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in archivio dal 18 giu 2006

Alfio Cataldo Di Battista

09 ottobre 1965, Avignon (francia) - Francia
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  • 08 settembre 2015 alle ore 19:21
    oscure luci

    Non c'è anima così oscura da nascondere un lieve bagliore di luce. Ci vuole respiro per toccare e, tenui battiti del cuore, per sentire l'odore dei pensieri in volo, ormai lontani, oltre le umane miserie

     
  • 28 marzo 2014 alle ore 0:26
    Estate 1973

    Io gli stavo accanto d’estate. Quei giorni indolenti, senza scuola, che scorrevano lenti, me ne stavo lì, seduto su una pila di mattoni e lo guardavo. La sua esile magrezza tra i tubi del ponteggio, pareva una sfida alla forza di gravità. Il mio sguardo lo inseguiva con il fiato sospeso e fissava le immagini, studiava la leggerezza, imparava la grazia, avvertiva la fermezza.  L’intensità del suo incedere deciso era il verso di un poeta che scrive nell’aria. D’estate imparavo, ascoltavo i suoi silenzi discreti intervallati dal suono sincopato dei nostri passi lungo il sentiero che scendeva giù al fiume. Ero solo un ragazzino di otto anni e lui era mio padre.
     

     
  • 02 luglio 2013 alle ore 15:56
    Pensieri in fuga

    La verità è nelle sfumature.
    Affiora lesta sulla superficie di un’idea, tradita dall’illusione che tutto sia come appare.
    Mute di parole abbaiano febbrili tra i dirupi scoscesi dell’anima a caccia di pensieri in fuga.
    Ma, finché il pensiero resta libero, la verità è salva.

     
  • 02 ottobre 2012 alle ore 1:07
    Cercatori di Storie

    Ho imparato a raccogliere negli anfratti più bui del pregiudizio tutte le parole schiacciate dal sospetto. Quelle dimenticate nelle soffitte polverose del tempo, quelle confuse nel rumore di fondo dei dialoghi inutili. Parole abbandonate per sempre dentro storie di verità consunte appena pronunciate e mai ascoltate. Frasi melmose che irretiscono l’anima accompagnandola per mano dentro realtà surreali e malferme. Mi aggiro guardingo in questo universo multiforme a caccia di parole che fuggono via come stambecchi di montagna e mentre mi trasformo in un bracconiere del pensiero scopro che più mi avvicino al cuore del loro significato e più le storie che catturo, mi aprono davanti, nuovi orizzonti.

     
  • 01 ottobre 2012 alle ore 0:57
    Verità

    Non c’è nulla di razionale nella verità,
    la verità è una corrente impetuosa che ti attraversa,
    è la consapevolezza che ti coglie impreparato sull’orlo di una vertigine senza fine,
    è l’istante in cui il tuo pensiero si disperde leggero nell’universo per abbracciare il mondo.

     
  • 24 agosto 2012 alle ore 9:56
    Swing Time

    Ho rallentano, ho accostato, mi sono fermato.
    Sono sceso e mi sono seduto ad aspettare il futuro.
    Ora, conosco i colori del mio passato, e, stringo il presente infinito che mi circonda per danzare con lui.

     
  • Il maestoso monolite nero, levigato e imperioso si staglia alto verso un cielo terso.
    Sotto quel cielo un mondo attonito segue la scia del tempo che scorre eternamente uguale a ieri
    La rappresentazione va in scena ogni giorno in questo palcoscenico malconcio
    l'attore reclama a gran voce una parte, una battuta  o solo un attimo di luce che lo riveli al mondo.
    Ma il mondo è uno spettatore distratto che guarda altrove senza vedere.
    Poi il miracolo, il suono di un torrente che scorre lieve e gioioso nella trasparente armonia di quelle note bagnate che si rinfrescano in un movimento forte e delicato.

     
  • 22 ottobre 2007
    Frammenti Notturni

    Esistiamo oltre il tempo che ci insegue,
    privi di paure, liberi dal presente che ci attraversa.
    Le emozioni lambiscono i vasti silenzi, ruvidi, profondi.
    Le parole tengono per mano pensieri che diventano musica
    E noi, musicisti senza età teniamo il ritmo senza stancarci mai.

     
  • 26 luglio 2007
    Era mio padre

    Hai attraversato il nostro tempo regalandoci la tua profondità
    Hai costruito il nostro futuro tendendo la mano verso di noi
    Hai volato alto lasciandoci liberi di battere le ali
    Hai voluto bene abbracciandoci stretti con il tuo sguardo discreto
    Hai coltivato il sentimento che si trasforma nel pianto dei giusti
    Hai illuminato la nostra strada con il silenzio del tuo esempio
    Hai risposto alla chiamata del Signore Gesù con serena umiltà
    Hai lasciato un vuoto infinito che la fede si sforza di colmare
    pensandoti accanto come sempre ad indicarci la giusta via.

     
  • 24 agosto 2006
    Fiori d'asfalto

    Un timido mazzetto di margherite mi sorrise tra i tergicristalli lesti sul parabrezza a scansare via la pioggia che schiaffeggiava il lunotto.

     

    Erano lì come se ridessero e giocassero sotto la furia di un temporale che sembrava voler portar giù tutto il grigio del cielo.

     

    Legati sul guard-rail con un nastro blu interrotto da intense risate di giallo e di bianco si lasciavano attraversare dalla pioggia carica del dolore e della rabbia dei vivi.

     

    Col sorriso impudente dei vent’anni raccontavano senza voce di una notte troppo lunga da percorrerla tutta d’un fiato e di una vita troppo breve da consumarla in un attimo.

     

     
  • 07 agosto 2006
    Il traguardo immaginario

    C’è sempre un grande giorno che ti aspetta tranquillo e malinconico come un messicano pigro accovacciato sotto al suo sombrero.

    Il tempo incede lento, ti spinge avanti con aria divertita e ghigno beffardo mentre sistemi le tue cose pronto a passare il guado.

    La misurata ansia su cui scivolano le tue certezze ti accompagna severa e distaccata sull’eco dei passi che risuonano nei corridoi della tua mente.

    I dubbi dell’ultimo istante che ti separa dall’altra parte agitano le tue paure che vorrebbero tenerti di qua e ti volti indietro smarrito come un bimbo abbandonato.

    Poi, il balzo nelle tue incerte aspettative inseguendo un sogno che corre più veloce di te sperando di afferrarlo prima del prossimo traguardo immaginario.

     
  • 29 giugno 2006
    Afa

    Notte fonda,

    Madido di sudore

    Risveglio improvviso

    Incubi sfracellati contro il buio

    Occhi spalancati sull’orrore

    Caldo gelatinoso, impudente, riottoso

    Zanzara in agguato, brutale ferocia.

    Giaciglio di carboni ardenti

    Pensieri liquidi, sbiaditi, confusi

    Silenzio che urla la sua presenza

    Rintocchi solitari di un campanile

    Disperazione che prende in largo sul tempo piatto

    Sgomento, un masso legato al collo

    Telecomando, zapping, display,

    Basta mi alzo!

    Settimo piano, balcone, sigaretta accesa, guardo in basso

    Per un cane randagio un lampione vale un cesso

    Irrorato il palo se ne va zampettando in mezzo alla via

    Io sorrido e guardo l’alba che mi viene incontro.

     
  • Guardo il foglio bianco sullo schermo del Pc e vedo una radura innevata di fresco.

    Nel silenzio notturno i miei pensieri avanzano faticosamente su quella coltre bianca.

    Improvvisa, una misteriosa energia mi sorprende in un piacevole agguato.

    Le mie mani iniziano a muoversi vorticosamente nel crepitio della tastiera che brucia.

    Le emozioni accovacciate attorno a quel fuoco magico parlano di un luogo fantastico,

    un confine invisibile dove realtà e fantasia ridono come bambini.

     
  • 19 giugno 2006
    Il Gregge

    Indica il tratturo allo stupido gregge che meschino lo percorre guardando in terra col capo sempre chino e la pancia sempre vuota.

    Belante e stolto rumina assiepato sul pascolo dove il pastore lo conduce mulinando un  bastone pronto a rovinare su quelle groppe prone.

    Tutt'attorno cani bavosi ringhiano la loro selvaggia e servile rabbia in cambio di un osso e intanto io, seduto fuori al seggio elettorale mi godo la scena.

     
  • Lacero, sporco, senza nome né volto.
    Un'ombra che danza nascosta al mio sguardo.
    Anima spenta dietro un muro di noia.
    Gelo che travolge i più piccoli pensieri.
    Eppure continui a detergere i vetri delle auto indifferenti.
    Un angolo di mondo grande come il ciglio di un marciapiede.
    Sorridi a chi ha paura di guardarti per sapere che esisti.
    Sei lì con il sole e con la pioggia, nel vento e nel gelo.
    Resti ancora un poco prima che la notte ti inghiotta.
    Prima che le luci possano illuminare i tuoi occhi ancora vivi nell'istante in cui il verde mi fa morire.

     
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  • 04 giugno 2016 alle ore 23:37
    La strage la notte e la follia

    Come comincia: 4 giugno 1944

    Il cielo era grigio, come la fossa scavata dalle bombe.
    Respirai la polvere bruciata dei bossoli sparpagliati, li, sulla terra bagnata, erano ancora caldi.
    Un colpo di pistola, uno solo, uno per ciascuno, l’indice sul grilletto, uno scoppio sordo, confuso tra la pioggia battente e l’ira dei tuoni.
    Avevo sentito distintamente due spari, poi tornarono di nuovo nel capanno e presero Giacomo, lo trascinarono fuori ma lui si divincolò dalla presa e scappò via verso qualche direzione.
    L’ululato di una mitragliatrice lo raggiunse e se lo portò via insieme a tutti i giorni, ai mesi e agli anni che gli restavano ancora da vivere .
    Ritornarono ancora e fu la volta del quarto, il quinto e ancora un altro. I corpi giacevano ammucchiati uno sull’altro nella fossa scura.
    All’improvviso le urla laceranti di un ragazzino di tredici anni si levarono dal capanno.
    Le grida disperate di Giuseppe trapanarono il cervello di uno dei soldati e per un attimo il bagliore di un’umanità perduta incrinò la ferocia assassina del boia; ma fu solo un attimo.
    Lo presero strappandolo da una selva di braccia che non volevano lasciarlo andar via. Suo zio, Antonio lo strinse a se fino alla fine.
    I predatori avevano fretta di soffocare nel silenzio quelle urla insopportabili che si aggrappavano alle loro coscienze. Era solo un agnellino; in un altro luogo e in un altro tempo avrebbe respirato le stagioni e il fluire circolare del tempo.
    Si sarebbe avventurato per quei crinali lievi e avrebbe sentito gli odori della salvia e del ginepro e avrebbe corso sotto la pioggia e avrebbe segnato sentieri tra la neve e poi si sarebbe sdraiato sull’erba fresca e avrebbe guardato il suo gregge al pascolo.
    Ma nulla di tutto questo sarebbe mai accaduto. Quel giorno, Giuseppe era solo il prossimo, un altro ancora e poi ancora, e ancora, fino all’ultimo; poi presero me.
    Due soldati mi trascinarono fino al bordo estremo della fossa, ancora pochi respiri e tutto sarebbe finito. Guardavo i corpi dei compagni che mi avevano preceduto e mi sembravano cose, oggetti bagnati, inutili bagattelle ammucchiate sotto un temporale estivo.
    Sentii il ferro gelido della pistola dietro la nuca. Quanto dura l’istante che ti separa dalla morte? Quanto conta il tempo che ancora respiri un istante prima della fine? Che sapore ha l’aria che ti attraversa i polmoni prima che questi si fermino di pulsare? E quanto brucia il sangue che scorre nelle vene prima che il cuore esaurisca l’ultimo battito?
    Sentii distintamente lo scoppio del colpo assestato sul proiettile che mi aprì uno squarcio alla base del cranio. Il calore intenso di un fuoco incandescente inondò i miei sensi
    Emisi una specie di grido soffocato come se la vita che mi stava abbandonando non volesse portarsi via l’antico dolore della mia gente. Un dolore che ci tramandavamo di generazione in generazione abituati come eravamo a soffrire. Era il dolore di esistere che avevo ereditato da mio padre ed era lo stesso dolore che avrei lasciato a chi mi avrebbe trovato in fondo a quella fossa.
    Alla pioggia fredda che mi bagnava i capelli si mescolò il sangue caldo e l’odore acre della polvere da sparo, poi le lacrime e il sudore e brandelli di pensieri che danzavano attorno al mondo che si disfaceva davanti a me. Poi fu il buio.
    Crollai sui corpi dei miei compagni, ero immobile, muto, abbandonato come una cosa inutile ma non ero ancora morto. Sentivo il gelo e un’infinita stanchezza. Stavo morendo ma non serbavo odio. Aspettavo la fine. Pensai a mia madre, ai miei fratelli, a Elena; ci dovevamo sposare a ottobre; guardai il cielo grigio sopra di me, poi, l’anima scivolò via.
    Il crepitio degli spari che avevano risuonato sinistri per i pendii dei poggi era terminato mentre un silenzio cupo si era impadronito della radura circostante. La stazione ferroviaria era deserta e davanti alla rimessa il gruppetto di soldati restò immobile, come in attesa.

     
  • 10 ottobre 2015 alle ore 12:34
    Politica e sobrietà

    Come comincia: Se la politica fosse come il vino, capirei l’esser moderati, ma la politica, quella che sa di buono, quella che ha il sapore della libertà di espressione, quella che odora di verità, quella che ha il colore della giustizia e la fragranza della solidarietà, ha la purezza dell'acqua di sorgente. Ubriachiamoci di libertà, inebriamoci di verità, sbronziamoci di giustizia; esageriamo; balliamo fino alle luci dell’alba sui resti di una notte meschina, rifugio di mentecatti con addosso il vestito della moderazione. Reclamiamo la luce della Politica Alta per illuminare nuovi orizzonti e affidiamo all’oblio quel piccolo mondo antico impolverato di ipocrisia, immobile e triste come una lapide sotto la pioggia di novembre. Un giorno svanirà e lascerà spazio ai colori e alla bellezza.

     
  • 14 aprile 2014 alle ore 19:07
    Calzanti Scarpate

    Come comincia: Logora, vecchia e sudicia, stava lì, sotto l’incerto sole d’aprile in quell’ora del pomeriggio, che le nonne fanno la maglia accanto alla finestra per racimolare quel che resta della luce del giorno.

    Se ne stava immobil...e sotto il gradino che dava sul cortile, mentre la compagna, un poco più in la, era riversa su un fianco. Sembravano urlare la loro rassegnata condizione di vita destinata alla polvere e al fango. Ogni volta che sentivano metter loro, i piedi in testa, sapevano che c’era una ragione per accettare quel supplizio.

    Il loro sacrificio assecondava una chiara necessità. In fondo era il loro lavoro, quale altro compito avrebbe potuto svolgere una scarpa, un paio di scarpe, se non quello di consumare l’esistenza calpestando il suolo nella speranza di non dover mai strisciare.

     
  • 18 gennaio 2014 alle ore 7:53
    il Bail-in della Nonna

    Come comincia: Nonna, Nonna; guarda che mi ha portato la Befana!
    Dimmi, dimmi che t’ha portato,
    il BAIL-IN, Nonna;  un bel  BAIL-IN !
    E che è??... Uno di quei balli americani che ti muovi come una tarantola?
    Ma che dici nonna, non è un ballo caraibico! Però! Ora che mi ci fai pensare, in un certo senso, ti fa agitare molto! E comunque viene dall’Europa.
    Dall’Europa?
    Si nonna! Dall’Europa; dall’Unione Europea, per essere precisi.
    Ed è un valzer, una polka?  Sai, quando ero giovane io e tuo nonno eravamo una gran coppia di ballerini.
    Beh! Nonna, il valzer e la polka non c’entrano nulla.
    E ti pareva! Voi giovani con questi balli moderni…
    Ma che balli e balli Nonna!  BAIL-IN significa che se la tua banca fallisce non viene più salvata dallo Stato.
    Oddio! I miei risparmi! La mia pensione! che fine fanno?
    Se hai azioni di quella banca, diventeranno carta straccia!
    Che spavento mi hai fatto prendere! Io le azioni non ce l’ho, per fortuna!
    Meglio per te Nonna! Ma per caso hai delle obbligazioni?
    Non lo so! Che cosa sono le obbligazioni?
    Sono quegli investimenti che  mi dicevi, ti danno un interesse ogni sei mesi…
    Ah! Ora ho capito. Si quelle ce l’ho, ma non mi pare si chiamino così; il direttore della banca mi ha detto che sono titoli sicuri e che, quando scadono, mi rimette i soldi sul conto.
    Non è proprio cosi nonna. Con il BAIL-IN anche chi possiede le obbligazioni rischia di mettersi a ballare se la banca fallisce…
    O mamma mia, ma io sono vecchia non ce la faccio più a ballare… era una volta!
    E ci rifai col ballo! Nonna! Ascoltami, qui se c’è qualcosa che balla, sono i tuoi risparmi, e pure io, visto che sono il tuo unico nipote!
    Stammi a sentire bene, con il BAIL-IN che ci ha portato la Befana Europea, se la tua banca fallisce, tutti i creditori dovranno ripagare il fallimento. Quindi anche quelli che hanno obbligazioni. Ti è chiaro?
    Ora mi stai facendo preoccupare. Accompagnami subito in banca, vendo i titoli e lascio tutto sul conto.
    Ok Nonna, andiamo! Ah! Quasi mi dimenticavo di dirti che una volta venduto tutto, se la liquidità del tuo conto corrente supera i 100.000 euro e la tua banca fallisce, qualcosina ti verrebbe comunque prelevata dal conto, proprio per ripagare il fallimento; come è accaduto a Cipro, ricordi?
    BELIN!
    No Nonna! Si dice BAIL-IN!
    No, nipote mio, stavolta non hai capito tu!  Tuo nonno buonanima era genovese, e BELIN in genovese significa….. Cazzo!!!!

     
  • 30 dicembre 2013 alle ore 23:25
    Ladri di Fiducia

    Come comincia: Con fare circospetto, come sciacalli, si aggirano tra le macerie della politica.
    Rovistano nel disincanto impolverato dei sopravvissuti alla ricerca di brandelli di speranza.  
    Hanno l’aspetto di salvatori che prestano soccorso e hanno l’aria altruista di chi si prodiga per il prossimo.
    Dispensano rassicuranti certezze ma non sono padri premurosi .
    La loro, è una solidarietà di maniera, un artificio del comportamento che accarezza la buona fede di chi ancora si ostina a credere.
    Fingono di preoccuparsi del benessere altrui e agiscono tra i contorni indefiniti di un’ambiguità che permea ogni gesto, apparentemente sempre pronti ad indulgere alle richieste di soccorso.
    Sono i ladri di fiducia, i rapinatori delle speranze altrui, gli scippatori del tempo, gli specialisti del furto con destrezza dei sogni riposti nei cassetti.
    Se li fissi negli occhi per scrutarli nell’anima, loro rifuggono lo sguardo per non essere riconosciuti .
    Se vuoi scoprire un ladro di fiducia, puntagli il tuo sguardo negli occhi e tienilo ben fermo come una magnum 45 puntata sul bersaglio; e fa che non ti tremi la mano.
    Il ladro di fiducia tenterà di resisterti e volterà il suo sguardo altrove ma raccoglierà, gelido, la sfida.
    Ti blandirà per far vacillare le tue certezze sulle cornee cerulee dei suoi occhi acquitrinosi privi di vita. Proverà a trascinarti nella melma avvolgendoti con la sua espressione melensa.
    Tu a quel punto mira dritto, premi il grilletto e spara.
    La verità come un proiettile si conficcherà negli anfratti bui della sua anima inaridita e un fiotto di residua coscienza impregnerà la sventurata terra che ha sostenuto il peso della meschina esistenza.
     

     
  • 29 agosto 2012 alle ore 23:23
    Quattro dita sotto l'orizzonte

    Come comincia:

     
  • 16 marzo 2012 alle ore 4:26
    Credibilità

    Come comincia: Papà: quand’è che una persona si dice, credibile

    Quando è affidabile figliolo

    Si, ma quand’è che è affidabile

    Beh, quando gli puoi lasciare il tuo portafoglio e stare certo che non toccherà nemmeno un cent

    Scusa Pà, ma perché dovrei lasciargli il mio portafoglio?

    Magari perché vuoi metterlo alla prova e vedere come si comporta

    Humm… e perché dovrei metterlo alla prova?

    Forse perché vuoi avere la certezza di poterti fidare di lui

    E a cosa mi serve avere questa certezza?

    Beh, potresti aver bisogno che lui faccia  per te qualcosa di molto delicato e quindi devi essere certo della sua assoluta fedeltà!

    Per esempio?

    Fare cose che non è bene si sappia che invece sei tu a fare!

    Perché?

    Per il fatto che non è giusto farle! Non è legale

    E quindi le fai fare ad un altro per tuo conto!

    Beh… Si!... è esattamente così!

    Papà, ma, avevi detto che una persona credibile non  toccherebbe neanche  un cent del tuo portafoglio?

    Si l’ho detto!

    E allora perché dovrebbe fare qualcosa di illegale per tuo conto?

    Semplicemente perché glielo dico io!

    Fammi capire; lui fa quello che tu gli dici anche se è illegale ma resta una persona credibile perché non toccherebbe un cent del tuo portafoglio.

    Esattamente figliolo, vedo che hai afferrato!

    Allora mi dici perché chiedi a lui di fare cose illegali per tuo conto?

    Perché se le facessi direttamente io non sarei più una persona credibile.

    Mi stai dicendo che lui è credibile per te ma non lo è per la legge!

    Più o meno; diciamo che, finché la legge non se ne accorge rimane credibile anche per la legge.

    E se la legge invece se ne accorge?

    Allora non c’è verso; perde la sua credibilità!

    Si, ma se lui confessa tutto, la credibilità la farà perdere anche a te!

    No figliolo, ti sbagli perché lui è una persona affidabile! Te l’ho detto all’inizio.

    Hai ragione è una persona credibile

     
  • 17 giugno 2008
    Uomini di plexiglas

    Come comincia: L’egocentrismo di quart’ordine incollato sovente a taluni personaggi dalla retorica appiccicosa non meno avvilente degli equilibrismi sintattici che l’accompagnano è indicativo di una comunità che non ha il senso di appartenenza né l’orgoglio di appartenere.
    In questo acquario tropicale, piranhas dall’io ipertrofico nuotano guardinghi in un fiume di asfalto sorpresi dal tepore di un sole che penetra le loro scialbe figure.
    Naufraghi del pensiero, arrischiano ardite analisi politiche sul responso elettorale già dimentichi della pavida fuga di fronte alle responsabilità che solo una servile accondiscendenza al potere spiega ma non giustifica.
    Omuncoli di plexiglas, dal sorriso muscolare privo di emozione, buoni per tutte le stagioni. Come il plexiglas sono impermeabili alle intemperie della propria coscienza che li bracca circospetta di notte ma, riflettono la luce diurna perché più rassicurante è la penombra dei pensieri minimi.
    Idee a buon mercato, comprate negli hard discount dell’immaginazione che il triste vaniloquio da bar trasforma in prelibata leccornia per palati ispessiti dal chiacchiericcio stanco, sembrano rivelazioni messianiche se non fosse che anche l’attesa ipnotica del crocchio assiepato attorno al santone di turno è solo una variante di quella materia sintetica chiamata plexiglas.
    Un oceano di plastica calmo e tranquillo che lambisce le sponde lontanissime di solitudini consunte dal tempo mai attardato sulle stucchevoli vanità degli uomini di gomma.
    Come una baldracca che aspetta sull’uscio un futuro confuso e sgangherato nel tentativo di sopravvivere ad un presente mai riconoscente e sempre troppo esigente, così appare questa comunità senza memoria.
    Poi, guardo la natura circostante, generosa come una mamma indulgente e scivolo sul verde dei boschi arrampicati sui crinali selvaggi fino a sfiorare le nuvole per tuffarmi nell’azzurro di un cielo che mi sorride.

     
  • 09 settembre 2006
    Vite scosse

    Come comincia: Aprile 2005, sono le 14.40 e il sole sta già declinando verso ovest rotolando sul crinale di una collina.

     


    I raggi solari si riversano sul piccolo centro silenzioso e attonito .


    Guardo le ombre che strisciano sulla strada polverosa in un andirivieni tragicamente lieve e vuoto.


    Le coscienze come le abitazioni sono accartocciate su se stesse senza soluzione di continuità.


    Un forte vento spazza la strada alzando barriere di polvere che ti investono facendoti mancare il respiro.


    La polvere si attacca alla gola già stretta da una sorda pietà, un lucchetto che chiude l’anima.


    Il vento è l'urlo disperato della natura che piange la morte di ventisei innocenti allineati in due file da tredici nei loculi del minuscolo cimitero situato all’ingresso del paese.


    Giovani mamme la cui esistenza è trascorsa in un attimo si ritrovano ormai già vecchie ad invocare Dio e a ripetere perché, perché, perché, una litania  che squarcia il cuore.


    Le osservo mentre restano lì, immobili ed eteree di fronte alla loro tomba a fissare la loro lapide.


    Accanto alle foto vedi la macchinina rossa della ferrari, il pupazzo di dragon ball, un peluche variopinto, frammenti di sogni drammaticamente sgretolatisi insieme alla scuola elementare Iovine in una pigra mattinata di ottobre alla vigilia delle vacanze per la festa dei morti.


    "Non c’è più nulla, non esiste più nulla, il mondo è finito" Sono le parole di un’anziana donna che esce dal cimitero tenendosi sotto il braccio di un’altra più giovane di lei . Mi fissa per un attimo come a voler dire qualcosa poi invece si ritrae andandosene per la sua via.


    Il senso del pudore di persone è qualcosa di commovente tanta è la semplicità con cui la rassegnazione si mescola al dolore vivo di una perdita incommensurabile.


    La rabbia e l’impotenza di fronte a un’esistenza caduca ti annichilisce, ti fa sentire niente.


    Vorresti essere un granello di polvere in balia del vento o un ciuffo d’erba gramigna che si insinua nelle mura scrostate di una vecchia casa pericolante.


    Qualsiasi cosa pur di scomparire, pur di smarrire la coscienza di se stessi.


    E’ un evento troppo grande per tentare di capire


    Una scuola elementare, le prime esperienze fuori dalla famiglia, l’inizio di un percorso di vita che si trasforma per un inafferrabile motivo in uno strumento di morte, in uno spaventoso cimitero di giovani coscienze alle quali è stato negato il futuro.


    Più in la una troupe televisiva ha allestito un set dove un giornalista dall’aria trafelata aspetta il segnale della messa in onda.


    Sono i lanzichenecchi della cosiddetta informazione.


    Gelidi resoconti che snocciolano cifre e dati in un crescendo di pathos reso ancor più tragico da una “diretta” che mastica il tempo mai sufficiente a far riflettere ma sempre abbastanza per brandire la notizia come una clava.


    In quell’attimo mi attraversa come una lama fredda l’indifferenza che pervade chi da le notizie. In questo mondo capovolto fare informazione non vuol dire rendere partecipe di un evento chi ascolta ma curare un testo affinché non sia ne troppo breve ne troppo lungo ma giusto, da stare nei quaranta secondi della diretta .


    Vivo l'evento che diventa racconto e il racconto che si trasforma in un elenco di numeri recitati con le giuste espressioni da un anchorman sul palcoscenico della tragedia.


    Alzo lo sguardo verso il sole semicoperto che torna ad irradiare di vera luce quelle colline dai fianchi delicati sui quali si arrampicano a perdita d’occhio filari di viti.


    Intanto il vento è diventato brezza che porta dal mare l’odore leggero dello iodio e mentre la mente è persa in questi contrasti forti penso che la natura ha sempre una ragione per essere come è.


    Anche se noi piccoli uomini non arriviamo a comprenderlo basta allargare lo sguardo sul paesaggio sottostante tra gli ulivi e le viti per percepire la nostra condizione di semplici viaggiatori in un  tempo che scorre e continuerà a scorrere comunque, con o senza di noi.


    Si parlerà di responsabilità e di ricostruzione, ci sarà chi si attiverà per sostenere le popolazioni colpite dal sisma e chi si preoccuperà di alleviare le loro sofferenze ma nulla di tutto ciò farà recuperare l’identià a chi ha subito una perdita.


    Ci saranno uomini e donne diversi da ciò che sono stati, ci sarà un domani che verrà vissuto secondo nuovi paradigmi e  vedranno la luce altri bambini che potranno contare su valori diversi, forse più veri e profondi.

     
  • 26 agosto 2006
    La partenza intelligente

    Come comincia: Claudio si fermò in una specie di piazzola di sosta lungo la superstrada che di super aveva ben poco. La calura era insopportabile e quando vide l’ombra di quella pianta solitaria che stava in una rampa d’uscita abortita come molte opere pubbliche del sud Italia decise che sarebbe sceso dalla macchina.

     

    La camicia azzurrina era tutta bagnata, le si era attaccata sulla pelle.

    Se la tolse e rimase a torso nudo ad inseguire il suo sguardo verso la valle dove un gigantesco invaso d’acqua faceva venir voglia di tuffarsi.

    Leggere folate di scirocco asciugavano il sudore sulla sua pelle dandogli una sensazione di fresco che lo ristorava più di quanto avrebbero potuto tutte le parole di buon senso del mondo.

    Lei non era più con lui che se ne stava lì appoggiato ad un paracarro cercando una ragione per non tornare in città.

    Rita era partita una settimana prima per quel dannato villaggio turistico all inclusive, lui l’avrebbe raggiunta dopo, non appena terminato il lavoro che doveva consegnare.

    Si erano sentiti al telefono la sera e ogni volta lui aveva ascoltato il rosario delle cose che sua moglie aveva fatto. Il risveglio muscolare, l’acquagym, i sospiri per la sua assenza e tutto l’armamentario della moglie ansiosa che aspetta, come se non sapesse che prima del venerdì successivo non ce l’avrebbe fatta.

    Fece di tutto per liberarsi prima, così il giovedì alle dieci in punto era in autostrada diretto a sud soddisfatto per la sua partenza intelligente che gli avrebbe evitato le code bibliche del fine settimana.

    “Adesso le telefono e le dico che sono già in viaggio” pensò  previdente.

    “Ma no, meglio di no, poi si preoccupa. Gli faccio una bella sorpresa!”

    Aveva almeno altre dodici ore di viaggio da fare ma la cosa non lo dispiaceva, la vacanza era appena iniziata il lavoro l’aveva finito in anticipo e si sentiva libero come un biker on the road sulla mitica route 66.

    Erano appena passate le undici e mezza di sera quando esausto depositò i bagagli davanti al banco della reception del villaggio. Dopo qualche minuto arrivò un ragazzotto in t-shirt e bermuda così magro che pareva avesse i vestiti appesi addosso, schioccava le ciabatte sul pavimento.

    “Buona sera signore, posso aiutarla?”

    “Ecco il voucher della prenotazione, mia moglie è già qui da qualche giorno in quale camera alloggia?”

    Lui scorse i documenti armeggiò sulla tastiera del computer e gli rispose. “Camera 321, l’ascensore è di là in fondo a destra”

    Claudio annuì con un cenno del capo e seguì l’indicazione del ragazzo. 

    Salì al terzo piano e si diresse verso la camera leggendo le indicazioni ben evidenziate su una targa appesa al muro.

    Stava per bussare sulla porta quando la sua attenzione fu attirata da certi gemiti inequivocabili che parevano provenire dall’altra parte della parete.  In un attimo il pensiero balenò alla velocità della luce verso scene che il suo istinto rifiutava di focalizzare ma loro spingevano per entrare nella sua mente.

    Tornò giù nella hall con tutta la calma e la freddezza che la circostanza gli permetteva. Chiamò il ragazzo e gli chiese se poteva dargli il pass-partout, non voleva svegliare sua moglie, quindi tornò immediatamente su.

    Infilò la card nell’apposita feritoia ed entrò. La cruda conferma lo umiliò.

    Si sentì come se avesse un frullatore in testa che faceva a pezzi la sua vita. 

    I gemiti venivano proprio dalla sua camera, solo che non era lui quello lì.

    Non si accorsero neanche della sua presenza, lui intravide nel buio della camera dei glutei bianchicci e irsuti che si dimenavano sopra quelli della moglie estasiata dal piacere. Se ne andò senza far rumore, afferrò la sua valigia lì davanti all’ascensore, riprese i suoi documenti, la sua macchina e ripartì.

     
  • 20 giugno 2006
    La stanza

    Come comincia: Al terzo rintocco il vecchio pendolo appeso alla parete di fronte al letto tornò a tacere.

    Affogò nella penombra.


    Nel silenzio notturno la camera da letto volteggiava nell’oscurità, scivolava tra i minuti.


    Intanto, il respiro stanco dell’uomo diventava più affannato. Sul comodino una scatola di medicinali, il bicchiere dell’acqua, gli occhiali sovrapposti su un lacero libro edizioni Urania.


    Il respiro, diventato un rantolio, deflagrò all’improvviso in una successione di colpi di tosse che frantumarono il buio in mille pezzi.


    Un esile mano  cercò nell’oscurità l’interruttore della luce .


    Click.


    Un chiarore lunare inondò la stanza. Lui si mise a sedere sul bordo del letto guardandosi le punte dei piedi come a voler mettere a fuoco l’immagine.


    Il corpo era ripiegato su se stesso  incurvato dal sonno e dalla febbre.


    Si alzò dirigendosi come un automa verso lo specchio.


    Fissandosi dritto negli occhi sentì montare dentro un'inquietudine che la sua immagine riflessa evocò dapprima sommessamente poi più netta e acuta, ingigantendo sempre più in un gioco di rimando tra specchio e realtà.


    Si voltò di colpo aggredito da un’ansia palpabile resa ancor più intensa dall’accelerazione del battito cardiaco.


    Il cuore parve esplodergli nel petto, ma nulla, solo il silenzio e quel quadro leggermente inclinato da un lato.


    La riproduzione di un Magritte con inquietanti quanto sinistre figure di omini in impermeabile e bombetta scuri, tutti rigorosamente identici.


    Il respiro andò sovrapponendosi ai battiti sordi del cuore in un intercalare ora lieve, ora più grave mentre con tutto il peso del corpo sprofondò nella poltrona ai piedi del letto.


    Quella poltrona gli procurò una prospettiva nuova della stanza così da apparirgli  improvvisamente diversa. Una scoperta inusuale nel cuore di una notte invernale che gli fece sembrare quegli spazi meno ostili.


    Il sonno, circospetto e guardingo lo sorprese impassibile accovacciandosi come un gatto sulle sue ginocchia.

     
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