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in archivio dal 22 mag 2007

Andrea Amadori

17 ottobre 1966, Ancona
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  • 03 novembre 2008
    A B.

    Ne eravamo fuori ma non impermeabili.
    Le città di provincia si fingono metropoli
    ma vivono come paesini e ti contagiano.
    Ti trovi a dire cose e a farne altre
    come un predicatore da proverbi o –
    più veritiero paragone – un politico.


    Se io ero suola in gomma, tu polacchine.
    Se tu eri gambe lunghe, io gambe storte.
    Eri entrata nella mia vita al passo
    di quelle lunghe gambe: passerella?
    cerimonia? Sfilavi a testa alta e
    ne uscisti curva, come di nascosto.


    Niente era tra me e te a separarci;
    né distanze né altro. Di tutti i chilometri,
    di strada, ferrovia, solo ponti telefonici
    o lettere e saluti quando non c’era altro
    alla portata. Per quello adottai i versi,
    erano il ME autentico e non pagavo.


    Forse non sarebbe stata uguale
    la vita se non fossi partito.
    Ci separava una strada ferrata, noi
    che dormivamo in letti separati con
    lettere e telefoni provavamo
    a non dimenticarci i nostri odori.


    E avremmo potuto farlo un figlio.
    Lo vedevo il mio futuro, invecchiato
    con te al fianco, lana sulle gambe.
    Potevi diventare madre.
    Che futuro videro i tuoi occhi?
    Non quello mio: né fatti, né persone.


    E ciò che le orecchie non sentivano
    non era detto dalle tue amate labbra
    come per gli occhi ciechi a cui tu non mostravi.
    Queste domande non hanno interrogativo
    come le risposte che non…
    detto-non sentito-non visto: differisce?


    Non puoi saperlo il male che m’hai fatto.
    Il male non si misura né si trasferisce
    ma l’ho perdonato. Non perché fossi
    un Gesù qualunque avvezzo all’altra guancia
    piuttosto perché è difficile ad un uomo
    riuscire a odiare chi s’è amato tanto.


    E se ti sembran meno belli i versi
    per via di inopportuni paragoni
    pensa solo al tempo ch’è trascorso:
    “mi hai fatto più male di tutti”.
    “Sì”, ti schermisci e a ragione non accetti.
    È ingiusto prendersi colpe per intero.


    Difficile è spiegare la fine delle cose
    come l’amore, che finisce e basta.
    Se uno dei due non ama più abbastanza
    l’altro non può dire: amerò io, per tutti e due.
    La casa dell’amore non si fa da soli
    altrimenti ha solo porte per uscire.

     
  • Capita che m’imbatta in delle foto
    – quelle che m’hai lasciato –
    che non sono un album vero e proprio,
    più delle scene, di cui nutrire
    negli intervalli di scarsità
    gli appetiti d’una affamata mente.

     

    Ne vedo d’ogni: braccia tese nella guida,
    profilo intento, uscente da un negozio,
    sorpresa da uno scatto; coming soon…
    ma ciò che s’evidenzia è quella gioia,
    vederti ridere, di gusto, anche col corpo
    davanti al mio obiettivo, nonostante
    non sia certo capace di dipingere
    nell’attimo l’amore che c’è in ballo
    nel tratto d’aria tra soggetto e scatto.
    Ma gli somiglia un po’! lo evoca,
    in quelle prese che poi fissano
    qualche cosa che si può vedere
    (non so se è solo cosa mia)
    che l’irrequieta immaginazione
    vede, come un link attivo
    da cliccare e raggiungere la pagina.

     

    Quei luoghi, quelle facce sono veri
    ma in un vecchio calendario. Chissà
    in quest’istante ove sarà quell’uomo,
    l’auto, il gatto nello sfondo.

     

    La capacità a saper ritrarre,
    di mettere la vita sui sali d’argento
    non è quella esclusiva del fotografo,
    o anche sì, ma aiutata dall’amore
    che è comunque funzione del tempo:
    in fisica sarebbe: A = f (T).

     

    Ci sono io, ci sei anche tu
    la linea che ci unisce – la distanza
    tra lo scatto ed il soggetto – fa la coppia
    ma è diverso il tempo in quelle foto
    e diverso l’amore come sua funzione.
    Seppur tu rimani bella come allora
    baratto la fotocamera con la penna,
    immagini e ritratti, con parole non d’amore.

     

    15 giugno 2008

     
  • 28 marzo 2008
    Pace

    Condizione di un popolo o
    di uno stato che non sia
    in guerra [Garzanti -cfr-]


    Il secolo trascorso ci ha insegnato
    a contare sulle dita gli uomini di pace.
    Questo che stupisce: la pace
    esiste quando non c'è guerra.
    Un inquietante viceversa, secco
    come un teorema matematico;
    come un referendum abrogativo
    ove dici no per affermare.
    L'evoluzione umana avrebbe dovuto
    portare in altre direzioni:
    il condizionale ha portato fino qui?
    vedere naturale chi violenta, uccide
    piuttosto che un'aberrazione?
    In questo senso abbiamo guerre in corso
    di cui nessuno sa; le grandi,
    passate, non insegnarono al mondo
    che, però, ha imparato a conservarle
    spicciandole in tante piccoline
    ottenendo il benestare delle armi
    mantenendole come in una  legge fisica
    costanti: cento tutte in una – per loro –
    non differisce da dieci ogni dieci.
    C' è contraddizione nell'imporre
    qualche cosa con la forza, anche
    fosse la democrazia, la pace.
    C'è una cosa insita nell'uomo:
    coloro a cui male è fatto,
    male faranno in cambio
    .*
    Resta di fatto la contraddizione
    seppure non dovrebbe essere
    perfino il vocabolario non l'afferra:
    è la pace a interrompere la guerra.

    [* W. H. Auden]

     
  • 28 marzo 2008
    New York

    Ma qui mi sembra che… – ed alzai la testa
    amore! guardalo è il Flatiron.
    Ricordi come tutto era romantico?
    L’arrivo in camminata sulla quinta;
    Tiffany. C’inseguiva ovunque Ferragamo
    tra un Dunkin Donuts ed uno Starbucks.
    Le grandi opere erano lì, superbe,
    a grattare bene – il Chrysler, l’Empire –
    e l’Arco di Harry e Sally, scontrino per le coppie.
    Il ponte George Washington mentre la pioggia
    faceva a pezzi il nostro ombrello dopo
    una ardimentosa capatina a Chinatown.
    E ancora sulla Bowery, le foto notturne,
    gli autoscatti, gli scoiattoli di Union Square.
    Le torri erano ancora su, più tardi resistemmo
    al loro crollo, e non abbiamo resistito a noi.
    Ci siamo dissolti ma New York si ricorda di noi
    e noi ricordiamo lei, ma ciascuno per se stesso.

     
  • 28 marzo 2008
    Locuzione

    Marzo, incessante la pioggia
    porta a passeggio gli odori del porto.
    Per quest’anno non ci sarà altro freddo
    ma nemmeno se ne andrà, per ora.
    Sorrido – tra me e me – come un idiota
    completamente escluso, nella musica.

    La voce è ritornata dal telefono
    ma il profumo no, proprio come
    non potrebbe il mio, di farina lattea,
    se per posta spedissi questi versi:
    una lettera non porta con sé
    – seppur dovrebbe – odori del mittente.

    Pensavo che – da me – sarebbe stato
    capolinea: eravamo così uniti che
    se facevi un tiro dalla cicca
    io espiravo il fumo dalla bocca.
    Invece ero penultima stazione,
    ossia: una ripartenza.

    Come per lusso e amore che insieme
    non possono convivere – non c’è
    spazio sufficiente per entrambi,
    nell’uomo – lasciai per il secondo il primo.
    Lasciai anche il due e m’è restato il tempo:
    quello a venire ed il presente che

    prendo a disporre per passato, ma
    l’autoscatto non può farti più bello
    della foto che vorresti ti scattassero.
    Ora – se amo – penso più ad un’eruzione,
    imprevista e temporale o una reazione
    chimica che non si riesce a controllare.

    Marzo, una pioggia da terzo girone
    batte e lucida il selciato che non porta
    in nessun posto, se non all’auto.
    Un’altra serata ingannatempo,
    di vino, di brindisi alla buona sorte
    che basta per la lunghezza dei pensieri.

     
  • Non vivono, le principesse
    nelle case popolari e se ci stanno
    è solo un intermezzo transitorio.
    Ci si trovano per ingiustizia,
    cattiveria, lotte di palazzo,
    per un vattelappesca sortilegio.

    Di sicuro hanno un castello altrove
    che le aspetta, paziente e lucente
    di tutto il lieto fine della favola.
    È quindi sorta di disavventura
    (ma solo per le principesse?)
    essere nelle case popolari.

    Ma il mondo pullula di principesse:
    vivono nelle case popolari;
    sono la maggioranza!
    Loro – senza corona né castello,
    e senza neppure il lieto fine –
    non ne fanno, di certo, una vergogna.

     
  • 22 maggio 2007
    Addii

    Ti vedo sulla strada.
    Torni da luoghi che
    non sono più i miei.
    Abita altri posti ora
    il cuore tuo. Ma ti vedo
    e mi sembra nasca un
    fiore dal vuoto circostante.
    Non è più un fiore mio.
    Non è più cosa mia ma
    è però sempre un fiore.

     
  • 22 maggio 2007
    Sonetto

    Faccio agli altri ciò che
    vorrei qualcuno facesse a me.
    Io - uomo al condizionale -
    ho un se per ogni speranza

     

    che il vorrei diventi io ho.
    Continuo allora, continuo a
    lanciare il mio esseoesse
    nel vuoto, sicuro, convinto

     

    che nulla di questo si debba
    interrompere o amputare.
    Come fossi un pazzo che

     

    dentro una casa in crollo
    - incurante attorno - ripone,
    piegandoli, i vestiti nell’armadio.

     
  • 22 maggio 2007
    ...

    Vi sarà certo capitato,
    cadere nell’insonnia del dolore,
    ove perdere i sensi non spaventa
    anzi – al contrario – non altro
    ci aspettiamo dalle membra
    che richieste di stendersi e dormire.
    E tutto questo non avviene.
    Il tempo pur sembrando fermo
    (il tempo è concetto d’orologio)
    procede ad occhi aperti
    ticchettando al buio, sul soffitto.
    Allora il torpore indotto,
    non terrorizza più.
    Quell’onda senza risacca
    che diffonde nelle braccia,
    accende una luce diversa;
    e cadere non è più passivo.
    Cadere, non è più negativo.
    Cadere è soltanto un desiderio.

     
  • 22 maggio 2007
    I nuovi bimbi

    per i futuri arrivi;
    a Mariano e Michela

    I nuovi bimbi
    sono come

     

    un sassetto sulla pinna
    di un pesce di fondo
    le impronte d’un gatto
    sul cofano dell’auto
    un fiocco di neve
    s’una foglia d’albero

     

    sono come
    il sorriso
    d’una donna innamorata
    un bacio sulla fronte
    ad un malato grave

     

    i nuovi bimbi
    attendono
    nel ventre delle donne

     

    per poi uscire, bagnarsi
    della più bianca luce che
    solo loro può sporcare

     

    la loro conta si può fare
    ascoltando cadere
    i granelli di sabbia
    nella clessidra del mondo

     
  • Ricordo piuttosto bene
    la sua pelle di lucertola

    vestiti, scarpe
    il suo indossare
    stoffe d’altri tempi;

    con lei conoscemmo Dante
    e tutti gli altri.
    Lei ci accompagnò
    nei canti della Divina
    che così spesso
    ricordo e leggo

    Non era un gran rapporto:
    un anno seppi,
    mi voleva bocciare

    Poi, il giorno dell'esame
    ebbe anche per me
    delle semplici parole:
    fai attenzione, periodi brevi
    Mi volsi per conferma
    che altri non ci fosse dietro me.

    Sovente ho pensato
    farle una visita
    portarle una mia poesia
    come a ringraziare,
    dire che mi sono accorto

    Non so s’è ancora viva

    Non ci credo al cielo
    ma se fosse
    forse è su, nella luce
    a leggere e spiegare
    le parole belle
    le lettere nobili

    Se invece no,
    ogni volta che
    – tra le pagine –
    un passo, dei versi,
    rinviene il suo sorriso

    lo guardo
    comporsi nella mente
    e lento scomparire
    tra le lettere del testo.