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Autore

Alfio Catania

in archivio dal 03 feb 2006

06 ottobre 1965, Torino

mi descrivo così:
Semplice e complesso

03 febbraio 2006

E' finita

Intro: Un uomo, una donna, una coppia che si accinge a diventare una ex-coppia. Avvolti dal mistero si affrontano in un momento pieno di pathos e di sensazioni. A fare da sfondo al loro dialogo serrato, un quadro di Picasso metafora della sofferenza.

Il racconto

Nessuno sapeva niente di lui, nessuno poteva mai scoprire nulla di lui perché nemmeno lui sapeva nulla di sé. Una volta aveva creduto d’innamorarsi di una donna per scoprire poi che si era innamorato solo dell’amore che lei le trasmetteva contagiandolo irrecuperabilmente.

Lui era un uomo comune a vedersi, se non per la luce  di quegli occhi che, molti giuravano, cambiavano colore a seconda dei momenti: c’era chi li vedeva annegati in un grigio di mare che assorbe un cielo di novembre, chi marroni come la terra secca al sole, chi gialli e color del miele  delle fate, chi neri come gli abissi ma caldi e rassicuranti che a volte mutavano in strisce di sfumature variegate che occupavano la pupilla come caleidoscopi. Eccetto questa nota inconsueta, lui era per tutto un uomo comune e appunto di una sua storia comune vi voglio raccontare, accantonando le molteplici strane storie che mi hanno tenuto sveglio per notti intere cercando di dargli un senso, esaurendomi in conclusione che  in questa vita l’unico senso era il senso che ci dava ognuno di noi.

 

Era un pomeriggio come tutti i pomeriggi di una città all’imbrunire, sconvolta dal traffico, da suoni e fumi di scappamento di auto che s’intrecciavano e scorrevano per vie e corsi come cani rabbiosi.

Cominciava a fare freddo e tra un’ora la donna e l’uomo si sarebbero probabilmente separati per sempre. Il locale era caldo e dalle vetrate si notavano accendersi le prime luci nella strada dove di tanto in tanto della gente compariva frettolosamente come fantasmi persi in labirinti senza via d’uscita. L’uomo e la donna sedevano in un tavolino, nessuno dei due ancora si decideva a parlare.

Un cameriere chiese cosa desideravano: entrambi ordinarono un tè caldo al limone.

Lei appariva ancora più bella di quegli ultimi due anni d’amore clandestino, notò l’uomo con la dolce amarezza di chi sa che quella storia sarebbe finita lì.

- Cosa hai fatto in queste sere che non ci siamo sentiti? – chiese la donna togliendosi la giacca di velluto e deponendola sulla spalliera della sedia libera.

- Nulla, - mentì lui sentendosi sporco perché due sere prima era uscito con un’altra solo per accorgersi con disperazione di quanto lei fosse davvero insostituibile.

- E secondo te dovrei crederci? -

Il cameriere portò su un vassoio una teiera e due tazze di porcellana bianchissima. Posandoli sul tavolo  guardò con una confidenza elegante quella coppia che aveva servito molte volte, intuendo dalla gravosa atmosfera che forse quella era l’ultima volta che li vedeva. Era un peccato perché in loro ci aveva trovato una sorta di speranza verso l’amore.

Versandole del te nella tazza lui le disse:

- Sembra  che sia finita per davvero, no? -

- Pare proprio di sì. -

La mano di lui tremò un po’ nel posare la teiera, non perché si aspettasse un ripensamento ma perché preveniva di già quel dolore di non poterla vedere e amare mai più.

- Non sarebbe potuta durare e questo lo sapevamo e poi tu eri il primo a ricordarmelo, non è così? -

Accendendosi una sigaretta l’uomo guardò oltre di lei verso un vaso di fiori sopra un lungo tavolo al di sotto di un quadro di una riproduzione di Picasso, chiedendosi come mai il proprietario avesse avuto il cattivo gusto di mettere in risalto una delle opere più angosciose dell’artista spagnolo.

- Sai, non ho mai fatto caso a quella riproduzione di Picasso. Era lì e non mi sono mai soffermato. -

Per un attimo lei apparve infastidita da quella digressione, ma si voltò per incontrare la riproduzione originale di Guernica con tutta la sua espressione di sofferenza e confusione che raccontava la guerra di Spagna.

- Sembra in tema con noi. -

- Non ci abbiamo mai fatto caso forse perché eravamo troppo presi uno dall’altra. -

Un’ombra di malinconia le passò davanti agli occhi mentre si portava la tazza sulle labbra.

- E’ bollente! -

- Lascialo raffreddare. -

- Sono troppo triste confusa e affaticata per essere serena con te e l’amore, - disse la donna sfiorandosi con il dorso della mano una palpebra in un gesto che lui aveva sempre segretamente amato.

- Cosa vuoi che ti dica. – disse l’uomo alzando le spalle e il mento in segno interrogativo.

- Beh, perlomeno che ti dispiace. -

- Sai come la penso, quando qualcuno ha un’idea e poi trova la forza di dirtela, ogni parola sarebbe vana per farle cambiare idea – disse tutto questo senza il coraggio di guardarla in faccia, guardava sempre quel quadro di Picasso perdendosi nell’assurdo pensiero di domandarsi cosa avesse fatto l’eccentrico artista la sera dopo aver finito quell’opera.

- Perché non mi guardi negli occhi? -

- Se ti guardo mi resterai ancora più di dentro. Non voglio stare male più del necessario, - disse sorridendole e quando sorrideva in quella maniera disarmante i suoi occhi erano lucidi e strani come se riflettessero gli occhi stessi di chi li guardava.

- Sei terribile. -

- Ero, specifichiamo, ero terribile e tu lo sai che non potrò più esserlo. -

- Non con me… ma con le altre sì! -

- Non sarà la stessa cosa. E’ un peccato che tu ti stia sacrificando così… -

- Credimi, sto facendo la cosa più giusta non solo per me ma anche per te, io sono sposata e ho due figli piccoli e non immagini nemmeno come sono tesi pure loro  per via della tensione che respirano in casa. -

- Questo lo sapevamo anche prima, - disse lui.

Lei non rispose e riprese a sorseggiare il te prendendo la tazza con entrambe le mani.

- Ti stai separando da tuo marito però. Pensavo che finalmente potevi sentirti libera; libera, così come dicevi fino a pochi giorni fa, libera di amarmi alla luce del giorno. -

- Ho riflettuto parecchio… -

- E ti sei persa. -

- Appunto per questo ora mi sembra più giusto starmene da sola e pensare a crescere i miei figli. -

- Tu mi lasci solo perché sei terrorizzata… hai semplicemente paura ed io rispetto questa paura. Posso cercare di capirti ma non chiedermi di condividere questa tua decisione. -

- Io ti amo ancora ma non posso permettermi il lusso di nessuna distrazione che possa compromettere i miei bambini… sono piccoli e proprio ora hanno bisogno di me - ammise con una fermezza che lui non le aveva mai visto. Ammirandola da una parte e detestandola dall’altra.

- E’ solo un peccato lasciarci così, io penso che le cose debbano esaurirsi e tu sai benissimo che le cose tra noi due non erano per nulla esaurite, anzi! – disse l’uomo ritornando con lo sguardo sul quadro di Picasso.

- Sei stato la persona più speciale che io abbia mai conosciuto e sono certa che non incontrerò mai più nessuno come te. -

- Si dice sempre così in questi casi? -

- Non fare lo stupido… tu sai che sono parecchie notti che non dormo? -

- Mi dispiace… prova con qualche goccia di Lexotan. -

- Vorrei scomparire e buttarmi nel fiume… te lo giuro. -

- Ma non puoi farlo! Se non sbaglio hai due figli… è un controsenso il tuo, lasci me per loro e poi vorresti farla finita, fa ridere, no? E  poi chi ci guadagna ? -

La donna sorrise tormentando con le dita la bustina dello zucchero accanto al piattino della tazza.

- Comunque avevo ragione io quando ti dicevo che in amore le parole non servono a nulla… sono solo parole che riempiono vuoti. -

- Cosa c’entra questo! -

- Ti parlo da uomo ferito e lasciato, me lo permetti? – ribatté pensando se nella parete sopra il suo letto quel quadro ci sarebbe stato bene. Poteva provarci visto che i giorni che gli si paravano dinnanzi sarebbero stati in sintonia con l’angoscia  del dipinto.

- Si sta facendo tardi, alle sette e mezza la baby sitter deve andare via. -

- Sono appena le sei e venti e in questi due anni non ti ho mai fatto ritardare anche quando sbattevi i piedi per terra che non volevi più andartene via. O quando ti spingevo fuori dalla mia macchina staccandoti da me implorandoti che era tardi. Ed era tardi sempre per te. -

La bustina dello zucchero si lacerò tra le sue dita riversando i granelli brillanti e bianchi sulla tovaglia rossa del tavolino.

- Accidenti! -

- Lascia che ti aiuti-

- No faccio da me, uffa! -

Lui ritornò al quadro come se quella rappresentazione di dolore lo richiamasse a condividere ogni sua minima espressione di drammaticità. Braccia alzate al cielo, profili di donne disperate, tori e cavalli distorti relegati ai tre unici colori: bianco, nero e grigio.

- Chissà chi era la donna che dormiva nello stesso letto di Picasso ai tempi di quel quadro ? -

- Ne ha avute tante se ben ricordo. -

- Lui era un uomo solo malgrado tutto è un uomo solo non lo si può giudicare. -

- Per caso ti ci ritrovi? -

- Forse un po’… avevo letto su di un libro che lui diceva che senza solitudine non si può fare nulla e che alla fine si era creato una solitudine che nessuno sospettava. -

- Sa di disperazione e questo spiega perché le donne che gli sono state a fianco non siano mai riuscite a farsi amare e amarlo senza ossessioni. -

- E’ il prezzo del genio e per ogni cosa bella e preziosa c’è sempre un prezzo da pagare e più ha valore e più il prezzo sale. – disse l’uomo pensando che il loro conto da pagare per quei due anni di passioni e meraviglie sarebbe stato molto salato per entrambi, dilazionato negli anni come per ricordargli per l’eternità la rarità della loro storia d’amore.

- Tornando a noi, spero che capirai… è meglio finirla ora. -

- Finirla ora… prima che si ammorbi ?-

- Prima che le circostanze saranno del tutto contro di me, prima che tu mi lasci per un’altra, magari più giovane, non sposata e senza figli.

- Tu lo sai che tra di noi c’era una specie di magia? Gli stessi sogni che facevamo di notte, il nostro incontro che nessuno dei due era in condizioni  di mettere in pratica, e perlopiù nessuno lo voleva tanto eravamo presi dai nostri problemi, l’energia dei nostri corpi quando ci amavamo senza capire perché non riuscivamo mai a fermarci… -

- Non dire così! -

- Va bene…contenta te? -

- Io sono convinta e so che non avrei più tanto tempo da dedicarti una volta separata da mio marito e so benissimo quanto sei pretenzioso.Quante volte mi hai ricordato che stavi con me solo fino a quando ti davo tutta me stessa e che se fossi cambiata mi avresti lasciata .  Io starò già male per i fatti miei e non vorrei poi avere anche il cuore spezzato dalla delusione che mi lasci per un’altra. Scusami ma preferisco così. -

- Stai esagerando e sai benissimo che non ho mai avuto intenzione di farmi una famiglia. Penso solo che è un peccato perdersi quando due persone stanno così bene insieme. E tu ti fasci la testa prima di rompertela. -

- Io rischio i miei figli se qualcuno ci scoprisse, capisci? C’è andata troppo bene fino ad ora e non so quanto la fortuna stia ancora dalla nostra parte. -

- Ma ti stai separando se non sbaglio e tutte queste cose te le ho sempre messe davanti io se ben ricordi. -

- Ti apparirà assurdo lo so, ma prima non mi sentivo così responsabile. Ora che sarò sola i miei bambini potranno contare solo su me stessa e non vorrei mai che un giorno mi rinfacciassero che ho lasciato il loro padre per un altro. Loro  ci devono perdere il minimo possibile dalla scelta che i loro genitori hanno preso. -

- Capisco, magari proverò ad aspettarti…quando i tuoi figli cresceranno… -

- Non vorrei mai questo da te…e poi conoscendoti, figurati? Te? –

- Chissà? -

- Dal mio punto di vista non ho scelta, anche se non ho smesso per niente d’amarti. Perdonami. -

Lui si alzò dalla sedia si mise la giacca di pelle di nera e andò a pagare il conto passando davanti al Guernica di Picasso. Lei lo seguì senza parlare.

- Come ti senti ? – disse la donna una volta fuori dal locale.

- A volte è meglio non sentire e non vedere, ma mi sento bene. -

- Allora buona fortuna -

A te di più, - scherzò lui, poi seriamente le prese il dorso di quella mano che aveva sempre amato guardare e lasciarsi accarezzare e la baciò, finché la vide andare via per sempre, leggera come sempre, verso il posteggio dei taxi di sempre, senza voltarsi come abitualmente faceva di solito, reclinando il capo e sorridendogli come solo lei aveva la magia di saper fare.

- Sto bene, - si disse piano e salì nella sua auto.

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