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Poesie di Alexandrina Scoferta

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  • 13 maggio 2016 alle ore 18:43
    Moldavia

    Le canzoni ludiche degli ubriachi
    malati di cuore, che con una mano
    reggono il petto e con l'altra bevono vino,
    succo religioso dell'uva del loro giardino.

    La notte tornano strisciando dalle mogli
    ai piedi dei giganti portoni serrati
    e urlano "amore mio perdonami,
    non è colpa mia se amo la vita
    e se la vita non ha amato me,
    eppure dopo tutto il nostro non capirsi,
    torno sempre, come un verme, qui da te".

    E le vecchie col fazzoletto sudicio in testa,
    piangono dolori e urlano lagne ai piedi delle croci
    nei cimiteri, con le ginocchia affondate nella terra,
    a qualche metro, disgraziate, dalle ossa dei morti.

    E il mio bisnonno, guardiano del cimitero,
    che si regge su un bastone, mi vede la sera
    in questa scatola nera, lui, che a malapena
    distingue i colori, ci dice "pregate per me". 

  • 10 febbraio 2016 alle ore 19:20

    le parole che non hai mai detto,
    le volte in cui non hai saputo tacere,
    le parti del mio corpo che non hai mai toccato
    e quelle del tuo che non conosci ancora,
    il vino che bevi quando non hai sete,
    i cadaveri che non sei riuscito a seppellire
    (ma i cadaveri rendono più fertile il terreno),
    il sale che non ti lecchi dalle dita,
    i giorni in cui non sei stato viziato dalla mamma,
    i verbi che non hai mai coniugato,
    il nostro futuro insieme che è impossibile,
    purché illuso da qualche parola,
    che poi uno può chiamarle menzogne,
    ma uno non le ha vissute sulla la pelle,
    dimmi che non sei uno.

  • 10 febbraio 2016 alle ore 19:13

    Nel riflesso del vetro: neri capelli bagnati
    intorno al mio pallido viso e, rosso,
    mezzo calice di vino non bevuto.
    Vagavo col cuore nella notte
    sotto l'ombroso braccio
    di un  pino.

    Sul ciglio della strada, accostavo
    il mio passo di fantasma triste
    Non un grammo di lacrima
    turbava il tuo silenzio.

    Mi ha portata fino a qui senza morire:
    entra nella mia solitudine,
    è un posto sicuro.

  • 10 febbraio 2016 alle ore 18:54

    Esce dalla mia bocca
    la notte non detta:
    una donna curva
    su se stessa.

    Tessuti gli angoli di silenzisa desolazione,
    mi avvolgo nel mare bianco della solitudine,
    come un matto legato al suo passato.

    Immergo le mani nella colla 
    che passo sulle curve
    delle tue parole
    cancellabili.

    Rimango così, attaccata al nulla.

  • 22 gennaio 2016 alle ore 17:38

    Il rumore dei grilli impazziti
    e la luce lampeggiante nel cielo
    sotto una luna semipiena di dolore.
    Un padre sgrida suo figlio
    dovrebbe andarsene a letto,
    le campane creano scompiglio
    del silenzio nel mio petto.
    Respirando le voci sul lago
    mi graffia l'amore dei vicini:
    ognuno bacia la bocca dell'altro
    io, conto le piume dei cigni.

  • 22 gennaio 2016 alle ore 17:25
    il mio Paese mi somiglia

    Il mio Paese mi somiglia. Povero
    e muto. Poveri paesi, non parlano.
    Nero e fertile, grembo caldo e mani
    lontane dall'alba. Poveri frutti, cadono
    vicino all'albero, tranne qualcuno: colto,
    acerbo e innamorato, morso e contento.
    Il frutto mi somiglia. Morso e muto.

  • 12 novembre 2015 alle ore 18:34
    Italia

    Ho radici giovani sotto i miei piedi
    e parole delicate per spazi profondi,
    Tu sei terra straniera e fertile silenzio, 
    Hai occhi bui che risucchiano dentro, 
    Hai il colore sbiadito dei ricordi che sussurra:
    ''Ho fatto la guerra''. 

  • 12 novembre 2015 alle ore 18:29
    Portatrice sana

    Figlia adottiva
    di una terra che non mi ha partorita,
    portatrice sana
    di una lingua che non mi ha concepita.

    Affetta da sangue lontano
    che mi ha espulsa,
    repellente di povertà.

    E taccio, in parole senza radici
    come un quadro di colori mai esistiti.
    Chi è maestro di quest'insignificante allegoria?
    A chi sanguina, dentro me, questa follia?

  • 24 ottobre 2015 alle ore 14:07
    sulla tua terra

    Ho camminato sulla tua terra,
    ti dico che l'ho fatto.
    E ho imparato la tua lingua,
    ti assicuro che l'ho imparata.
    Altrimenti non saprei come dirti
    che ho camminato sulla tua terra.

    L'ho combattuta insieme a te
    la guerra dei verbi coniugati
    al futuro.
    Tu, ci hai rimesso del tempo.
    Io, tutte le mie parole.

    Non mi è rimasto che un apostrofo,
    un vago accento che il mio tempo
    dimentica.
    E poi, cosa mai sarà mio?
    L'ipotesi, un giorno.
     

  • 16 luglio 2015 alle ore 18:24
    accento straniero sulla punta della lingua

    Hai parole straniere sulla punta della lingua.
    Ho accento straniero nel tuo mondo solitario.
    Ci entro piano, in punta di piedi,
    ma ho pelle impaziente sulla punta delle dita.
    Hai cornici tristi appese alle pareti
    ed io ci dipingo dentro una tristezza mia
    fatta di malinconie oscene, da censurare
    e prati lontani, accoglienti e verdi
    nei quali vorrei fare l'amore.
    Un giorno di questi ti farò ascoltare
    una musica di rumori lontani
    suonata da alberi anziani e foglie cadenti.
    Un giorno ti chiederò di lasciarmi entrare,
    ma non saprò farlo in punta di piedi.
    Ho pelle impaziente sulla punta delle dita,
    ho parole impazienti di trovare casa,
    ho un accento straniero da buttare via.

  • 18 giugno 2015 alle ore 12:17
    l'uomo con la sigaretta sul balcone

    Il mondo a poco a poco si addormenta
    con parole calde di buona notte.
    Tace l'uomo con la sigaretta sul balcone
    e guarda forse la montagna, o forse guarda
    verso me che forse guardo la montagna
    o forse guardo verso lui. E piano piano
    si spegne la sigaretta, sento sbattere
    una tovaglia e il tossire di una vecchietta.
    In casa, mia sorella suona la chitarra
    e la nonna sospira nostalgia,
    mi resta in gola una poesia amara
    e la sussurro piano piano al vento,
    piango a parole tutto quello che sento.

  • 18 giugno 2015 alle ore 12:12
    senza confini

    Se potessi costruirmi una casa,
    in questo mondo dove non ne ho,
    metterei qualche ruota ai suoi piedi
    e radici infinite dentro, senza confini.

    Il padre dei miei figli sarebbe come me,
    disposto a baciarmi anche nel sudore,
    a sporcarsi di terra come un verme,
    ma ricco, ricco marcio di parole.

    Uno che legge libri con le unghie sporche,
    che non si lecchi le dita nella fame,
    ma i miei seni nelle notti stanche,
    uno che trova passione nel dolore.

    Niente ruote ai piedi dei miei figli,
    solo pesi ancorati a terra
    e per i sogni della sera:
    un paio d'ali.

    Che abbiano sempre un posto nella nostra casa
    e che la casa un posto non lo trovi mai,
    so cos'è averne una ferma e lontana
    che resta, ma sparisce quando te ne vai.