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Autore

Andrea Bandolin

in archivio dal 10 giu 2013

04 febbraio 1983, Milano - Italia

12 giugno 2013 alle ore 20:15

Spero solo che domani il naso sia al suo posto

Il racconto

Un altro giorno, non questo, un altro, mi accorsi, guardandomi allo specchio, che il mio orecchio destro era più basso del sinistro.
Non era la prima volta che mi osservavo, eppure non avevo mai notato questa strana asimmetria.
Cercavo con un sorriso sbieco e alquanto idiota, di tirarmelo su. L’orecchio, si intende. Qualche cenno lo faceva; si rialzava, ma quando smettevo di sorridere, ritornava al suo posto. Quello però non era il suo di posto. Sarebbe dovuto stare dove di solito stanno le orecchie; tra la punta del naso e il di sotto delle sopracciglia. Invece no. Quel mio orecchio balordo era sceso di quasi un centimetro.
Ero un semplice e fottuto storpio.
Perché non ero mai riuscito a notare un cosa così importante?! Forse avevo problemi agli occhi.
Non è possibile che un orecchio scenda da dove sta per prendersi la gioia di una boccata d’aria. Non ha senso. Come non ha senso che io non mi sia mai accorto di niente. Come diavolo si fa, dico io.
Avessi tredici anni capisco, ma l’età dello sviluppo l’ho passata da un bel pezzo.

Continuai a rimirarmi davanti all’oggetto di riflettente ironia, per cinque o dieci minuti, non so più. I sorrisi idioti che mi si dipingevano sulla mandibola. Le attenzioni che dedicavo alle mie non malate pupille. La mia storpiaggine ero io, non quello che vedevo.
Non so neanche se esista la parola storpiaggine. Una cosa è certa: per descrivermi, bisognerebbe di certo inventarla. Ha un suono tetro e schifoso. Storpiaggine...non sentite? Un po' come menzogna. Anche se non sai cosa significa, sai per certo che non è bene utilizzarla.
Mi vengono in mente quei film dove il protagonista è emarginato perché ha il viso bruciato o perché è pieno di pustole. Mi ci sento vicino, anche se lo scopro solo ora.
Ancora non mi capacito di non essermi accorto di niente. Forse quando ti accade qualcosa, qualcosa di orrendamente catastrofico, ti accorgi di quello a cui non avevi mai dato peso. Il mio orecchio per esempio.
A pensarci bene, un mese fa, ho assistito a qualcosa del genere. Se devo essere sincero, mi ha parecchio sconvolto. Certo non sono un bambino, ma non avrebbe fatto differenza.
Mentre gironzolavo, una domenica mattina, vidi una signora anziana attraversare la strada. La conoscevo. Tutta ricurva su se stessa, tenuta in piedi solo da quel suo malandato bastone magenta.
La vedevo spesso, puntuale, come me, nelle sue passeggiate pomeridiane.
Capitava che la salutassi, per educazione, ma lei non riusciva nemmeno ad alzarsi da quel suo malandato bastone magenta.
Borbottava qualcosa e si incamminava verso la sua meta, portando un piede davanti all’altro.
Quel pomeriggio, quell’ingobbita nonnetta, senza motivo alcuno, se non la sua veneranda età, si accasciò sulle strisce pedonali. Sembrava, mentre scivolava giù dal suo bastone, che lo stesso la infilzasse come uno spiedo.
Convenite anche voi che una scena così possa turbare anche il marinaio più navigato. Di certo io non lo sono e di fatto, la vicenda mi scioccò molto. Dopo tutto la vedevo quasi ogni giorno.
Guardavo da lontano la povera anziana morire in mezzo alla strada, come se un ineluttabile destino avesse deciso che in quel momento, in quel preciso istante, lei si sarebbe dovuta accasciare sulle strisce. Inerte, sulla parte nera dell’asfalto, accerchiata da una selva di stolti curiosi.
A pensarci bene, perché questa storia, anche se tremenda, dovrebbe avere a che fare con il mio orecchio?

Non me ne capacito. Dopo quarant’anni vissuti con un paio di orecchie, ora mi accorgo di averne adottata una terza, trascurando la seconda, o la prima. Dipende.
Problemi agli occhi non dovrei averne. Se così fosse, mi vedrei simmetrico o quanto meno con una faccia deforme. L’ipotesi di un trapianto nella notte, poi, è da escludere a priori.

Ricordo, che una ventina di giorni fa, un uomo, più o meno della mia età, fu deriso dai suoi amici. L’oggetto di scherno era la sua nuova acconciatura. In effetti, c’era molto da ridere su quello strano taglio di capelli. Come poteva un uomo, nel pieno delle sue capacità mentali, decidere un taglio così dannatamente orribile. Se fossi stato il suo barbiere, glielo avrei certamente impedito.
Una ciotola nera e lucida, gli calzava quella sua testa ovale. Era magro e la voluminosa insalatiera che gli adombrava il viso, lo faceva sembrare come un birillo da biliardo. Quelli bianchi, grossi in fondo, poi stretti, che finiscono con quella sproporzionata capocchia. Una differenza: la capocchia era nera e tutt’intorno aveva tanti birilli uguali che lo deridevano.
In quel momento pensai a come si sarebbe potuto sentire quello strano tipo. Certo se l’era cercata.
Mi faceva pena, in un certo senso e forse mi ci sono anche immedesimato nella sua vergogna. Solo non capisco perché, vedendo una scena così stupida, mi sia un giorno svegliato e trovato orrendo. Davanti allo specchio, con un orecchio che va per conto suo. Non credo che per questo genere di cose, serva un tempo di incubazione così lungo.

Certo che quel dannato orecchio è proprio basso. É come se avesse voglia di andarsene.
Avete mai visto un orecchio, che un giorno si sveglia ed è stufo della propria esistenza? Che si vuole suicidare? Io sinceramente no, anche se a volte mi viene da pensare alle cose più assurde.
Prendete per esempio la nonnetta. Non è mica normale che una persona, per vecchia che sia, muoia su se stessa in mezzo alla strada. Se questo può succedere, allora anche il mio orecchio potrebbe essere stanco del suo quieto vivere. Ascoltare, ascoltare, ascoltare qualche grattatina di circostanza (il punto di massimo piacere), e ancora ascoltare. Ci credo che voglia farla finita.
Mi viene un dubbio però: se è possibile che il mio orecchio sia sceso, allora può anche darsi, dico io, è un’ipotesi, che l’altro orecchio sia salito. No, non può essere. Non avrei questa insana sensazione di sicurezza. Non sarei certo dell’inevitabilità del mio orecchio. Come quando puntate alla roulette. Siete sicuri, talmente sicuri che esca lo zero verde, che non ci pensate due volte e puntate tutto quello che avete.  Il mio orecchio si deve essere per forza abbassato.

Non pensavo si potesse rimanere così tanto davanti ad uno specchio. Almeno, non solamente per osservare la propria strana ed ineluttabile situazione di storpio.
Adesso che mi viene in mente, l’altro giorno, lunedì credo, mi successe un fatto strano che molti considererebbero un miracolo.
Mi trovavo davanti ad una chiesa, con il rosone, le guglie e tutto il resto. Era nuvolo; me lo ricordo perché tornando a casa mi presi una bella lavata.
Era nuvolo, dicevo. Mi accorsi che, attraverso le vetrate colorate che addobbavano l’esterno, passava una fioca luce. Sembrava che le vetrate venissero spezzate da quel raggio che scaturiva dall’interno. La chiesa era chiusa e il prete l’avevo visto andare via poco prima. Mi aveva stretto la mano in senso di cordiale monito per il futuro. “Vieni da me domenica prossima” mi disse. Certo non sono un accanito sostenitore del Signore, ma per non fargli peccato, gli dissi che ci sarei andato.
Diventai curioso, davanti a quelle alte mura, guardando la fioca luce. Cercai in tutti i modi di entrare, aspettandomi chissà quale cherubino venuto a sistemare la cappella della chiesa.
Tranne rompere le vetrate e scassinare il lucchetto del portone, le provai veramente tutte.
Alla fine cominciai a sentirmi alquanto stupido a fare tutta quella caciara per un po' di luce. Solo che, quando stavo per andarmene, bagnato dalla prima goccia di pioggia, notai che il bagliore se n’era andato.
Forse in quell’uggioso giorno sono diventato fedele a Dio. Almeno, se non a Dio, a qualcuno lassù o laggiù. Chi può dirlo. Capisco solo che non saprò mai cosa successe quel lunedì divino.
Potrò raccontarlo però; i credenti mi guarderanno sognanti e gli scettici rideranno di me. Poco importa, tanto amici non ne ho. Ho solo questa immagine riflessa di fronte a me. Se fossi in lei, nell’immagine, me la sarei già svignata.
Che uomo sarei se, solo per affievolire la colpa su questo stramaledetto orecchio, diventassi credente. Forse, semplicemente, in quella chiesa, quel giorno, c’era veramente qualcuno.

Che siano vecchiette morte, uomini privi di gusto o chiese miracolate, il mio orecchio è sempre lì. Mi fissa. Lo fisso.
Più lo guardo e più mi accorgo che l’ho sempre saputo. Di essere storpio intendo. Fate un po' di conti. Non ho amici, paranoie tante e parlo per un’ora di un orecchio che non so neanche se sia mio. Chi è che vorrebbe avere a che fare con uno storpio? Uno che non si accorge neanche di esserlo, ma che alla fine lo sa.
Spero solo che domani il naso sia al suo posto.

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