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Racconti di Amedeo Sperti

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  • 18 gennaio 2008
    La mia isola che non c'è

    Come comincia: Eccoci qui, al primo banco, nell’ultimo giorno di scuola dell’ultimo anno, mentre la prof. cerca affannosamente di spiegare l’ultima parte di programma, quante ultime cose in questo periodo. Se invece penso a quello che c’è davanti; te ne hanno parlato sempre, non hai fatto altro che prepararti per questo e ora un po’ ti vengono i brividi, un po’ come la musichetta della Champion’s League la prima volta che l’ascolti; è una cosa difficile, ma affascinante, solo che adesso non sei un tifoso, ora in campo ci devi scendere tu per rendere il lavoro di cinque anni, ed è questo che più di ogni altra cosa ti fa tremare: cinque anni sono passati e si sta chiudendo tutto ora, e se butti uno sguardo fuori capisci veramente che per certe cose non è più il tempo; ora ti manca il respiro, eppure cinque anni non sono assai, però questo è un lustro un po’ particolare, in questo tempo ci siamo formati e siamo diventati quello che siamo, oppure lo siamo sempre stati e tutte le esperienze vissute hanno tirato fuori la nostra vera essenza… come una poesia che ti ha emozionato o una pagina di storia che ti ha esaltato, o come scoprire che gente come Dante, Petrarca, Manzoni e Leopardi parlava di noi e delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti, che da Omero ad Ungaretti non sono mai cambiati, e spiegato il perché di una poesia e il doverla studiare insieme con la storia:conoscere noi stessi… lo scrisse anche uno dei sette saggi sul tempio di Apollo a Delphi, quello è il primo passo per fare qualsiasi cosa nella vita, e poi ci sono tanti altri aspetti da scoprire nel passato, come l’amore, come le tante visioni di bellezza e i tanti esempi di eroismo che in qualche maniera abbiamo sempre desiderato compiere e che sono metafore di tanti momenti, perché, c’è sempre un momento in cui si deve lanciare il dado e passare il Rubicone in armi o più semplicemente ci siamo ispirati a film, come quella scena del Gladiatore dove il protagonista si toglie l’elmo e dice chi è veramente, perché quando mostri al mondo chi sei veramente tremano un po’ tutti anche gli imperatori, e poi ci sono le scene in cui si molla tutto per andare dalla persona amata, a volte lo abbiamo fatto e ce ne siamo pentiti, altre volte no e siamo rimasti col dubbio:’’e se l’avessi fatto?’’

     

    Ma la scuola non è stato solo questo, c’è stato il tempo per esempio di provare sigarette nascoste in posti e in modi inimmaginabili e di sorseggiare i primi cocktail, e tutto per una questione d’immagine per poi diventare vizio(o più semplicemente credere di averlo) o lasciare stare perché convinti di non averne bisogno, e poi i sabati passati in discoteche più piccole di tane per topi o passati a girare tutta la città senza meta e il ritorno a scuola lunedì, dove l’unica consolazione era commentare la giornata di campionato col compagno di banco, e fare a pugni in tutti i derby, a buttare tutte le domeniche e i mercoledì sui televisori per vedere partita, post - partita e interviste fino alla notte del 9 luglio 2006 dove un pianto si è unito ad un grido di gioia “CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO’’, per poi ritornare a scazzottarsi al derby successivo, oppure provare ad emulare i nostri idoli alla Meridiana o al Vivisport e sempre con quella gioia che ci ha dato lo sport, sia che lo guardavamo in televisione, o che lo giocavamo sul campetto oppure alla Playstation.

    E accanto all’amicizia c’è stato il tempo del primo amore, una rivelazione, perché quello che c’era prima di lei contava quasi niente, lei è stata come la Beatrice per Dante - ‘’tanto onesta e gentile pare’’, quando hai sentito quella frase hai subito pensato a lei, e l’hai sempre pensata perché se la poesia è bellezza e verità, non poteva che essere lei bella, armonica e sincera, ed hai provato a stupirla in ogni modo, perché quando ami non vuoi solo conquistare, vuoi dimostrare che sei il migliore, inarrivabile, che puoi fare cose che altri immaginano soltanto, ma alla fine è come un’equazione matematica, amare per la prima volta equivale al frantumarsi di tanti sogni, lì per lì non ti andava di piangere ed hai preso a fare il duro, ad incazzarti con il mondo e a passare i sabato sera in una squallida taverna ad ubriacarti mentre innalzavi intorno al tuo cuore un muro di cemento onde evitare in futuro di soffrire ancora e come se non bastasse in quel periodo la prof. Entra in classe annunciando che spiegherà Leopardi e il tema della malinconia;sembrava non se ne potesse più uscire, ma proprio da Leopardi imparasti che nonostante la natura o la società portava l’uomo verso l’angoscia, gli uomini insieme potevano affrontare la vita e uscirne vittoriosi;e infatti solo l’aiuto di amici ha potuto risollevarti prima di toccare il fondo, è strano ma succede sempre che ti vengono a salvare quando stai per andare al tappeto, magari prima di fare qualche cavolata, magari ti sollevano ubriaco da terra e forse è necessario che sia così in quanto quando soffriamo per un po’ di tempo riusciamo a vedere il mondo nudo e crudo e capiamo come certa gente felice viva solo di illusioni e riusciamo ad apprezzare meglio cose come l’amicizia che inizi a considerare un po’ come un dono, da non farti assolutamente scappare. E così hai finalmente rialzato la testa, senza mai mollare, senza smettere di sperare di poter tornare a sorridere, hai messo da parte i rancori e ti sei proiettato verso questo momento, ovviamente però, i problemi non hanno smesso esistere, però ora sei forte abbastanza per affrontarli da solo, e quando non ci riesci, hai sempre saputo di poter contare sulle persone che ti sono vicine;hai finalmente imparato a guidare - dalla paura della strada fino a dominarla - , non hai più avuto paura delle interrogazioni, sei uscito dalla massa e hai condotto autonomamente la tua esistenza come l’oltre - uomo di Nietzsche.

    L’ultima gita poi è stata una bella avventura, un’altra occasione per scoprire una seconda volta il valore dell’amicizia, anche se pochi i veri amici, comunque preziosi.

    Ora tutto questo sta per finire, e proprio ora che lo vedo da fuori non voglio lasciarlo, è come voler rivedere un film appena visto, ma non posso, qui ho vissuto mille esperienze e cresciuto attraverso di esse, ma la devo pur lasciare quest’isola che non c’è, perché come dice una canzone:sempre azzurra non può essere l’età. Ormai mancano pochi minuti al suono della campanella, l’ultimo suono della campanella che sentiremo, e intanto mi viene un nodo alla gola a pensare a tutte queste cose. E penso anche al futuro, chissà cosa sarò? Cosa diventerò? Magari un giorno scriverò la nostra storia e di tutte queste emozioni, magari avrò una bella famiglia un bel lavoro o forse diventerò un eroe… ma l’ora è quasi finita, ora uscirò dalla classe, attraverserò il corridoio e porterò con me questi ricordi e l’insegnamento di cercare sempre qualcosa di bello nella vita.

    Addio per sempre mio luogo dell’anima.
    Addio per sempre mia isola che non c’è.

  • 31 luglio 2007
    La bottiglia di vino

    Come comincia: Ricorderò e comunque anche se non vorrai.
    Inizia così una bella canzone nel bel mezzo di una festa, due note lente e il dj invita prendere e accompagnare il proprio o la propria partner a ballare un lento, ma a me quella canzone non piaceva, o meglio non mi piacevano le canzoni d’amore, perché sapevo che quelle canzoni non parlavano di me, e perché in quel momento l’unico partner era solo una bottiglia di vino, lasciata lì sul tavolo, da sola… come me… utile per tirare su il morale ma adesso veniva lasciata là, sul tavolo da sola.
    Ti sposerò perché non te l' ho detto mai
    Come fa male cercare , trovarti poco dopo
    E nell' ansia che ti perdo ti scatterò una foto…
    Ti scatterò una foto…
    sulla pista sono arrivate già le prime coppie, e molti ormai si sono lasciati andare ad un flusso di emozioni -guardali là poveri idioti-pensavo -un giorno soffriranno anche loro e sapranno quanto è stupida e lagnosa questa canzone.
     
    Ricorderò e comunque e so che non vorrai
    Ti chiamerò perché tanto non risponderai
    Come fa ridere adesso pensarti come a un gioco
    E capendo che ti ho perso
    Ti scatto un' altra foto
    Perché piccola potresti andartene dalle mie mani
    Ed i giorni da prima lontani saranno anni
    la verità è che su quella pista a ballare ci volevo stare anch’io e così provai ad invitare  una ragazza,ma non  era esattamente quello che volevo,quello che volevo stava lì sulla pista ... ma senza di me
    E ti scorderai di me
    Quando piove i profili e le case ricordano te
    E sarà bellissimo
    Perché gioia e dolore han lo stesso sapore con te
    Vorrei soltanto che la notte ora velocemente andasse
    E tutto ciò che hai di me di colpo non tornasse
    E voglio amore e tutte le attenzioni che sai dare
    E voglio indifferenza semmai mi vorrai ferire
    in quei momenti sentivo noia mista a frustrazione, un po’ come quando il Milan perse la finale col Liverpool, in un certo senso ero stato il migliore in campo, mi ero distratto solo per cinque minuti, eppure come gli ho pagati quei cinque minuti, ero stato il migliore… eppure sul podio con la coppa c’era l’altra squadra, eppure sulla pista con lei non c’ero io…
    E riconobbi il tuo sguardo in quello di un passante
    Ma pure avendoti qui ti sentirei distante
    Cosa può significare sentirsi piccolo
    Quando sei il più grande sogno il più grande incubo
    - ma tu paragoni lei ad un trofeo? - mi dissero un po’ sdegnati - ma l’amore non è una gara, ma l’amore non puoi a cercartelo perché sarà lui a trovarere te… - e non ho voluto più sentire altro, mi sembravano banali e stupide quelle cose, perché ho sempre pensato che il miglior modo per conquistarsi qualcosa e di sacrificare qualcosa di e raggiungere l’obiettivo, e così applicai quel metodo all’amore… ma non funzionò.
    Siamo figli di mondi diversi una sola memoria
    Che cancella e disegna distratta la stessa storia
    quella sera andò avanti così, sigarette più amare del solito, il dj mise altri canzoni, e mentre tutti ballavamo, camminavamo, quella bottiglia di vino rimaneva là sul tavolo da sola…ogni tanto qualcuno passava beveva un goccio e la rimetteva là sul tavola da sola
    E ti scorderai di me
    Quando piove i profili e le case ricordano te
    E sarà bellissimo
    Perché gioia e dolore han lo stesso sapore con te
    Vorrei soltanto che la notte ora velocemente andasse
    E tutto ciò che hai di me di colpo non tornasse
    E voglio amore e tutte le attenzioni che sai dare
    E voglio indifferenza semmai mi vorrai ferire
    Passarono i giorni e le settimane, l’inverno fu freddo a tal punto che ne sentì l’eco in primavera, quella canzone si mise come un tarlo nella mia testa, quanto l’ho odiata, eppure la volevo sentire, una canzone che parlava della grande avventura che mi doveva ancora capitare, e così cercai tante avventure, ma niente mi entusiasmava più, quel gelido inverno bloccava anche le emozioni… e arrivò S. Valentino, e io rimasi come quella bottiglia alla festa, chiunque veniva beveva, si rallegrava e la lasciava sul tavolo perché in quelle occasioni il vino non serve più, le parole confortevoli non mi servivano più, quante volte mi hanno detto che ero speciale, quante volte  mi hanno detto che meritavo qualcosa e poi… chi mi ha veramente dato qualcosa? chi ha evitato di lasciare quella bottiglia là sul tavolo da sola
    Non basta più il ricordo
    Ora voglio il tuo ritorno…
    E sarà bellissimo
    Perché gioia e dolore han lo stesso sapore
    Lo stesso sapore con te
    Io Vorrei soltanto che la notte ora velocemente andasse
    E tutto ciò che hai di me di colpo non tornasse
    E voglio amore e tutte le attenzioni che sai dare
    E voglio indifferenza semmai mi vorrai ferire
    E voglio indifferenza semmai mi vorrai ferire…
    L’inverno passò, e fu come una esperienza da cui imparare ed uscirne più forti, molte delle idee di quella sera le cambiai, molte cose cambiarono, molte delle coppie si sfasciarono e ebbi la prova di quanto davvero fossero idioti a credere durante quel ballo all’amore, il Milan addirittura si riprese la rivincita con il Liverpool, ma in tutto questo muoversì c’è sempre una bottiglia di vino, sul tavolo da sola…

  • 24 luglio 2007
    La granita di limone

    Come comincia: Una sera abbastanza afosa,che dopo aver attraversato tutto il lungomare, guidati dalla sete, io ed alcuni amici miei ci dirigemmo verso un chioschetto a forma di limone che serviva spremute di limone e di arancia; noi optammo per la prima, il prodotto era abbastanza artigianale, quindi il sapore aspro del limone  era abbastanza forte, alcuni dopo il primo goccio aggrottarono la fronte e gettarono la bevanda dicendo che era troppo  acida, non dissetava. Altri, più temerari bevvero a fatica il succo di limone, ma arrivati ai cubetti di ghiaccio deposero le armi - è troppo freddo,non sa di niente - e anche loro gettarono la bibita…
     
    ... Analogamente a quella spremuta di limone una mia amica, a conoscerla superficialmente, sembra acida, e se quella spremuta era artigianale così che il sapore era aspro;lei essendo una ragazza semplice è abbastanza schietta e sincera e dice sempre le cose come stanno, e questo non va giù ai vanitosi e ai superficiali che cercano piaceri immediati e per questo illusori; poi a conoscerla meglio si direbbe anche che sia una persona vuota, che non prova alcun tipo di emozioni e quindi vuota o meglio fredda… ma questa è soltanto un’apparenza, perché, tornando a quella sera, quando fu il mio turno di prendere la granita, ascoltai il consiglio del barman – gira la cannuccia, perché sotto c’è lo zucchero - questo gli altri lo ritennero un dettaglio oltrepassabile e si rilevò invece fondamentale; gli altri avevano bevuto la granita di colpo e ne avevano ricevuto solo i difetti di quella bevanda,io invece girai con la cannuccia così che lo zucchero cominciò a salire,un  sorso alla volta e quella limonata sembrava essere il filtro dell’eterna giovinezza, il succo era dolce e dissetante e il ghiaccio un volta scioltosi aumentò il volume della bevanda… e così quella amica mia,che tutti dicono cattiva o addirittura maligna, che dicono incapace di sentimenti, perché si fermano all’apparenza, e infatti lo affermano solo persone ancora più vuote di quanto pensino sia vuota lei, e io che la conosco bene, io  che ho scavato con la cannuccia fino a trovare la dolcezza dello zucchero, posso affermare che è una delle  migliori persone che conosco…
    E gli altri continuino a bere Coca-Cola o altre cose piene di bollicine che gonfiano la pancia e basta, e a pensare male di lei, mentre io scavando a fondo ho trovato un sapore alle cose e a lei, e sia la bevanda che la sua presenza sono motivo di piacere…

  • 19 dicembre 2006
    La morte di Spertico

    Come comincia: ''La battaglia si era conclusa da circa un'ora,  Mimesio era rimasto nel palazzo,  da quando era rimasto zoppo non sopportava l'idea di dover guardare gli altri essendo consapevole di non poter compiere alcuno sforzo,  e così aspettava con ansia la sua guarigione,  ma era smanioso di sapere i risultati, si spostò verso l'entrata e chiedeva ai soldati riguardo l'esito della battaglia,  i soldati risposero gridando di gioia, alcuni di loro ancora sporchi di sangue si erano gia ubriacati per festeggiare  -  dov'è il capitano? - chiese e nessuno dei soldati seppe rispondere  -  nelle sue stanze forse...  -  fu la risposta migliore che ottenne, e subito si indirizzò verso le scale per salire, riconobbe subito le sagome dei luogotenenti, volle andarli incontro, anche se trovava strano che dopo una vittoria si erano riuniti presso la sala del medico, comunque fece forza sul suo bastone e alzò il passo, trovò Morghius seduto a terra che beveva da un'anfora, tutto contento Mimesio fece - bravi ragazzi ora siamo i padroni incontrastati dell'oriente, Morghius staccò la bocca dall'anfora ansimava e aveva gli occhi lucidi, alzò il viso e lo guardò in faccia, Mimesio capì che il vino stava solo giustificando i sintomi della tristezza, Mimesio si voltò a guardare gli altri, nessuno aveva la faccia di chi aveva appena vinto una battaglia ne tantomeno quella di chi aveva appena conquistato un impero...erano increduli, alcuni fissavano il vuoto come se non volessero pensare a qualcosa  -  dov'è Spertico?  -  Claudia Zellia senza proferir parola indicò con lo sguardo la sala del dottore, si sentì il solito rumore che faceva per sputare, anche se quella specie di barrito era tra le cose più sgradevoli del mondo, in quell'attimo per Mimesio era come una voce materna  - noi ci stavamo ritirando e lui ha voluto attaccare lo stesso  -  disse Claudia sottovoce  -  e così è avanzato da solo.
     -  E poi che è successo? - fece lui tenendole le braccia
     - non lo so, lui si è messo a combattere anche se accerchiato, sentivamo le sue urla, ci chiamava a combattere la sua voce ci ha messo coraggio, ma io non l'ho visto, siamo andati incontro al nemico abbiamo vinto la nostra battaglia e alla fina ho sentito dire che il capitano era caduto, lo hanno messo su uno scudo e portato qui... -
     - folle, punito per la sua temerarietà - detto questo si diresse verso la sala ed entrò,
     - Mimesio, abbiamo vinto - fece con aria stanca ma appagata - che battaglia!dovevi esserci compagno, è stata dura ma alla fine abbiamo vinto - prese un attimo di tempo per rifiatare - e ora siamo i padroni del più grande di tutti gli imperi, sovrani di tutti i popoli - detto questo abbassò la testa sul suo cuscino.
     - Ovviamente non senza sacrifici - disse Mimesio avendo notato la ferita sul fianco del compagno.
     - Ti riferisci a quella?una stupidaggine domani starò gia meglio  - fu interrotto dal medico che mise mani alla ferita per cercare di medicarla, Spertico sopportava il dolore non senza smorfie e ogni tanto chiedeva a Mimesio di passargli l'anfora di acqua oppure chiedeva alla sua serva Rossane di cantare qualcosa in modo che la musica alleggerisse la situazione.
    Quando il medico finì Spertico emise un grande e profondo respiro e poi bevve un grande sorso d'acqua, Mimesio notò l'espressione del medico, aveva fatto tutto, tutto il possibile almeno - la mia arte ha svolto il suo compito, ora tocca agli Dei -
     - Ah gli Dei - rise Spertico
     - Se magari avessi portato un po' di rispetto per la religione -
     - sciocchezze Mimesio, gli Dei ci rendono schiavi, la nostra vita ha senso solo se tentiamo di liberarcene e costruire un nostro destino... - le forze piano piano lo stavano abbandonando, cominciò a diventare pallido - ti ricordi Mimesio quando da giovani vedevamo dal promontorio del Cosmot la costa delle terre d'oriente e sognavamo che un giorno ci saremmo venuti?
     - Che è stato di quel sogno Spertico?
     - Ci siamo riusciti Mimesio - i suoi occhi si illuminano - ...ora siamo l'esercito più forte del mondo, chi ci avrebbe mai creduto? -
     - Ma per te niente è impossibile vero Capitano?sei sempre stato testardo, la vittoria è l'unico scopo della nostra vita -
     - Ad ogni costo e sacrificio Mimesio, affinché tutto quello che facciamo rimanga per sempre impresso nella memoria delle genti..
     - Ma non tutte le battaglie si possono vincere -
     - Vincerò anche questa non ti preoccupare. Sai quante volte hanno provato ad abbattermi?mi sono sempre rialzato alla fine...per tutti gli dei! sono sempre il vostro capitano,  pensi che vi lasci così?
     - Già il nostro Capitano -
     - Mimesio, avrei tanto voluto salutare per l'ultima volta l'Imperatrice -
     - E lo farai, appena guarisci torniamo nel Cosmot, tanto hai detto che ce la fai, no? -
     - Ho detto che vincerò questa battaglia, ma no che vivrò ancora -
     - E che vittoria è allora questa? -
     - Tutto quello che ho fatto mi sopravvivrà, tutto quello che insieme abbiamo fatto in questi anni non verrà mai dimenticato, ora facciamo parte della storia, si scriveranno poemi e romanzi su di noi, saremo una leggenda saremo...
     - La fantasia di un bambino che dorme - rispose prontamente Mimesio
     - Già era nato così il sogno, che è successo poi?
     - Ci siamo lasciati andare e abbiamo lasciato che il sogno si impossessasse di noi -
    è comico no? io che più di altri ho voluto realizzare il sogno, ora che lo ho realizzato non potrò viverlo -
     - Pensi come saremmo se avessimo scelto una vita normale? -
     - vermi che strisciano sul letame, la nostra natura ci ha spinto più in là di ogni altra cosa, non avere rimpianti Mimesio - adesso è proprio stanco - Rossane, vieni qui -
     - padrone che c'è?
     - canta un'ultima volta per me -
     - certo - lei non riusciva a nascondere le lacrime, il suono era infatti accompagnato dai suoi singhiozzi
     - sapete spero di poter mangiare cozze a volontà dove andrò ora - così riuscì a strapare un sorriso a Mimesio - e poi ci sarà un grande mare blu pulito con spiagge immense dalla sabbia bianca e soffice e di poter ascoltare il canto delle Muse e poter trovare infine una pace al tormento -
    - ci sarà tutto Capitano - dice Mimesio cercando di essere freddo e tradendo al tempo stesso il suo senso di malinconia
    - Ma senza di voi che cosa sono io Mimesio?
    - cosa siamo stati noi senza di te? -
    - ti prego Mimesio - gli afferrò il bracci e lo fissò -  l'esercito ancora una volta schierato - non disse più nulla e si lasciò andare sul suo giaciglio, per la prima volta Mimesio potè osservare l’amico fermo
     e immobile, eppure rimase ad aspettare che da un momento all'altro si svegliasse gridando che era tutto uno scherzo, Rossane scoppiò in lacrime e si buttò al suo capezzale...

     

    ''La cosa più difficile di tutte per me fu dare la notizia agli altri che come me aspettarono che da un momento all'altro il capitano si svegliasse gridando che era uno scherzo, ma era davvero finito tutto, il sogno andava nell'oltretomba con lui, l'amarezza di quei giorni non se ne è ancora andata, nessuno diceva niente, aspettavamo ancora che lui ci desse ordini di andare a combattere, il giorno dopo la sua morte organizzammo il suo funerale, come suo desiderio davanti alla sua pira schierammo l'intero esercito padrone del mondo, io stesso volli portare il suo corpo sulle cataste di legno che avremmo poi bruciato e dopo che demmo fuoco al legno si fece avanti Rossane la sua serva, si recise le vene con una lama e si accasciò sul corpo del suo amato padrone, nessuno provò a fermarla, d'altra parte chi tra noi non avrebbe voluto seguire il nostro anche nella morte, quel terribile silenzio fu rotto dal verso di un aquila, segno di omaggio degli dei, che tanto lo avevano ostacolato in vita e che ora riconoscevano il suo merito, addio Spertico, addio amico, dicendo queste parole dissi addio alla fantasia di un bambino che dorme''

  • 15 novembre 2006
    Megas Sperticos

    Come comincia: Sono passati quarant’anni dalla morte di Spertico. Mimesio, Natolius, Morghius ed Eronna il nero osservano una statua del loro capitano eretta davanti al tempio di Remeghias.
    Nei loro occhi corrosi dalla vecchiaia prendono vita tutte le battaglie affrontate insieme, è come se lui fosse lì fra loro, pronto ad incitarli per il combattimento. Mimesio si alza - eghemòn - sussurra fra sé e sé - dove sei eghemòn? - poi guarda la statua e si gira verso gli altri - può il marmo o il bronzo o il granito renderlo nella sua effettiva grandezza? dove sei Spertice? dov’è la tua forza capace di spingerci fino alle più sconfinate lande di questo mondo? dov’è Adriano che incitavi sempre a gran voce nelle tue battaglie? dov’è quel grido che si alzava nel cielo infondendo a tutti coraggio… oraaarius… che fine ha fatto il sogno unire le genti essere i padroni del mondo… o anche quello ti sei  trascinato negli inferi… nulla è sopravvissuto se non il bastone della nostra vecchiaia,beato te Spertice che le genti ti ricorderanno sempre giovane e forte. Ma come posso io spiegare cosa significava essere giovani e innamorati e avere un sogno e credere accanto a te di poterlo realizzare, ma quei sogni non durarono che il batter d’ali di una farfalla, arrivarono dal nord i più barbari tra tutti i popoli: i punkabestia, orribili a vedersi "ah infame destino che ancora giovani ci togliesti alla nostra età per buttarci nei nefasti della guerra", tutto ci tolsero, le nostre terre,i nostri sogni… ma tu eri lì tra noi e noi lì con te, fu allora che nacque il mito dell’Ibiga, otto tra i migliori guerrieri scelti da Adriano, battemmo punkabestia ed espugnammo la città di Zaccheria. Formammo così il nostro impero,fossi tu stesso a incoronare Vailide imperatrice. Poi volgesti il tuo sguardo a est, dove ormai da troppo tempo i nostri fratelli Aristossenesi chiedevano aiuto contro le ingerenze di Ciakiani e quintunniesi.
    Così lasciammo mogli e figli per andare verso la stella di Remeghias. Giungemmo come salvatori in una terra straniera, accolti dalla regina Alexandra e subito conquistammo l’Ebeozia e rendemmo schiava la loro regina Chiara. Sempre più a est i Ciakiani e dopo i Quintunniesi. Mano a mano che avanzavamo, ogni città che conquistavamo, diventavamo più ricchi e più vicini all’immortalità.
    Tu invece più scuro nell’animo ormai i desideri, le passioni, gli amori a poco a poco lo avevano divorato finché dell’uomo più nulla rimase - i suoi occhi cominciano ora a lacrimare nostalgici del vecchio amico - ah dei crudeli! una sola cosa vi chiese, poter rivedere almeno una volta la propria figlia Galatea e neanche quello gli concedeste.
    Così che in mancanza d’affetto diventasti facile preda dell’ira,tirannico e inclemente con i vinti.
    Solo lei col suo canto dolce e soave riusciva a placare l’animo del guerriero, solo lei Roxane col suo canto lo riportava indietro fino a casa,sulla scia dei ricordi fino ai più teneri momenti dell’infanzia e della giovinezza… ma eravamo troppo inoltrati in quella barbara terra per tornare indietro.
    Remegias ormai ti aveva abbandonato ma noi ti seguivamo comunque perchè tu al dì la di montagne,fiumi e laghi scorgevi sempre una meta da raggiungere. Prevaricammo così le montagne della grande Acaia e giungemmo in una terra sconosciuta ai nostri padri: Portus Pirronis

     

     

    Qui sconfiggemmo l’ultimo baluardo delle forze quintunniesi conquistando la gloria tanto desiderata e inseguita e tu cadesti valorosamente in battaglia ottenendo così l’immortalità.
    Dopo di che spartimmo i territori conquistati e i bottini ma niente fu più come prima... tu non eri più tra noi e nulla sembrava aver più senso.
    Ora alcuni ti ritengono un folle, ma la follia dico io cos’è se non il gradino che precede la grandezza?
    E questa si sa va di terra in terra si posa su ali d’aquila,giunge fino alle più alte vette di questo mondo e poi si posa sulle bocche di tutti che pronunceranno per sempre Megas Spertikos o come dicono nella tua Taras Spertikos o Meggie

  • 13 novembre 2006
    Ubriaco. Drogato, perso.

    Come comincia: Non sei uno che fuma, ma quella sera andare dal tabaccaio è la cosa più spontanea del mondo, non hai neanche il vizio di bere ma quella stessa sera accetterai volentieri un drink…

     


    Quella sera la tua testa non può pensare a cosa fa male e cosa no quella sera la tua testa non deve pensare affatto, l’unico pensiero è liberare la testa da tutto, e prima un bicchiere e poi una sigaretta ti sembra di ripulire te stesso, ogni sigaretta che aspiri ti sembra che un po’ di malessere se ne stia andando espirando il fumo… o almeno questo è quello che credi… e in effetti la testa comincia  a pesare, per due minuti circa sei felice, due minuti dopo stai imprecando, vorresti gridare un enorme vaffanculo perché vedi gli altri che hanno il loro momento ma il tuo tarda ancora ad arrivare, perché hai corso tanto, hai sudato tanto ma dove sei andato, verso cosa andavi, da chi andavi… e da dove ti muovevi? allora tanto vale buttare giù un altro bicchiere e continuare a correre, tanto prima o poi da qualche parte si arriva, qualcuno  lo si incontra… ma ora a questo non ci devi pensare, devi solo buttare giù… non sai cosa… l’importante è bere… finché non starai ballando a ritmo della cetra di Diòniso, e intanto il pacchetto di sigarette si è dimezzato… un altro vaffanculo al mondo perché i sogni non solo rimangono tali ma la loro realizzazione si allontana sempre di più, finché non li vuoi più realizzare… e non sai più cosa vuoi…. desideri e basta… ora non sei più padrone di te stesso… parli ma non sai che dici... e intanto parli… tanto vicino alla follia quanto alla verità dell’esistenza… linea che il vino ha reso ancora più sottile… e intanto sei arrivato all’ultima sigaretta, all’ultimo tiro… piano, piano… deve arrivarti dritto ai polmoni… è quello che deve farti più male, tanto male che  tutti gli altri problemi devono diventare secondari, devi solo pensare a mantenerti in piedi… ma nonostante ciò gridi un ultimo vaffanculo, il più rabbioso e il più triste... per tutte quelle volte che la tua stella non si è mai accesa e ha lasciato te al buio che ora non sai dove andare e corri nel vuoto, non sai a chi parlare e parli al vuoto… ora sei perso, mentre stai tornando a casa ti chiedi se è veramente quello il tuo posto… chiudi il portone e alle tue spalle hai lasciato un’altra solita giornata…


    Un atro giorno, un altro luogo… ti sembra di essere un fumatore e accetti volentieri qualche drink, ma non hanno più alcun effetto…senti di non averne bisogno finalmente sorridi perché stai bene veramente questa volta, perché quel luogo straniero ti ha incantato, rapito, avvolto nel suo splendore… e ti sta indicando una nuova strada… ora stai camminando senza stancarti, non sai mai dove andare ma l’importante è camminare… c’è sempre qualcosa da trovare, qualcuno a cui parlare, forse non capisci la sua lingua ma la parli, oppure la capisci ma non riesci proprio a esprimerti… ma sai una soluzione si trova... basta camminare alla fine arrivi alla tua strada che ti indica la tua meta… forse eri davvero finito come ti dicevano… o perso… ma lontano da casa tua.


    Il cielo sembra più libero, la testa è libera ma non pesante, vorresti gridare di gioia perché hai appena scoperto quanto di bello c’è nel mondo… perché in una città straniera hai perso e ritrovato te stesso…