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Racconti di Anna Giordano

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  • 12 aprile alle ore 2:11
    Egoista per amore

    Come comincia: Un anziano signore ogni giorno, come d’abitudine, faceva la sua passeggiata pomeridiana lungo il viale che costeggiava il bosco. Un giorno vide cadere da un nido, situato su di un albero da lui poco distante, un piccolo uccellino. Lo raccolse, aveva giusto qualche piuma e non potendolo rimettere nel nido, poiché troppo in alto, decise di prenderlo con sé per evitargli una sicura morte. Pensò subito che avrebbe potuto allietare le sue giornate grigie e solitarie, con il suo canto. 
    L’uccellino aveva ricevuto tutte le cure di cui necessitava e in poco tempo, dopo che l’anziano signore lo aveva messo in una bellissima gabbia, l’uccellino cantando, ringraziava il suo benefattore. Aveva l’abitudine di cantare da quando il sole nasceva fino al tramonto, solo per allietare i giorni di chi gli aveva dimostrato amore, dandogli a mangiare, evitandogli il freddo durante l'inverno, aiutandolo ad apprendere a volare nell'esigua stanzetta del soggiorno, diventando così a sua volta, confidente delle malinconie dell'anziano signore, quando, preso dalla solitudine parlava con lui. Intanto, l'uccellino era cresciuto ed era diventato un bellissimo usignolo, era come un figlio per l’anziano, egli riversava su di lui tutto il suo affetto ed amore, non avendo nessun’altra persona d’amare.
    Il tempo scorreva e l’inverno volgeva alla fine, i giorni iniziarono a vestirsi di luce e nell'aria c’era  profumo di primavera. Fiorirono i mandorli, i ciliegi e tutta la natura si vestì a festa, la vita s’era risvegliata dal lungo sonno invernale, lasciando la tristezza dei giorni freddi e grigi alle spalle.
    L'uccellino continuava a cantare per il suo benefattore, ma in cuor suo, aveva voglia di volare e non sapeva come farlo capire a lui che, era così buono ed aveva bisogno del suo canto, per sopportare la sua solitudine.
    Passarono alcuni giorni, e l'usignolo cantava, sì, ma non metteva più tanta armonia nel suo gorgheggio, l'allegria era latitante e c'era una nota di tristezza nel suo canto. L’anziano che lo conosceva bene, si domandò perché quella nota fosse così malinconica, tanto da toccargli il cuore.
    Si accostò alla gabbia e vide che l'uccellino non mangiava più ed il suo occhio piccolo e vispo era chiuso a metà, allora domandò lui che cosa l’angosciasse. Non ebbe risposta. L’usignolo continuava a deperire.
    Pensò: “Forse non è contento, chissà, il cibo non gli piace più?” Cambiò mangime, ma l’uccellino continuava a deperire e la sua tristezza era palpabile.
    Una mattina, l’anziano signore si affacciò alla finestra, poggiò vicino a lui la gabbia sperando che il suo piccolo amico si riprendesse, ma l’uccellino ormai era debole e triste e non si mosse dal suo giaciglio situato nell’angolo della bellissima gabbia, l’anziano, alzò gli occhi verso il cielo e vide che gli uccelli riempivano gli spazi azzurri dei loro voli e con i loro canti colmavano l'aria d’allegria. Si girò e guardò il piccolo uccellino triste, che aveva accennato un volo che terminò tenendosi appena aggrappato alla sua altalena, l’anziano avvicinò la sua mano alla gabbia, e con il dispiacere che gli serrava il cuore, aprì la porticina, dicendogli:
    "Vai sei cresciuto e la tua vita è là, fra il cielo e la terra negli spazi che ti sono stati riservati per allietare tutti con il tuo canto e non solo me, povero egoista che sono.Vola e vivi la tua vita, quando vuoi vienimi a trovare, qui ci sarà per te sempre da magiare e dormire."
    L'uccellino volò sulla sua spalla, e aprì l’occhietto che subito diventò vispo, guardò il suo benefattore fino a trasmettergli la sua contentezza e farlo sentire felice per il suo gesto pieno d’amore, poi spiccò il volo lasciando dietro di sé l’anziano che lo salutava con la mano sorridendo, anche se in cuor suo soffriva tanto.
    Da quel giorno, l'usignolo riprese a cantare regalando a tutti la sua gioia, ogni giorno, non essendosi dimenticato del suo amico anziano, andava a trovarlo facendolo felice, sostava sul davanzale della sua finestra e cantava solo per lui, vivendo comunque la sua vita, come tutti gli uccelli di questa terra fanno dopo che hanno appreso a volare.
    L’anziano, nonostante la sua età, aveva capito ancora qualcosa della vita, si avvide che il suo amore per l’uccellino era paragonabile a quello di un buon genitore che sa mettersi da parte al momento giusto. I figli, come gli uccelli quando imparano a volare devono lasciare il nido per costruire a loro volta il proprio.

     

  • 24 marzo alle ore 11:11
    Il computer di Martino

    Come comincia: Martino era un bambino molto svogliato. A scuola tutti lo deridevano perché era l’ultimo della classe.
    Troppe volte sbagliava i compiti, quello che a lui interessava era il suo migliore amico: il  computer.

    Un giorno, mentre stava giocando, accadde una cosa stranissima …
    a sua sorpresa, vide uscire dallo schermo tante lettere che si tenevano per mano.
    Strabiliato, cercò di afferrarne una, per vedere se era solo la sua immaginazione, ma la lettera A,  gridò forte: “Ahiii, mi fai male!”
    Martino rimase ancora più sorpreso nel sentirne la voce.
    Con molta reticenza e con un po’ di paura, cercò di afferrare la lettera M che, rivolgendosi a lui disse: “Ma cosa fai, stai attento a non rompermi una gamba!”
    Martino sempre più sorpreso domandò:
    “ Ma siete vere?”

    Le lettere risposero in coro: “Sì certo, siamo uscite dallo schermo per dirti di lasciarci un po’ in pace.”
    “Io non ho fatto nulla,” rispose, “come in pace?”
    “Tu non fai altro che metterci nel posto sbagliato, ancora non sai né parlare e né scrivere, faresti bene di prendere un libro e imparare, al posto di giocare sempre; con il computer si fa anche altro, ad esempio, studiare!”
    “Studiare? Non ci penso nemmeno!” Replicò Martino, ridendo.
     “Ecco, vedi?Abbiamo ragione noi! Siamo qui per toglierti la parola, fin quando non saprai scrivere e parlare correttamente.
    Le lettere fecero un girotondo componendo una frase:
    “Finché tu non studierai resterai privo di lettere e consonanti!”
    Martino riuscì a leggere appena, che tutte le lettere rientrarono nel pc, poi si mise a ridere, ma dalla sua bocca non usciva nessun suono, pensò che per un momento le sue orecchie si fossero otturate. Si mise davanti allo specchio e cercò di pronunciare una parola, che non uscì, gridò forte dalla paura, ma anche questa volta nessuno lo sentì; iniziò a piangere e le lacrime uscivano silenziose, senza che un lamento le accompagnasse.
    Martino corse al pc e con il pensiero pregò le lettere d’uscire di nuovo, ma nulla accadde.
    Allora prese carta e penna per scrivere, ma neppure sulla carta la penna lasciava traccia di quello che scriveva.
    Disperato uscì in strada, pensando che era solo uno scherzo di qualcuno, fermò un suo compagno di scuola e quando gli parlò, nessun suono la sua bocca pronunciò.
    Il suo compagno lo guardò e conoscendolo, disse: “ Sei sempre il solito burlone!”
    Martino capì che, l’unica cosa che gli restava da fare era di mettersi a studiare.
    Corse in camera, prese la grammatica ed iniziò a leggere le regole, imparò a memoria i verbi, sfogliò le pagine del suo computer, solo per apprendere e non giocare.
    Poi, con la mente, recitò quel che aveva imparato, studiò la storia che fino a quel momento non aveva mai appreso, cercò di mettere alla prova il suo sapere, ponendosi delle domande, ma ancora non sentiva la sua voce; cercò di scrivere, ma ancora niente, erano ormai passati molti giorni e la speranza di ritrovare le lettere dell’alfabeto rimase vana.
    Martino in lacrime accese il pc, sperando che le lettere avessero pietà di lui …

    La notte arrivò e lui, stanco, si addormentò davanti allo schermo acceso del computer.
    Quando la mattina si svegliò, sullo schermo del pc trovò la scritta: “ Prova a scrivere”
    Martino subito prese un foglio bianco e come vi poggiò la penna sopra, iniziò a vedere le lettere che scriveva.
    Finalmente era stato premiato per i suoi sforzi. Un grido di gioia uscì dalla sua bocca, anche la voce era ritornata, che gioia! Poteva di nuovo parlare e scrivere.
    Da quel giorno, i compagni di classe non lo presero più in giro e Martino capì quanto fosse importante studiare.

  • 27 dicembre 2013 alle ore 1:59
    Luigino e l'abete

    Come comincia: L’aria quella mattina era più fredda del solito. Il Natale non era lontano, e i bambini che stavano per accingersi ad andare a scuola guardavano il cielo cinereo, come per scorgere se qualche fiocco di neve se ne staccasse e venisse giù.

    Luigino era un bambino, forse il solo, a non volere la neve, e lasciando indietro i suoi compagni di scuola, sì incamminò per la scorciatoia che tagliava per il bosco per giungere a scuola in tempo, prima che la neve iniziasse a cadere. Gli alberi del bosco sembravano incantati da chissà quale sortilegio; quelli con i rami spogli, apparivano ancora più scheletrici e il gelo li rivestiva di un leggero strato di ghiaccio. Guardavano Luigino dall’alto, come se volessero chiedergli aiuto per farsi liberare da quei cristalli bianchi che irrigidivano i loro rami. Luigino si fermò un attimo a guardarli, sentiva quel richiamo e li capiva anche, poi si guardò le scarpe rattoppate male, avevano trasformato i sui piedi, un po’come i rami gelati di quegli alberi. Avrebbe voluto fare qualcosa per loro, ma non sapendo cosa, passò vicino i tronchi e li accarezzò, come per consolarli. Continuando il suo cammino, con i piedi intirizziti dal freddo, guardò un abete che alto si teneva sul lato destro del sentiero, i rami erano forniti di foglie verdi che lo riparavano meglio dalle intemperie, e il suo scheletro non gli sembrava tanto che patisse il freddo.
    Egli si soffermò a guardarlo. Ebbe un’impressione differente dalla prima. L’abete, sembrava che fosse tutto contento di avere sui suoi rami il gelo. Erano rivestiti di tantissime foglioline aghiformi. Agli occhi di Luigino, appariva come un signore che vestiva un cappotto di pelliccia, un po’come i suoi compagni di scuola, loro, avevano le scarpe imbottite di pelliccia, i cappotti o i piumini che li coprivano e poteva anche cadere la neve, si sarebbero rotolati dentro e giocato senza soffrire il freddo.
    Mentre Luigino pensava a tutto ciò, sentì sul suo capo una goccia d’acqua gelida penetrare tra i suoi riccioli scuri, fino a giungere sul cuoio capelluto facendolo rabbrividire. Passò la mano sul capo per stemperare la goccia d’acqua, quando la ritirò, si accorse che nel palmo aveva una moneta d’oro. Luigino non credeva ai suoi occhi, non aveva mai visto tanto splendore.
    Si domandò da dove fosse caduta, ebbe quasi paura, si guardò intorno cercando di trovare una risposta, ma non c’era nessuno a parte l’abete che lo guardava dall’alto del suo tronco. Alzò il capo e stava per abbassare gli occhi, quando scorse fra i rami un folletto che teneva in mano una pentola con l’ansa tutta in oro. Luigino lo guardò strofinandosi gli occhi, non poteva essere vero, non credeva ai folletti, ma vederne uno che lo fissava con un grande sorriso stampato sul viso, lo convinse, non senza reticenza. Dovette sforzarsi per far uscire un suono dalla sua bocca, un suono di stupore che a malapena riuscì ad articolare. Il folletto scese qualche ramo più giù e fissandolo domandò lui se fosse contento della moneta d’oro, Luigino rispose in modo affermativo oscillando il capo avanti e indietro, perché non riusciva ancora a parlare. Il folletto, allora facendo una smorfia disse di volere udire la sua voce. Il poverino, si sforzò talmente che riuscì appena ad articolare un sì, tanto silenzioso che la cosa fece stizzire il folletto, diventò tutto rosso e gridò con una voce smisurata in rapporto alla sua statura, che voleva sentire la sua voce. Luigino un po’ per la paura un po’ per non contrariarlo, prese tutte le sue forze e rispose con un grido pronunciando un si, prolungato. Il folletto contento gli lanciò una seconda moneta che arrivò dritta nella tasca della sua misera giacca, ma essendo bucata la moneta scivolò a terra ruzzolando, emettendo un suono tintinnante.
    Luigino corse dietro la moneta per raccattarla, ma la moneta s’infilò in una fessura delle radici del grande abete che poco prima sovrastava Luigino. Le sue dita gelate s’infilarono nella fessura dell’abete, il folletto ridacchiava su uno dei rami, quando, una voce cavernosa fece sussultare Luigino:
    - Chi osa svegliare il mio riposo! Luigino alzando gli occhi vide l’abete che aveva una
    bocca, si strofinò gli occhi pensando di sognare. Non aveva mi visto parlare un albero. Impaurito, fece uscire dalla sua bocca un debole: 
    - Mi scuso signore abete, ma lei imprigiona tra le sue radici una moneta che è mia.
    - Tua? Ma se tu non possiedi nulla come vuoi possedere una moneta d’oro?
    - Sì, lo so signore abete, io sono povero, ma la moneta mi è caduta dalla tasca è il signor folletto che sta su i suoi rami che me l’ha regalata, soltanto, la mia tasca è bucata ed è scivolata via.
    - Il folletto è un mio inquilino, abita da anni nel mio tronco e non mi ha mai pagato l’affitto, e questa moneta d’oro sarà un piccolo anticipo al suo debito.
    - Ma signor abete lei non ne ha bisogno, lei è un albero bello forte, sopporta il freddo e non ha bisogno certo di scarpe e né di mangiare; a casa ho sette fratelli e sorelle e questa moneta farebbe comodo ai miei genitori che non sanno come sfamarci.
    - Non piagnucolare, piccolo insolente straccione, come osi dire quel che io devo fare, io sono un abete, ma ogni tanto anche io ho bisogno di qualche moneta d’oro.
    - Ma per farci cosa?
    - Questo non ti riguarda, bamboccio!
    - Ma un albero non ha bisogno di monete d’oro.
    - Eppure ti ripeto che sì, non aggiungo altro ora puoi anche andare, la moneta resta mia e la terrò stretta fra le mie radici, guai a chi si azzarda a volermela sottrarre, avrà le dita della mano stroncate dalle mie radici, se solo oserà provarci.
    Luigino intimorito dall’abete indietreggiò e dispiaciuto, lanciò un lieve saluto, accompagnato da un sorriso appena percettibile, rivolto al folletto che stava sul ramo divertito per l’accaduto. Egli sobbalzò giù dal ramo, con la sua pentola scintillante e piena di monete davanti ai piedi di Luigino, il quale stava incamminandosi sul sentiero per raggiungere la scuola. Il folletto sghignazzando lanciò un alt al ragazzo che subito si bloccò. Guardò negli occhi il piccolo omino che gli sbarrava la strada e si domandò cosa volesse ancora da lui… il folletto saltò sulla pentola raccolse ancora una moneta, alzò la mano che la serrava e disse a Luigino:
    - Se sarai capace di prenderla al volo, questa moneta sarà tua.
    Così dicendo la lanciò in alto, ma la moneta fu afferrata da uno dei rami dell’abete, prima ancora che cadesse a terra, così, Luigino si vide sottrarre dall’albero, la seconda moneta che gli era destinata. Le sue proteste furono vane, l’abete non volle ridargli la moneta e se la tenne per sé. Sconsolato il povero ragazzo riprese il suo cammino, ma il folletto lo seguiva saltando da un punto all’altro del sentiero, fin quando, saltando cadde e con lui la pentola piena di monete che si dispersero e, lungo la strada, ruzzolarono tutte verso l’abete che scrollò le sue radici per imprigionarle tutte. Luigino e il folletto corsero lungo il sentiero per tentare di raccattarne qualcuna, ma fu inutile, l’ingordo abete aveva imprigionato tutte le monete con le sue radici. Nel vedere i due ai suoi piedi che, inginocchiati, cercavano le monete, lo fece ridere, i suoi rami furono scossi dalla sua risata portentosa e alcuni ghiaccioli si staccarono e uno inchiodò il piccolo folletto a terra trapassando la coda della sua bella livrea rossa impedendogli di muoversi. Luigino vide il piccolo folletto in difficoltà si precipitò per liberarlo, estrasse dalla terra il pugnale di ghiaccio e lo gettò lontano, poi aiutò il folletto a rimettersi in piedi, il quale lo ringraziò e saltò sull’albero dicendo all’abete che le monete erano le sue, ma l’albero grondò dicendo che anche il tronco era suo e lui ci abitava con tutta la sua famiglia e che non gli aveva mai fatto dono di nulla. Luigino ascoltava il battibecco fra i due e si ricordò che doveva andare a scuola, la neve iniziava a cadere ed il freddo gli bloccava i movimenti dei piedi. Così, salutò il piccolo folletto che ringraziò per la moneta che gli aveva regalato, il folletto gli sorrise e disse che se l’era meritata. L’abete ascoltò la conversazione e per dispetto, quando Luigino passò su una delle sue radici, gli fece lo sgambetto facendolo cadere, e nel mentre, aprì la mano che serrava la moneta d’oro e questa rotolò anch’essa fra le radici avide dell’albero. Luigino cercò di riprendersela e il folletto con tutta la sua rabbia pestò il ramo su cui poggiava i suoi piccoli piedi, in segno di ribellione per la cattiveria dell’albero, ma l’abete non fece altro che ridere della loro sventura. Luigino si rialzò e si allontanò di corsa…
    Giunto davanti alla scuola col fiatone, entrò svelto in classe; la campanella era già suonata e quando prese posto nel suo banco, la maestra gli domandò la ragione del suo ritardo. Il povero Luigino non potendo raccontare quel che gli era accaduto, disse che si era smarrito nel bosco. La cosa fece ridere i suoi compagni e fu spunto di un’ennesima derisione. Finita la lezione, Luigino riprese la strada per andare a casa e pensò di passare ancora per il bosco, se non altro, per vedere se le monete d’oro erano ancora ai piedi dell’albero e anche per rendersi conto se tutto non fosse stato solo frutto della sua immaginazione . Camminava Luigino, e giunse al bosco, dove si addentrò con cautela, quasi come se fosse un ladro che temesse di farsi scorgere, infatti, dopo pochi passi intravide l’abete che imponente occupava una vasta area del bosco; Luigino avanzava intimorito sulla strada che costeggiava le sue radici, l’albero appena lo vide scosse alcuni rami come se fosse nervoso ed aspettò che lui passasse.
    Del folletto però, neppure l’ombra. Luigino continuò sulla strada e passando accanto alle radici gettò un occhiata per vedere se le monete fossero ancora prigioniere di esse, purtroppo l’abete le teneva strette, allora, senza fermarsi continuò la sua strada, ma giunto all’altezza del tronco dell’albero si sentì chiamare: “ Ehi, tu! Se pensi d’impossessarti di queste monete ti sbagli,” brontolò l’abete. Luigino si mise a correre impaurito. Giunto a casa non sapeva se raccontare tutto al padre, lui era molto severo e se non l’avesse creduto, avrebbe rischiato di guadagnarsi anche un castigo, così, decise di raccontare la sua avventura alla madre, che di carattere dolce e remissivo, gli avrebbe dato sicuramente ascolto.
    La mamma dopo avere ascoltato attentamente il racconto del figlio disse che magari raccontando tutto al padre avrebbero trovato insieme una soluzione al problema. Luigino anche se non del tutto d’accordo, alla fine accettò e corse insieme alla mamma nel capannone dove il papà tagliava i tronchi che abbatteva ogni giorno nel bosco. La madre raccontò tutto al padre e, quando finì, lui la guardò perplesso, poi guardò suo figlio e aggiunse: “ Se tutto questa storia non è vera, giuro che resterai senza minestra per tre giorni e tre sere. Luigino disse: “ Ti prego papà credimi è vero”.
    Il padre prese la sega poi la mano di suo figlio e domandò di condurlo al bosco dove l’abete dimorava. La sua intenzione era quella di tagliere l’albero e prendergli le monete che imprigionava con le sue radici. I due partirono in direzione del bosco, giunti in prossimità dell’albero, Luigino si fermò, indicando al padre l’abete. Il boscaiolo s’avvicinò, toccò il tronco e fiutando la direzione del vento, prese posizione per tagliare l’albero. Luigino che era rimasto nascosto fino allora, avanzò per aiutare il padre a segare l’abete, ma l’abete vedendolo reagì dicendo:
    - Ah! Sei venuto accompagnato da tuo padre, piccolo moccioso!
    Il boscaiolo non credeva alle sue orecchie, non aveva mai sentito un albero parlare e pensò di rispondere al posto del figlio che era rimasto muto, con la paura addosso che l’albero potesse far del male al suo papà. Il boscaiolo domandò all’abete perché fosse così cattivo e avido, l’abete rispose:
    - Perché sono stati gli uomini a rendermi così con la loro cupidigia, uomini che mi hanno tolto più volte l’affetto dei miei figli nati ai miei piedi, e solo per far piacere ai piccoli mocciosi come tuo figlio, quando arriva il Natale. Così, sapendo che gli uomini sono attaccati al denaro ne serbo tanto da pagarli perché lascino i miei nuovi germogli crescere in pace. Il papà di Luigino ascoltò con attenzione le parole dell’abete e provò il dolore che l’Abete aveva sentito per i suoi alberelli, che i suoi amici boscaioli avevano tagliato. Si rese conto che anche lui aveva fatto la stessa cosa con altri alberi, purtroppo il suo lavoro era quello e non poteva cambiarlo; spiegò all’abete che lui non gli aveva mai tagliato i figli. L’abete rispose che i suoi amici l’avevano fatto. Il boscaiolo domandò cosa potesse fare per rimediare al male che aveva subito. L’abete rispose che doveva scrivere un pannello e inchiodarlo su uno dei suoi rami, proibendo di tagliare i piccoli abeti che stavano ai suoi piedi. Il boscaiolo acconsentì sperando che l’abete parlante gli desse le monete che tratteneva fra le sue radici, ma l’abete non volle dargli nulla dicendo che comunque gli servivano per gli altri boscaioli che non erano bravi come lui. Luigino indignato protestò dicendo al padre che era solo un vecchio abete buono per riscaldare la casa e i suoi fratelli e sorelle. L’albero incollerito iniziò a scuotere i suoi rami e con una grossa voce disse:
    - Ecco! Vedi? Avevo ragione io che non bisogna fidarsi di voi uomini! Siete tutti avidi.
    Il boscaiolo lo interruppe e disse: - Ingordi noi non siamo, ero venuto qui per tagliarti caro abete ma la tua storia mi ha intenerito, anche io sono un padre e devo dare da mangiare ai miei figli e come te devo vegliare su di loro, ma come ben sai noi uomini non possiamo fare nulla senza il denaro, tu ricevi dalla terra il tuo nutrimento e non hai bisogno di riscaldarti in inverno, i miei bambini muoiono se non mangiano e non si riscaldano. Le monete che hai sotto le tue radici, bastano a sfamare tutte le famiglie dei boscaioli e se tu mi dai le monete, le dividerò con loro così non avranno bisogno di tagliare gli alberi per vivere e ti prometto che sarai tu a vegliare per la spartizione delle monete d’oro, faremo in modo che questo bosco non venga più toccato e che i tuoi germogli crescano per diventare abeti adulti come te. L’abete aveva ascoltato con attenzione il boscaiolo e, se non avesse accettato si sarebbe trovato ridotto in tronchetti per il camino, così il buon senso lo fece riflettere e senza dare l’impressione d’essere accondiscendente, storse la bocca e disse:
    - Sia!
    Il papà disse a Luigino di correre in paese a chiamare i suoi amici colleghi e di portarli al bosco senza spiegargli nulla. Luigino obbedì e corse in paese come gli aveva ordinato il padre. Intanto rimasto solo con l’abete, il papà iniziò a raccogliere le monete e le mise nella pentola che era rimasta, dopo la caduta del folletto, capovolta a terra. L’albero poco a poco lasciò tutte le monete che le sue radici serravano e chiese al boscaiolo di lasciargliene una per ricordo.
    Il boscaiolo acconsentì e l’abete la nascose sotto la sua radice più grande. Luigino intanto era giunto insieme agli altri boscaioli, il padre seduto sulla pentola delle monete, iniziò a spiegare ai suoi amici tutta la storia e domandò alla fine chi fosse d’accordo di non abbattere più alberi in quel bosco. Tutti esposero le loro perplessità, ma alla fine, quando videro la prima moneta uscire dalla pentola, iniziarono ad accettare. I loro occhi scintillavano più delle stesse monete, la conta in parti uguali era iniziata sotto lo sguardo attento dell’abete che fino allora non aveva più parlato, quando tutti ebbero le loro monete, l’abete tossì. I boscaioli spaventati si fermarono e sbigottiti videro il tronco dell’albero aprire la bocca per dire loro di non dimenticare le promesse fatte. Anche se ancora spaventati dall’albero parlante, i boscaioli erano felici, quelle monete ricevute erano come manna dal cielo e non esitarono a rispondere che avrebbero mantenuto la promessa fatta. Luigino e il papà promisero inoltre all’abete che avrebbero vegliato a che nessuno rompesse il patto. Rientrarono a casa contenti.
    Da quell’anno festeggiarono il Natale accontentandosi del presepe e così fecero anche gli altri boscaioli.
    L’abete è ancora nel bosco ed ha visto crescere i suoi figli tutti intorno a lui… Il folletto che aveva nel frattempo recuperato la pentola vuota, iniziò ad accumulare altre monete… divenne l’inquilino più amato dal bosco poiché, per gli alberi, era una garanzia alla loro incolumità.

    Se passate un giorno nel bosco del signore abete, potrete leggere il cartello che il papà di Luigino scrisse e appuntò sul suo tronco:
    NON TRONCATE LA VITA AI GIOVANI GERMOGLI DI QUESTO ABETE, SONO SUOI FIGLI…

    “Ogni cosa è stata creata per le stesse ragioni che l’uomo è stato creato: “Vivere per dare la vita.” 
    Il valore della vita è lo stesso anche per gli animali, le piante e le cose e, com’è giusto, deve essere rispettato; la ragione e la saggezza risiedono in ognuno di noi, basta solo farsi guidare dalla loro voce e dal cuore.”

  • 25 ottobre 2013 alle ore 23:53
    La rosa nel giardino

    Come comincia: Era da anni che più nessuno si occupava di quel giardino infondo al parco, circondava una vecchia  villa decrepita. Le erbe infestanti facevano da padrone, avevano occupato tutti gli spazi che ormai da tempo non erano stati più curati.
    Il Giardino si guardava intorno per scorgere se si fosse salvato al meno un fiore di quelli che aveva visto tante volte  colorare i suoi giorni.
    Ogni mattina al sorgere del sole si guardava e ricordava quello che era stato, ornato da tulipani colorati, da primule e viole, mimose e tante margherite che coprivano la sua superficie…  I ricordi lo facevano sognare. Ogni sera prima di addormentarsi raccontava alla luna che gli teneva compagnia, la sua disperazione per l’unica rosa che aveva nella sua terra piantato le radici, sino a toccargli il cuore e della quale si era innamorato, ma che purtroppo, non era più rifiorita. Raccontava di lei, la sua bellezza, sussurrando alla luna il velluto dei suoi petali rosso fuoco, della sua eleganza vestita di spine e foglie verdi e del profumo che l’inebriava ogni sera… La luna l’ascoltava e una sera di maggio, intenerita dalla sofferenza del povero giardino, lasciò cadere una lacrima che brillava di una luce bianca e pura, appena toccò il suo suolo si formò un cerchio,  nel centro del quale spuntò una piccola gemma, con i suoi raggi l’illuminò mostrandola al giardino.
    Poi sparì dietro una nuvola ed il giardino ebbe giusto il tempo per vederla. Un brivido percorse la sua terra e felice del dono si addormentò aspettando il giorno. Quando la mattina seguente si svegliò, la piccola gemma era già cresciuta, era una pianta di rosa, quando se ne rese conto, la gioia lo pervase e tremò tutto il terreno, tanto che le erbe infestanti ne furono scosse.
    La rosa per qualche giorno rimase anonima, nessuno si era accorto di lei, ma le attenzioni che il giardino le prodigava scuotendo le erbacce perché non invadessero il suo spazio, fece ingelosire l’edera e il giorno che la rosa sbocciò e si elevò al disopra delle erbe infestanti, sfoderò tutta la sua bellezza dei petali vellutati cosparsi di brina mattutina, brillava al sole come una regina con il diadema di diamanti gocciolanti, poggiati sulla punta dei suoi petali aperti e sorrideva al giardino innamorato che estasiato teneva a bada le erbacce perché non le facessero male.
    L’edera gelosa strisciò silenziosa ed uno dei suoi tanti tentacoli avvicinò la rosa, poi fingendosi amica elogiò la sua bellezza e le domandò di abbassare le sue spine per poterle porgere una carezza. La rosa gentile acconsentì ed abbassò le spine sotto lo sguardo del giardino che nulla poté fare per impedire all’edera di avvinghiarla. Appena si svestì delle sue spine, con forza estrema, l’edera serrò forte il bocciolo di rosa fino a soffocarlo. Si spezzò e cadde sulla terra del giardino, il quale la strinse  sul suo petto e pianse insieme al cielo il suo amore.
     
     
     
     
     
     
     
     

  • Come comincia:                                        Vita in paese.  III°  episodio
                                                 Il battesimo dell’aria

    Mario, il camionista battezzato col nomignolo “il Marziano”da i suoi nuovi amici: il Professore, il Cancelliere, il Nobile e Occhio Fino, passava con loro gran parte del suo tempo libero. Era stato invitato a Londra, dal  suo carissimo amico, Jonn, per passare una settimana a casa sua ed aveva esteso l’invito anche ai suoi amici, di cui aveva fatto la loro conoscenza nel breve quanto movimentato soggiorno al paese durante l’estate.
    Era ormai giunto il giorno della partenza …
    I cinque, avevano preso un taxi per andare all'aeroporto in cui erano giunti per fare il check-in. 
    Il Professore, fu il primo ad arrivare col suo bagaglio allo sportello… gli amici lo seguivano. Registrarono i loro bagagli e si apprestarono a passare l’ultimo controllo al metal detector.
    Il Professore osservava chi lo precedeva e vide che, il metal detector suonava ogni volta che  il signore passava la porta. La scena si ripeté per ben tre volte, fino a che non gli venne chiesto di togliersi le scarpe.  La cosa stupì il Professore e precipitosamente chiese al Cancelliere di prendere il suo posto, poi a tutto il seguito della comitiva. Si fermò dietro di loro, quando, si accorse che una bella signora, elegantemente vestita, lo fissava incuriosita dal fatto che lui fosse retrocesso di cinque posti. Il Professore, sentiva il suo sguardo indagatore e chiese alla bella sconosciuta se le faceva piacere avanzare, anche lei, di un posto. La signora ancora più incuriosita e  diffidente, rispose che non era il caso. Intanto  Occhio Fino che stava davanti a lui avanzò e passò sotto il metal detector tranquillamente, senza alcun problema, lo seguirono il Nobile e gli altri, che si fermarono oltre il metal detector  per aspettarlo.
    Il Professore, con una certa reticenza si avvicinò al passaggio tanto temuto, dopo aver riposto il suo orologio e oggetti metallici nell'apposita cassetta. Purtroppo, quel che temeva accadde: il metal detector suonò. Rivolse il suo sguardo alla guardia e gli sorrise, poi cercò di guardarsi addosso, per vedere cosa faceva suonare l’allarme, si tastò la giacca poi le tasche dei pantaloni, non aveva nulla di metallico, la signora dietro lo guardava con sospetto, era sotto gli occhi di tutti, egli fece cenno agli amici di proseguire, ma loro col capo fecero un gesto di dissenso,  Franco il Nobile gli disse che l’aspettavano.
    La guardia chiese  al Professore di ripassare sotto la porta elettrica e di nuovo suonò, al che, gli chiese di togliersi le scarpe, cosa che non avrebbe mai voluto fare, purtroppo, anche se a malincuore, si tolse le scarpe che  consegnò alla guardia il quale a sua volta le mise nella cassetta, per passarle ai raggi x. Infatti, erano proprio le scarpe che facevano suonare l’apparecchio, avevano un tacco interno di metallo che serviva ad aumentare la statura, di almeno 5 centimetri. Il Professore, guardò i suoi amici, che con una certa incredulità, constatarono la sua vera statura della quale si era sempre vantato dicendo che era pari a quella di un modello. Scalzo e imbarazzato, guardò il suo piede destro, aveva l’alluce che fuoriusciva dal calzino liso all'estremità.

    Le risate trattenute a stento dai suoi amici, lo fecero arrossire, guardandosi ancora una volta il piede, disse al Nobile che era un difetto dell’alluce che toccava sotto la tomaia delle scarpe e che sicuramente il calzino non era così quando l’aveva indossato. La guardia gli consegnò le scarpe che subito infilò, sotto lo sguardo divertito degli amici e quello snob dell’elegante signora. 
    Saliti sull'aereo, i cinque si sedettero gli uni accanto agli altri. 
    Per tre di loro era la prima volta che prendevano l’aereo: il Cancelliere, Occhio Fino e il Professore.  Il Nobile fu il primo a salire chiamò l’hostess e le diede un bigliettino da visita, parlando sottovoce scambiò alcune parole,  l’hostess sorrise ed andò a riferire al comandate la richiesta da lui sollecitata che consisteva nel fare vistare ai suoi amici la cabina del comandante in onore del loro primo volo. Era una richiesta che per ragioni di sicurezza, non si poteva accettare, ma  il cugino del Nobile, anche lui pilota e amico del comandante, gli aveva chiesto la gentilezza e l’aveva avvertito del viaggio di suo cugino ed i suoi amici per cui, accettò la richiesta e fece accomodare i tre amici dopo il decollo che appena poterono slacciare la cintura, entrarono nella cabina. Fu loro offerto una flute di champagne, il comandante chiese loro quale fosse stata la sensazione al decollo, Occhio Fino, rispose: 
    - Non ho visto nulla ma ho avuto la sensazione che il cervello si staccasse e toccasse il cranio, mentre il Cancelliere un po’ timido e confuso disse: 
    - Io ho avuto, mal di pancia e devo dire che ancora adesso ce l’ho…
    Tutto divertito il Professore, con la sua innata spavalderia, aggiunse ridendo:
    - Non è possibile ragazzi avere paura, abbiamo qui un gran pilota, io mi sono divertito, sembrava d’essere sulle montagne russe e non ho paura …
    Nel preciso istante ci fu un vuoto d’aria improvviso che sorprese anche il comandante, il professore con un grido da far risuscitare i morti, gridò:
    - Aiiuutooo!
    E si aggrappò al braccio del Cancelliere che per lo spavento si era irrigidito, in modo tale, da sembrare una statua; Occhio Fino aveva giunto le mani, quasi pronto per la preghiera, l’hostess li invitò a seguirla, ma nessuno dei tre riusciva a dare un passo, e come l’aereo si ristabilì, il pilota ridendo si rivolse al Professore:
    - Allora, e le montagne russe?
    - Beh! Queste però non lo sono, ma a quanti metri siamo da terra?
    - Siamo saliti, in questo momento il tachimetro segna quota ottomila.
    Un glup, s’udì provenire dalla gola del Professore, che non volendo mostrare la sua paura l’aveva inghiottita insieme alla parola. L’hostess si avvicinò a loro li pregò di riprendere posto, Occhio Fino ancora pallido per lo spavento, la seguì senza aspettare, quando si voltò per rivolgere la parola ai suoi amici, vide che due sagome erano rimaste, immobili, davanti alla porta della cabina di pilotaggio. Tornò indietro per domandare cosa stesse succedendo, e vide che il Cancelliere era rimasto con la stessa rigidità al momento dello spavento, mentre il professore l’incoraggiava:
    - Dai tieni duro, non facciamo scherzi, sai che figura che facciamo? Occhio Fino capì subito che non si trattava di paralisi, ma di una forma di paura con i dovuti effetti collaterali.
    Così, propose di prenderlo lui da un lato e il Professore dall’altro e di soppiatto lo trasportarono in direzione del wc. L’hostess vedendo lo stato rigido del Cancelliere si preoccupò e chiese cosa fosse successo, il professore superficialmente rispose:
    - No, nulla signorina è semplicemente una paralisi momentanea. Ha solo bisogno di bagnarsi
    il viso è soggetto a questi attacchi, vedrà, starà subito meglio.
    L’hostess non proprio convinta si fece da parte per farli passare, così sotto lo sguardo incuriosito dei passeggeri, compresi il Nobile e il Marziano, deposero nell’esiguo wc il Cancelliere che nel frattempo era sbiancato. Richiusero la porta e vi sostarono davanti,  in attesa che terminasse...

    Il Nobile e il Marziano, inquieti andarono a domandare cosa stesse accadendo, il professore rispose che un vuoto d’aria aveva imbarazzato il loro amico, al che capirono ed andarono a sedersi non senza voglia di ridere.
    Dopo dieci minuti, la porta si aprì e ne uscì, tutto risollevato, il Cancelliere, che si scusò con i due amici e pregò loro di non dire la verità agli altri. I due si guardarono e poi come se nulla fosse, il Professore disse:
    - Non preoccuparti terremo il segreto, sai, sarà difficile perché bisognerà dare loro un motivo valido, per quello che tutti hanno visto.
    - Ma tu sei bravo, hai saputo dire che era una paralisi momentanea, dai, fallo per la nostra amicizia!
    - Va bene, a condizione che tu non ricominci se dovesse esserci un nuovo vuoto d’aria, anche perché pesi e non ce la faremmo a trasportarti così come l’abbiamo fatto.
    Sorrisero e si avviarono verso i loro posti, il Professore corse per primo per avvertire i due amici di non dire nulla, ci riuscì solo in parte perché subito sopraggiunse il Cancelliere e dovette riprendere posto.
    Il Nobile ed il Marziano che visibilmente erano ancora sorridenti, come videro il Cancelliere scoppiarono in una risata quasi isterica che non riuscivano a frenare, il Professore domandò loro:
    - Raccontate anche a noi la vostra barzelletta?
    Il Nobile lo guardò e senza arrestare la sua risata, con la sua flemma rispose:

    - Sì, è una stoviella che mi ha vaccontato  Mario pochi minuti fa, voi non c’evavate, vi vaccontevemo tutto dopo, adesso lasciateci videve, no ne possiamo più.

    Il Professore almeno in parte aveva salvato la sua faccia, poiché il Nobile aveva capito, dalla sua domanda, che il Cancelliere non doveva sapere che loro sapevano.
    Nel frattempo
    il comandante  annunciò ai passeggeri che, erano giunti su Londra e che dovevano allacciare le cinture di sicurezza, augurando a tutti una buona permanenza … Gli amici si guardarono sorpresi per la rapidità del loro viaggio e con battute scherzose già si preparavano ad affrontare l’avventura metropolitana tutta da scoprire.

     Anna Giordano
     

     

  • 28 settembre 2013 alle ore 22:02
    Vita in paese - II° episodio “Festa in paese”

    Come comincia: Vita in paese - II° episodio  “Festa in paese”

    - Brava! Brava! Bis!
    Era iniziato da poco il concerto della cantante Lucy, che già gli amici inseparabili:  il Professore, il Cancelliere, Occhio Fino, il Nobile, s’erano riuniti e per l’occasione, c’era anche  il loro amico il Marziano accompagnato dal  suo amico Jonn, giunto da Londra per passare insieme le ferie.  Applaudivano la cantante; in più c’era il fotografo del paese, detto Scatto Lesto che col suo apparecchio fotografico era sempre pronto a scattare foto da prima pagina. Era quel che diceva sempre, incensandosi da solo.

    Seduti tutti in prima fila, ammiravano Lucy la cantante che stava sul palco, situato per l’occasione nei giardini pubblici del piccolo paese, proprio al lato del bar del Nobile.
    La folla affluiva sempre più al richiamo della voce di Lucy che aveva concesso il bis ai ragazzi, anche se aveva iniziato a cantare da solo cinque minuti, i posti a sedere erano quasi esauriti. Il Professore si era seduto al fianco di Jonn, col quale di tanto in tanto scambiava qualche parola d’inglese, guardandosi in torno, cercava negli sguardi e sui visi delle persone che prestavano attenzione allo sfoggio del suo inglese maccheronico, un elogio o un qualsiasi consenso di compiacimento al suo sapere.
    Il Marziano, ascoltando il suo inglese, si rivolse a Jonn che manifestava visibilmente il suo disagio per non avere compreso nulla di ciò che il Professore stava tentando di dire, e disse:
    - Jonn, vedi che ti sta parlando della bravura della cantante!
    La frase formulata e pronunciata in un perfetto inglese.
    Jonn ringraziò il suo amico e sorrise al Professore che, a sua volta, sorrise ed elogiò il Marziano dicendo:
    - Bravo Mario, niente male il tuo inglese, se ti fa piacere, puoi passare da me, quando avrai un po’ di tempo, sarà un piacere poterti dare qualche piccola lezioncina di pronuncia, così il tuo inglese sarà perfetto.
    Il Marziano senza ribattere ringraziò Peppe per la sua disponibilità. 
    Intanto, Occhio Fino non staccava gli occhi da dosso a Lucy che continuava a cantare le canzoni del suo repertorio.
    Il Cancelliere con la sua famiglia si dava da fare per tenere sottocchio il suo bellissimo bambino di sette anni, Alarico, stava giocando con un gruppetto di amici, suoi coetanei, al salto più grande. Il gioco consisteva nel saltare dall'alto di cinque gradini per atterrare il più lontano possibile. Proprio in quel momento il piccolo stava per spiccare il volo, quando, fermandosi disse gridando, tanto da far girare tutti:
    - Lovatevi davanti che debbo zompare.
    Rivolgendosi ai suoi piccoli amici, però aveva riscosso più attenzione da quelli di suo padre, su tutto dal Professore che disse al Cancelliere:
    - Giacché ci siamo, Antonio, mandami anche tuo figlio a lezione, solo che per lui sarà d’italiano.
    Il Cancelliere sorridendo rispose:
    - Sì Peppe a te non ne scappa una, va bene, Professore!
    Intanto il fotografo che aveva iniziato a scattare foto alla rinfusa, disse ai suoi amici di mettersi in fila, l’uno accanto all'altro sotto il palco perché intenzionato ad  immortalarli mentre Lucy cantava; gli amici non si fecero pregare due volte e presero posto sotto il palco, cercando di mettersi in posa in  attesa dello scatto.
    - Ecco fermi! No! Occhio Fino no, guarda verso di me, lascia stare le gambe della Lucy!
    - Ma quali gambe? Sto cercando di farmi passare un dolore che mi è preso a causa di guardare sempre nella stessa direzione mi è venuto il torcicollo...
    - Sì ti ho visto sai? Quando guardavi fisso la Lucy.
    - Un’altra accusa inesistente, lo sai che non ci vedo per niente ed ho impiegato il tempo di 7 canzoni per riuscire a vedere appena il colore dei suoi occhi che sono verdi.
    - Guavda che gli occhi sono celesti, Occhio Fino!
    Fece notare il Nobile col suo accento blasonato, che di tanto in tanto sfoggiava per dire qualcosa, perché più propenso ad osservare che non a parlare.
    Intanto la cantante si prese una piccola pausa e scese dal palco, subito il gruppo d’amici, corsero lei incontro chiedendole un autografo. Il Marziano fu il primo a raggiungerla con carta e penna alla mano, Scatto Lesto si precipitò per la foto ricordo.
    - Ecco fermi…no, Mario non va, scusi Lucy, ma c’è troppa differenza e la metà del suo corpo, quella superiore, a questa distanza non entra nella foto.
    Infatti il Marziano, conosciuto per la sua statura lillipuziana, al fianco della bella cantante risultava piccolissimo…

    - Così, sì ragazzi, bravi anche voi, tutti insieme, è una bella piramide. Però, che foto da prima pagina, Mario sembri un gigante, ora sei pari alla nostra star Lucy.
    - Lo credo bene, è seduto sulle mie spalle!
    Disse il Cancelliere, mentre il figlio gli tirava calci perché voleva salire anche lui sulle sue spalle.
    - Ecco perfetto, ancora una per essere sicuri che tutto riesca bene, grazie ragazzi passate domani e potrete già vederle, ecco anche a lei il mio indirizzo se le interessa la foto …
    - Lascia stave Scatto Lesto. Rispose il Nobile.
    - Pevmette signovina Lucy, sono Franco detto il Nobile, pvopvietavio del bav omonimo per lei solo Fvanco, posso pvendevmi l’incavico di favle aveve questa foto vicovdo?
    La cantante che fino allora non aveva aperto bocca, che per cantare, rispose:

    - Ehi! Ma credi che io mi metta a ricevere foto da quattro sprovveduti come voi?
    - Mi scusi, ma non volevo offendevla.
    - Non mi sono offesa, ho solo detto quello che penso. Aggiunse Lucy, che si rivelò tutt'altra che gradevole come persona. Il Nobile tagliò corto e si allontanò dal gruppo, il Professore che aveva seguito tutta la scena si avvicinò a Lucy e disse:
    - Permetta che le dica che il mio amico non voleva offenderla, ci sono modi e modi per dire ad una persona che le è magari antipatica. In quanto alla sua definizione di sprovveduti, non sarei tanto d’accordo, se lei è qui stasera è anche grazie a questi sprovveduti, come ci ha definito lei.
    La ragazza lo guardò con disprezzo e poi con un riso beffardo gli girò le spalle e risalì sul palco per cantare. Il Professore, non avendo ricevuto una risposta soddisfacente, alzando la voce per darsi un’aria da spavaldo, e perché tutti sentissero, disse:
    - Signorina Lucy, continui pure a cantare, deve rispettare le regole del contratto che noi le abbiamo fatto sottoscrivere per questa serata, su, su, inizi e non perda tempo, altrimenti saremo nell’obbligo di ridurre il suo cachet!
    Lucy lo guardò con un fare da menefreghista e riprese a cantare come aveva già previsto. Il Professore, nel frattempo cercava con lo sguardo i suoi amici che si erano allontanati dal palco perché il Nobile s’era sentito poco bene, così, quando li raggiunse domandò se il suo malore fosse dovuto, al piccolo litigio che c’era stato tra lui e la cantante, il Nobile rispose di no, era solo dovuto al fatto d’avere bevuto una birra troppo fredda. Il Professore non si lasciò scappare l’occasione di sfoggiare il suo sapere ed iniziò a porre delle domande alla maniera di un dottore della scientifica.
    - Allora vediamo, hai detto che hai bevuto una birra, a che ora?
    - Savà stato mezzova fa, non so con esattezza. Rispose il Nobile.
    - Bene, e quando hai mangiato l’ultima volta?
    - È stato staseva prima del concevto, un’ova fa, ma pevché queste domande, io ho solo male di pancia!
    - Appunto devo appurare se si tratta di un banale blocco digestivo, oppure altro.
    - Ma perché non chiamiamo il dottore, deve essere qui alla festa anche lui, non vi pare?
    Disse Occhio Fino, che sembrava inquietarsi per il suo amico. Il Professore, seguitò tutto concentrato, ed ignorando la sua domanda, continuò nella sua indagine per stabilire una diagnosi ed il rimedio:
    - Bene, vedo che sei in piena digestione e l’avere bevuto la birra fredda ha bloccato la digestione.
    - Sì, Peppe questo lo sapevo già.
    Rispose il Nobile tra una smorfia e l’altra di dolore, sulla fronte iniziavano a formarsi delle goccioline di sudore.
    - Sì, dicevo appunto, che hai bisogno di prendere una bevanda calda, non ti preoccupare, ti devi mettere disteso, andiamo al bar, lì puoi distenderti.
    Così dicendo i tre aiutarono Il Nobile fino al bar sotto stretta sorveglianza del Professore che tastava il polso ogni momento per appurarne i battiti. Giunti al bar entrarono nella saletta detta: “Degli Amici” dove c’era un divanetto sul quale adagiarono Il Nobile. Il professore ordinò al Cancelliere di tenere alzate le gambe del Nobile, Occhio Fino ripeté la domanda:
    - Chiamiamo il dottore forse è meglio non vi pare?
    Intanto il Nobile si contorceva per i dolori atroci al ventre e sudava fortemente. Il Professore da canto suo non accennava a lasciare il malato al dottore, infatti, disse:
    - Tranquillo Occhio Fino e pure tu Franco, non dimentichiamoci che stavo per diventare dottore, ma ve lo siete dimenticati?
    Rispose il Nobile, nonostante il dolore atroce, con ironia:
    - E chi se lo dimentica Peppe, dovevi dave solo un centinaio di esami per diventavlo, una sciocchezzuola. Occhio Fino chiama il dottove, anche se ho vispetto pev te Pvofessove, ma qui si tratta della mia vita, compvendimi! 
    Occhio Fino e Il Cancelliere andarono alla ricerca del dottore i due chiamarono anche il Marziano e il suo amico inglese, che pregarono di tenere d’occhio il Professore spiegandogli dell’accaduto. 
    I due lo raggiunsero, che appunto, stava tentando di far bere una tisana calda al Nobile, il quale visibilmente stava male e non ce la faceva a stare seduto per bere. Il Marziano ed il suo amico vedendolo dissero:
    - Professore aspetta vai a cercare il dottore ce ne occupiamo noi per farlo bere.
    - No, amici vi ringrazio, ma già sono andati in due a cercarlo, anche se non è veramente necessario, lui ha solo una banale congestione.

    - Ecco il dottore!
    Esclamò il Marziano, tirando un sospiro di sollievo.
    - Franco, cosa ti è successo!
    Domandò preoccupato il dottore vedendolo in quello stato di sofferenza. Il Professore non diede il tempo al Nobile di rispondere che subito subentrò dicendo:
    - Ho potuto capire dai sintomi e da quello che mi ha detto che si tratta di una banale congestione.
    - Peppe, ma come fai a dire ciò, sei dottore? Dimmi cosa è successo svelto sta male.
    - Davvero?
    Rispose il Professore diventando, a sua volta pallido. Poi farfugliò:
    - Ha mangiato e dopo un’ora ha bevuto una birra fredda.
    Il medico chiese di lasciarlo solo con Franco. Tutti uscirono e guardavano di traverso il Professore che faceva finta di guardare in direzione del palco, per non incrociare lo sguardo di rimprovero dei suoi amici. Dopo cinque minuti il dottore uscì e domandò loro dove fosse il telefono. Tutti allo stesso tempo risposero:
    - Dietro di lei dottore!
    Con lo sguardo sospeso come i loro respiri ascoltavano il medico che, diceva: 
    - Pronto Soccorso? Inviatemi un’ambulanza, sono il dottore De Michelis, c’è una persona che ha bisogno urgentemente d’essere operato d’appendicite  c’è forte rischio di peritonite, fate presto, sono qui al Bar del Nobile, sì, conosce? Bene fate presto!

    I cinque si guardarono. Poi gli sguardi si rivolsero tutti in direzione del Professore che, con un’espressione da innocente disegnata sul suo viso, disse:
    - Ragazzi, tutto lasciava presupporre che fosse una congestione, che ne sapevo io, pensavo che fosse già stato operato di appendicite eh! Altrimenti ci avrei pensato.
    Così tra il suono del complesso sul palco e quello della sirena dell’ambulanza, la festa finì all’ospedale per i cinque amici, che con le loro auto seguirono l’ambulanza che trasportava il Nobile e vegliarono per il resto della notte nell'atrio dell’ospedale, fin quando il dottore non annunciò loro che Franco era stato operato ed era fuori pericolo.
     
     

  • 08 settembre 2013 alle ore 0:11
    Vita in paese - I episodio: “Al Bar”

    Come comincia: Il bar del Nobile era l’unico bar del paese. Il suo proprietario, che vestiva con raffinata eleganza, aveva un aspetto distinto e il suo modo di parlare lo caratterizzava perché la sua erre sembrava che rotolasse sul sapone. In armonia con gli amici lo aveva battezzato proprio così: “Il Bar del Nobile”. Era il luogo di ritrovo di tutti, amici e non .
    Situato in una piazzetta, dove una fontana a zampillo sputava acqua a singhiozzi dal muso di un delfino arrugginito. Sulla destra, un giardinetto accoglieva i bambini per giocare e di fronte al bar la strada erta portava alla collina dei fichi, un piccolo quartiere del paese. Era d’usanza nel paesino, ribattezzare gli amici con un soprannome, in modo da identificarli subito quando si parlava di loro. Inoltre, ogni nomignolo racchiudeva le caratteristiche di ognuno, conferendogli un’identità specifica basata sulle peculiarità caratteriali, fisiche o sociali, facendoli diventare quasi dei personaggi usciti dalla penna di un romanziere.
    Uno di loro era Pasqualino, detto Occhiofino a causa della sua pronunciata miopia, Peppe detto il Professore per i suoi atteggiamenti da intellettuale, e Antonio che tutti chiamavano, il Cancelliere a causa del suo lavoro, che consisteva nell’aprire e chiudere il cancello del cimitero poiché ne era il guardiano. Come di consuetudine stavano seduti davanti al bar.
    I tre solevano riunirsi là, dopo il lavoro, ad orario fisso, e parlavano del più e del meno.
    Occhio Fino raccontava dell’arrivo  in  giornata di una nuova famiglia in paese, madre, padre e figlio, quest'ultimo, probabilmente loro coetaneo, sui trentacinque anni all’incirca, così gli era stato riferito, dalla sua vicina di casa.
    Il Professore domandò subito che professione esercitasse il nuovo arrivato, egli era curioso di sapere sempre che tipo di lavoro svolgessero le persone, perché così, le catalogava nel suo registro mentale, per poi sfoggiare loro tutto il suo sapere e darsi delle arie da erudito.
    Occhiofino, non poté fornirgli altre informazioni, non conoscendo ancora la persona.
    I tre amici s’apprestavano a sorseggiare, come d’abitudine, il loro aperitivo, quando... il Cancelliere seduto accanto ad Occhiofino, esclamò con stupore:
     «Occhiofino, ma sono i miei occhi oppure quel camion che sta giungendo, non ha l’autista ?» Occhiofino rispose:
    « Ma lo chiedi proprio a me, io vedo il camion e mi sembra che l’autista ci sia, o no ?»
    Il Professore che volgeva le spalle alla strada erta, domandò di quale camion stessero parlando, il Cancelliere rispose:
    « Quello che, se non ci togliamo di qui, ci viene addosso,non c’è l’autista!»
    Il Professore scattò dalla sua sedia in piedi, guardò il camion che avanzava in loro direzione e gridò:
    «Nessuno a bordo! »
    Tutti si buttarono a terra, sul lato del giardinetto, quando, a loro sorpresa il camion si fermò.
    Lentamente, cigolando, si aprì la portiera e ne uscì fuori un ragazzo, all’incirca delle loro età, alto non più di un metro e quaranta, baffi curati, indossava una tuta verde, che era stata accorciata conservando tutta la sua ampiezza, tanto da fare uscire appena le scarpe nere a punta tonda, sulle quali poggiava sopraelevato da due tacchi di circa cinque centimetri. Non era un nano, sembrava più un bambino che non un adulto. Salutò tutti con un: « Salve! » 
    I tre amici che nel frattempo si erano alzati, cercavano di darsi un contegno, spazzolandosi i pantaloni.
    Imbarazzato, il Professore avanzò verso di lui tendendogli la mano e disse: «Mi presento, Peppe, per gli amici, il Professore, stavo insegnando loro una tattica di rugby, e tu da dove vieni?»
    «Io sono nuovo, sono appena giunto, abito sulla collina dei fichi.» I tre si guardarono.
    «Mi chiamo Mario e faccio il camionista, non ho amici, sono sempre all'estero, là ho qualche amico, voi siete i primi ragazzi che incontro qui.»
    I tre lo invitarono a bere l'aperitivo con loro, Mario accettò con piacere, gli amici avevano tutti qualcosa da domandargli e Mario ebbe l’impressione di conoscerli da sempre, poi guardò l’orologio  e anche se a malincuore, li ringraziò  salutandoli calorosamente, risalì sul camion e ripartì.
    Appena si allontanò, i tre, insieme al Nobile, si diedero un cinque e di comune accordo, lo battezzarono "il Marziano".
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 13 luglio 2012 alle ore 21:18

    Come comincia: La notte più lunga

    - Serata bellissima, grazie per la cena.
    - Figurati, sappi che ora tu mi devi una cena.
    - No problem! Comunque chiamami in ufficio, domani per iniziare
    andremo nella pausa di mezzogiorno in spiaggia a prendere un po’ di sole e ti offrirò un panino…
    -  Ok ciao.
    -  Ciao Andrea.

    La porta si chiuse alle spalle di Anna… per riaprirsi dopo  alcune ore, sotto lo stupore dei suoi occhi.
    Dopo essersi infilata in un accappatoio, sbirciò in strada
    per capire se si fosse sbagliata nel regolare la sveglia. Eh no, non era la sola a guardare davanti al proprio uscio, erano tutti là, a strofinarsi gli occhi; c’era persino qualcuno che si faceva pizzicare per sapere se stesse sognando.
    Erano le nove e a conferma: l’orologio della piazza lo precisò con nove rintocchi… ma il sole non era presente, non era ancora sorto. Anna corse ad indossare qualcosa e scese in strada per domandare se qualche buontempone non avesse fatto uno
    scherzo manomettendo l’orologio della piazza. Era assurdo, la luna e le stelle brillavano come la sera precedente… fermò qualcuno e domandò l’ora.
    No, non si era sbagliata, erano le 9,30, ne parlavano anche alla radiolina di un ragazzino che era anche lui uscito in strada. Anna si precipitò in casa ed accese subito la televisione, per vedere il telegiornale, infatti, tutte le reti parlavano del fenomeno, nel mondo intero era notte, il sole illuminava solo la luna, come l’interruttore, era rimasta accesa la spia notturna.
    Gli studiosi non riuscivano a dare una risposta allo strano fenomeno, brancolavano nel buio assoluto, ipotizzando eclissi inspiegabili e svariate ipotesi del tutto stravaganti. La gente incredula quanto atterrita aspettava che il giorno arrivasse da un momento all'altro. Le ore passavano e l’angoscia prese
    il posto della speranza… Squillò il telefono, Anna rispose. Era Andrea, aveva cercato di raggiungerla più volte, ma le linee erano intasate e non vi era riuscito prima delle 19:00. I due si scambiarono le loro ansie e supposizioni sul fenomeno
    che stavano vivendo, senza trovare una risposta, un perché, così cercarono
    d’incoraggiarsi a vicenda.
    In tutte le TV del mondo, non si parlava che dell’accaduto e delle ripercussioni che ne erano scaturite. Nessuno era andato a lavorare, tutto si era paralizzato, ognuno era rimasto a casa con la famiglia, anche le rappresaglie in Medio-Oriente
    erano cessate. In molti pregavano implorando di potersi alzare l’indomani e vedere di nuovo il sole, ma l’indomani giunse e nulla cambiò se non la temperatura che era scesa sotto lo zero in piena estate.
    L’angoscia non diminuiva e ognuno iniziò a farsi un esame di coscienza, domandandosi, cosa avesse fatto di male per meritarsi un tale castigo.
    La cosa strana era che ogni persona cercava di darsi una risposta, esteriorizzando le proprie supposizioni in famiglia, oppure parlandone col vicino di casa, con gli amici.
    Man mano che ne parlavano, scoprivano di avere tutti in comune una cosa, quella di avere vissuto sempre, agendo quasi da immortali, pur essendo consapevoli di dover morire.
    Avevano accumulato beni, avevano cercato a tutti i costi di conservare per sé, anche a discapito degli altri, beni, senza farsi scrupoli. Possedere era la parola chiave.
    La cupidigia si era impossessata di loro, non c’era più altruismo, occupava il suo posto, l’egoismo, a discapito della cosa più preziosa, alla quale avevano dato poca importanza: “ La vita e l’amore ”.
    Ormai da due giorni vivevano senza il sole, le guerre, anche le più piccole, si erano fermate e tutti ridivenuti più umani… analizzavano la propria coscienza.
    Guardandosi dentro iniziarono a valutare la loro esistenza, tutto era oscuro, ma pian piano uno spiraglio di luce, iniziò ad infiltrarsi e ad illuminare il senso vero della loro vita. Era bastata la paura di perderla, per rendersi conto della sua importanza, accecati dal loro egoismo che trasformatosi in notte, aveva coperto il loro sguardo.
    Così, il sole pian piano riprese il posto nel cielo d’ogni persona che aveva saputo
    riconoscere i propri errori, infiltrandosi con i suoi raggi aprì spiragli di speranza nella notte che li abitava.

    Anna Giordano
     
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