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Poesie di Andrea Zanzotto

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  • 11 ottobre 2011 alle ore 16:18
    Sfere

    Come di là dai mari
    grida  l’innocenza-
    bambini non più solitari
    su litorali infiniti
    rincorrono rincorrono e vincono
    di abbaglio in abbaglio rapiti.

    E che si saprà mai di tanta innocenza ?
    Che di questo spisciarsi di bambini ?
    Feroci come l’afa
    come  i divini
    loro doni che sfuggono, sfere
    su tutto il mondo, oltre ogni potere?

    Folla che troppo distratto e assonnato
    raggiungo ad una svolta
    a un dirupo dove crollò improvviso
    ogni confine di un soprassaltante riso,
      folla dolcissima, vero
      disumano, perfetto aldilà
      in elisie tivù, fosfeni a cascate,
      acufeni di gloria gloria e gloria
      per questa bella estate.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 16:16
    Vecchio dialetto

    Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore
    un gocciolo del latte di Eva,
    vecchio dialetto che non so più,
    che mi  ti sei   estenuato
    giorno per giorno nella bocca (e non mi basti);
    che sei cambiato con la mia faccia
    con la mia pelle  anno per anno;
    parlare povero, da poveri, ma schietto
    ma fitto, ma denso come una manciata
    di fieno appena tagliato dalla falce (perché non basti?) –
    nonni e babbi sono andati, loro che ti conoscevano,
    nonne e mamme sono andate , loro che ti inventavano
    nuovo petèl * per ogni figlio in fasce       (*parlare infantile)
    tra gli stenti, le grida di parto, la fame, le nausee.
    Girare mi da fastidio, in mezzo a queste macerie
    di te, di me. Dal dente accanito del tempo
    avanzi non restano nel piatto, e meno
    di tutto i cimiteri: devo dirti cimitero ?
    E’ vero che non può esserci più ormai
    nessun parlare di nenè – nonne – mamme? Che fa male
    ai bambini il petèl e gran maestri lo sconsigliano?
    E’ vero che scriverti,
    vecchio parlare , è troppo faticoso, è un male
    anche per me, come prendere a rovescio,
    per obliquo, far slogare i tendini delle mani?
    Ma intanto qui intorno, girando per i mercati,
    o meglio andando per campi e clivi e balze
    là dove il gallo di cristallo canta sempre tre volte,
    da giuste bocche ti si sente. Io ho perduto la traccia,
    sono andato troppo lontano pur rimanendo qui
    avvitato, imbullonato, diventato quasi un ceppo di piombo,
    e la poesia non è in nessuna lingua
    in nessun luogo - forse – o è il mugghiare del fuoco
    che fa scricchiolare tutte le fondamenta
    dentro la grande laguna, dentro la grande lacuna-,
    è il pieno e il vuoto della testa – terra
    che tace , o ammicca o fiuta un passo più oltre
    di quel che mai potremmo dirci, far nostro.
    Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
    ti dimenticheranno senza accorgersene,
    ci saranno gli uccelli-
    due tre uccelli soltanto magari
    dagli spari e dal massacro volati via-:
    domani sull’ultimo ramo là in fondo
    in fondo a siepi  e prati,
    uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
    ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 16:13
    Assenzio

    La deserta stagione
    nell'acqua dei cortili
    le sue gioie scompone
    precipita dai clivi.

    Verso i monti delle alpi
    torna azzurro ed assenzio
    di venti, torna ai campi
    la sagra del silenzio.

    E il tuo freddo rimpianto
    sta sui vacui confini
    contro il porpureo vanto
    dei mosti e dei giardini

    mentre l'astro crudele
    dalle attardate sfere
    rigèrmina e fedele
    cresce nel suo potere.

    Sigillo augusto, degna
    fine, voto profondo,
    spada che a morte segna
    per sempre il cielo e il mondo,

    delle tenebre alunno
    che impietrisci l'aurora!
    Nell'ombra dell'autunno
    il chiuso bosco odora.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 16:10
    Dintorni natalizi

    Natale, bambino   o ragnetto   o pennino
    che fa radure limpide dovunque
    e scompare e scomparendo appare
            come candore e blu
            delle pieghe montane
    in soprassalti e lentezze
    in fini turbamenti   e più

    Bambino   e vuoto   e campanelle   e tivù
    nel paesetto. Alle cinque della sera
    la colonnina del meteo della farmacia
    scende verso lo zero, in agonia.
    Ma galleggia sul buio
    con sue ciprie di specchi.
    Natale mordicchia gli orecchi
    glissa ad affilare altre altre radure.
    Lascia le luminarie
    a darsi arie
    sulla piazza abbandonata
    col suo presepio di agenzie bancarie.
            Natali così lontani
            da bloccarci occhi e mani
            come dentro fatate inesistenze
            dateci ancora di succhiare
            degli infantili geli le inobliate essenze.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 16:02
    Adorazioni, richieste, acufeni

    Sul prato sullo sprone di ghiaccio.
    Ghiaccio di aprile, e che cosa
    è stato tutto questo chiedere?
    Questo voler adorare? Ma che è questa storia dell'adorare?
    Adorate adorate. Fischi negli orecchi.
    E dov'eri (pensiero: no; azione: no;
    amore: no; paesaggio: no)?
    Ora vien meno anche il potere di tremare,
    tu che tremi là in fondo,
    ah che svolta faticosa, che notte.
    Ma ricordati di atterrare a regola
    ricorda l'impatto. Come - quella volta - se mi avessero
    meramente, appena...
    Oh, animo animo. Calci, colpi di piede. Acufeni.
    Eccomi, ben chiedere lungo chiedere,
    eccomi, Dell'adorare
    -avevi un Dell'adorare, tu! -
    toutes ces historiettes de femmes, de belles, de fi-
    Oh, ma con altro spirito vengo.
    Io spiro spirito.
    Che fantasia in quelle boscaglie e paesi exlege,
    ma il loro nome mi cade via anche se non intesi
    ragione più valida, più sacertà.
    Condizionami se vuoi ma.
    Che lunga escalazione d'anni prima e dopo,
    così simili al niente come io che giocavo-indicavo
    simile al niente
    simile strettamente simile.
    Giocavo nel cortile
    industriosamente rottami e rottami in cortile,
    adoravo, quanti cortili-beltà.
    Ah mammina vera
    non perdermi nella notte nera-nera.
    «Ma sono già la notte» suona tutto.
    Tu ti volgi al trepestio
    che è là, impaurita o
    incretinita ascolti. Nonsense, pare?
    Nonsense e nottinere? Acufeni?
    E io, che vi facevo che vi aspettavo che vi adoravo?
    E poi tu strafai strabocchi.
    Ti imponi qui - stare alla lettera
    credere sulla parola -
    con biro. Vicisti.
    Intravisto
    attraverso il verso più impervio della situazione:
    «e 'vée paidi tut»

  • 11 ottobre 2011 alle ore 15:57
    Elegia

    Pullula invano la sera di dolente
    verde e di tardi monti,
    la tua terra si vela di amori profondi,
    fiumi e vallate divengono memoria;
    sta la mia sorte con te, con la tua
    che già di grigie note punge i capelli stanchi,
    e fervono i pianeti dal colore d’arancio
    oltre mozze rovine pei cieli invernali,
    celebra il vuoto dei cortili scoperti
    le ardue nozze delle colonne e dei colli.
    Questo è il talamo tuo che precorre la selva
    quello è il vitreo giaciglio delle brina,
    e Vespero, natura umana,
    e una stella di pace e di volontà buona
    tocca i primi terrori, soggiace
    alla fosca vigilia che in sé già ci distrae.

    Tu stai, né più cura hai dell’umile
    palpito ovino che ha la tua strada
    se da notte a notte la guardi languire,
    la tua nuca non cura
    me e l’oriente ove vibra
    l’illusorio vigore del frumento;
    le tue spalle cui preme l’oblio
    la tua mente che infrange altra legge
    già da tanto giacquero, e trema e s’abbassa
    l’oro natalizio della stella
    di Vespero tra i capelli
    tuoi che nota furtiva la morte.

    Non puoi dirmi la ruvida pioggia
    che di sé ci stordiva
    e che improvvisi spazi e primavere
    ci rovesciò vive negli occhi,
    non puoi dirmi la grandine fresca
    che in fuga volò dalla nube
    a pettinare paesi frettolosi,
    né l’erba grande nei giardini
    né i grandi pomi dell’agosto,
    nulla puoi dirmi nulla so nulla vedo;
    ma di quel cibo ora il seme perduto
    lungo cieche ansie notturne ricerco
    nel campo dissestato e le ore anno e nera
    sarà più l’alba che i grumi dei monti,
    l’alba nera con acide palpebre
    ci secernerà nella valle del mondo.

    E da ghiacci orgogliosi a iride levando
    Spoglierà il vento le nari,
    le viscere stente, la tosse,
    e tra poco lo stretto petroso
    focolare che ignora la fiamma
    rabbrividirà di lumache e id crete
    cerule all’orlo della solitudine,
    gemerà di stanchezza la campana
    che offesa trapela dal cielo,
    l’iride irrisa tremerà
    tremerà nell’inverno
    su chine e chine avide di paesi.

    Ho coinvolto sole e luna nella mia sorte,
    ho seguito le aperte promesse dei fiori
    e la stagione che tutto presume, la bocca
    rossa, gli occhi e il profilo che stimola e schiara
    il mutevole margine delle radure
    ed il pesco boschivo,
    ho seguito la tua
    piccola casa dall’ombra
    riconosciuta familiare
    anche tra i denti raggianti impetuosi
    delle estati che saranno,
    tra i pensieri implacati
    tra le moltitudini e i giorni. Ma stanche
    ora le mani sul parapetto a luci
    di logge s’esalano, inverno
    senza requie logora presagi
    e moti d’alberi tristi lungi affila.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 15:38
    Sonetto di sterpi e limiti

    Sguiscio gentil che fra mezzo erbe serpi,
    difficil guizzo che enigma orienta
    che nulla enigma orienta, e pur spaventa
    il cor che in serpi vede, mutar sterpi;

    nausea, che da una debil quiete scerpi
    me nel vacuo onde ogni erba qui s'imprenta,
    però che in vie e vie di serpi annienta
    luci ed arbusti, in sfrigolio di serpi;

    e tu mia mente, o permanere, al limite
    del furbo orrido incavo incastro rischio,
    o tu che a rischi e a limiti ti limi:

    e non posso mai far che non m'immischio,
    nervi occhi orecchi al soprassalto primi
    se da ombre e agguati vien di serpe il fischio.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 15:34
    L'attimo fuggente

    Ancora qui. Lo riconosco. In orbite
    di coazione. Gli altri nell'incorposa
    increante libertà. Dal monte
    che con troppo alte selve m'affronta
    tento vedere e vedermi,
    mentre allegria irrita di lumi
    san Silvestro, sparge laggiù la notte
    di ghiotti muschi, di ghiotte correntie.
    E. E, puro vento, sola neve, ch'io toccherò tra poco.
    Ditemi che ci siete, tendetevi a sorreggermi.
    In voi fui, sono, mi avete atteso,
    non mai dubbio v'ha offesi.
    Sarai, anima e neve,
    tu: colei che non sa
    oltre l'immacolato tacere.
    Ravvia la mia dispersa fronte. Sollevami. E.
    E' questo il sospiro che discrimina
    che culmina, "l'attimo fuggente".
    E' questo il crisma nel cui odore io dico:
    sì, mi hai raccolto
    su da me stesso e con te entro
    nella fonte dell'anno.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 15:33
    Esistere psichicamente

    Da questa artificiosa terra-carne
    esili acuminati sensi
    e sussulti e silenzi,
    da questa bava di vicende
    - soli che urtarono fili di ciglia
    ariste appena sfrangiate pei colli -
    da questo lungo attimo
    inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
    da tutto questo che non fu
    primavera non luglio non autunno
    ma solo egro spiraglio
    ma solo psiche,
    da tutto questo che non è nulla
    ed è tutto ciò ch'io sono:
    tale la verità geme a se stessa,
    si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
    Chiarore acido che tessi
    i bruciori d'inferno
    degli atomi e il conato
    torbido d'alghe e vermi,
    chiarore-uovo
    che nel morente muco fai parole
    e amori.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 15:31
    Elegia Pasquale

    Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
    con tutto il tuo pallore disperato,
    dov'è il crudo preludio del sole?
    e la rosa la vaga profezia?
    Dagli orti di marmo
    ecco l'agnello flagellato
    a brucare scarsa primavera
    e illumina i mali dei morti
    pasqua ventosa che i mali fa più acuti

    E se è vero che oppresso mi composero
    a questo tempo vuoto
    per l'esaltazione del domani,
    ho tanto desiderato
    questa ghirlanda di vento e di sale
    queste pendici che lenirono
    il mio corpo ferita di cristallo;
    ho consumato purissimo pane

    Discrete febbri screpolano la luce
    di tutte le pendici della pasqua,
    svenano il vino gelido dell'odio;
    è mia questa inquieta
    gerusalemme di residue nevi,
    il belletto s'accumula nelle
    stanze nelle gabbie spalancate
    dove grandi uccelli covarono
    colori d'uova e di rosei regali,
    e il cielo e il mondo è l'indegno sacrario
    dei propri lievi silenzi.

    Crocifissa ai raggi ultimi è l'ombra
    le bocche non sono che sangue
    i cuori non sono che neve
    le mani sono immagini
    inferme della sera
    che miti vittime cela nel seno.

  • 19 maggio 2011 alle ore 14:29
    L'elegia in petél

    Dolce andare elegiando come in elegia l'autunno,
    raccogliersi per bene accogliere in ora radure,
    computare il cumulo il sedimento delle catture
    anche se da tanto prèdico e predico il mio digiuno.
    E qui sto dalla parte del connesso anche se non godo
    di alcun sodo o sistema;
    il non svischiato, i quasi, dietro:
    vengo buttato a ridosso di un formicolio
    di dèi, di un brulichio di sacertà.
    La origini - Mai c'è stata origine.
    Ma perché allora in finezza e albore tu situi
    la non scrivibile e inevitata elegia in petél?
    << Mama e nona te dà ate cuco e pepi e memela.
    Bono ti, ca, co nona. Béi bumba bona. E' fet foa e upi.>>
    Nessuno si è qui soffermato - Anzi moltissimi.
    Ma ogni presenza è così sua di sé
    e questo spazio così oltrato oltrato... (che)
    [...]

  • 04 maggio 2011 alle ore 17:46
    La quercia sradicata dal vento

    Nel campo d’una non placabile
    idea,
    d’una sera che il vento era tutto,
    sì, tutto, e mi premeva
    col suo gelo verso il più profondo
    di quell’idea di quel sogno,
    tricosa Gordio
    da atterrire il filo della spada.
    Nel seno d’energia
    di quella inibizione nera
    che faceva le cose sempre più
    sempre più terra nella terra.
    Vedi: troppo vicine le mie stanze
    sono a te, quercia: resisti
    ora, sull’orlo, sta
    anche per tutto il mio
    mancare.
    [...]
    Ti rinvenimmo
    attraverso la squallida bocca del giorno,
    rovesciata. Nel basso,
    empito umbrifero, plurimo,
    di calme e aromi che ti spiegavi fin là,
    sino alla fonte mai vista del fiume
    sino all’infanzia fantastica balbettante degli avi.
    Ai nostri abietti piedi
    tu ch’eri la vetta cui corre
    l’occhio e il tempo al riposo.
    E ora il sole allarga aride ali
    sul paese svuotato di te.
    [...]
    Quercia, come la messe
    d’embrici e vetri, la dispersione
    per selciati ed asfalti
    - nostre irrite grida, irriti aneliti -,
    quercia umiliata ai piedi
    miei, di me inginocchiato
    invano a alzarti come si alza il padre
    colpito, invano
    prostrato ad ascoltare
    in te nostri in te antichissimi
    irriti aneliti, irriti gridi.

  • 31 marzo 2011 alle ore 12:51
    Al mondo

    Mondo, sii, e buono;
    esisti buonamente,
    fa' che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
    ed ecco che io ribaltavo eludevo
    e ogni inclusione era fattiva
    non meno che ogni esclusione;
    su bravo, esisti,
    non accartocciarti in te stesso in me stesso.

    Io pensavo che il mondo così concepito
    con questo super-cadere super-morire

    il mondo così fatturato
    fosse soltanto un io male sbozzolato
    fossi io indigesto male fantasticante
    male fantasticato mal pagato
    e non tu, bello, non tu <<santo>> e <<santificato>>
    un po' più in là, da lato, da lato.

    Fa' di (ex-de-ob etc.)-sistere
    e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
    abbi qualche chance,
    fa' buonamente un po';
    il congegno abbia gioco.
    Su, bello, su.
    Su, munchhausen.

  • 28 luglio 2010
    Elegia Pasquale

    Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
    con tutto il tuo pallore disperato,
    dov'è il crudo preludio del sole?
    e la rosa la vaga profezia?
    Dagli orti di marmo
    ecco l'agnello flagellato
    a brucare scarsa primavera
    e illumina i mali dei morti
    pasqua ventosa che i mali fa più acuti
     
    E se è vero che oppresso mi composero
    a questo tempo vuoto
    per l'esaltazione del domani,
    ho tanto desiderato
    questa ghirlanda di vento e di sale
    queste pendici che lenirono
    il mio corpo ferita di cristallo;
    ho consumato purissimo pane
     
    Discrete febbri screpolano la luce
    di tutte le pendici della pasqua,
    svenano il vino gelido dell'odio;
    è mia questa inquieta
    gerusalemme di residue nevi,
    il belletto s'accumula nelle
    stanze nelle gabbie spalancate
    dove grandi uccelli covarono
    colori d'uova e di rosei regali,
    e il cielo e il mondo è l'indegno sacrario
    dei propri lievi silenzi.
     
    Crocifissa ai raggi ultimi è l'ombra
    le bocche non sono che sangue
    i cuori non sono che neve
    le mani sono immagini
    inferme della sera
    che miti vittime cela nel seno.

  • 28 luglio 2010
    Esistere psichicamente

    Da questa artificiosa terra-carne
    esili acuminati sensi
    e sussulti e silenzi,
    da questa bava di vicende
    - soli che urtarono fili di ciglia
    ariste appena sfrangiate pei colli -
    da questo lungo attimo
    inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
    da tutto questo che non fu
    primavera non luglio non autunno
    ma solo egro spiraglio
    ma solo psiche,
    da tutto questo che non è nulla
    ed è tutto ciò ch'io sono:
    tale la verità geme a se stessa,
    si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
    Chiarore acido che tessi
    i bruciori d'inferno
    degli atomi e il conato
    torbido d'alghe e vermi,
    chiarore-uovo
    che nel morente muco fai parole
    e amori.

  • 28 luglio 2010
    L'attimo fuggente

    Ancora qui. Lo riconosco. In orbite
    di coazione. Gli altri nell'incorposa
    increante libertà. Dal monte
    che con troppo alte selve m'affronta
    tento vedere e vedermi,
    mentre allegria irrita di lumi
    san Silvestro, sparge laggiù la notte
    di ghiotti muschi, di ghiotte correntie.
    E. E, puro vento, sola neve, ch'io toccherò tra poco.
    Ditemi che ci siete, tendetevi a sorreggermi.
    In voi fui, sono, mi avete atteso,
    non mai dubbio v'ha offesi.
    Sarai, anima e neve,
    tu: colei che non sa
    oltre l'immacolato tacere.
    Ravvia la mia dispersa fronte. Sollevami. E.
    E' questo il sospiro che discrimina
    che culmina, "l'attimo fuggente".
    E' questo il crisma nel cui odore io dico:
    sì, mi hai raccolto
    su da me stesso e con te entro
    nella fonte dell'anno.