosperi

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  • 30 aprile 2013 alle ore 12:44
    Bacco

    Vado a passo brado ad alto tasso d’alcool:
    lo sguardo stanco, vacuo, tasto antro e anfratto,
    appaio pazzo, vago rapido fra muri e marmo che inquadro,
    ma cado di naso, molto più ubriaco fradicio che mago,
    mi sfascio il cranio, rado raso il capo,
    resto steso per un pezzo sull’asfalto bagnato
    lercio come un cane sguercio abbandonato!

    E poi m’incammino, m’inchino
    ad ogni lampione mio amico
    che m’illumina la strada,
    m’indica la via ch’è lastricata di vino,
    e più vado avanti e più i miei passi stanchi
    sono massi grassi che a stento trascino!
    Sento che ho bisogno ancora di vino, ancora di mirto,
    è fitto d’insidie il cammino, irto di spine, sto zitto,
    se il saggio indica la luna io non guardo mica il dito,
    ma miro e m’irrito perché il mio limpido nettare divino è finito!
    Mi dispero, mi celo, e m’arrampico
    su un cancello amaranto di ferro antico,
    impreco contro il cielo, un qualsiasi dio Greco
    ed il solito bieco che mi chiama Dioniso!

    Io non sono Dioniso ne Iacco,
    sono figlio dei romani,
    fra le mie mani
    sorge uva di vino bianco!

    Le mie vene sono piene
    di vino e sangue rosso che
    scende dalle tempie, rende queste sere vere!
    Questa sera resta che
    il mio corpo è un tempio, i chicchi d’uva stelle per te!

    Sputo, poi uno starnuto poi rubo
    un fiore canuto, caduto da un rovo di gigli,
    lo piego tre volte e lo lego in un minuto
    attorno ai suoi capelli biondo-vermigli
    lei ride, mi guarda in faccia, fa due sbadigli,
    fa una boccaccia, io ho la bocca acida,
    la notte gracida come una rana flaccida
    spiaccicata in uno stagno di birra rancida!
    La mia pancia da segni di cedimento,
    ricado secco sul cemento freddo, non mi riprendo,
    lei mi alza, mi rincalza, mi stringe fra le braccia,
    vicino al suo caldo petto,
    mi sento stretto come un insetto in trappola
    nella morsa tragica di una pianta carnivora, ma
    è così dolce che s’è questa la morte
    io vorrei riviverla …

    “O mia bambola questa nottata non passerà in fretta,
    aspetta, ho da farti una promessa, resta…
    Resta con me e resterai per sempre
    la donna di un dio con l’uva alle tempie,
    nelle tende delle terre dove è perennemente
    periodo buono per le vendemmie,
    nelle lande dove gocciola vino buono dalle stelle!”

    Le mie vene sono piene
    di vino e sangue rosso che
    scende dalle tempie, rende queste sere vere!
    Questa sera resta che
    il mio corpo è un tempio, i chicchi d’uva stelle per te!

    Mi desto e mi sento morto e rotto:
    il giorno dopo è sempre un botto.
    Il suo corpo contorto e nudo mi è nuovo,
    il suo volto buono che sorride un poco
    mi sfiora un lobo, non le rompo il sonno…
    La dea che mi giace affianco io non la conosco,
    e neanche il posto mi dice niente,
    ma c’è odore di mosto ed io mi sento un mostro,
    un po’ strano, un po’ stanco,
    mi giro dall’altro lato sull’altro fianco,
    mentre ricompongono la notte che ho scomposto
    a furia di vino bianco, di vino rosso…

    Lei si sveglia, mi guarda e mi gira dalla sua parte,
    mi parla piano, mi chiama già amore, ma io non ho partner,
    le svelo la bella magia, mentre sembra cominciare a piangere
    le confido in segreto che è la solita bugia che racconto a tante…

    Le mie vene sono piene
    di vino e sangue rosso che
    scende dalle tempie, rende queste sere vere!
    Questa sera resta che
    il mio corpo è un tempio, i chicchi d’uva stelle per te!

  • 11 novembre 2011 alle ore 23:39
    Pezzo primo

    Mi divertivo a passare le notti
    accoltellando il tuo nome invano,
    primule rosse sul tuo viso bianco
    e steli di ciglia come su altari
    spinti nei campi,
    sopra i bei fianchi dei tuoi nubifragi.

    E si appoggiavano mille occhi sui tetti
    e tu rinchiudevi i miei spettri nel cuore
    e il tuo stomaco esploso in mille frammenti
    spargeva intorno
    un amore cresciuto nel pianto
    e che nel pianto si divertiva.

    E quando morivo tu non mi chiedevi
    cosa accadesse: colpa di quello
    strano silenzio,
    spinto più in là e fin troppo lontano.

    Ma muta restavi e in calze di seta,
    accumulavi tue colpe alle mie
    e mi gettavi in mille stracci di madre,
    come con mani
    a dirmi che, vedrai, andrà tutto bene.

  • 08 novembre 2011 alle ore 1:10
    Lettere a miriadi, senza risposta

    Nell'afflitta risacca,
    la marea mi ha lasciato
    una bottiglia vuota.

  • La pioggia sembra
    che non mi tocchi
    ed i semafori
    assomigliano ai tuoi occhi!
    Non sapevo che i pidocchi
    trasportassero gli ombrelli!
    Come il grido di una resa,
    come altri riti strani,
    ci eravam dimenticati
    di esser poco più che umani!
    Treni vecchi e dissennati
    non ti porteranno via,
    serve un cielo pitturato
    da quattordicimila mani,
    tutto d'oro,
    per nasconderti da me.

  • 15 settembre 2011 alle ore 23:12
    E ancora ti cerco, per saperti di voci

    E ancora ti cerco, per saperti di voci:
    se ancora il tuo volto è fatto di rime
    o se di sera la luna lo investe di grida,
    io ti cerco negli occhi, ma sei di voci.
    E di nuovo vengo a chiederti un silenzio:
    la tua schiena muta, come una farfalla,
    sopra questi calli, all'ombra sospirosi.
    E ti cerco ancora, ma sei fatta di voci
    e i tuoi spigoli sono versi declamati
    lungo le pagine bianche delle gambe.
    E vengo di nuovo a chiederti un silenzio,
    mentre ti distendi e ti fai sola, bella,
    una voce lunga come una poesia.

  • 06 settembre 2011 alle ore 0:35
    Poche cose, di sera

    Essere un sasso, muto.
    Nelle pieghe di una spiaggia assolata gettato
    o nella sera assetata disteso,
    supino,
    il muso alle stelle.
    Come molle riposo di amache al vento,
    godere del vento.
    Soffocato nello spasmo,
    un lisciore che attanaglia.
    Morso dai denti delle bocche
    dei piedi dei passanti
    e saltare di soffio in soffio.
    Sostare sospeso e godere all'assillo
    di un brivido opaco,
    un grido di sfida sputato dal cielo.
    Essere un sasso, senza sentire, senza sapere.
    Muto e sostare...
    Sostare.
    Stare.
    Essere un sasso.

  • 06 settembre 2011 alle ore 0:29
    Fiore

    Arterie di cielo costretto in canali
    di viscide braccia rugose e vecchie,
    che colore potranno mai avere?
    Come stanno le barche arenate,
    i cani, le corse, le tue vesti sottili?
    Dove vanno le tende succhiuse,
    la bassa marea, i vecchi pontili,
    quando alla sera rimane un lamento?
    Come stanno i tuoi cari poeti,
    i bar di stazioni, la spiagga d'argento?
    Come sta il fiore che mi hai dipinto?

  • 06 settembre 2011 alle ore 0:26
    Vorrei ad accarezzarmi capelli biondi

    Vorrei ad accarezzarmi capelli biondi
    come stelle di fieno infuocate dai venti,
    e boccioli di rose sulle vene alle tempie
    ad alti innalzare vertigini e scempi
    su questa mia pelle, terra arata, e l'indondi
    di piccole gemme dorate e fulgenti.
    E nell'ombra accasciarmi, di notte,
    entro l'intimo, ansante, sospiro stanco.
    Quando l'ultima ombra s'avvalla fra i monti
    di seta e si stendono muti racconti.
    Vorrei a raccogliermi i versi, parole rotte,
    le tue valli di perla, girate su un fianco.
    Vorrei l'albe migliori, nell'ora in cui intaglio,
    seduto sulla rossa ritirata dell'onde,
    con il naso estraneo, una vela all'orizzonte,
    a spiegare le ali, le dune, le alghe, le volte,
    l'attesa, la prospettiva di un lontano scoglio,
    che non arriva, che l'aurora confonde.

  • 06 settembre 2011 alle ore 0:25
    Al mondo e a te, uomo

    Come ogni volta riappare questo mondo terrestre,
    dalle fogne in cui stava, nascosto come un rimorso,
    nelle tasche consunte di un vecchio cappotto.
    Maleodorante come un livido scuro o uno spettro
    che esce nero dal fondo, silenzioso come una crepa
    s'insinua e viscido vacilla e trema.
    E' una ruga di rancore che riaffiora più pesante ogni giorno,
    allo specchio al mattino, che ti scava negli occhi e la notte,
    nei sogni, diventa il tuo volto.
    E' un sonno di melma che s'appiccica addosso, un tonfo,
    un verme rabbioso che brama e s'incolla come un peso al collo.
    E' un ricordare che ti invecchia e che ti sfianca.
    E' un incubo ubriaco
    in cui da troppo tempo sostiamo.

  • 06 settembre 2011 alle ore 0:23
    Tutto quello che non so

    Tutto quello che non so io ve l'ho già raccontato
    e adesso resto qui in questa terra di mezzo.
    Ho i suoi occhi appessi che mi stanno a guardare,
    le parole senza un suono che s'aggrappano alle chiome,
    rovi di spine di ricordi che m'intrecciano i malleoli
    e un rivolo di sonno che mi dorme accanto.

    Ho la bocca asciutta come un sasso lanciato,
    ho il rimbombo sull'onda e un sole che schianta,
    ho tempi inconsueti che rincalzano l'aria.
    E poi vecchie solitudini e scogli lontani, ho vicoli scuri,
    ho fogli buttati e candele spezzate, sogni infranti,
    ho notti insensate come strane preghiere a imbalsamati dei.
    Ho flotte di treni che partono e lacrime e pianti,
    ho il buio di scale diverse e una voce di bimba,
    ho mani rugose di madre ancora a consolare
    e poi mute parole che sembrano miliardi di voci.
    Ho truppe di maghi e castelli di incontri,
    ho i cieli per soffitto, in questa città amara
    e il suo sapore di sempre come storie di bambini.

    Ho le carezze sue nel buio, come lucciole festanti,
    ho le rose sue ancor chiuse, aspettando primavera
    e ancora e ancora, ho il suo sguardo d'amore
    mentre il naso le narra di quello che sa da sempre,
    poi baci e baci di nuovo, poi baci ancora, per sempre.

    Ho volti mascherati come parole senza significato.

    Ho addii, di nuovo, sopra carovane di metallo,
    ho milioni di scuse d'affetto sopra i carri trainati
    dai cavalli delle bugie. Ho nuvole passeggere, promesse,
    mancanze e invenzioni, ho un letto di mille poesie dismesse.
    Ho notti insonni come strane preghiere a dei inventati,
    orde di barbari che m'assalgono al buio,
    branchi di sogni afflitti, che di giorno si sveglian con me,
    che mi danno a che pensare. Ho più nulla di lei.

    Ho facce di cera, come urli dentro alla pancia.

    E poi ecco il sole, ecco il mare, ecco un anno,
    ho un giallo fare ricorso al mio livido sostegno,
    ho cancelli che si chiudono in tempo,
    ho bocche che raccontano tutto quello che mi serve,
    solo qualche volta ho le notti di allora.
    Ho un cane che abbaia al padrone che torna,
    ho dichiariazioni, perdoni, solitudini, sacchi di fiori.

    Ho voglia di darle un bacio grande dove meno se l'aspetta.

    Ma ho segnali di fumo di indiani troppo lontani,
    ho dubbi di ghiaccio da paesi troppo freddi,
    che non so sciogliere, che non so scegliere,
    a cui né io né lei non sappiamo rispondere.

    Ho ancora in mano questo foglio bianco
    e tutto quello che so ancora l'ho da scrivere.
    Ho ancora in mano il suo volto stanco
    e tutto quello che non so gliel'ho detto da sempre:
    ho il suo amore come spilla che sgonfia questo mondo,
    ho il suo odore come la speranza che non muore,
    i suoi baci che non sanno di persona,
    i suoi fianchi e il suo seno che non hanno parola,
    la sua rosa che ogni volta mi permette di vedere il fondo.

    Qualche altro fiore è nato in giardino.
    Tutto quello che non so ve l'ho già detto prima.
    Sono qui a sostare in questa terra di mezzo
    mentre attendo qualcosa, qualcosa che non so.
    Qualche altro bambino è nato in balcone,
    tutto quello che vi ho detto me lo sono rimangiato
    e adesso lasciatemi qui, in questa terra di disprezzo.

  • 01 settembre 2011 alle ore 14:19
    Soli andiamo sempre, verso un'altra era

    Soli andiamo sempre, verso un'altra era.
    Tremula il mio cuore, ma è un singhiozzo,
    un gemito sordo prima del sonno, un ultimo
    sussulto. Per tutti c'è nascosto un momento
    che chiudiamo nel pugno, in un antro
    di sudore, appiccicati alle palpebre stanche.
    Per tutti arriva il sentore, distesi sul letto
    di morte, come un velo bianco, prima di partire.
    Batte il cuore mio, ma è un instinto suicida,
    come il vecchio che sa e che immola
    alla ultima sua ora la vittima di un bacio:
    incauto movimento che sa di sacrificio.
    Batte il cuore mio, ma è un singhiozzo,
    un pianto inerte che esplode alla meta,
    un osso che si spezza sopra il muscolo
    che trema, come un iceberg che si crepa
    per affondare per sempre, solo.

  • 03 agosto 2011 alle ore 15:07
    Non vi sopporto.

    Cane è il mattino e s'arrocca il latrato
    sui miei orti e fra steli di ciglia s'accende
    la serranda d'alluminio. Destato
    il capo dalla cuccia della notte, scende
    dai cieli divelti da nuvole gialle, un sole
    corsaro, sulle lingue degli astanti.

    Strascichi di orfani nembi s'azzuffano
    come piccoli omuncoli fra le punte delle
    chiome dei miei cappelli, arsi s'accendono
    miriadi di astri a rincorrere le stelle.
    Il vento operaio ha incrociato le braccia,
    il bosco s'accascia padrone di niente.

    La luce inonda la torre di guardia, sul mare
    ora appaiono i primi reggimenti: con rabbia
    i re baffuti si fanno la guerra, e tutti a morire
    sulla stessa solita ed inutile spiaggia
    di sempre. Oh quanti sono, è davvero troppo!
    Oh Notte! Torna, che già non li sopporto!

  • T'ho vista stasera, col monte del naso affacciato
    nell'acqua, mentre scacciavo il sole calante
    con un soffio stanco. Eri sull'acqua, come quella
    sera, quando s'arriciavano i piedini delle alghe
    in superficie. Timidi abbracci di stelle marine
    erano i piccoli tuoi seni che tu mi scagliasti
    attorniati di baci. E presi le tue spalle bambine
    in un girotondo di grida, mentre gli astri
    da sopra vegliavano a che le onde brillassero
    bene. E la tua faccia nel buio si vedeva ben
    poco, nella coperta di mare. Il tuo corpo concesso
    all'amore ballava, come appresso al vento
    d'estate ballano i pini e scuotono all'aria mille
    foglie aguzze e verdi. Come nel cielo di miele
    ballano gli aquiloni dei bambini, e fan faville
    e si rincorrono. Come all'orizzonte, le vele
    delle barche dei pescatori. E i tuoi nudi piedi
    e le tue spoglie cosce, colonne di marmo
    al chiaro di luna, contravvenzioni a cento divieti,
    lasciano così, il mio corpo, questo corpo, inerme
    ancora, ancora. Torna amore, torna, ti chiedo,
    perché il mare così grande m'impaurisce.
    A raccogliere i miei resti torna, ti prego,
    perché ancora questo amore mio non finisce.

  • 02 agosto 2011 alle ore 14:52
    Aquiloni

    Negli aquiloni del tempo ho trovato
    i tuoi occhi nuovi, vestiti di un anno
    nuovo, verdi com'è verde il passato
    mare, verdi com'è verde il muschio
    umido attaccato ai nostri denti
    di cuore, verde com'è verde il vischio
    sotto il quale, noi due, stanchi e inerti,
    ci siamo salutati, prima che partivi.
    Verdi come son verdi i pensieri estivi
    che mi hanno fatto innamorare di te,
    verde come le luci di questa città,
    senza persone, senza alcun perché,
    bellissima e piena, solo un anno fa.
    E strano mi sembra, come ancora
    ho la stessa sensazione di dentro:
    non passa, come invece passa ora,
    passa e come, l'aquilone del tempo.

  • 02 agosto 2011 alle ore 14:43
    Il Tuo Nome

    Adesso partirei, su questa strana carovana di niente,
    su labbra bruciate di stoffa e caramelle, partirei adesso
    e verrei da te. Partirei adesso, partirei, ma solamente
    per trovarmi di nuovo e come sempre nello stesso
    posto. Regalami ancora le tue ciglia lunghe, che siano
    esse barche per me e i miei fratelli marinai. Regalami
    ancora la tua schiena distesa, ché gli aironi volino
    leggiadri su quel verde infinito; e i tuoi bei piedi tàlami
    dove infine ci potremo sposare, al suono di violini
    di tempi andati. Portami con te nell'ombra oscura
    che ci prende alla sera, quando stringiamo nelle mani
    delle mani che più non ci sono. Quando la molle cera
    si spegne e s'incolla al palato di baci troppo lontani.

    Cullami di carezze di madre come quando m'azzittivo,
    come all'ora ferisci il mio cuore bambino con soffi di gesso!
    Nei boschi verdi dei tuoi occhi ho intrapreso il cammino,
    nei boschi bui dei tuoi occhi verdi mi sono ormai perso.

    Indicami la strada, indicami la tua tonda luna bianca,
    quella comoda e fragile su cui riposavo i grappoli affranti
    dei miei pensieri, dei miei capelli. Guardami stanca
    come quando piangevi, come quando piangevi ora piangi,
    perché fiumi di dolore più belli di quelli no, non esistono.
    Perché indondavi la mia stanza vuota di qualcosa
    che ancora nessuno ha saputo chiamare. Nessun suono,
    né un profumo, e di certo mai in una semplice rosa
    potrei mai ritrovare quel canto. Parto adesso a cercare,
    parto per tornare a mani vuote come sempre, come
    tutte le volte che m'infilzo di nomi nuovi. Presto muore
    ogni cosa distante, tutto s'avvilisce men che il tuo nome.

  • 02 agosto 2011 alle ore 14:42
    Mare

    Conchiglie concave nell'azzurra sabbia
    abbaiano ai baffi del re di bastoni.
    Giovenche giulive, che mai par che abbia-
    no visto il mare, si affilano i dentoni,
    pronte a inghiottire la stella polare.

    Saltano siringhe di tonni fra le panchine
    degli scogli solitari, e sembrano falene,
    mentre le lingue viscide delle rape marine
    s'attorcigliano ai malleoli dell'untuose balene.
    Intanto s'appresta la frittata a ruotare.

    Dai tanga stretti, affondati nelle chiappe,
    vanno i grassi motorini senza padrone.
    Il ventre flaccido dell'orso in ciabatte
    si spalma e si grattugia nel solleone,
    nell'attesa della grande friggitrice.

    In giro vanno per l'aria secca di agosto,
    con gli occhi in tasca, merluzzi truzzi di paese.
    Il caimano presidente gira le gambe arrosto,
    offre bibite ghiacciate e si mostra cortese,
    nell'attesa dell'immesa, sott'olio, alice.

  • 11 luglio 2011 alle ore 15:00
    Lungo i denti taglienti dei monti

    Lungo i denti taglienti dei monti
    che l'azzurro palato del cielo
    feriscono, ho camminato
    con in braccio una mimosa
    gialla. Nel vento che ballava
    l'ho scagliata, s'è perduta
    per un po' di libertà.
    Per mesi, perduto per sempre
    nelle cosce dei prati, stanco
    ho vagato in cerca del posto
    dove si fosse nascosta.
    Ho segnato di passi il sentiero
    rubato alle rocce dai vecchi sapienti,
    con mille gocce di stelle. Ho cercato
    negli occhi-serpenti
    il significato di quelle parole
    strane. Infine ho dormito
    distrutto, nel buio dello stomaco,
    fra i funghi e i lupi, nel muschio
    padrone. Il lungo mattino
    ho scacciato, ché nei sogni migliori
    era bella quella gialla mimosa,
    vestita di sposa come appena trovata,
    di rosa profumata, come quando
    l'ho amata.
    Lungo i denti taglienti dei monti
    che l'azzurro palato del cielo
    feriscono, ho camminato
    e ho colto una stella, una stella
    diversa, una stella lontana:
    ho creato una frana!

  • 02 luglio 2011 alle ore 18:44
    Preghiera per la Pioggia

    Vecchia pioggia
    dove sei?
    Perché, di soave matrona
    del cielo, i tuoi baffi brillanti
    nascondi in pagine vibranti
    di nubi?
    Vecchia pioggia che fai?
    In ogni tombino in cui inciampo,
    Celeste concerto di luci,
    vieni
    a fare compagnia al mio pianto
    e asciuga
    il mio volto  con carezza di madre,
    dà la mano
    alle mie lacrime stanche
    e accompagnale
    nel viaggio lungo le gote.
    Vieni presto,
    vecchia pioggia,
    al mio letto disfatto
    e rimboccami il cuore,
    perché questa notte,
    questa notta solitaria,
    io
    proverò dolore.

  • 02 luglio 2011 alle ore 18:39
    Questa mattina mi sono svegliato.

    Questa mattina mi sono svegliato
    ed era notte,
    ho un vuoto dentro
    che mi prende a schiaffi.
    Le lacrime che piango, oh... vorrei le vedessi,
    sono scure scure
    e sono tutte per te.
    Che non mi ascolti più, che non mi vedi più,
    che non le asciughi più, che hai cambiato
    la faccia e hai fatto così presto
    ad andartene via per sempre.
    Come se tutto
    non contasse più niente,
    o poco più di niente
    fosse mai contanto.
    Le lacrime che piango, oh... vorrei le vedessi,
    sono scure scure
    e sono tutte per te!

  • 02 luglio 2011 alle ore 18:33
    Temporale

    Vette
    squillanti di alberi neri
    nel cielo impaurito,
    vecchi
    di case a guardare
    un uomo nudo che vaga
    solitario,
    scordandosi una donna
    in un bicchiere di scotch.
    D'un tratto
    appare,
    nel bronzeo fondo,
    lo sguardo di lei,
    pesante e assente,
    presente e invocante,
    come
    stigmate al cuore.
    Fotografata,
    dimenticata.

  • 02 luglio 2011 alle ore 18:31
    Il mio corpo è un subordinato.

    E' terribile saperti sola, essere solo,
    piangere intere sere, lacrime amare,
    aspettando come orfani in un asilo,
    di vedere la propria mamma tornare.

    Il mio corpo è un subordinato, un volto
    di plastica inerte, schiavo del fuoco
    di un'anima che l'amore per te mi ha tolto.

    Nulla vuole questo corpo mio stolto,
    nessun viso, nessun seno o felice gioco,
    schiavo dell'amore che tu mi hai tolto.

  • 02 luglio 2011 alle ore 18:30
    Come aspettativa, la delusione.

    Un vento corretto da un passo sottile
    di fumo invisibile, appeso nel cielo
    un azzurro ghepardo di piccole nubi
    bianche e spumose, un arido stelo
    di rose cadute su spine e dirupi,
    attorniano il volto de le tue parole.

  • 25 giugno 2011 alle ore 16:58
    TESTAMENTO

    Ho camminato per le strade affolate, senza che ci fosse un solo uomo intorno.

    Oh! Come me la immagino, con la sua pelle sudata, con gli occhi pieni ed increduli,e le caviglie che s'intrecciavano, i gemiti dell'affanno che s'allungavano sulla gola,

    oh! mentre con l'unghie s'aggrappava al ritrovato ristoro del cuore.

    La mia schiena era il vento e lei le vele di una barca magnifica che s'è spinta troppo oltre!

    Oltre dove c'è la curva estrema del mondo, dove la vita barcolla e incespicano i piedi,

    dove in un passo sbagliato cadi, dove non guardi più niente e non ascolti che il silenzio.

    Il silenzio

    era tutto quello che ci dicevamo.

    Non parlavamo di carovane, di feste, d'amore, e non ridevamo praticamente mai.

    Non ricordo, dalle nostre sguaiate risa, di aver interrotto il mondo per una volta soltanto:

    stavamo lì, muti, a fissare le nuvole azzurre che io avevo dipinto sul soffitto soltanto per lei.

    E poi le immagini correvano ed erano torrenti a volte, a volte cani sulla spiaggia, a volte sbirri nella notte nera, a volte puledri leggiadri sopra verdi campi.

    E stavamo ore a fare nulla perché nulla era importante, una sola parola pensata sarebbe bastata per accendere l'inferno, per scoprire il paradiso...

    Una sola parola, ma gli umani non la sanno.

    Ed era tutta nostra.

    Ed ora la vedo lì, al tavolino di un altro, con una birra che finalmente non ha pagato lei, con delle parole che finalmente non ha pensato lei, a parlare dei mille modi diversi di viversi una vita, di come si schianta di lavoro, di corrotti e mafiosi, di castelli erranti e vite favolose di principi strani, di fanti e cavalieri;

    e la vedo parlare, parlare, parlare, cercarsi una scusa, dentro quelle parole a fiumi e la vedo ridere e divertirsi, correre sotto la pioggia, baciare, far finta di fare l'amore e urlare di piacere, annoiarsi.

    Sì, la vedo annoiarsi, è come una ghigliottina inceppata.

    Non riesce a tagliare il collo al condannato, esso perisce per paura, perisce nell'attesa e non vedrà mai il suo collo mozzato.

    La vedo cercare con gli occhi negli occhi una rivincita astrusa, che non le toccherebbe, un riposo in un letto normale, una sanificazione.

    La vedo lì al tavolino di un altro, a cui lei tiene la mano, come la si tiene ad un estraneo di un centro di recupero per alcolisti anonimi.

    Perché sì, quelle infinite sbornie tristi erano infinitamente più divertenti di tutte queste risate, lo so.
    E non riesce a tirarsene fuori...
    Lo sa benissimo anche lei e mi dispiace perché non so se sa che non so se riuscirei più a tornare indietro.

    Ormai sono malato, ormai non ci credo più.
    E me ne resto qui a guardarla, da dietro questa finestra che non mi si aprirà più, di grate di ferro, di parole ingrate e dure che m'hanno colpito, macellato.
    Tutti questi ritorni non so più cosa sono, mi vede che la guardo, si gira, fa finta di niente, poi torna a parlare, mano nella mano con la sua purificazione.

    Spero da morire che riesca ad uscirne almeno lei.
    Non sopporterei di sapere che al mondo esistano ben due persone,
    tanto riverse in un amore passato, così sole e afflitte da quella strana rinuncia, che non sono più capaci di trovare qualcosa di umano in un amore diverso, che tutti sembrano infimi rispetto all'altro.

    Spero da morire che riesca ad uscirne almeno lei...

    E intanto io perisco di freddo qui fuori, mentre la sto a guardare.
    Perisco nell'attesa e non vedrò mai il mio collo mozzato.

    La noia è una ghigliottina inceppata, specialmente se annoiarsi diventa un divertimento.
    Lascio a voi tutti il mio nulla, ché nulla è davvero importante.

  • 25 giugno 2011 alle ore 16:55
    Goffo

    La notte risucchiò
    le strade in un soffio,
    a moltitudini si riversarono piccoli lumi
    e subito si diedero da fare.
    Dalle finestre delle mie case
    apparirono i gesti dei tuoi abbandoni.
    E mentre mi spingevo fra le tue rose appassite,
    quest'ultimo tentativo di cercarti,
    nient'altro m'apparve,
    che goffo.

  • 25 giugno 2011 alle ore 16:52
    Amen

    Come anguille nella sabbia si dimenano
    gli umanoidi disarticolati,
    hanno pezzi di carne di cane fra i denti,
    hanno paura e si sentono soli.
    I deficienti gli corrono dietro,
    attratti da tanto rumore,
    perdendo brandelli di cuore,
    uno ad uno, rivestendo le spiagge e le notti
    di anguste e perverse elucubrazioni,
    s'addormentano.
    Nella polvere e nel sole stanno tutti,
    anguille e deficienti, ansanti e sconfitti
    dal caldo e dal tempo e dall'ultimo amore,
    si cibano di parole, s'accasciano nel miele,
    malinconia e rancore li stanno a spiare,
    prima che facciano il loro passo,
    per poi attaccarli alla giugulare.
    Morte non li separa, ma solo Morte...
    solo Morte verrà ad unirli,
    per sempre, nei secoli dei secoli.