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Racconti di Alfio Catania

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  • Come comincia: Sono stato vittima di una vita che non volevo, dissi al vecchio saggio e lui mi rispose chiudendo gli occhi che nessuno vuole la sua vita così com’è.

    Avevo percorso migliaia di chilometri per parlargli, per sapere, per capire, ma ora trovavo vana ogni cosa; alla fine gli domandai se ne era valsa la pena fare tanta strada.

    Lui si grattò il lobo di un orecchio, sorrise e mi sottolineò che niente non vale la pena di fare, ma fu una risposta ch sembrò non soddisfare nessuno dei due.

    - Lo vedi questo mare,-  mi disse indicandomi tutta quell’acqua che s’increspava in mille riflessi.

    - Lo vedo? -

    - Ti andrebbe di morire lì con l’acqua che ti entra nei polmoni fino a soffocarti ?  -

    - E perché mai dovrei desiderare questo? -

    Il vecchio saggio sorrise e la sua dentatura perfetta e bianca brillò un po’ troppo per appartenere ad un eremita.

    - Ti chiedo ciò, solo per comprendere se desideri ancora vivere. Tutto qui. -

    La sabbia stava raffreddandosi sotto di me. Il sole annegava sull’orizzonte e noi due eravamo gli unici esseri viventi presenti su quella spiaggia sconfinata in un crepuscolo senza precedenti.

    - Ho attraversato paesi e nazioni, ho solcato mari  e oceani, e tante sono state le volte in cui ho perso la strada per trovare e giungere su questa spiaggia sconosciuta . Ho viaggiato perché qualcuno vaneggiava di questo luogo di  risposte e meraviglie. Sono partito stanco e scoraggiato e ora sono sfinito e confuso. Mi domando se la pace è un utopia o una noia che logora tutte le creature fatte di carne e sangue. -

    - Se sei riuscito a giungere fin qui il desiderio era al limite. Tenacia e fortuna ti hanno condotto dove ambivi; dovresti esserne lieto.-

    Lingue d’acqua si rincorrevano in una lotta vana alla conquista della terra, si spingevano e si ritiravano  laddove la riva non gli permetteva di andare oltre.

    - Ho dovuto morire e rinascere molte volte per avere la forza per affrontare questo viaggio. E ora sono incerto. Perché, mi chiedo, sento ancora questa perenne angoscia? -

    - Stai tranquillo e abbi pazienza. -

    - Questo me lo dicevano sempre anche chi dichiarava di volermi bene, sebbene involontariamente lo traducevo come una beffa, una toppa da metter sopra all’inutilità dell’azione. Tipo, guarda, ma sono fatti tuoi. -

    - Cosa desidereresti? Denaro? Potere? Amore? -

    - Una volta sì. Ora non so più cosa voglio o non voglio. -

    - Ma lo sai, se io ti ricordassi le interminabili storie di uomini che  nel corso dei millenni hanno lottato per ciò, comprenderesti quanto tutto sia effimero e scontato. -

    - Allora un uomo a cosa dovrebbe ambire? -

    - Alle meraviglie! -

    - E sarebbero? -

    Non mi rispose, sorrise e infilò una mano sotto la sabbia per estrarre un mazzo di rose profumate e inspiegabilmente ricoperte di rugiada.  - Annusale e stupisciti! -

    Le annusai e quella meraviglia mi recò una strana felicità. L’odore del mare unito a quello delle rose raggiunse una parte di me che parve proiettarmi in una realtà popolata solo di profumi e  aromi..

    - Come hai fatto? -  Domandai con i fiori in mano e gli occhi sgranati dallo stupore.

    A quella lecita domanda mi rispose con un altro prodigio. Si mise carponi e cominciò a giocare con la sabbia finché in un lasso di tempo relativamente breve modellò la scultura di una donna supina.

    - Chiudi gli occhi, -  mi ordinò con severità.

    Lo accontentai in parte.  Vidi quelle sue mani accarezzare il volto della donna di sabbia. La baciò e osservai le sue labbra consumate dal tempo imbrattarsi di sabbia.

    - Ecco, ora puoi aprire gli occhi. -

    Il prodigio si manifestò davanti a me nella visione di  una bellissima donna inginocchiata che mi sorrideva timidamente. Era nuda. Mi  guardava come da una certa distanza simile ad un’apparizione velata dal rosso soffocante del tramonto.

    - Gli piaci -  Ammise il vecchio saggio compiacendosi mentre si  toglieva con il dorso della mano la sabbia dalle labbra.

    - Cosa hai fatto?  - Balbettai.

    - Una meraviglia, no? -  E poi rivolgendosi alla donna la invitò a farsi una passeggiata lungo la riva.

    - Perché la fai andare via?-  Chiesi quasi disperato osservandola di spalle mentre sensualmente  si allontanava da noi. Era perfetta, era quello che avevo sempre desiderato. In quegli occhi avevo visto un senso alla vita e in quelle membra una gioia per la carne.

    - Non ti preoccupare, se ti ama ritornerà!-

    - Ma tu chi sei in realtà per fare queste cose?  -

    - Qualunque risposta tu abbia da me, non cambierebbe di una virgola la tua infelicità in felicità. Le meraviglie sono sempre meraviglie, ma poi stancano. Guarda ancora! Esclamò strofinandosi gli occhi con vigore finché potei notare uno strano mutamento: gli occhi del vecchio erano diventati occhi da bambino, vivaci, innocenti e pieni di luce. Mi tese la mano chiusa in pugno, l’aprì e dentro il palmo scorreva tra le dita dell’acqua che profumava di colonia.

    - Cosa mi rappresenta? -

    - Le lacrime dei bambini sono dolci e profumate, quelle degli uomini sono amare e impestano lo spirito.-

    La sera si era fusa alla lenta agonia del giorno. C’era buio. Il vecchio saggio accese una candela che tirò fuori da una profonda tasca. La fiammella tremolava di un arcobaleno di luci che ti rapivano i sensi, circondandoci di aurore che andavano a spegnersi sul mare.

    - E’ bello! - Esclamai.

    - Se fosse accessibile a chiunque perderebbe il suo fascino, -  rispose il vecchio voltandosi per cercare la sua creazione di sabbia. La vide seduta poco più il là in riva al mare, assorta nella vastità d’acqua.

    La donna alzò una mano e lo salutò, ma da lontano era soltanto una sagoma d’ombra o di sabbia.

    - Mi è venuta bene, non trovi? -

    - E’ bella! -

    - Come fai ad affermare che è bella se neanche la conosci? -

    - Ho visto i suoi occhi. La sua leggerezza… -

    - Questa risposta mi piace. Penso proprio che ti sei meritato un dono. Io ti regalo un posto nel mio mondo. Chiudi gli occhi e conta fino a mille e vedrai…-

    Chiusi gli occhi e cominciai a contare e mentre contavo poco alla volta dimenticavo la mia vita.

    Quando arrivai a mille aprii le palpebre, la candela era consumata e le tenebre avvolgevano ogni cosa. Potevo sentire solo il monotono rumore del mare. Chiamai il vecchio ma lì sembrava esserci più nessuno. Non riuscivo a vedere nulla, camminavo a tentoni con la paura più vecchia del mondo. Sentivo l’oscurità invadermi dappertutto.

    Ad un tratto avvertii l’acqua lambirmi le caviglie, fredda e misteriosa come due mani invisibili.

    Saltai indietro con il terrore di annegare. Cominciai a correre all’impazzata con il cuore che batteva furiosamente contro il torace, finché inciampai contro un qualcosa di morbido.

    - Ahii! - Si lamentò il mio ostacolo. La voce era femminile, calda e di sicura appartenenza alla donna di sabbia.

    - Cosa fai? Mi vuoi schiacciare?- Mi chiese gentilmente mentre tentavo d’intravederla.

    - Scusa ma non vedo niente. Sono diventato cieco?  -

    Una carezza sfiorò la mia guancia, susseguita da parole che mi rassicuravano.

    - Non sei cieco, semplicemente devi solo adattarti a questo mondo. Con il tempo vedrai dove i tuoi simili non vedono. Ritornerai da loro e maledicerai ogni meraviglia. La maledicerai perché ti mancherò così tanto che non vedrai più nient’altro del tuo mondo, - mi spiegò senza arroganza cingendomi la vita finché sentii la pienezza delle sue labbra sulle mie. 

    Baciare nel buio una donna nuda è un’altra meraviglia. Vorticava ogni cosa, l’oscurità si ammorbidiva in spiragli di luce violetta, permettendomi di scorgere in lontananza la figura di un uomo che ballava sulle onde del mare. Mi parve di riconoscere il vecchio saggio. Richiusi gli occhi e mi abbandonai in quel bacio senza fine innamorandomi all’istante di quegli occhi scuri e di quelle labbra calde.

    - Vieni con me,-  m’invitò prendendomi la mano, -  andiamo a cullarci. -

    La penombra ci circondava come una nebbia, il vecchio ballava ancora rapito da una musica che udiva solo lui.

    All’inizio è fredda ma poi ci riscalderà. Alludeva all’acqua che inghiottiva i nostri corpi con un moto ondulatorio di schiume e suoni che parevano chiacchierii. Mano nella mano entrammo nel mare per galleggiare, per ascoltare quello che il mare avrebbe voluto raccontarci.

    - Per entrare in me devi uccidere ogni radice. Niente può coesistere tra la banalità della tua precedente vita e le meraviglie di quest’altra. Ti senti pronto per la metamorfosi? -

    Cosa avrei potuto rispondere? Tutto sommato il mio mondo mi aveva tradito con la ripetizione e il sacrificio; in esso c’era solamente l’imbroglio e la patetica tenerezza di andare avanti giorno dopo giorno, fingendoci capaci di stabilità e sottomissione verso le nostre vere nature di creature smaniose di meraviglie. Allorchè risposi di sentirmi pronto, lo dissi galleggiando a pancia in sù nell’acqua, osservando un cielo che mi ricordava del buon vino rosso che frizzava dentro un bicchiere.

    Ritornammo a riva e ci amammo finché mi resi conto di un qualcosa di inspiegabile che stava mutando dentro ogni particella e molecola del mio corpo; era come la muta di un serpente, mi sfilavo la pelle vecchia per una nuova,  straordinariamente più sensibile ed elastica. Addirittura i tendini e i muscoli che si muovevano sotto il corpo di lei mi davano l’impressione che stessero modificandosi o plasmandosi in un nuova anatomia più forte e consistente.

    Era inebriante e talmente unico da cancellare qualunque vago ricordo o perplessità: il piacere si scandiva come la partizione di uno spartito musicale, mentre quegli occhi scuri mi assicuravano di amarmi senza inganno. La sabbia sotto di noi sembrava velluto e mai mi sarei separato da quella creatura straordinaria.

    Anche in quel  mondo  sorgeva il sole, spargendo la spiaggia di una luce d’avorio. E fu proprio in quella luce che notai la mia pelle che era divenuta blu come il mare.

    Le domande erano superflue, la scelta era stata mia e quella scelta aveva rivoluzionato anche il mio corpo regalando alle mie membra longilinee e magre una muscolatura prodigiosa sfumata di un azzurro acceso.

    Vicino alla riva c’era il vecchio saggio e la donna. Mi scrutavano soddisfatti invitandomi a bere da una ciotola un liquido sconosciuto.

    - Vieni con noi e dissetati -

    Accettai tendendo le braccia dalla pelle color blu e bevvi, bevvi tutto di un fiato e finalmente mi trovai a casa.

    Ero diventato una divinità.

    Ero nato per davvero, questa volta.

    O perlomeno fu questa la sensazione.

  • 24 marzo 2006
    Tra gente che fu

    Come comincia: Ecco come affronto la mia giornata... da guerriero... alzo la mano e saluto la pioggia...e ricordo le parole di Hemingway che mi diceva:

    -Vedi? Io ho paura della pioggia perché, a volte, mi ci vedo dentro morto.-

    Gli sorridevo e gli allungavo un altro bicchiere. Era di una tenerezza infinita quell'uomo così grande e così forte seppure così fragile...e pensavo questo è un vero uomo.

    Poi lo lasciai e me ne andai anche io sotto la pioggia...avrei voluto piangere, ma un guerriero non piange sotto il cielo e da quel cielo calò un grande corvo nero. Si posò sulla mia spalla e gracchiò...decifrai che c'era un altro uomo che mi aspettava.

    - Non puoi piangere? Non abbatterti, - disse Cesare...

    - ... piangere è cedere al mondo, è riconoscere che si cerca un tornaconto. - Io guardai Cesare Pavese e gli offrii una sigaretta...i suoi occhi erano quelli di un uomo deluso e stanco.

    - La colpa va alla sogneria. E quel che accade una volta accade sempre - disse aspirando una lunga boccata di sigaretta.

    - Sono triste ed inutile come un dio mio caro guerriero - e spense la sigaretta aggiungendo: - i suicidi sono omicidi timidi...masochismo invece che sadismo.-

    Gli accarezzai una guancia e lo lasciai lì sotto la pioggia...a bagnarsi a dissolversi.

    - Prima o poi arriverò da qualche parte, - dissi al corvo, che dentro quel groviglio di piume nere non era altro che una donna incantata.

    e lì seduto davanti ad una casa incontrai il poeta.

    - ciao guerriero. Bevi del vino..ti scalderà e sarai più forte...siediti e lasciai il corvo a scaldarsi col suono delle mie parole:

    Non ci sono parole da dire
    nessuna parola per farti capire
    cosa sento nel profondo del cuore
    lontano dai freni
    dalla mente e dalla ragione
    lasciandomi incapace
    di trovare le parole per dire ciò che sento
    nel profondo del mio cuore.
    Guardami mentre perdo il controllo
    pensando di riuscire a resistere
    ma con queste forti sensazioni
    non sono più padrone delle me emozioni! -

     citò il poeta...era ubriaco ma sapeva cosa diceva.

    gli offrii un sigaro ed ebbi il coraggio di scrivere su un pezzo di carta vecchia e stropicciata una poesia. La voleva per sé...perchè, mi disse, mai nessuno gliene scrisse e dedicò una: ci si chiede sempre cosa si vuole, mai cosa ci manca... ed una lacrima gli rigò le guance ispide

    e scrissi:

    TUFFATI IN QUEL MARE DI SETA E PORPORA /
    LASCIATI TENTARE E ASCOLTA LA MIA VOCE DANZARE /

    FAI BUIO CON I TUOI OCCHI E CANTA LE TUE FIABE /

    PIANGI E RIDI E SCOLLINI VIA /

    SCIVOLA LONTANO DA QUESTO MONDO /

    FUGGI E NON ASCOLTARE I LORO RICHIAMI /

    NULLA ESISTE/

    SE NON QUESTO ATTIMO .

    il corvo gracchiò agitandosi.. Il corvo o la donna che ci viveva dentro, sapeva che quella poesia le apparteneva. Un'altra vita fa, quella poesia la scrissi sul suo cuore....sulla sua carne, sulla sua immortale ed eterna anima.

    Il corvo si alzò in volo ...la pioggia stava finendo...le nuvole si diradavano...

    il poeta Neruda piangeva.

    - Perchè piangi Pablo? -

    - Piango perchè vorrei essere vivo ed essere donna per godere delle tue parole -

    Gli offrì un fazzoletto e mi alzai .

    il corvo era lontano- i boschi sono bui bellissimi e profondi: ma io ho promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di dormire.

  • 07 marzo 2006
    Cosa porta il temporale

    Come comincia: Guardavo quello spettacolo dall’ultimo piano del terrazzino, felicemente solo e infelicemente libero. Non pensavo a nulla di particolare, aspettavo il temporale e mi sentivo senza senso,  affascinato e impaziente di poter assistere a qualcosa di straordinario e potente. Le forze della natura mi erano parse sempre grandiose e incontrollabili… chi poteva dirlo che da un semplice temporale ne scaturisse una fine del mondo?

    Un altro lampo
    Contai fino a dieci…
    E un tuono parve scuotere le fondamenta.
    Poi venne il silenzio…

    Improvvisamente udii un sibilo e una volata stregata investì ogni cosa che incontrò nella sua via: era aria fredda e umida come il respiro dei defunti… ti faceva venire in mente l’insensatezza della vita e la caducità delle cose.

    Si sollevò un enorme polverone di foglie, terra e carta: con un po’ di fantasia ci potevi vedere dentro ogni cosa, comprese delle forme in continuo mutamento che si restringevano e si slargavano come anime inquiete. Il polverone si alzava simile a una tromba d’aria, fischiando e oscurando buona parte degli altri edifici circostanti al mio.

    Ma ancora non voleva piovere… c’erano solo folgori e rimbombi di tuono preminenti al caos che ne sarebbe derivato. Osservavo senza la forza di muovermi, con il vento e la polvere contro il viso e una stupida vertigine che mi tentava di unirmi a quella forza distruttiva. Avrei allargato le braccia e via come un aquilone. Sorridevo e mi sentivo un po’ folle, ma era bello così… ti sentivi fare parte integrante di quella tempesta che piegava gli alberi e rivoluzionava il mondo con polvere e disordine.

    A un tratto un rumore sordo proveniente alle mie spalle mi fece soprassaltare. Veniva dal buio della mia camera da letto. Raggelai all’istante…
    Un lampo illuminò per un attimo l’interno della stanza e in una frazione di secondo ebbi una allucinazione, poiché era in pratica inverosimile spiegare quello che mi parve di intravedere in un angolo della camera. Seppure non volessi ammetterlo mi era sembrato di scorgere una sagoma raggomitolata contro il muro, tra la scrivania e il letto. Doveva essere stato per forza un gioco di luce o il movimento delle tende che sbattevano agitate dal vento contro la porta. Io in quell’appartamento di tre stanze ci vivevo da solo. Intanto il cielo si era fatto ancor più buio.

    Non ebbi nemmeno il tempo di razionalizzarci sopra che una voce femminile m’invitò tra le ombre della stanza:

    “Perché non vieni dentro? Dai vieni qui da me. Vieni” - c’era qualcosa d’implorante in quell’invito da sirena. Ti rassicurava e ti riempiva di tenerezza.

    “Chi… chi c’è.. là…là dentro?” - ebbi la forza di domandare tentando di scorgere la padrona di quella suadente e calda voce.

    Cominciò a piovere, gocce rade e grosse come monete.

    Tuonò così forte che sentii le mie dita avvinghiate sulla ringhiera del balcone staccarsi di colpo per il timore di finire sotto. Feci un passo avanti verso la mia camera. Non avevo mai creduto al soprannaturale e pensai subito allo scherzo di qualche mia ex fidanzata che si era intrufolata in casa mia per riconciliarsi o per rivendicare qualche torto subìto.

    “Chiunque tu sia, non fare la stupida e vieni fuori da lì!” - le intimai avvicinandomi sempre più alla porta senza vedere ancora niente eccetto ombre e tenebre.
    “Sono arrivata da molto lontano, e sono stanca e sporca… sono arrivata con la tempesta e non ho molto tempo per fermarmi con te,” - precisò la sagoma avvolta dal buio.

    Mi stava salendo una risata isterica… tra un po’ avrei acceso la luce per scoprire chi fosse così stupida da farmi uno scherzo del genere. Non tolleravo solamente quella strana paura che  attardava ogni reazione facendomi sentire un idiota spaventato.

    Il rumore della pioggia impazzava selvaggiamente... le gocce si frantumavano sulla ringhiera del balcone schizzandomi sulla schiena.

    “Non farti pregare, vieni qui da me… desidero solo lavarmi da tutta questa polvere. Ho poco tempo e devo rimettermi in viaggio per altri luoghi” - mi supplicò.
    “Accendi la luce e fatti vedere!” le ordinai con tutto il pragmatismo che possedevo.

    E la luce si accese davvero… e finalmente vidi ciò che di più inconcepibile e bello non potessi mai immaginare.
    Era una donna.
    Era nuda.
    Ed era ricoperta di polvere dalla testa ai piedi. Polvere secca e grigia.

    Se ne stava lì, sotto il cono di luce della lampada della scrivania, seduta con le spalle contro il muro, sorridente e piena di una dolcezza che si amalgamava alla perfezione con quella sua voce da bambina triste.

    Ci possono essere diverse risposte all’assurdità che stavo vivendo, forse qualcun altro al mio posto sarebbe morto di paura, forse si sarebbe gettato giù dal balcone o magari avrebbe assalito quella sconosciuta, ma la mia mente era immune dall’ignoto mondo magico dei fantasmi, così entrai e con coraggio la osservai tentando di scorgere sotto la patina della polvere qualche lineamento conosciuto.
    M’inginocchiai dinnanzi e le sfiorai una mano… non so perché lo feci, ma standole così vicino c’era qualcosa in lei che t’inteneriva. La sua mano era solida e non era un’apparizione.
    Mi piaceva e non scorgevo in quegli occhi senza colore nulla di negativo o d’insano.

    “Non so chi sei, ma alzati che andiamo a lavarti… e poi mi racconti da dove diavolo sei sbucata fuori” - dissi pieno di premure.

    La donna sorrise e sporse la mano impolverata. Mano nella mano, mi seguì lungo il corridoio fino al bagno in silenzio, camminandomi a fianco con una leggerezza spettrale.

    Un tuono echeggiò tra le pareti.

    Presi un asciugamano, del sapone e una spugna, aprii il rubinetto della doccia e per nulla turbato da quella perfetta nudità cominciai a insaponarla tutta, accorgendomi che, via via che acqua e sapone eliminavano lo spesso strato di polvere, i miei sensi si animavano dal desiderio di possederla.

    “Mi piace come mi lavi, sai?” - sussurrò tra lo scrosciare dell’acqua finché mi resi davvero conto che sotto la doccia c’ero finito anch’io, vestito e assalito da una voluttà che non avrei mai ritenuto possibile per uno spirito indifferente come il mio.

    Ci baciammo a lungo e per tutta la durata di quel temporale eterno ci amammo senza scampo.
    Ci rincorremmo nudi in ogni stanza, felici e vivaci, instupiditi dall’innocente gioco dei sensi, eravamo in preda a una lussuria di meraviglie… non c’era più polvere, non c’era mistero, c’era solo un uomo e una donna che si amavano.

    Fuori diluviava in una notte troppo nera, i tuoni facevano tremare i muri, i lampi tagliavano da ogni parte spazi di cielo e nubi, e fiumi d’acqua sembravano trasformare la città in una laguna. E noi senza dire una parola, instancabilmente ci congiungevamo in amplessi dolci e furenti, ci scambiavamo i codici dell’amore, c’incantavamo con gli sguardi e ci disincantavamo con gli eccessi. Eravamo come animali, come creature senza colpa che ridevano in faccia a Dio per la sua totale indifferenza. Eravamo orfani di tutto. Liberi e leggeri.

    Ovviamente ogni cosa finisce o si trasforma in qualcos’altro…la notte stava schiarendo portandosi via anche quell’interminabile temporale. I tuoni si allontanavano e i fulmini impallidivano lontani all’orizzonte.

    “Ora devo andare via” - mi disse la donna scostandosi da me. Si alzò dal letto e di lei rimase solo la forma del suo corpo nelle lenzuola arruffate.

    “Va bene” - acconsentii con il cuore incancrenito.
    “Sappi che non ci vedremo mai più” - sottolineò tristemente dalla soglia della porta del terrazzino.
    “Lo so!”

    E quando l’ultimo debole tuono salutò l’alba, lei lo cavalcò, o così mi piace pensare, e se ne andò per ritornare polvere e tempesta.

  • Come comincia: Il sole esiste sotto il tetto. Non c’è niente di più bello di questo. Un letto disfatto senza Madonne a custodirlo. Morire qui mi fa schifo. Senza la mia anima poi ancor peggio. Apro il rubinetto e muoio qui nel cesso di casa. Sono impaziente di farlo, mi affascino esultante mentre apro l’armadietto e cerco dolcemente quella cosa lì. Giro il rubinetto del lavandino e faccio scorrere l’acqua fredda, la voglio gelata e l’inverno là fuori oltre il vetro e la serranda mi aiuta.Tiro su le maniche della camicia contemplandomi  mani e avambracci mentre l’acqua li bagna e li desensibilizza concentrandosi sui polsi.
    La luce del neon mi abbaglia e posso sentire l’acqua che scorre abbondante e fragorosa fuggendomi tra le dita. Che spettacolo, mi dico guardandomi nello specchio sopra il lavandino, innamorandomi di questi occhi strapieni finalmente di vita che tra un po’ se andrà via. La lama del rasoio brilla come una stella, invitandomi ad affrettarmi nell’opera ultima di una volontà che inaspettatamente mi viene voglia di rimandare. Chiudo il rubinetto e vado vicino al letto disfatto, dove mi sdraio con i polsi ghiacciati che sembrano informicolirsi tutti, e penso alla cazzata che stavo facendo. Non si può morire così, no!  Chiudo gli occhi e penso al passato, perlopiù penso alle cose belle e mi pare così strano di averne fatte così tante. L’importanza delle cose belle sta nel fatto che in punto di morte esse perdono consistenza e si trasformano nell’inutilità dei sogni; per fortuna è così anche per le cose brutte. Mi alzo e mi affanno a cercare dentro un armadio la scatola con le vecchie musicassette, dove trovo infine quella che cercavo con le canzoni del mio disco preferito. La copertina della cassetta è sbiadita e il volto del cantante ricorda la foto di una vecchia tomba. Prendo il mangiacassette e vado nuovamente in bagno, ci ficco la cassetta e vado indietro con il nastro: voglio sentirla dall’inizio e sentirmi leggero come tutte le volte che l’avevo ascoltata fino a intenerirmi il cuore. Alzo il volume ed eccola lì che comincia ad entrarmi nell’anima…vivo, vivo e amo questa musica, non posso arrendermi ma non posso nemmeno aspettare che sia qualcun altro o qualcos’altro a decidere il modo e il giorno della mia morte. Deve essere una sorta di parità visto che in fin dei conti uno non può decidere quando deve nascere mi pare il minimo che almeno uno possa essere lui a decidere quando andarsene una volta per tutte.  Mi riguardo allo specchio e sorrido, ma la mia mano è più veloce della logica mentre afferra istintivamente il rasoio e zac!… La prima rasoiata fa cadere una ciocca di capelli dentro il lavandino, poi ne viene una seconda, una terza, seguita molte altre più precise finché ecco la mia testa che luccica privata dai capelli.
    Oh quanto mi piaccio! Sto davvero bene e il bello è che non mi sono nemmeno tagliato. Finalmente dopo tanti anni ho un’altra faccia a tenermi compagnia.  Mi riempio le mani di dopobarba frizionandomi il cranio, brucia un po’, ma volete mettere come risaltano questi occhi?  Stasera quasi quasi esco da casa e vediamo cosa succede. È ora di cambiamenti, di rinnovamento totale, cosicché comincio subito con queste cazzo di canzoni  fracassando contro il muro il mangiacassette. Finalmente silenzio. Spengo la luce del bagno e torno nel mio letto disfatto: ho voglia di sentire  la sensazione di una testa calva sul cuscino. Mi sento davvero bene, penso che stasera uscirò ma prima sento la necessità di riposarmi e distendere ogni lineamento e ruga  del mio volto.  Mi stringo il cuscino in testa e serenamente mi addormento.
    La mattina giunge presto e il primo pensiero è il dispiacere di essermi addormentato, escludendomi il brio di una nottata con un nuovo me. Ho fame. Mi alzo e barcollò fino in cucina.
    In cucina c’è gente. Stanno in silenzio, seduti attorno al tavolo. Guardandomi sorridono indicandomi la mia testa pelata. Il tavolo è apparecchiato per la colazione: c’è del caffèlatte bollente, fette biscottate e marmellata, succhi di frutta e due torte invitanti.
    Non capisco, e mi raggelo nella soglia della cucina. Chi ha fatto entrare quegli sconosciuti a casa mia, chi? Mi domando senza parole.
    Ci sono due donne, una molto più giovane dell’altra. Vedo un vecchio curvo sul caffèlatte fumante e un ragazzino che succhia fastidiosamente  del latte da una tazza  colorata. Hanno tutti l’aria simpatica e spontaneamente genuina.
    La donna m’invita con una voce da spot pubblicitario a sedermi con loro. C’è un posto libero tra il vecchio e la ragazza e il caffè con il suo aroma che invade la cucina mi allieta.
    Tutti mi chiedono come sto e se ho dormito bene, sono premurosi e gentili e il caffè è buono.  Non li conosco per niente, ma chi se né frega, d’altra parte non si conosce mai nessuno nella vita. Potrei  chiedere loro chi sono e come diavolo sono entrati a casa mia, ma qualunque cosa essi mi rispondono per ora non m’interessa più.  Prendo la caraffa del caffè per versarmene una buona dose sennonché  riesco a rovesciarmi la tazza piena tra le gambe.  Il ragazzino ride mentre  io grido balzando in piedi cercando di staccare i pantaloni bagnati e appiccicati sull’inguine che fuma. Forse il mio saltellare ridicolo ha contagiato il vecchio poiché si alza e comincia  a battere le mani come in una danza popolare. Fortunatamente le due donne  accorrono in mio aiuto con un panno freddo da applicare sulla scottatura. Sto già meglio, mi scuso e mi risiedo, mentre il vecchio ci informa che va in bagno. Lo vediamo tornare con il mio mangiacassette fracassato portandoselo sul bancone della cucina, dove armato di un cacciavite  me lo riporta in vita  dopo averci trafficato per cinque minuti. Mi dice che era un peccato  buttare via un mangiacassette come quello per una sola cassetta che non piace più. Gli diedi ragione intavolando una normale conversazione mentre  mangiavo con voracità ogni prelibatezza di quella colazione. La donna più giovane frugò da dentro una borsa esclamando felice che lei aveva una bella cassetta da farci sentire.
    Era solo musica, ma una musica come quella io non l’avevo mai sentita… era fantastica per ballarla e lasciarsi andare in un’estasi da illuminati.
    Ballammo tutti intorno al tavolo con il cuore che batteva colmo di serenità e di una libertà senza eguali: è bello stare qui. Domani mi dicono che sarà ancora meglio: qui si balla, si gioca e ci si meraviglia, nessuno può disturbarci perché il mondo con tutti i suoi orrori non ci può raggiungere.
    Io non lo sapevo, ma questa casa ha molte stanze, tantissime stanze interessanti, abitate ognuno da persone fantastiche che ti fanno davvero stare bene. E chi se ne frega se anche sono fantasmi, o frutto dei miei deliri artificiali o di un aldilà camuffato?
    Sto bene, no? Questo conta davvero.

  • 03 febbraio 2006
    E' finita

    Come comincia:

    Nessuno sapeva niente di lui, nessuno poteva mai scoprire nulla di lui perché nemmeno lui sapeva nulla di sé. Una volta aveva creduto d’innamorarsi di una donna per scoprire poi che si era innamorato solo dell’amore che lei le trasmetteva contagiandolo irrecuperabilmente.

    Lui era un uomo comune a vedersi, se non per la luce  di quegli occhi che, molti giuravano, cambiavano colore a seconda dei momenti: c’era chi li vedeva annegati in un grigio di mare che assorbe un cielo di novembre, chi marroni come la terra secca al sole, chi gialli e color del miele  delle fate, chi neri come gli abissi ma caldi e rassicuranti che a volte mutavano in strisce di sfumature variegate che occupavano la pupilla come caleidoscopi. Eccetto questa nota inconsueta, lui era per tutto un uomo comune e appunto di una sua storia comune vi voglio raccontare, accantonando le molteplici strane storie che mi hanno tenuto sveglio per notti intere cercando di dargli un senso, esaurendomi in conclusione che  in questa vita l’unico senso era il senso che ci dava ognuno di noi.

     

    Era un pomeriggio come tutti i pomeriggi di una città all’imbrunire, sconvolta dal traffico, da suoni e fumi di scappamento di auto che s’intrecciavano e scorrevano per vie e corsi come cani rabbiosi.

    Cominciava a fare freddo e tra un’ora la donna e l’uomo si sarebbero probabilmente separati per sempre. Il locale era caldo e dalle vetrate si notavano accendersi le prime luci nella strada dove di tanto in tanto della gente compariva frettolosamente come fantasmi persi in labirinti senza via d’uscita. L’uomo e la donna sedevano in un tavolino, nessuno dei due ancora si decideva a parlare.

    Un cameriere chiese cosa desideravano: entrambi ordinarono un tè caldo al limone.

    Lei appariva ancora più bella di quegli ultimi due anni d’amore clandestino, notò l’uomo con la dolce amarezza di chi sa che quella storia sarebbe finita lì.

    - Cosa hai fatto in queste sere che non ci siamo sentiti? – chiese la donna togliendosi la giacca di velluto e deponendola sulla spalliera della sedia libera.

    - Nulla, - mentì lui sentendosi sporco perché due sere prima era uscito con un’altra solo per accorgersi con disperazione di quanto lei fosse davvero insostituibile.

    - E secondo te dovrei crederci? -

    Il cameriere portò su un vassoio una teiera e due tazze di porcellana bianchissima. Posandoli sul tavolo  guardò con una confidenza elegante quella coppia che aveva servito molte volte, intuendo dalla gravosa atmosfera che forse quella era l’ultima volta che li vedeva. Era un peccato perché in loro ci aveva trovato una sorta di speranza verso l’amore.

    Versandole del te nella tazza lui le disse:

    - Sembra  che sia finita per davvero, no? -

    - Pare proprio di sì. -

    La mano di lui tremò un po’ nel posare la teiera, non perché si aspettasse un ripensamento ma perché preveniva di già quel dolore di non poterla vedere e amare mai più.

    - Non sarebbe potuta durare e questo lo sapevamo e poi tu eri il primo a ricordarmelo, non è così? -

    Accendendosi una sigaretta l’uomo guardò oltre di lei verso un vaso di fiori sopra un lungo tavolo al di sotto di un quadro di una riproduzione di Picasso, chiedendosi come mai il proprietario avesse avuto il cattivo gusto di mettere in risalto una delle opere più angosciose dell’artista spagnolo.

    - Sai, non ho mai fatto caso a quella riproduzione di Picasso. Era lì e non mi sono mai soffermato. -

    Per un attimo lei apparve infastidita da quella digressione, ma si voltò per incontrare la riproduzione originale di Guernica con tutta la sua espressione di sofferenza e confusione che raccontava la guerra di Spagna.

    - Sembra in tema con noi. -

    - Non ci abbiamo mai fatto caso forse perché eravamo troppo presi uno dall’altra. -

    Un’ombra di malinconia le passò davanti agli occhi mentre si portava la tazza sulle labbra.

    - E’ bollente! -

    - Lascialo raffreddare. -

    - Sono troppo triste confusa e affaticata per essere serena con te e l’amore, - disse la donna sfiorandosi con il dorso della mano una palpebra in un gesto che lui aveva sempre segretamente amato.

    - Cosa vuoi che ti dica. – disse l’uomo alzando le spalle e il mento in segno interrogativo.

    - Beh, perlomeno che ti dispiace. -

    - Sai come la penso, quando qualcuno ha un’idea e poi trova la forza di dirtela, ogni parola sarebbe vana per farle cambiare idea – disse tutto questo senza il coraggio di guardarla in faccia, guardava sempre quel quadro di Picasso perdendosi nell’assurdo pensiero di domandarsi cosa avesse fatto l’eccentrico artista la sera dopo aver finito quell’opera.

    - Perché non mi guardi negli occhi? -

    - Se ti guardo mi resterai ancora più di dentro. Non voglio stare male più del necessario, - disse sorridendole e quando sorrideva in quella maniera disarmante i suoi occhi erano lucidi e strani come se riflettessero gli occhi stessi di chi li guardava.

    - Sei terribile. -

    - Ero, specifichiamo, ero terribile e tu lo sai che non potrò più esserlo. -

    - Non con me… ma con le altre sì! -

    - Non sarà la stessa cosa. E’ un peccato che tu ti stia sacrificando così… -

    - Credimi, sto facendo la cosa più giusta non solo per me ma anche per te, io sono sposata e ho due figli piccoli e non immagini nemmeno come sono tesi pure loro  per via della tensione che respirano in casa. -

    - Questo lo sapevamo anche prima, - disse lui.

    Lei non rispose e riprese a sorseggiare il te prendendo la tazza con entrambe le mani.

    - Ti stai separando da tuo marito però. Pensavo che finalmente potevi sentirti libera; libera, così come dicevi fino a pochi giorni fa, libera di amarmi alla luce del giorno. -

    - Ho riflettuto parecchio… -

    - E ti sei persa. -

    - Appunto per questo ora mi sembra più giusto starmene da sola e pensare a crescere i miei figli. -

    - Tu mi lasci solo perché sei terrorizzata… hai semplicemente paura ed io rispetto questa paura. Posso cercare di capirti ma non chiedermi di condividere questa tua decisione. -

    - Io ti amo ancora ma non posso permettermi il lusso di nessuna distrazione che possa compromettere i miei bambini… sono piccoli e proprio ora hanno bisogno di me - ammise con una fermezza che lui non le aveva mai visto. Ammirandola da una parte e detestandola dall’altra.

    - E’ solo un peccato lasciarci così, io penso che le cose debbano esaurirsi e tu sai benissimo che le cose tra noi due non erano per nulla esaurite, anzi! – disse l’uomo ritornando con lo sguardo sul quadro di Picasso.

    - Sei stato la persona più speciale che io abbia mai conosciuto e sono certa che non incontrerò mai più nessuno come te. -

    - Si dice sempre così in questi casi? -

    - Non fare lo stupido… tu sai che sono parecchie notti che non dormo? -

    - Mi dispiace… prova con qualche goccia di Lexotan. -

    - Vorrei scomparire e buttarmi nel fiume… te lo giuro. -

    - Ma non puoi farlo! Se non sbaglio hai due figli… è un controsenso il tuo, lasci me per loro e poi vorresti farla finita, fa ridere, no? E  poi chi ci guadagna ? -

    La donna sorrise tormentando con le dita la bustina dello zucchero accanto al piattino della tazza.

    - Comunque avevo ragione io quando ti dicevo che in amore le parole non servono a nulla… sono solo parole che riempiono vuoti. -

    - Cosa c’entra questo! -

    - Ti parlo da uomo ferito e lasciato, me lo permetti? – ribatté pensando se nella parete sopra il suo letto quel quadro ci sarebbe stato bene. Poteva provarci visto che i giorni che gli si paravano dinnanzi sarebbero stati in sintonia con l’angoscia  del dipinto.

    - Si sta facendo tardi, alle sette e mezza la baby sitter deve andare via. -

    - Sono appena le sei e venti e in questi due anni non ti ho mai fatto ritardare anche quando sbattevi i piedi per terra che non volevi più andartene via. O quando ti spingevo fuori dalla mia macchina staccandoti da me implorandoti che era tardi. Ed era tardi sempre per te. -

    La bustina dello zucchero si lacerò tra le sue dita riversando i granelli brillanti e bianchi sulla tovaglia rossa del tavolino.

    - Accidenti! -

    - Lascia che ti aiuti-

    - No faccio da me, uffa! -

    Lui ritornò al quadro come se quella rappresentazione di dolore lo richiamasse a condividere ogni sua minima espressione di drammaticità. Braccia alzate al cielo, profili di donne disperate, tori e cavalli distorti relegati ai tre unici colori: bianco, nero e grigio.

    - Chissà chi era la donna che dormiva nello stesso letto di Picasso ai tempi di quel quadro ? -

    - Ne ha avute tante se ben ricordo. -

    - Lui era un uomo solo malgrado tutto è un uomo solo non lo si può giudicare. -

    - Per caso ti ci ritrovi? -

    - Forse un po’… avevo letto su di un libro che lui diceva che senza solitudine non si può fare nulla e che alla fine si era creato una solitudine che nessuno sospettava. -

    - Sa di disperazione e questo spiega perché le donne che gli sono state a fianco non siano mai riuscite a farsi amare e amarlo senza ossessioni. -

    - E’ il prezzo del genio e per ogni cosa bella e preziosa c’è sempre un prezzo da pagare e più ha valore e più il prezzo sale. – disse l’uomo pensando che il loro conto da pagare per quei due anni di passioni e meraviglie sarebbe stato molto salato per entrambi, dilazionato negli anni come per ricordargli per l’eternità la rarità della loro storia d’amore.

    - Tornando a noi, spero che capirai… è meglio finirla ora. -

    - Finirla ora… prima che si ammorbi ?-

    - Prima che le circostanze saranno del tutto contro di me, prima che tu mi lasci per un’altra, magari più giovane, non sposata e senza figli.

    - Tu lo sai che tra di noi c’era una specie di magia? Gli stessi sogni che facevamo di notte, il nostro incontro che nessuno dei due era in condizioni  di mettere in pratica, e perlopiù nessuno lo voleva tanto eravamo presi dai nostri problemi, l’energia dei nostri corpi quando ci amavamo senza capire perché non riuscivamo mai a fermarci… -

    - Non dire così! -

    - Va bene…contenta te? -

    - Io sono convinta e so che non avrei più tanto tempo da dedicarti una volta separata da mio marito e so benissimo quanto sei pretenzioso.Quante volte mi hai ricordato che stavi con me solo fino a quando ti davo tutta me stessa e che se fossi cambiata mi avresti lasciata .  Io starò già male per i fatti miei e non vorrei poi avere anche il cuore spezzato dalla delusione che mi lasci per un’altra. Scusami ma preferisco così. -

    - Stai esagerando e sai benissimo che non ho mai avuto intenzione di farmi una famiglia. Penso solo che è un peccato perdersi quando due persone stanno così bene insieme. E tu ti fasci la testa prima di rompertela. -

    - Io rischio i miei figli se qualcuno ci scoprisse, capisci? C’è andata troppo bene fino ad ora e non so quanto la fortuna stia ancora dalla nostra parte. -

    - Ma ti stai separando se non sbaglio e tutte queste cose te le ho sempre messe davanti io se ben ricordi. -

    - Ti apparirà assurdo lo so, ma prima non mi sentivo così responsabile. Ora che sarò sola i miei bambini potranno contare solo su me stessa e non vorrei mai che un giorno mi rinfacciassero che ho lasciato il loro padre per un altro. Loro  ci devono perdere il minimo possibile dalla scelta che i loro genitori hanno preso. -

    - Capisco, magari proverò ad aspettarti…quando i tuoi figli cresceranno… -

    - Non vorrei mai questo da te…e poi conoscendoti, figurati? Te? –

    - Chissà? -

    - Dal mio punto di vista non ho scelta, anche se non ho smesso per niente d’amarti. Perdonami. -

    Lui si alzò dalla sedia si mise la giacca di pelle di nera e andò a pagare il conto passando davanti al Guernica di Picasso. Lei lo seguì senza parlare.

    - Come ti senti ? – disse la donna una volta fuori dal locale.

    - A volte è meglio non sentire e non vedere, ma mi sento bene. -

    - Allora buona fortuna -

    A te di più, - scherzò lui, poi seriamente le prese il dorso di quella mano che aveva sempre amato guardare e lasciarsi accarezzare e la baciò, finché la vide andare via per sempre, leggera come sempre, verso il posteggio dei taxi di sempre, senza voltarsi come abitualmente faceva di solito, reclinando il capo e sorridendogli come solo lei aveva la magia di saper fare.

    - Sto bene, - si disse piano e salì nella sua auto.