username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 09 lug 2013

Annalisa Caravante

Napoli
Mi descrivo così: Scrivo tantissimo, da fare impazzire anche il mio editore :)
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 14 maggio 2015 alle ore 8:17
    Megaride

    Colta da un vento impetuoso,
    l’acqua sbatteva sullo scoglio tufaceo,
    lì dove l’altura si univa alla terraferma,
    prolungando la sua verdeggiante distesa.
    Piccola isola che vibrò al lieve passo di Partenope,
    dove Cimone l'amò prediligendola alle dee. 

     
elementi per pagina
  • 15 novembre 2016 alle ore 15:50
    Profumo d'Ottobre. Un autunno di ricordi

    Come comincia: Pagine e ricordi

    Claudia

    Sentivo il rumore dei passi e il mio nome ripetuto più volte, mi cercavano in tutte le stanze, ma nessuno conosceva il mio rifugio ed ero intenzionata a stare lì anche tutta la vita. Non c'era niente dall'altra parte della libreria che m'interessasse e, seduta nell'angolo buio, pregavo il Signore affinché mi facesse morire. Avrei rivisto così mio padre e conosciuto finalmente mia madre. Si dice che avere una mamma sia importante, ma io che ne sono orfana da quasi appena nata, che fine avrei fatto adesso che era morto anche papà? Per me la persona più importante era stata lui, ma quel maledetto infarto lo aveva portato via e io non volevo più vivere.

    Amanda, la domestica assunta dopo la perdita di mia madre, continuava a chiamarmi, girovagando per la casa, ma decisi di non rispondere neppure a lei e afferrai dalla tasca il mio diario, l'unica cosa che avevo portato con me. Aprendolo, cadde una foto dove mamma e papà si abbracciavano felici e con loro c'ero anch'io, avvolta in uno scialle. La mia testa era già piena di capelli, così ricci da sembrare una parrucca, le guance erano paffute e rosee.

    – Signorina Claudia, vi prego, venite fuori. – Amanda entrò nella stanza e si fermò a pochi passi da me. Piegai le ginocchia, abbracciai le gambe e guardai il soffitto. “Non mi troverà qui dietro.” mi dissi. Quando se ne andò, feci un sospiro di sollievo e ripresi a leggere.

    “Caro diario,

    oggi io e papà siamo andati al lago, abbiamo giocato molto, poi mi ha dato i pennelli e una tela. Ho fatto uno scarabocchio, ma lui mi ha detto che se mi piace dipingere, presto diventerò più brava. È vero, io me lo sento. Diventerò una pittrice, viaggerò tanto, visiterò tutto il mondo e ogni volta porterò a casa un bel quadro e tu, papà, sarai orgoglioso di me. Adesso ho tanto sonno, nuotare mi stanca.

    Buona Luna, mio caro diario Claudia”

    Dai miei occhi uscì una lacrima, ricordavo ancora tutto: il lago, le colline, la tela con lo scarabocchio e lui, alto, bello e con la testa piena di capelli come me. Mi distolse da quel ricordo un altro rumore di passi, ma questa volta più pesante e di sicuro non era Amanda. Cercai di non fare rumore, chiusi il diario, poggiai l'orecchio al retro della libreria e mi misi ad ascoltare. Poteva essere lo zio e io non volevo vederlo. Al solo pensiero mi veniva da piangere e strinsi gli occhi per fare andare via la sua immagine.

    – Hai intenzione di stare qui per molto? – sentii chiedermi. Nessuno conosceva il mio rifugio, tranne lui: Marcello. Sollevai le palpebre e alzai la testa, mio cugino mi guardava dall'alto dei suoi due metri.

    – Ci starò tutta la vita! – replicai, distogliendo lo sguardo.

    – E per fare cosa? – si sedette di fronte a me, c'entrava appena dietro la libreria.

    Non avevo una risposta alla sua domanda, io che chiacchieravo continuamente, avevo seppellito le parole nella stessa tomba di mio padre.

    – Ehi, principessa, allora? – riprese Marcello, pizzicandomi sotto al mento.

    – Ahi, lo sai che mi fai male, quando fai così! – piagnucolai, portandogli via la mano. Non volevo dirgli che odiavo suo padre, benché a nessuno fosse sconosciuta la mia avversione nei suoi confronti. Chi era Alberto De Santis? Un uomo che in quattordici anni avevo visto solo due volte e sempre perché ne aveva combinata una delle sue e papà aveva dovuto rimediare.

    – Oh finalmente, signorina! – esclamò Amanda, notando qualcuno dietro lo scaffale. Ci raggiunse e restò a osservarmi. Lei era anche più piagnucolona di me, aveva pianto spesso sapendomi senza mamma e ora singhiozzava per il secondo lutto. Allungai le braccia e mi strinsi a Marcello, poggiando la testa sul suo torace, lui portò la mano fra i miei capelli neri e lunghi: – Claudia, ti prometto che ti sarò sempre vicino. Resterò qui e veglierò su di te. – mi giurò mio cugino. Non ci fu verso, però, di restare lì, mi condussero fuori come una bambina. Giungemmo nello studio dove il notaio, Luigi Mango, era pronto per la lettura del testamento e lo zio comodamente seduto sulla poltrona grande a lisciarsi i baffi. Il nostro incontro fu come avevo immaginato: disgustoso! Con quell'aria di chi sa recitare, avvicinò le mani al mio viso ed esclamò – Claudia, mia cara, dolce nipote. – poi mi strinse a sé e affogai nella ciccia della sua pancia. Come poteva Alberto essere il padre di Marcello, mi chiedevo; mio cugino era bello, biondo e simpatico. Mio zio, invece, era brutto, antipatico e soprattutto arrogante. Quelle due uniche volte che era stato da noi, non mi aveva degnata di uno sguardo e ora non potevo pensare che non mirasse alla mia eredità. La recita finì, infatti, quando Luigi lesse il testamento. Io ereditavo la casa e il sessanta percento del patrimonio, Marcello il venti e i domestici il dieci come lo zio. Già questo lo fece infuriare, ma quando sapemmo che, per disposizione di mio padre, sarebbe stato lo stesso notaio a gestire i miei averi fino alla mia maggiore età, la situazione per Alberto divenne insostenibile. Io, invece, mi distesi sullo schienale della poltrona e risi sotto i baffi.

    – È una vergogna! – esclamò Cecilia, la moglie di mio zio, seduta accanto a lui con un gatto bianco fra le braccia: – Questo da Carlo non me lo sarei mai aspettato, per chi ci aveva presi, per dei ladri?

    A questo punto mi alzai e i miei occhi infuocarono quelli di Cecilia perché la odiavo anche più dello zio: aveva sempre criticato papà per come mi aveva cresciuta e stando alle parole della nonna, aveva malgiudicato anche mia madre. Puntai il dito indice verso quella donna dal collo di giraffa e sbottai – Tu non hai alcun diritto di parlare di mio padre e se osi ancora dire un'altra parola, ti sbatto fuori di casa a calci in quel tuo orrendo sedere da papera.

    Oh certo, Marcello avrebbe potuto offendersi, ma di sottecchi mi accorsi che rideva e così il notaio.

    – È assurdo! Come può una ragazzina perbene parlare in questo modo? – replicò Cecilia.

    Avvicinai le mani ai fianchi, sorrisi e dissi – Vuoi sentire dell'altro? Guarda che ho un repertorio molto fornito.

    Alberto si alzò, appoggiò a terra il suo bastone, lo strinse e gridò – Abbiamo sempre ricevuto solo offese in questa casa e il testamento di Carlo ne è una prova.

    Gli risposi con una smorfia. Detto ciò, afferrò la giraffa per un braccio e se ne andò. Io avevo creduto di essermene liberata, ma i guai non erano finiti perché, essendo ancora minorenne, dovevo vivere con il mio parente più prossimo. Con questa scusa lui e la moglie ebete ritornarono e s'impiantarono stabilmente in casa mia, dicendo che dovevano badare alla mia crescita.

    * * *

    Avevo le mani sul davanzale, mi ero alzata sulle punte dei piedi e guardavo il balcone di fronte dove due innamorati si sorridevano felici. Mi fecero ricordare un giovane carrettiere, venditore di vino. Ah, quante mattine ho atteso il suo arrivo dalla finestra! Ma anche lui se n'era andato, chiamato al servizio militare di leva.

    – Come sono belli! – esclamai, sospirando.

    Dal balcone alla mia sinistra sentii delle voci femminili parlare della guerra: dicevano che anche l'Italia vi avrebbe preso parte, ma non diedi peso a quelle parole, ero impegnata a vedere i due fidanzati.

    – Chissà se un giorno avrò anche io un bacio! – mi chiesi, sbuffando.

    – Ciao, Claudia. – disse l’innamorata, sorridendomi. Sollevai la mano e salutai entrambi, poi le voci delle due vicine divennero basse, ma sentii chiaramente dire – È la nipote del fascista.

    Io ero una brava ragazza, ma certe cose non le sopportavo. – E voi siete delle civette, brutte e impiccioni. Resterete zitelle! – urlai. I due fidanzati risero e rientrai in casa, incrociando le braccia sul petto. Ero già stanca di quella situazione, quando il peggio doveva ancora arrivare.

    Alberto era in piedi nell'ufficio di papà con mio cugino e anche loro parlavano della guerra: sembrava che Hitler, nonostante il Patto d'Acciaio, temesse l'entrata in scena dell'Italia al fianco dei suoi avversari e si stava attivando affinché Mussolini si alleasse con la sua potenza.

    Marcello guardava il padre e diceva – Ho promesso a Claudia che le sarò vicino. Non posso lasciarla da sola, ma se l'Italia entra in guerra, potrei essere chiamato al fronte. È già così provata dalla morte del padre, non sopporterebbe di stare sola con voi due.

    – Che cosa le abbiamo fatto per provare certi sentimenti di repulsione? – rispose Alberto.

    – Avanti, padre, non fatemi ridere! Sappiamo tutti e due perché siete qui: per l'eredità e non certo per confortare lei. E pensate che Claudia non se ne sia accorta? Non è più una bambina.

    – Ti sembra bello quello che ha fatto tuo zio?

    – Vi aspettavate che dividesse il patrimonio in due parti? O che vi cedesse di nuovo la vostra parte della casa, dopo che l'ha riscattata da un vostro errore?

    Mio zio fece una smorfia, allungò le braccia dietro la schiena ed esclamò – Meglio che te ne occupi tu di lei. Farò in modo di evitarti la chiamata alle armi.

    Marcello già sapeva a chi si sarebbe rivolto e gli dava molto fastidio, ma non vedeva cos'altro fare per restarmi accanto. Mentre portava una mano alla fronte, sentì il padre ordinare ad Amanda di farmi raggiungere lo studio e con un tono che a mio cugino sembrò troppo autoritario. Dovette ricordargli che la servitù di casa mia non era alle sue dipendenze.

    Nello stesso momento io mi guardavo allo specchio e mi allenavo con i baci, quando Amanda bussò ed entrò, fermandosi a metà stanza.

    – Signorina Claudia, gli occhiali, dove sono finiti gli occhiali? – m'interrogò, innervosita. Sorrisi e mi voltai verso di lei, dicendo – Li ho buttati.

    – Sì, certo.

    Mentre mi raccontava quello che aveva udito di sotto, aprì il cassetto del comò e afferrò gli occhiali. – Ora indossateli e venite nello studio, che vostro zio vuole parlarvi. – mi ordinò. La raggiunsi annoiata.

    – Su, che ho detto a Elena di preparare il vostro piatto preferito. – riprese la mia tata, accarezzandomi la guancia. Appoggiai, avvilita, la testa sulla sua spalla e lei mi abbracciò.

    Scesi al piano terra, portando con me il diario perché così sentivo di avere papà vicino.

    – Claudia, – disse Alberto, in piedi davanti a me – sei cresciuta in modo non adeguato per una signorina. È tempo che tu venga istruita a dovere.

    Aggrottai lo sguardo.

    – Domani stesso andrai in istituto. – tuonò come un ordine.

    – Voi siete pazzo! – sbottai.

    – Vedi, come ti esprimi?

    – Papà, non c'è bisogno di mandarla in istituto. – intervenne Marcello.

    – Non è per niente educata.

    – E non me ne importa! – urlai – Mettetevi bene in testa, zio, che voi non siete qui per comandarmi. Non sono una dipendente delle vostre fabbriche, io sono la padrona di questa casa!

    Alberto fece una risata irriverente, mi guardò, tormentandosi i baffi, e replicò – Siete sotto la mia tutela, nipote, e farete ciò che io decido. Domani andrete in istituto.

    – Non ci andrò, scordatevelo!

    – Claudia, non fatemi arrabbiare. Voi mi dovete obbedienza, sono il vostro tutore.

    – Per la legge, ma per me non siete nessuno.

    Uno schiaffo mi arrossì la guancia; il diario cadde a terra e Marcello corse ad abbracciarmi: – Siete un mostro! – gridò mio cugino al padre. Alberto s'infuriò così tanto che afferrò il diario e accennò a strapparlo; il cuore sembrò balzarmi alla gola. Portai la mano in avanti, ma troppo tardi: poco dopo vidi i fogli volare in aria. In quelle pagine c'era scritta tutta la mia vita con papà e mi sentii come se a essere strappata, fosse stata la mia stessa vita. Gridai disperata un no smorzato dal pianto; caddi sulle ginocchia e afferrai dal pavimento ciò che restava del diario. Non avrebbe potuto comportarsi diversamente per farmi infuriare e il dolore mi fece prendere una decisione. – Bene, vuole stare in casa mia? Ci stia pure! – mi dissi di sera, chiudendo in un sacco tutte le mie cose più importanti. Mi guardai allo specchio e mi giurai che a ventuno anni sarei ritornata e avrei cacciato via mio zio. Per adesso dovevo sparire e togliergli la soddisfazione di comandarmi. Controllando che più nessuno fosse sveglio, scesi al piano terra e vidi solo Elena che sbrigava le ultime faccende in cucina. Raggiunsi in punta di piedi la finestra del salone e lasciai la mia bella casa non senza versare altre lacrime. 

    (Il romanzo è disponibile su Amazon e su tutti gli store, sia digitale che cartaceo) 

     
  • 26 febbraio 2015 alle ore 17:39
    Le vite degli altri

    Come comincia: Il mio mondo era chiuso entro quattro pareti sbiadite. Rubavo attimi di vita spiando le finestre di fronte, dove i balconi si congiungevano a tal punto da consentire un caffè e una chiacchierata.

    La finestra, il nostro sguardo sul mondo, il nostro telefono, il nostro computer.

    Allora c'erano i sassolini, buttati sui vetri per chiamare l'amico e poi si correva via, a giocare per strada o al mare, dove sbuffi di vento alzavano deboli vortici di sabbia, inzaccherando i miseri vestiti. Vestiti che qualche ora dopo avrebbero svettato sulle nostre teste, in cerca di un raggio di sole.

    Quanti vetri rotti! Ma mai il mio. Il mio è stato l'unico sempre intatto. Io c'ero, esistevo, ma gli altri non lo sapevano. Nato senza l'utilizzo delle gambe, ero costretto a restare nella mia stanza, solo, mentre i miei genitori si arrabattavano per guadagnare qualche lira. Non avevo fratelli perché ero un fardello già troppo grande.

    Spiavo il mondo come dal buco di una serratura, ma era la notte che mi parlava, quando mi fermavo ad osservare le ombre dei panni stesi. Spettri che si contorcevano sulle mura, rischiarati da un lampioncino, una luce colore arancio, che serpeggiava fra i miseri tessuti, fluttuanti da un balcone all'altro... Le ombre, più degli stessi abiti, mi raccontavano le vite degli altri... Era di una ballerina, quella veste che danzava sinuosamente fra i mattoni ingialliti e la mia fantasia ballava con lei, sulle tavole di un palco, sulle punte dei piedi, adorni di scarpette di seta.

    L'ombra di un paio di pantaloni mi parlava di un ragazzino, forse un monello, notando che le gambe si muovevano convulsamente. La mia mente lo immaginò correre per la via in discesa e fermarsi urtando contro un passante.

    Ecco quella di un bimbo, sapevo della sua nascita per gli auguri uditi dalla finestra. Ipotizzai la tenera figura dall'ombra dei suoi abiti, braccine e gambine piegate dal vento e mai avrei alzato lo sguardo per vederli, perché le ombre non mi mostravano le toppe e preferivo crederlo un principino.

    Una sera c'era quella di un grembiule, immaginai che fosse di una donna, una mamma che restava a casa per badare ai figli, che preparava torte squisite e regalava carezze alle teste scompigliate. Poco distante penzolavano due vestitini uguali dall'ampia gonna, uniti da un unico nastrino, che li faceva dondolare insieme, così pensai che quelle teste scompigliate fossero di due sorelle gemelle.

    La mia vita correva entro le quattro mura della mia stanza, ma spesso scappava nelle pagine dei libri, che mi hanno aiutato a immaginare le vite degli agli.

    … nessuno buttò mai un sassolino alla mia finestra, ma in fondo, sono esistito anche io.

     
  • 12 dicembre 2013 alle ore 18:17
    Cattivi pensieri - secondo capitolo

    Come comincia: Capitolo 2

    La telefonata

    Alex era in piedi nel salone di casa, parlava con suo fratello, Richy: biondo, alto, magro, ma soprattutto gentile ed educato. Con lui avevo avuto un ottimo rapporto e tanti complimenti per la mia carriera scolastica e per la mia intelligenza. Ancora oggi mi chiedo perché non mi ero innamorata di lui e qui è messa molto in dubbio la mia intelligenza.

    Richy stava spaparanzato sul divano, aveva un giornale fra le mani che tentava di leggere, ma Alex non gli dava tregua. Dalla cucina arrivava l'odore della cena che Mary, la moglie di Richy, preparava già da qualche ora: non le piacevano i pranzi precotti, quelli che basta una busta congelata ed un microonde... Io, invece, li adoro, veloci da preparare e con il sapore che si avvicina, quasi, a quello degli alimenti freschi. Solo che ancora devo capire perché vendano risotti ai funghi, allo zafferano, alla marinara ed il sapore è sempre lo stesso. Va bene, ho divagato, giusta osservazione.

    - Eccolo, ricordavo che c'era anche il suo! - esclamò Alex sventolando un foglio verso il fratello.

    - È il suo curriculum? - chiese l'altro abbassando il giornale.

    - Certo! Melinda Macgive.

    - Sei sicuro sia lei e non un omonima?

    - È lei, ma come te lo devo dire? I dati corrispondono ai suoi. È nata in Italia!

    Alex si distese sul divano ritornando a leggere la mia scheda; dal viso sembrava entusiasta.

    - Perché ti agiti? - gli chiese Richy.

    - Ho qualcosa sotto.

    - Le tue amanti non te l'hanno ancora portato via?

    - Non sei divertente, io cerco l'amore. È colpa mia se da me vogliono solo quello?

    - Oh, poverino. Chissà perché sono del parere che il generoso sia tu. - replicò il biondo cercando ancora di leggere.

    Alex lo guardò di sbieco e riprese “Comunque mi riferivo alla schiena”; alzandosi, estrasse dai cuscini un camion con betoniera annessa.

    - I giocattoli di Simon! - esclamò il fratello.

    - Ti ricordo che metà della casa come così i mobili sono miei! Fa' attenzione agli atti vandalici di tuo figlio.

    Richy riabbassò il quotidiano ed indicò un cassetto: - Strappati un assegno, compro la tua parte!

    - Io non capisco, ha delle forti potenzialità, un curriculum invidiabile, il massimo dei voti e non si presenta al colloquio?

    - Simon? Credo sia troppo piccolo.

    - La Macgive!

    - Cosa vuoi che ti dica? Avrà rinunciato.

    - Oh cazzo! M'avrebbe fatto comodo averla nello staff, quella ragazza è sempre stata in gamba.

    - Ti ricordo che l'hai sempre trattata male e quando non la trattavi male, per te era trasparente. Avrà letto il tuo nome e sarà scappata a gambe levate.

    - Tu dici?

    - Mi chiedi se sono sicuro che lei ti odi? Non ne ho dubbi. Non è difficile odiarti, spesso capita anche a me!

    “Anche a me!” esclamò Mary dalla cucina.

    Alex ritornò seduto; l'espressione del suo volto era per la prima volta un'incognita: “Sono dispiaciuto per le cose che le dissi quel giorno... Cavolo, non le pensavo veramente, ero arrabbiato!” affermò alzando le braccia. Mary uscì dalla cucina con grembiule e mestolo e l'osservò:

    - Smettila! - esclamò il cognato.

    - Volevo solo vedere se eri veramente tu a parlare!

    Richy s'alzò dal divano, buttò il giornale sul tavolino e prese il cellulare; lo portò al fratello ed esclamò “Puoi sempre telefonarle e chiederle perché non è venuta.”. Alex fissò il telefono, s'alzò anche lui e lo afferrò. Fece qualche passo verso la finestra, poi si voltò a guardare il biondo che lo fissava con un accenno d'ironia sul volto:

    - E cosa le dico? - domandò.

    - Che sei stato un bastardo? - urlò Mary ritornata ai fornelli.

    - Se non fai stare zitta tua moglie, l'ammazzo! - si lamentò Alex.

    - Mi serve ancora per crescere i bambini... Non c'è un'altra ragazza che può prendere quel posto?... I colloqui li hai fatti? O devo telefonare a Valeria per avere uno straccio di notizia sulle attività lavorative di mio fratello?

    Il moro storse gli occhi, poi portò lo sguardo nel vuoto, fece un sorriso marcatamente malizioso e rispose:

    - Oggi è arrivata una tipa, ma che cos'era?! Brava e bella! Traspirava seduzione, la potevi sentire nell'aria! La devi vedere; la voglio assolutamente assumere anche se per qualche altra cosa.

    - E per cosa? Addetta alla soddisfazione delle tue voglie sessuali?

    - Come segretaria personale e particolare!

    - E lo sapevo, ecco che ritorna l'Alex di sempre. - sbottò Mary.

    - Devo ricordarti che le casse della società servono per pagare gli impiegati e non delle escort!?

    - S'è presentata per il posto di segretaria. Ha scritto una tesi da fare invidia a chiunque! Ha avuto il massimo dei voti.

    - Può essere brava quanto vuoi, non la faresti lavorare in pace. Conoscendoti, useresti l'ufficio come garçoniere! È escluso, non l'assumiamo! Cerca Melinda, assumiamo lei!

    Richy gli indicò il telefono e gli ricordò di chiamare.

    Io ero spiaccicata sul divano a guardare Smallville e m'infuriavo perché Clark spasimava ancora per Lana, mentre io tifavo per Lois; avevo anche una maglietta con su scritto “Clark e Lois forever” che indossavo tutte le volte che guardavo la serie: sì, anche quella sera. Andrew non aveva richiamato, ma anche se lo avesse fatto, non avrei avuto novità da raccontargli: Alex non si era fatto sentire. “Chissà dietro a quale altra donna sta sbavando e magari le darà anche il mio posto!” dicevo digrignando, mentre buttavo il cuscino sul televisore per evitare che Clark e Lana si baciassero.

    Con uno sforzo sovrumano mi alzai lasciando cadere a terra la miriade di briciole che si erano accumulate sulla maglietta dopo aver mangiato un panino, dei crackers ed un paio di gelati. Arrivai dall'altra parte dell'appartamento, un 38 metri quadri, buio e freddo, e andai in bagno; mentre facevo... l'atto piccolo, mi accorsi che dalla tv non arrivavano più voci, ma versi e rumori vari che sottolineavano un incontro ravvicinato di due bocche vogliose: in poche parole quei due deficienti si stavano baciando. “Bastardi!” gridai. Eh sì, la solitudine stava avendo effetti devastanti sulla mia psiche, avevo spesso dei rapporti diretti con i personaggi della tv, parlavo con loro come se stessero in casa con me... A volte chiudevo anche la porta del bagno per non farmi vedere.

    Il telefono quella sera mi salvò: “Ecco Andrew che vuole raccontarmi come ha vinto l'ennesima difficile causa corrompendo i testimoni e il giudice! Metterò il viva-voce, potrei apprendere qualcosa!” esclamai provando a togliere una ciglia dagli occhi.

    Afferrai il cellulare e senza neppure vedere chi era, risposi. Dall'altra parte la voce di Alex: “Melinda Macgive?”.

    Sgranai gli occhi, mancava poco che uscissero fuori dalle orbite: sia perché lui mi aveva chiamata, sia perché Clark e Lana stavano facendo una cosa strana.

    “Perché mi ha chiamata? Ha scoperto l'inganno?” mi chiesi vedendomi già davanti al banco degli imputati.

     
  • 29 novembre 2013 alle ore 19:59
    Cattivi pensieri

    Come comincia: Capitolo 1

    Il colloquio di lavoro

    “Le bugie hanno le gambe corte” l'ho sempre saputo, fin da bambina. Ricordo quando zia me lo ripeteva continuamente, perché sì, ero una bambina bugiarda. La verità era che non amavo raccontare la mia vita; cosa dovevo dire? Che papà non stava mai a casa? Che mamma era morta mettendomi al mondo? Che mio fratello non mi pensava per niente? Non ho mai amato fare leva sui miei problemi e quindi dicevo ai miei compagni di classe di essere una strega, che i miei genitori erano dei sovrani e mio fratello il condottiero di un lontano pianeta della Via Lattea. Molto più interessante, no? No! Tutte queste bugie mi valsero l'appellativo di “Bugiarda” e mi facevano solo litigare con tutta la classe. Quando la zia mi riportava a casa, iniziava poi la lunga ramanzina che terminava sempre con la frase “Le bugie non si dicono”.

    Lo ammetto, anche da grande racconto qualche bugia, ma sono sempre a fin di bene... il mio.

    La prima bugia più grande da adulta l'ho detta quel giorno, quel magnifico, maledetto, bellissimo, disastroso giorno! Eh sì, forse era un po' troppo grande, ma non vedevo altra strada di fronte a me e in fondo Alex era sempre stato un bastardo! Dirgli chi ero mi avrebbe fatto perdere la possibilità di entrare in squadra e io ne avevo tanto bisogno. Il destino si era, infatti, accanito contro di me ulteriormente: papà, dopo anni di assenze, era morto. Me ne accorsi solo perché dovetti sbrigare le pratiche per i funerali in quanto mio fratello fece solo la presenza il giorno della cerimonia.

    Studiavo da anni, ero pronta, coraggiosa, sentivo di avere la forza necessaria per entrare nel mondo del lavoro e finalmente presi un appuntamento per il mio... decimo colloquio. Non era facile trovare un posto per una super-qualificata come me, a cui avrebbero dovuto dare una buona paga, e quindi decisi di cercarne uno con minori pretese.

    Era l'undicesimo colloquio e dovevo assolutamente avere quel lavoro: segretaria di un investigatore privato. L'agenzia si chiamava A.M.G Investigation ed oltre al nome sapevo che era gestita da due fratelli. Da qui dovevo capire di chi si trattava.

    Ero seduta nella sala d'aspetto, un corridoio dalle pareti bianche con porte nere, e c'erano altre due ragazze; io le guardavo di sottecchi ripetendo nella mia testa “Sarà mio!”.

    Arrivò il mio turno, mi guardai nel vetro di una finestra, aggiustai la coda di cavallo, misi il ciuffo dietro all'orecchio e mi sistemai il tailleur.

    “Prego!” fece la segretaria prossima alla pensione. Le sorrisi ed entrai in un ufficio ampio, con tre scrivanie, due delle quali coperte da una parete. L'impiegata mi chiese di aspettare e superò il tramezzo; la sentii scambiare due parole con un uomo e la vidi uscire poco dopo invitandomi ad avanzare. Ero decisa, tranquilla, consapevole delle mie capacità.

    Lo vidi seduto ad una scrivania dietro alla finestra, in giacca e cravatta, con la testa piena di capelli neri china sui curriculum. Già da qualche metro si sentiva il suo profumo, inebriante, da grande uomo d'affari: i peggiori. Ma non mi spaventai, lo avrei affrontato.

    Mi avvicinai alla scrivania, alzò la testa ed incontrai un paio di occhi verde mare; il taglio era appena orientale, il naso perfetto, la bocca piena. Credo di non aver detto neppure “Buongiorno”: era lui, Alex Green. Una vecchia conoscenza, non avrei potuto definirlo altrimenti perché quando viveva a casa dei miei nonni, non mi degnava di uno sguardo: ero solo la nipote brutta e insignificante di Frank Macgive.

    A quei tempi lui aveva già i suoi diciotto anni ed era amato, osannato, dalle mie cugine, dalle vicine, dalle mie amiche, dalle zie sposate... insomma, se c'era una donna, l'osannava! Solo io lo avevo amato, ma di un amore sincero, di quelli che ammantano con un soave velo odor confetto il cuore delle giovincelle. Da lui ebbi solo una strigliata, anzi no, avemmo un vero litigio, proprio l'ultimo giorno prima della sua partenza. Avevo scoperto chi era la madre e non glielo avevo detto per non violare il segreto della donna, ma lui mi disse che avevo taciuto per invidia perché io la mamma non l'avevo. Nacque un diverbio che a parer mio non ce ne sono stati altri simili nella storia dell'uomo.

    Mi guardò, lo guardai...  

    Continua...

    Segui i capitoli su Facebook https://www.facebook.com/pages/Cattivi-pensieri-Romanzo-di-Annalisa-Caravante/159392467560002?notif_t=page_new_likes

     
  • 29 luglio 2013 alle ore 9:30
    Il figlio del diavolo

    Come comincia: La mano destra di Harris tamburellava sulla scrivania, la sinistra stringeva il mento fra le dita; dalla finestra entrava un avvolgente calore: luglio era alle porte e quasi si faticava a respirare. Dopo alcuni secondi l’uomo si alzò ed esclamò:

    “Mi dispiace, non posso! Ne ho già assunti due questo mese e se le cose continuano così, devo chiudere anch’io.”.

    I due ragazzi, dritti davanti a lui, abbassarono la testa, delusi dall’ennesimo rifiuto, e se ne andarono più tristi di prima.

    - Cosa posso farci io se le cose stanno andando male? - chiese Harris affacciandosi alla finestra - Non posso assumere tutti i soldati di ritorno!

    Corsi, il capocantiere, con un viso pallido e solcato da qualche ruga, esclamò:

    - Speriamo di non dover chiudere veramente!

    - Non arriveremo a questo, - ripose il titolare - è vero che qui ad Aghi e nei paesi limitrofi il lavoro scarseggia, ma ho intenzione di aprire due sedi in città, una a Napoli e un’altra a Caserta; in città c’è più richiesta, anche in periferia dove si stanno costruendo nuovi edifici.

    - Ma la gente non ha soldi, soprattutto dopo la guerra!

    - Corsi, sono i poveri che non hanno soldi… i contadini, gli operai, ma fortunatamente c’è ancora chi ha da parte un bel gruzzoletto ed è su questi ultimi che noi punteremo. Solo che molti di voi dovranno lavorare in città.

    - Avete già delle offerte?

    - Qualcosa a Napoli e nella provincia casertana, come ho già detto, ma dobbiamo ancora definire l’affare!

    - Va bene! Io vado, allora. - disse il capocantiere lasciando l’ufficio e ritornando dai suoi colleghi per riprendere il lavoro.

    In quel caldo giorno di giugno per gli operai della “Harris Edilizia” lavorare all’aperto era peggio dell’inferno, tuttavia, Jim Harris, un inglese divenuto ricco dopo una grossa eredità, cercava quanto più poteva di salvaguardare la salute dei suoi dipendenti sia per essere in grado di sostenere le nuove richieste, sia perché dal Nord provenivano notizie riguardo ad alcuni scioperi. Nel pomeriggio, pertanto, l’uomo decise di mandare tutti a casa in anticipo proprio per evitare problemi legati al troppo caldo.

    Approfittando delle due ore libere, i due operai e amici, Andrea e Roberto, decisero di andare al lago che, nascosto fra gli alti e sempre verdi pini, era il luogo ideale per rilassarsi e riposare.

    Il lago si trovava nella periferia del paese, in direzione di un piccolo boschetto ai piedi di una collina ed erano in pochi a conoscerlo proprio per la lontananza dal centro e per la vegetazione che lo copriva.

    Giunti sul posto, Roberto si sdraiò a terra, alzò lo sguardo e si mise a guardare il cielo; l’erba aveva un odore molto forte. Andrea si tolse la camicia e si avvicinò all’acqua, intenzionato a fare una nuotata.

    - Cosa faresti, - chiese Roberto - se Harris ti chiedesse di andare a lavorare fuori, accetteresti?

    - Certo! - rispose l’amico - Perché, tu no?

    - Veramente… io me ne andrei proprio via dall’Italia!

    - E perché? Io credo che la ripresa sia difficile per tutti i paesi.

    - Non lo so… l’Italia mi sembra la più debole. Non credo che il Governo abbia abbastanza fondi per aiutare il suo popolo; qui i prezzi aumentano, il lavoro scarseggia…quanto ci vorrà prima che la crisi colpisca anche noi?

    - Hai solo paura, ma noi non avremo problemi! Hai sentito le parole di Giuseppe? Harris ha già delle offerte.

    - Speriamo bene!

    Andrea restò qualche secondo fermo ad osservare l’acqua, poi si tuffò lasciando l’amico con i suoi dubbi; la sera, intanto, scendeva insieme alla temperatura che ad Aghi, di notte, anche in estate era alquanto bassa.

    Sulla strada del ritorno, Roberto giocava con un ago di pino e dopo avere accennato una piccola smorfia, si fermò e chiese ad Andrea:

    - Lo sai cosa mi ricordano?

    - Gli aghi di pino?

    - Sì.

    - No, cosa ti ricordano?

    - Quando da bambino li infilavo fra i capelli di Giulia Bailey!

    - Oh Santo Cielo, fanno male, perché lo facevi?

    - Boh… forse per rabbia!

    - Ma era piccola!

    - …ma ricca!

    - Non puoi prendertela con una persona solo perché nasce ricca.

    - Mmm… sarà!

    - Tu hai troppi grilli per la testa!

    - E tu troppo pochi!

    I due amici si guardarono per qualche secondo e poi continuarono a camminare dritti verso casa; sul sentiero c’era una bambina bionda che giocava. Le piccole mani si divertivano a lanciare e a riprendere una palla di stoffa nell’aria quando, a causa di alcune pietre e il dislivello del terreno, la piccola cadde e si sbucciò un ginocchio; il suo visino si rigò di un tenero pianto. Andrea le si avvicinò e inginocchiandosi prese dell’erba che aveva in tasca e gliela mise sul ginocchio; sorridendo, le disse - Vedrai che adesso passa, non piangere!

    - E’ vero, non mi fa male più! - rispose la bambina asciugandosi il viso con una mano.

    All’improvviso, da una vicina stradina sbucò la madre della piccola, la donna corse verso la figlia e con un brusco gesto allontanò il ragazzo urlandogli di non avvicinarsi più a loro.

    Il giovane perse l’equilibrio e cadde a terra.

    - Ma va’ al diavolo, maledetta strega! - gridò Roberto arrabbiato, mentre aiutava l’amico ad alzarsi. - Perché non le hai detto niente? - chiese poi.

    Andrea strofinò via dai pantaloni la polvere della strada, prese la borsetta con le erbe e rispose:

    - Perché ormai sono abituato!

    - E dovrai subire sempre?

    - Finché posso! A volte prendono qualsiasi reazione come conferma delle loro dicerie, quindi è meglio stare calmi.

    Roberto non disse più nulla, sapeva che egli aveva ragione, anche se non riusciva a sopportare le cattiverie dei loro compaesani. Conosceva quel suo caro amico fin da bambino e sapeva che era buono, che era lontano da tutte le infamanti accuse della gente. Eppure, le superstizioni, le credenze popolari erano in grado di trasformare una persona e renderla la più cattiva del mondo anche se non era per niente vero.

    In cielo si stavano formando delle nubi e la luna spariva dietro di esse lasciando un bianco e misterioso alone.

    - Sta per piovere! - esclamò Andrea guardando in alto.

    ◊◊◊

    Era buio e la pioggia scendeva pesante; la vallata di Aghi di notte, oltre ad essere quasi fredda, faceva molta paura per le tante storie che si raccontavano in paese.

    Il difficile percorso attraverso la strada delle conifere e il vento facevano sballottare la carrozza che seguiva il sentiero in direzione del centro antico, ma ad un certo punto il cocchiere fermò i cavalli, lasciò il suo posto e pregò la sua cliente di scendere. La donna si affacciò dal finestrino e spostando i biondi capelli dal viso, esclamò:

    - Ma come, non siamo ancora arrivati!

    - Io più avanti di così non vado! - rispose l’uomo.

    - E io che faccio, vado a piedi fino a casa?

    - Voi fate quello che volete, io torno indietro, questo posto è maledetto!

    - Maledetto!

    Il cocchiere non voleva sentire ragioni, la tirò fuori per un braccio, buttò la valigia a terra e se ne andò via lasciandola sulla buia strada. Il rumore della pioggia era assordante e la fastidiosa sensazione che qualcuno la osservasse, magari dal fondo del vicino bosco, incuteva nella donna una tremenda paura.

    - Se mamma sapesse che sono qui, a quest’ora, le verrebbe un colpo! - esclamò Giulia guardando oltre le conifere.

    La giovane fanciulla, dopo aver sbuffato, prese la valigia e si mise in cammino cercando di ritornare a casa. Il percorso più breve era attraverso il bosco, però, attraversarlo da sola, in quella tempestosa notte, non era l’ideale e quindi ella decise di uscire sulla via che conduceva al centro del paese: avrebbe impiegato più tempo ma lungo quella strada almeno c’erano delle abitazioni. Con un po’ di timore e cercando d’ignorare i versi di alcuni animali, Giulia s’incamminò, ma il vento, gli alti cespugli e il buio le fecero perdere la strada e si ritrovò in un posto completamente diverso da quello verso cui era diretta. Con i suoi lunghi capelli e gli abiti inzuppati d’acqua, la ragazza si sedette su una grossa pietra, sconsolata e intristita, appoggiò il mento sul pugno, spostò i piedi da una pozzanghera e sospirò.

    - Speriamo che non mi accada niente! - diceva fra sé.

    Qualche nube cominciò ad allontanarsi, la luna faceva capolino fra quelle restanti e il sentiero s’illuminò appena: si vedeva l’intera campagna sommersa da pozze d’acqua.

    Cercando di guardare un po’ più lontano, Giulia vide una luce. Alzandosi, scorse una casa e ricordò che da quelle parti abitava Teresa Grossi, una sua compaesana, così, con il suo piccolo bagaglio e bagnata fino alle ossa, si diresse in quella direzione.

    Poco prima di oltrepassare la staccionata che delimitava un piccolo giardino, la ragazza si soffermò a guardare quella casa.

    - Non è quello a cui aspiravo, ma meglio che restare per strada! - esclamò rassegnata.

    In passato Giulia aveva udito strane voci sulla famiglia Grossi e più volte, soprattutto da piccola quando si recava al centro del paese, le avevano ripetuto di non avvicinarsi ad essa, soprattutto al giovane Andrea, ma l’alternativa che aveva era altrettanto pericolosa.

    Quella notte era così buia, così spaventosamente lunga, che la ragazza decise comunque di bussare alla porta dei Grossi.

    Giulia attraversò il cortile a passo lento, l’acqua era penetrata nelle scarpe e le rendeva difficile il cammino; la borsa, inoltre, che stringeva nella mano sinistra, era molto pesante.

    Arrivata davanti all’abitazione, vide che la luce proveniva dal pianoterra, così si fece coraggio e bussò. Passò qualche secondo e dalla finestra si vide un’ombra muoversi. Come la porta si aprì, Giulia restò ammutolita e quasi impietrita, aveva davanti “il figlio del diavolo”, come lo chiamavano in paese.

    La ragazza era quasi ipnotizzata da quegli occhi neri come il caffè, da quei lunghi capelli che coprivano la fronte e da quell’intenso e scontroso sguardo. Andrea la fissava, non si capiva se era più curioso o infastidito. Chiudendo gli occhi e poi riaprendoli, il giovane le chiese cosa volesse. Le labbra di Giulia tremavano, ma ella riuscì ugualmente a parlare:

    - A… avrei bisogno di… di un riparo! - rispose.

    - E volete ripararvi qui? - le domandò Andrea.

    - E’ l’unica casa nelle vicinanze!

    - Se andate più avanti c’è la famiglia Mainardo!

    - Ma… saranno cinquecento metri!

    - E allora?

    - Vi prego, non vedete, sono tutta inzuppata e anche se è estate fa un po’ freddino… e… ed è pericoloso andare in giro di notte!

    - Ma anche stare in casa di sconosciuti!

    - Voi… voi non siete uno sconosciuto, siete il figlio della signora Teresa. Vi prego, non vi darò fastidio, mi metterò in un angolo buona buona!

    A Giulia stava dando fastidio il comportamento arrogante di quel ragazzo e l’evidente mancanza di ospitalità, ma era così testarda in tutto quello che faceva che insistette fin quando Andrea non la fece entrare.

    Quando la ragazza entrò in casa, restò sorpresa: l’interno dell’abitazione era molto accogliente, contrariamente a quanto dicessero in paese e a quanto prospettasse l’esterno.

    Il camino era acceso e qua e là c’era qualche candela, al centro della prima stanza si trovava una grossa tavola di legno scuro con quattro sedie e sui muri erano stati collocati degli scaffali colorati con sopra stoviglie e pentole. Il pavimento era di pietra levigata e sulle finestre scendevano delle bellissime tende merlettate, i mobili erano vecchiotti, ma erano tenuti con gran cura.

    - Non ho mai conosciuto una donna più cocciuta! - esclamò Andrea mostrando a Giulia dove sedersi.

    - Anche mio padre lo dice sempre!… E so che questo dà fastidio a molte persone ma sono fatta così, cosa posso farci?

    - Non avevate detto che non avreste dato fastidio?

    - Ciò comprende stare zitta, seduta, bagnata e ascoltare voi parlare?

    - Lì c’è la porta! - rispose il ragazzo indicando l’uscita.

    - Va bene, sto zitta!

    Giulia si sedette sulla sedia accanto al camino; i capelli si appiccicavano all’abito e le mani tremavano. Sulla fronte gocciolava un po’ d’acqua che lei asciugava con qualche lembo ancora asciutto del vestito.

    In quei primi minuti Andrea si era seduto al tavolo e stava in silenzio, la ragazza invece non riusciva a stare ferma: in vita sua mai nessuno l’aveva frenata, ma il carattere burbero di quel giovane e le voci su di lui la indussero a mettere da parte ogni iniziativa che cominciava a frullare nella sua mente.

    Il tempo passava scandito da un orologio a pendolo, dalle finestre si vedeva l’acqua scendere ancora; il cielo, che appena s’intravedeva, era ancora buio e tante erano le ore da passare prima che la fanciulla potesse lasciare quell’ostile abitazione.

    Giulia provava a resistere alla forte tentazione di alzarsi o di parlare, ma le gambe si muovevano nervosamente e le dita tamburellavano sulla valigia grondante di acqua; Andrea, inoltre, scriveva su alcuni fogli e attirava l’interesse dell’ospite.

    - Non sapete proprio farne a meno? - chiese Andrea puntando i suoi neri occhi verso le dita di lei.

    Giulia si bloccò subito ed accennò un sorriso.

    Il ragazzo, però, continuava a scrivere lasciando in giro qualche macchia d’inchiostro e facendo crescere ancora di più la curiosità della giovane; sebbene aveva promesso di starsene in silenzio, ella non riusciva a distrarsi e affacciandosi verso il tavolo, chiese cosa scrivesse.

    Andrea, allora, lasciò la penna, si alzò e andò dritto verso di lei quasi con aria minacciosa.

    Vedendolo avvicinarsi, Giulia sussultò: egli era alto e robusto, avrebbe potuto farle qualsiasi cosa, ma la ragazza, facendo appello al suo alquanto debole autocontrollo, provò a calmarsi e gli fece un sorriso. Andrea era intenzionato a buttarla fuori di casa, ma quando la vide sorridere si fermò:

    - Ma non avete paura di me? - le chiese fermandosi a pochi passi da lei.

    - Dovrei? Molte volte da piccola mi hanno detto di stare lontana da voi, ma in verità la cosa mi rendeva solo più curiosa!

    - Curiosa?

    Giulia Elisabeth non rispose e sorrise ancora, dai capelli un’altra goccia d’acqua le scese sul viso.

    - Forse è meglio se vi asciugate! - esclamò Andrea allontanandosi.

    - E’ quello che penso anche io!

    Il ragazzo le indicò una stanza dove cambiarsi e poi ritornò a scrivere.

    L’alba era ancora lontana e la giovane doveva trascorrere un’intera notte in quella casa sconosciuta, ospite della famiglia più misteriosa e chiacchierata del paese, anche se la situazione sembrava piano piano migliorare.

    Dopo aver cambiato abito, Giulia uscì dalla stanza e si sedette al suo posto; Andrea, senza alzare la testa, le indicò un sofà dove avrebbe potuto riposare. Lei, però, non si mosse e continuò a stare in silenzio ad osservarlo.

    Il fuoco del cammino tendeva a spegnersi raffreddando la casa, anche se ogni tanto una scintilla lo ravvivava; dopo qualche ora lo stomaco della fanciulla cominciò a brontolare. Ad un certo punto Andrea lasciò i suoi fogli e la guardò:

    - Per due ore non avete fatto altro che guardarmi, perché? Vi avevo detto di dormire! - le disse.

    - Ah, non ci fate caso, messere, anche a casa non faccio mai quello che mi viene detto!

    - Allora, perché mi guardate? State cercando su di me qualche segno del diavolo, vuole sapere se sono veramente suo figlio?

    - No, no… ho solo fame!

    - Cosa?

    - Ho fame! Mi avevate detto di non disturbarvi e io non ho detto nulla.

    - Ha fame!

    - Eh sì!

    Andrea si mise a ridere, poi si alzò e avvicinandosi alla ragazza, continuò:

    - Certo, siete proprio strana! Non solo venite di notte in casa mia, ma vi viene anche fame. Avevate detto che non avreste dato fastidio e non avete fatto altro per tutto il tempo!

    Giulia rispose:

    - E lo so, in questo sono brava! Non riesco a stare un minuto ferma, i miei genitori si sono sempre disperati per questo.

    Andrea si avvicinò alla credenza, prese del pane e lo diede alla ragazza, poi, dopo averla salutata, se ne andò a letto. Giulia Elisabeth restò sola a guardare la legna ardere.

    - Sono proprio strana! - disse fra sé.

    All’alba, in cielo persisteva ancora qualche nube, le strade erano bagnate, ma la pioggia aveva smesso di scendere già da qualche ora. Il vento si era calmato e sembrava che quel primo luglio sarebbe stato caldo come l’ultimo giorno del mese precedente, contrariamente a quanto avesse annunciato la trascorsa notte.

    Il fuoco si era spento già da ore e non restavano che ceneri; la signora Teresa scese in cucina e scambiando Giulia per un fantasma, si mise a gridare.

    - Oh signora, scusatemi, non volevo spaventarvi! Sono Giulia, Giulia Bailey. - disse la ragazza alzandosi dal suo posto.

    - Che cosa ci fate, qui, in casa mia? - chiese la donna infastidita.

    - Stanotte pioveva… - rispose Andrea accorrendo alle urla - …e non sapeva dove ripararsi!

    - Non dirmi che è stata qui tutta la notte? - gli domandò la madre con le ciglia aggrottate.

    - Non vi preoccupate, signora - riprese l’ospite - tolgo subito il disturbo, ho atteso solo per ringraziare vostro figlio!

    Giulia si recò alla porta e dopo aver ringraziato, se ne andò quasi spaventata.

    - Andrea, non dovevi farla entrare, non dovevi proprio! - esclamò la madre arrabbiata.

    - Mamma, pioveva!

    - E se ne tornava a casa sua! Sai quante chiacchiere adesso ci faranno sopra?

    - Non credo che abbia voglia di andarsene in giro a raccontare che è stata qui!

    - Speriamo… Speriamo che questa volta ci lascino in pace!

    Teresa andò a preparare il caffè, mentre Giulia aveva già imboccato la via verso casa e correva lungo la strada respirando a pieni polmoni: voleva allontanarsi da lì il prima possibile.

    Dopo qualche minuto di cammino la ragazza arrivò alla grande villa dei Bailey e sapendo che l'aspettava un bel rimprovero da parte della madre, corse subito in camera sua cercando di non farsi vedere, ma lì incontrò la sorella.

    - L’hai fatta grossa, - esclamò Cristina impensierita - dove sei stata, cara sorella? La mamma non ti aiuterà questa volta!

    - Nostra madre non mi ha mai aiutata!

    - Sì, ma tu perché ti metti sempre in queste spiacevoli situazioni?

    - Sono costretta ad agire così!

    Proprio in quel momento fece ingresso nella stanza Daniela Bailey Della Rocca che subito si avvicinò alla primogenita e iniziò a rimproverarla accennando anche uno schiaffo!

    La madre della fanciulla aveva un carattere molto severo e da quando Giulia aveva deciso di lavorare come maestra, aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della figlia. Alle donne della famiglia non era concesso lavorare, per i Bailey rappresentava un disonore, ma Giulia Elisabeth non intendeva lasciare l’insegnamento e ormai era abituata ai continui rimproveri; non li sentiva neanche più.

    Daniela, accortasi di parlare al vento per l’ennesima volta, lasciò la stanza minacciando la figlia di parlare col nonno, il capofamiglia Joseph Bailey Senior.

    - Non puoi agire così, ricordati che possono sempre mandarti via di casa! - continuò Cristina rivolta alla sorella.

    - Ah, papà non lo permetterebbe, mi adora, lo sai!

    - Sì, ma nostro nonno no!

    - Nostro nonno non può decidere per me, non sono sua figlia!

    - Giulia, ti chiedo solo di fare attenzione!

    - E va bene, farò attenzione, ma farò sempre quello che voglio io e non sposerò mai quell’uomo solo perché lo vuole nostro nonno!

    Cristina sbuffò e allargò le braccia come rassegnata.

    Giulia era stata informata del matrimonio con Enrique già da tempo e, in preda allo sconforto per il suo futuro deciso dagli altri, durante una festa in piazza se ne stava seduta da sola ad osservare gli altri divertirsi. Sposare un uomo con cui non aveva scambiato mai una parola e di diciassette anni più grande era per lei una tragedia e ciò rappresentava, inoltre, non solo la mancanza d’interesse da parte di sua madre per i suoi sentimenti, ma anche un modo per frenare definitivamente le sue ambizioni: i Perez avevano sottolineato ch’ella doveva tenersi lontana dal mondo del lavoro.

    Quando Enrique Perez la invitò a danzare, Giulia non ebbe la forza di rifiutare, si alzò dal suo posto e avvicinò il suo corpo a lui, mentre con la mente già viaggiava lontano.

    In piazza si suonava e si ballava, per il resto del paese si susseguivano bancarelle e spettacoli di vario genere; la gente si divertiva, chiacchierava e rideva.

    Anche Andrea e Roberto prendevano parte alla festa, sebbene tutto ciò che facevano era stare seduti su un muretto ad osservare gli altri compaesani o i signori che nei loro luccicanti abiti festivi si atteggiavano a maestri del creato.

    - Un giorno sarò anche io ricco! - esclamò Roberto.

    - Se è quello che vuoi! - rispose Andrea.

    - Perché tu non lo vuoi?

    - Io?… Non lo so, non so cosa voglio. A volte mi sento come se… come se non avessi…in realtà non ho alcuna aspirazione!

    - Andrea, sbagli! Hai una vita da vivere e Jim ti ha fatto anche studiare, adesso devi pensare al tuo futuro. Non hai paura di quello che accadrà?

    - Non ho paura di una cosa che non esiste ancora! Dovrebbe fare più paura quello che c’è già, non trovi?

    - Ma è il futuro ad essere incerto!

    - Anche quello che hai e non hai è incerto e lo è anche il presente.

    - Ah, Andrea, io non ti capisco!

    - E’ normale, sei scemo, cosa vuoi capire!?

    - Mo stai approfittando della mia bontà!

    - Allora, se sei buono, fammi parlare, potrebbe anche essere uno sfogo il mio.

    - E parla, che ti devo dire!?

    Andrea raccolse un piccolo sasso e riprese ad osservare la gente.

    Tra la musica e gli sguardi dei presenti, Giulia, intanto, continuava a danzare leggera come una piuma, con una mestizia che mai le era appartenuta e con lo sguardo continuamente lontano da quello di Enrique; immaginava di essere altrove. La fanciulla vedeva le sue coetanee sorridere serene, come lei non aveva mai fatto, i festoni luccicare sotto la bianca luna e le giovani dame ballare gioiose con i loro pretendenti, mentre un lieve venticello le accarezzava i leggeri riccioli raccolti in una coroncina di fiori.

    Giulia danzava sotto gli occhi di tutti; alcune la invidiavano, altre la disprezzavano e neanche la poca avvenenza di Enrique smorzava le invidie delle signorine meno famose del paese. La giovane e ricca ereditiera sentiva gli sguardi addosso pesanti e pungenti come aghi; le provocavano un dolore immenso e la gente non se ne avvedeva neanche. Confusa dal continuo vociare della piazza, da quella musica che non udiva più e da quelle maschere imbiancate dalla cipria, Giulia Elisabeth, ancora tra le braccia di Enrique, guardava intorno a sé in cerca di un punto fermo, di qualcosa vicino al suo cuore, ma incontrava solo gli irritanti visi degli zii e della madre che davanti a tutti si compiacevano dell’ottimo affare.

    Presa ormai da un immenso sconforto, sentendosi persa, la ragazza guardò verso la strada che conduceva al bosco ed ebbe una gran voglia di scappare e mentre cercava una via di fuga, incontrò i neri e grandi occhi di Andrea che la osservavano. Quasi ipnotizzata, la giovane non riusciva a staccare lo sguardo da lui che, vestito a festa, col suo atteggiamento da uomo maturo e quel mistero sulla sua nascita, era ancora più bello. Arrossita per i nuovi e strani pensieri, Giulia gli sorrise quasi involontariamente! Andrea era immobile e la guardava così attentamente che sembrava parlarle anche solo attraverso gli occhi. Attratti l’uno dall’altra, restarono ad osservarsi.
     

     
  • 24 luglio 2013 alle ore 12:23
    Nuvole ed orizzonti

    Come comincia: Io non avevo paura della guerra, anche se avevo solo 14 anni; non avrei mai lasciato Napoli come invece volle fare mio padre per sfuggire ai bombardamenti. Lui, però, era quello che comandava, che decideva e noi dovevamo obbedire senza fiatare. Mamma, se solo sentiva parlare di bombe, tremava tutta e in campagna si sentiva più protetta. A mio fratello Guido, invece, non importava nulla se io e nostra sorella Federica trascorrevamo tutta la giornata fra pecore e mucche, tanto lui scendeva per lavoro in città quasi tutte le mattine, si metteva la sua bella giacca lunga, la cravatta consumata e andava via per tornare a tarda sera.

    Federica dove la mettevi, lì la trovavi, non muoveva opposizione a nulla, faceva tutto quello che dicevano i nostri genitori e trascorreva le giornate a sbucciare i fagioli, a pelare le patate, a dar da mangiare alle galline. Io, invece, non amavo stare in cucina, non amavo fare i lavori di casa, così, appena potevo, scappavo via e me ne andavo nel campo di grano, mi stendevo a terra a pancia in su e osservavo le nuvole che cambiavano forma.

    Oggi non ricordo se era la mia fantasia o se era il vento a divertirsi, ma quelle soffici nuvole prendevano magicamente le sembianze di oggetti, animali e di tante altre cose. La figura che vedevo più spesso era il telefono forse perché mi affascinava molto; non ne avevo mai visto uno prima di andare in campagna dalla zia. Che bella invenzione il telefono, pensavo, riusciva a far sentire la voce di una persona anche se era lontana.

    Ricordo che una mattina ero molto attratta da una nuvola sulla vetta di una collina, aveva la forma di un’enorme torta e il mio stomaco non faceva che brontolare: era così scarso il cibo che avevo sempre fame. Mamma ci faceva mangiare delle disgustose zuppe: fave, piselli, farro, orzo. Le odiavo! Io sognavo la carne, la mozzarella, i dolci ma in quel paese non c’era neanche il pane bianco.

    Insomma, ritornando a quella mattina, ricordo che all’improvviso sentii un pesante rumore di passi sulla strada vicino al campo di grano e delle voci maschili che cantavano “Fratelli d’Italia”. Mi alzai e restai seduta fra il granoturco da dove sbirciavo senza farmi vedere: avevo paura di quelle divise e di quelle armi sotto al braccio, anche se erano italiani. Mio fratello diceva sempre che dovevamo guardarci dai tedeschi, ma io avevo paura di tutti i soldati.

    Il vento smuoveva i miei capelli, io cercavo di toglierli dal viso, ma era inutile, ritornavano sempre nello stesso punto e per rinchiuderli in una coda, non mi accorsi che un soldato stava venendo proprio verso di me.

    - Oh ragazzina, cosa ci fai fra le spighe? – mi domandò con uno strano accento.

    - Guardo.

    - Guardi?… E guardi cosa?

    - Il cielo, le nuvole… le colline...

    - Sei napoletana?

    - Sì, e tu perché parli così strano?

    - Sono di Firenze.

    - Firenze!

    - La conosci?

    - No.

    - Ma tu cosa fai… guardi solo? Non vai a scuola?

    - Scuola?... Ci andavo tanto tempo fa.

    - Quanti anni hai?

    - Quattordici.

    Il soldato, guardandomi, aprì il suo zaino e prese un libro, me lo porse e chiese:

    - Lo vuoi? È una bella storia, tanto io l’ho già finito.

    - Lo vorrei, ma non so leggere. - risposi, mentre il mio stomaco continuava a brontolare.

    - Ho capito!

    Il ragazzo, allora, prese dalla tasca della sua giacca un panino e sorridendo, mi disse:

    - Prendi!

    Sorrisi anche io e afferrai il panino.

    Riaprendo la borsa, il giovane soldato stava per il riporre il libro, ma l'osservai curiosa ed egli, accorgendosene, esclamò:

    - Oh bimbetta, vuoi anche questo?

    Accennai un “Sì” con la testa.

    - E va bene, io te lo do, ma solo se tu mi prometti che imparerai a leggere e a scrivere.

    Feci un sorriso ancora più grande e lui mi diede il libro, salutandomi come fanno i militari, se ne andò raggiungendo i suoi compagni.

    - Chissà cosa c’è scritto? – mi chiesi guardando la luccicante copertina.

    Osservando il cielo, vidi che non c’era neanche più una nuvola, allora, mi alzai e con passo lento mi avviai verso casa.

    Da quando avevamo lasciato Napoli, ero sempre molto triste e quando qualcuno lo notava, Federica mi prendeva in giro dicendo che era perché non potevo vedere Cristian. Forse, però, non aveva torto, lui era così bello, simpatico... almeno per me perché i miei lo chiamavano il “forestiero” e non lo sopportavano. Cristian era il figlio dei signori Cirillo che abitavano al quarto piano nel nostro stesso palazzo di Napoli; era un ragazzo molto intelligente, aveva diciannove anni e frequentava l'università. Io non sapevo neanche cosa fosse l'università, sapevo solo che quando parlavo di lui, mio padre mi mollava sempre un ceffone:

    - Sei troppo piccola per pensare ai ragazzi! - gridava.

    Eh sì, ero piccola, ma perché non potevo neanche parlarne? In fondo, non dicevo nulla di male, io pensavo solo alla sua istruzione, una cosa che sognavo, ma che per me era molto lontana. Certo, Cristian mi piaceva e molto, solo che ad una ragazzina, come ero allora, non era permesso fare degli apprezzamenti e così, qualsiasi cosa pensassi che agli altri appariva scabrosa, me la tenevo per me. Avrei parlato sempre bene di Cristian, avrei trascorso ore a guardarlo e gli avrei detto - Sei bellissimo! - ma lui era chissà dove ed era cinque anni più grande di me.

    Se avessi potuto esprimere i miei pensieri, avrei fatto tanti bei commenti anche su Francesco Magai, il figlio di un'altra famiglia sfollata. “Occhi di cerbiatto” lo chiamavo, sempre nella mia mente! E com’era bello quel suo sguardo misto di timidezza e sicurezza. È vero, anche io lo vedevo fare il “pagliaccio”, come diceva mia madre, con le ragazze della cascina, ma per me era adorabile perché ad osservarlo bene, si notava che in realtà era molto chiuso e faceva una guerra con sé stesso per apparire disinvolto e socievole. Non era alto come Cristian, ma in compenso aveva delle fossette sulle guance, quando rideva, veramente adorabili, mentre i suoi bruni capelli corti splendevano come il castano iride dei suoi occhi. Come mi piaceva, come era bello, avrei fatto di tutto per farmi notare da lui, solo che puntualmente facevo sempre brutte figure. Era ormai molto tempo che la famiglia Magai abitava nella tenuta della zia e da tutto quel tempo io mi struggevo d’amore per Francesco. Quando i miei genitori dicevano che ero troppo piccola per pensare a certe cose, io rispondevo, nella mia testa però: “E vallo a dire al mio cuore!”.

    Una mattina, mentre impastavo le pagnotte da mettere nel forno, Francesco entrò in cucina e sorridendo ironico, iniziò a prendere in giro Giuseppina per i suoi 120 chili.

    Era il compleanno della primogenita degli zii, si doveva festeggiare la sua maggiore età e sembrava l'evento dell'anno. Antonia, mia zia, aveva dato a Giuseppina il compito di rendere tutto perfetto e lei aveva intenzione di ubbidire rompendo le scatole a noi!

    Mentre tutto intorno a me era un continuo vociare, io stavo con le mani nell’impasto. Dalla bianca cuffia usciva una ciocca ribelle, nera come i miei occhi, e come quella mattina nel campo di grano, la toglievo dal viso, ma tornava sempre allo stesso punto. Si fermava proprio accanto al naso e mi faceva starnutire. E quanta farina si alzava! Mia madre mi richiamava in continuazione e io la guardavo come a dirle che non me ne fregava nulla. Nel frattempo, cercando di non farlo notare a nessuno, guardavo sottocchio Francesco che giocava con Federica; mi faceva rabbia, lei era più grande e quindi nessuno le diceva nulla perché era in età da marito. Fingendo di annoiarmi, sbuffavo per distrarli.

    “Uffa, e come stiamo oggi!... È proprio antipatica quando fa così!” disse Francesco lamentandosi della cuoca e guardandomi. Il mio sangue si gelò improvvisamente. Mi trovai, sorpresa, i suoi occhi da cerbiatto proprio rivolti a me e come una scema non risposi, mentre lui già ritornava accanto a Federica.

    Innervosita dal mio comportamento stupido e imbarazzante, presi le pagnotte dal tavolo infarinato, anche se ero più io infarinata, e mi avviai verso il piano accanto al forno; non ho proprio idea di come feci, ma inciampai e caddi a terra facendo sparpagliare le pagnotte sul pavimento.

    - Martina, ma che cavolo fai? - gridò la cuoca con la sua grossa voce.

    Provai a mettermi in ginocchio, ma mi faceva male il piede e restai per un po' distesa.

    - Giuseppina, non la sgridate, è una bambina! - esclamò Francesco venendo vicino a me per aiutarmi. Io, agitata, feci un rapido scatto e mi alzai, non volevo essere toccata.

    Senza badare alle pagnotte a terra, scappai via dalla cucina, avevo fatto una pessima figura e già le lacrime mi bagnavano il viso. Nelle orecchie mi rimbombava quell’odiosa frase: “È una bambina”. Me la sentivo dire sempre, quasi tutti i giorni, dai miei genitori, dagli zii, dalla servitù e così, innervosita, me ne andai, zoppicante, nel fienile ad osservare i campi dalla finestra. Sbuffando ancora, mi tolsi la cuffia e i miei capelli lunghi scesero tutti insieme fino a coprirmi le spalle. Guardandomi in un vetro abbandonato, mi dicevo di non essere una bambina, di valere più di quanto pensassero gli altri. Era sempre per colpa degli altri che spesso mi perdevo nei miei pensieri perché non potevo parlare con nessuno.

    - Perché una ragazza della mia età non può dire cose serie, cose importanti? - mi chiedevo.

    Ad un tratto sentii qualcuno chiamarmi, mi voltai verso l’ingresso del fienile e vidi lui, “Occhi da cerbiatto”. Feci uno sguardo che mostrava tutta la mia sorpresa e mi dissi emozionata:

    - Ricorda il mio nome.

    - Martina, - riprese - perché sei scappata?

    - Perché ho fatto una brutta figura.

    - Ma può capitare a chiunque di cadere.

    - Eh sì, lo so, ma capitano tutte a me!

    - Dai che non è vero.

    - Sì che è vero.

    - Beh… comunque volevo dirti che per me non hai fatto nessuna brutta figura… Anche io ero convinto, quando avevo la tua età, che capitassero tutte a me, ma crescendo mi sono reso conto che non è così. Bisogna solo essere più sicuri di sé.

    - E tu parli così perché sei uomo, sei grande.

    - Credi veramente che ad un uomo non accadano cose imbarazzanti?… Allora, senti questa. Ieri sera ero a cena con i tuoi zii, per contorno portarono delle olive e cercai di prenderne una con la forchetta ma l'oliva scivolò dal mio piatto e finì proprio nel decolté della signora!

    - Oh cielo, veramente?

    - Eh sì, non immagini l’imbarazzo.

    - Ma com’è che a voi vi fanno mangiare con loro? A noi mai!

    - Beh, perché non siamo ricchi, ma stiamo alquanto bene e i padroni cercano sempre di appioppare quelle figlie a qualcuno.

    - E... a te... piacciono?

    - Le figlie dei padroni?

    - Sì.

    - Non possono mai aspirare alla bellezza delle cugine napoletane.

    Cos'altro poteva dire Francesco per farmi arrossire? Diventai un peperone e per cambiare discorso, gli domandai:

    - Hai fratelli, sorelle?

    - No, i miei genitori non possono avere figli.

    - Come… e tu?

    - Io sono adottato, mi vennero a prendere dalle suore quando avevo due anni.

    - E ti trovi bene?

    - Beh è un po’ come quando nasci in una famiglia, non hai scelto tu i tuoi genitori, ma ci devi stare.

    - Non ti trovi bene?

    - Sì certo, ma mio padre vuole farmi fare il dottore come lui.

    - E a te non piace fare il dottore?

    - Io vorrei scrivere, creare poesie e pubblicarle, ma lo studio mi porta via tanto tempo.

    - Ne hai già scritta qualcuna?

    - Sì!… Beh, adesso è meglio che vada.

    - Un giorno mi farai leggere una tua poesia?

    - Va bene.

    Francesco sorrise, si voltò e se ne andò; aveva l’aria sconsolata e io non capivo come si poteva essere tristi, quando si aveva la possibilità di studiare e vivere in una famiglia in cui non mancava nulla. Però ero contenta che fosse venuto a parlare con me.

    La sera di quel giorno mio fratello Guido pensava a come sarebbe cresciuta la nostra piccola attività, se non ci fosse stata quella maledetta guerra e, invece, si arricchivano solo quelli che fabbricavano armi e i contadini che andavano a vendere i loro prodotti in città. E così, mentre noi poveri piangevamo per la vita che non potevamo avere, dalla casa degli zii si vedevano tutte le luci accese e si udiva il suono di

    un'orchestra. Quella sera tutti i lavoratori della cascina e noi sfollati stavamo nel cortile, i maschi giocavano a carte e le donne chiacchieravano sedute in cerchio sulle vecchie sedie di paglia. Io, mia sorella e le altre ragazze della tenuta stavamo con le ginocchia a terra e con la testa fra le ringhiere del cancello laterale per vedere gli abiti delle invitate alla festa: che eleganza quei capelli raccolti in alto o i tagli corti, i guanti e le borsette. Io osservavo le giovani fanciulle dell’alta società e sognavo d’indossare uno di quei vestiti, ma non era tanto per i vestiti, ma perché credevo che in tutto quello c’era la libertà.

    Dopo qualche secondo abbassai la testa in avanti, mentre con le mani mi tenevo ancora al cancello; chissà cosa pensavo, so solo che ero una grande sognatrice.

    Giuseppina con i suoi gesti decisi, ma non aggressivi, ci fece alzare e disse a tutte noi che dovevamo pensare ad altro, così ci accompagnò fino al tavolo al centro del cortile a ci fece sedere. Io, come al solito, me ne stavo in silenzio ad osservare gli altri, le mie amiche invece si lamentavano perché volevano entrare nella casa del padrone, ma questa volta però, per vedere i bei ragazzi che avevano intravisto dal cancello.

    Ad un tratto sentii il mio amico Giovanni che mi chiamava, mi voltai e lui mi fece segno di seguirlo; mi alzai e gli andai dietro e come al solito tutti commentarono dicendo che noi due eravamo destinati a sposarci. Nessuno capiva che fra me e lui c’era solo una reale amicizia, anche perché la sua testa stava sempre a pensare al teatro.

    Seguendo Giovanni nell’aia, arrivammo fino a casa sua dove il mio amico prese un abito femminile da festa e me lo mostrò.

    - È bellissimo! - esclamai restando incantata.

    - Indossalo, così vai alla festa. - mi disse sorridendo.

    - Cosa?

    - Sì dai, io ho questo. - rispose prendendo dalla stessa cesta un vestito da uomo.

    - Ma cosa hai in mente e dove hai preso questi abiti?

    - Il tuo è di mia cugina e questo del fidanzato. Dai, vai in camera tua e preparati.

    - Tu sei pazzo, non possiamo entrare in casa dei signori e poi ci riconoscerebbero, almeno a me.

    - Ma dai, Martina, non ci riconosceranno! Secondo te i padroni conoscono tutti i loro lavoratori? A te poi non ci faranno caso con tutti gli invitati che ci sono.

    Presi l’abito fra le mie mie mani e cominciai a guardarlo, lo volevo indossare, ma avevo paura: in mezzo a tanti signori cosa ci avrei mai fatto?

    - E se poi se ne accorgono e ti licenziano? - chiesi preoccupata.

    - Vuol dire che è la volta buona che ce ne andiamo in città.

    - Oh, e va bene! Vienimi a prendere, però, io da sola non ci entro.

    - Va bene!

    Cercando di nascondermi agli occhi degli altri, mentre un canto popolare si elevava fra gli alberi che coprivano la luna, mi avviai verso casa; nel tragitto sentivo le donne cantare e vedevo mio padre osservare le vigne.

    Mi chiusi in camera e iniziai a cambiarmi, andavo di fretta e non sapevo neanche il perché, ma ad un tratto qualcuno bussò alla porta ed io mi gelai.

    - Martina, cosa stai facendo? - mi domandò Federica.

    - Niente… mi preparo per la notte. - risposi un po' tremante.

    - Già vai a dormire?

    - Eh… ho tanto sonno.

    - Dai fammi entrare, ti devo raccontare una cosa.

    - Facciamo domani, adesso ho troppo sonno.

    Mia sorella non rispose subito e io aspettavo trepidante un suo cenno, poi lei disse:

    - Eh va bene, ciao!

    A quel saluto sospirai come chissà cosa stessi facendo.

    Appena vestita, mi guardai allo specchio e cercai di pettinarmi come meglio potevo; presi un fiore da un vaso e lo misi sul fiocco che mi teneva i capelli. Com’ero bella vestita da signora!

    Qualche minuto dopo, Giovanni cominciò a chiamarmi, mi affacciai alla finestra e gli dissi di fare silenzio, poi, verificando prima che in casa non ci fosse nessuno, scesi le scale e me ne andai. Sgattaiolando via insieme, ci avvicinammo ad una delle grandi finestre della casa degli zii, ci affacciammo e vedemmo tante persone eleganti, ricche e nobili: c’era il sindaco del piccolo paese, alcuni amministratori comunali e degli uomini che sinceramente non saprei neanche dire chi fossero.

    Girando intorno alle mura della villa, trovammo un ingresso secondario ed entrammo nella sala da pranzo che per fortuna era vuota; spalancando gli occhi, mi fermai ad osservare le belle cose che c’erano in quella casa: statue, tende con merletti, vasi, ceramiche e quadri. Tutti oggetti che non avevo mai visto.

    Senza far rumore, ci avviammo verso la sala di ricevimento da dove proveniva la musica e il vociare degli invitati.

    - Ho il cuore in gola! - esclamai fermandomi.

    - Dai, Martina, nessuno farà caso a noi. Passeremo per i figli di qualche invitato, così ci divertiamo un po’. - rispose Giovanni sorridendo.

    Non finì neanche di replicare che mi tirò in sala e mi ritrovai in mezzo a tutta quella gente che odorava di confetto; la prima cosa che pensai, fu che avrei fatto sicuramente un'altra figuraccia.

    - Fai la disinvolta. - mi diceva il mio amico.

    Ma come potevo? Non ero per nulla elegante, ma goffa e impacciata.

    La sala era immensa ed era circondata su due lati da enormi finestre abbellite con tende rosa; in un angolo c’era l’orchestra, al centro delle persone che ballavano e in fondo un uomo con un grosso pancione che beveva insieme ai suoi invitati.

    - Ecco, Martina, quello è il padrone. - mi disse Giovanni indicando la stessa persona che guardavo io.

    - Allora, è lo zio?… Ma mia cugina? - chiesi un po' perplessa.

    - Non lo so, non l’ho mai vista.

    Mentre giravo su me stessa per ammirare gli invitati, m’immaginavo figlia di un conte, a parlare con altre ragazze nobili dei grandi fatti della vita. Mi vedevo bella, con i boccoli che scendevano sulle spalle, con le mani inguantate e con una scia di delicato profumo dietro di me.

    Ad un certo punto il maggiordomo annunciò l’ingresso di Rosalia Poerio Bassi, mia cugina, e fu allora che anche io mi chiesi com’era possibile che dei nostri stretti parenti potessero tenerci così alla larga solo perché eravamo poveri.

    - Andiamo al buffet? - mi chiese Giovanni fregandosene che bisognava aspettare la festeggiata.

    - Non credo che si possa in questo momento, forse è meglio andar via. - risposi mentre gli invitati facevano gli auguri a Rosalia.

    La confusione, la musica e quell’ansia che avevano gli invitati nel voler assolutamente salutare la famiglia Poerio mi mettevano una grande agitazione.

    Mezza intontita, mi avviai verso l’uscita e per farlo cercai di superare tutte quelle persone che si accalcavano, ma ad un tratto Giovanni mi prese la mano e credo disse: - L'uscita è di qua!

    Lo seguii senza battere ciglio e ci ritrovammo su un terrazzo che dava in giardino, ci fermammo e ci guardammo: non era il mio amico.

    - Allora, piccola principessa, cosa ci fai qui? - mi chiese Francesco sorridendo.

    Volevo sprofondare! Quei suoi occhi, che mi fissavano, m’imbarazzavano tremendamente. Cosa potevo rispondergli? Avevo addosso qualcosa non mio, ero fuori luogo ed ero un’imbranata nata.

    - Allora, cosa ci fai qui? - riprese non distogliendo neanche un attimo lo sguardo da me.

    - Gioco! - risposi cercando di mostrarmi tranquilla e a mio agio.

    - Giochi?… Ho un'idea!

    - Cosa?

    - Vieni con me.

    Francesco mi prese la mano e cominciò a tirarmi per farmi camminare, io gli chiedevo cosa avesse in mente perché un po’ avevo paura; poi scendemmo gli scalini che portavano in giardino e attraversammo un arco che conduceva nel parco privato della famiglia Poerio. Non sapevo cosa pensare e quella volta anche io mi ripetevo di essere piccola, ma lui continuava a dirmi di stare tranquilla. Dopo poco entrammo nella cucina, dove la mattina avevo fatto cadere le pagnotte e Francesco mi lasciò la mano; preoccupata, feci un passo indietro e lui mi guardò chiedendomi:

    - Hai paura?

    - No! - risposi fingendo disinvoltura.

    - Voglio solo farti divertire veramente.

    - Come?

    - Siediti!

    Mi sedetti, perplessa, su una sedia accanto alla finestra, Francesco prese un foglio di carta e si accomodò anche lui. Osservandomi ogni tanto, si mise a scrivere qualcosa.

    - Cosa scrivi? - gli chiesi.

    - Dopo ti faccio leggere, ma non dire nulla adesso.

    Se mamma avesse saputo che ero in una stanza da sola con un uomo, mi avrebbe picchiata sicuramente, ma io cominciavo a sorridere e Francesco mi disse di essere brava. Brava per cosa? Stavo solo ferma immobile! Mentre vedevo la luna riflessa nei suoi occhi, lui scriveva alla fioca luce di una lampada e sorridendo si formarono sulle guance le sue dolci fossette. Io avevo il cuore che batteva molto forte e per poco non mi saliva in gola.

    Poi Francesco si fermò, alzò la testa dal foglio e disse:

    - Vuoi leggere?

    - Sì. - risposi.

    Lui si avvicinò a me, mi diede il foglio e si mise al mio fianco, io fingevo di leggere: mi vergognavo troppo a dire di non saperlo fare.

    Avevo gli occhi incollati sulla sua elegante grafia, sulle “a” tondeggianti, sulle artistiche “i” ed erano le uniche lettere che conoscevo.

    - Ti piace? - mi domandò.

    - Sì. - risposi imbarazzata.

    - Che ne pensi?

    - Beh… posso dirti che a me piace molto, ma darti un giudizio…

    - Ma ti piace?

    - Sì, sì… molto!

    - Bene!

    - Come la chiamerai?

    - Beh… visto che sei tu la mia musa ispiratrice, la chiamerò Martina.

    Feci un sorriso istintivo, era la cosa più bella che mi avessero mai detto. Non credevo a quello che stava accadendo, stavamo là io e lui con una sua poesia dedicata a me e questo confermava quello che pensavo di lui: era dolce e timido. Poi Francesco poggiò la mano sulla mia spalla e mi spiegò il significato di alcune parole, ma in quel momento si accesero anche le altre lampade ed io sentii la voce di mia madre gridare “Disgraziato!”.

    Come una tempesta improvvisa entrarono in cucina mio padre e altri lavoratori della cascina che si avventarono su Francesco bloccandolo.

    - Disgraziato, cosa volevi fare a mia figlia? - chiese arrabbiato mio padre.

    - Ma papà, stavamo leggendo una poesia. - risposi.

    - Stai zitta tu, svergognata! Maria, portala a casa.

    Francesco cercava di giustificarsi, ma uno dei contadini gli teneva un fucile puntato contro; papà sbraitava come un cane e mentre io gridavo che non mi aveva fatto nulla, mia madre mi spingeva stringendomi il braccio. Mi faceva male, ma sinceramente soffrivo più per quello che stavano facendo a lui. Gli dicevano brutte parole, lo chiamavano maniaco e lo intimavano di lasciare la cascina. Qualcuno gli diede anche un pugno e infatti l’ultima immagine che ebbi di lui, fu il suo bel viso pieno di sangue.

    - Non ti preoccupare Martina, - mi gridava - riuscirò a pubblicarla e tu mi troverai!

    - Che cosa sei, eh?… Una puttana? - mi strillava mia madre nel cortile verso casa.

    - Voi siete pazza! - rispondevo io.

    - Ah, io sono pazza, e tu vestita così? Mo vedrai!

    Gli altri lavoratori e le ragazze della tenuta stavano impalate ad osservare la scena, io cercavo di difendermi da quelle ingiuste accuse ma tutti credevano a ben altro.

    E fu così che la famiglia di Francesco dovette andare via, mentre io fui costretta a restare in camera per molti giorni. Piangevo perché avevo paura di non rivederlo più.

     
  • 14 luglio 2013 alle ore 20:57
    La cioccolata di Beatrice

    Come comincia: Beatrice sale le scale tenendosi stretta alla madre; con il braccio sinistro si aiuta poggiandosi al corrimano e guarda i tre ultimi gradini che le sono davanti. Oggi ne ha fatti due in più e osserva il padre sorridente che aspetta il suo segnale per correre a prenderla in braccio. Lei fa un piccolo movimento con la testa, lui comprende e scende quei tre gradini. Beatrice pesa venticinque chili, è alta un metro e trenta; Beatrice ha quattordici anni. Lascia sempre sciolta la sua folta capigliatura rossa, l'unico suo orgoglio; sta sempre chiusa in camera e non si stacca mai dal computer. Perché farlo se a stare in piedi non ce la fa? Domani ha la scuola, deve conservare le energie, ma è contenta per quei due gradini in più. La bocca le si secca, vorrebbe dell'acqua; la madre la guarda e dice “Ricorda che in ospedale devi ritornare dopodomani!”. La ragazza annuisce, sa che dovrà accontentarsi di un solo sorso. Vuole andare da sola a prenderla e mentre la madre la spia, lei apre il frigo e vede le formine di ghiaccio preparate per lei. Questa volta, però, può permettersi quella in bottiglia, fresca e soprattutto liquida. Dopo aver bevuto, posa il bicchiere sul piano della cucina e sa che quello sarà l'unico fino al giorno dopo. Acqua razionata, cibi razionati. Beatrice si porta alla finestra e vede le sue coetanee passeggiare; anche lei vorrebbe avere una vita lunga, per giocare, per ridere, per sognare, ma non vuole viverla in quel modo. Il destino sembra non essere dalla sua parte; ha avuto due trapianti, entrambi andati male. La prima volta le è stato trapiantato il rene della madre, la seconda volta quello del padre. Adesso è in lista, ma quanto durerà la sua attesa? Beatrice ascolta spesso di nascosto i genitori che parlano di percentuali di donatori: ancora troppo basse per rispondere a tutte le richieste. Lei sa che ci sono tanti altri ragazzi come lei e bambini, adulti e desiderare che delle persone muoiano per far giungere il suo turno o il rene adatto a lei è devastante. Il padre per confortarla le dice sempre “Le persone muoiono ogni giorno che noi lo vogliamo o meno.” ma non le basta. Beatrice lascia la finestra e vede nascosta dietro alla bilancia una tavoletta di cioccolata. La prende e si dice che ne mangerà solo una piccola parte. Fa così la prima volta, così la seconda volta, così la terza. Adesso Beatrice è in ospedale: in coma.

     
  • 09 luglio 2013 alle ore 10:16
    Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò

    Come comincia: Ero seduto a terra, nascosto dietro ad una cadente
    costruzione in pietra. Era pomeriggio inoltrato e il sole al
    tramonto colorava di un vivido rosso le case e gli alberi del
    piccolo paese montano.
    I soldati erano a pochi passi da me: un colonnello e circa
    otto militari. Vedevo la loro ferocia, sentivo le loro grida ed
    ero disperato perché non potevo fare nulla per salvare quei
    poveri civili.
    Respiravo piano per non farmi sentire, anche se le loro urla
    echeggiavano coprendo ogni altro rumore. I bambini
    piangevano e gli anziani imploravano pietà per i propri
    figli. Non c'era verso di convincerli, di anche solo
    impietosirli.
    Un generale tedesco, di quelli alti e robusti, fece entrare
    tutti in un granaio, compreso i piccoli, ed ordinò ai suoi
    uomini di appiccare il fuoco.
    Immaginavo quei poveri bimbi arsi dalle fiamme e sentivo
    il cuore spappolarsi in mille pezzi. Lo avrei fatto anche
    questa volta e come le due precedenti sapevo già chi
    colpire.
    Terminato lo strazio, lui, la mia prossima vittima, se ne
    andava a casa sua, poco lontano da Marzabotto, ed era un
    italiano come me. Non me ne importava, i tedeschi li
    lasciavo ancora perdere, ma loro, i miei fratelli italiani, quei
    ragazzi con cui avevo combattuto tante battaglie, non
    potevo e non volevo lasciarli impuniti. Dovevano perire in
    mezzo alle fiamme proprio come erano morte tutte quelle
    persone.
    Di sera attesi che la mia preda andasse nella stalla, come
    faceva sempre per dar da mangiare ai cavalli, e proprio
    mentre sistemava il fieno, gli puntai il fucile alle spalle.
    - Chi sei, cosa vuoi? - mi domandò spaventato.
    - Alza le braccia e voltati piano! - gli ordinai
    Lui fece come gli avevo chiesto ed osservandomi bene,
    esclamò:
    - Tu... tu sei Dario. Stavamo nello stesso plotone, ti
    ricordi?
    - Certo che mi ricordo, per questo sono qui.
    - Non vorrai derubare un tuo compagno d'armi?
    - Io non voglio derubare un mio compagno d'armi, ma
    tu hai aiutato i tedeschi ad uccidere quella povera gente e i
    bambini di Sant'Anna, Marzabotto e degli altri paesi. Loro
    si vendicano per il tradimento subito, ma tu?
    - Ascolta, sono costretto a farlo. Se non collaboro,
    uccideranno me e tutta la mia famiglia. Me lo hanno detto
    esplicitamente. Ho una sorella di quattro anni!
    - Io, invece, sono convinto che sei uno sporco fascista.
    - Te lo giuro, è come ti ho detto! Quelli ammazzano
    chiunque disubbidisca. Te lo ricordi baffetto, quello
    bassino? Ha provato a scappare, prima hanno ucciso lui e
    poi hanno scovato la famiglia nascosta in un rifugio. Hanno
    fatto fuori tutti. Non voglio che sterminino la mia famiglia.
    - Mi dispiace.
    - Cosa vuoi farmi? Uccidermi, metterti sul loro stesso
    piano? Cos'hai in quella tanica?
    - No, non voglio ucciderti, penso solo che una doccia
    bollente sia più che sufficiente. Spogliati e bendati gli occhi
    con la tua camicia.
    Lui cercava di convincermi a lasciar stare, io gli ripetevo che
    si trattava solo di acqua calda. Per qualche breve secondo
    provò a disarmarmi buttandosi su di me, ma ebbi la meglio
    sparandogli ad una gamba. Dopo poco pulivo il pavimento
    sporco del suo sangue con della paglia. Sorridendo,
    confermavo, mentre sotto la minaccia del mio fucile si
    copriva gli occhi, che volevo solo fargli sentire sulla sua
    pelle quello che avevano provato i civili morti incendiati.
    Quando mi chiese del perché della benda, gli ricordai che
    alcune sue vittime erano state rinchiuse in cupi capanni
    senza un filo di luce.
    Appena terminò di allacciare le due estremità della camicia
    e si fermò dritto, a dorso nudo, ad aspettare la sua
    punizione, presi la tanica.
    - Prima che inizi, prega. - dissi.
    - Perché devo pregare? - mi chiese.
    - Perché così sopporterai meglio il calore.
    Sospirò, chiuse le mani a pugno ed attese. Aprii la tanica e
    gli versai tutto addosso. A quel punto s'accorse che si
    trattava di benzina, ma era troppo tardi: con un fiammifero
    avevo già acceso delle vive fiamme sul suo corpo.
    Mentre scappavo, lo sentivo chiedere aiuto. Avevo ancora le
    mani sudate e lo sguardo impietrito; con lui ero a tre e non
    avevo intenzione di fermarmi.
    Avvolto dal silenzio della notte, con un vento che mi
    soffiava dietro al collo, me ne andavo dritto verso
    quell'unico posto che avevo trovato per dormire: una
    vecchia e abbandonata capanna ai piedi di una collina.
    Puzzava ancora di letame, forse ci avevano tenuto gli
    animali, ma non avevo una casa, non avevo una famiglia,
    mi era stato portato via tutto dalla guerra.
    Mi sedetti come sempre su un giaciglio di paglia con le
    spalle al muretto di una finestra, da cui si vedevano le stelle
    e nascosi il fucile sotto la giubba. Accanto a me c'era un
    contenitore di legno coperto appena da un canovaccio, lo
    presi fra le mani e mangiai quell'unico e piccolo pezzo di
    formaggio che avevo gelosamente custodito dalla sera
    prima. Portai leggermente la testa indietro per vedere il
    cielo, avvicinai le ginocchia al petto e abbracciai le mie
    gambe. Con i miei occhi azzurri scrutavo il firmamento e
    ripensavo a mia madre, ai miei fratelli, quando correvamo a
    giocare accanto al fiume. Poi ci fu la guerra, la prima che
    insanguinò tutto il mondo e mio fratello Luigi dovette
    partire. Non tornò più. Poi toccò al secondo, Antonio,
    disperso in Germania e infine al terzo, io: il più piccolo.
    Non mi fu risparmiato neanche il secondo conflitto benché
    avessi superato ormai i quarantanni. Fu sotto ai
    bombardamenti di quella guerra che persi anche i miei
    genitori.
    Dopo aver ricordato la mia vita, abbassai il capo portandolo
    alle ginocchia e ripensai alla seconda vittima, un tenete
    italiano di trentanni, sposato e con una figlia piccola. Era
    avvenuto circa una settimana prima. Lo avevo afferrato alla
    gola, mentre svoltava l'angolo di casa sua; lo avevo portato
    in un locale abbandonato e lì lo avevo legato ad una trave
    caduta dal tetto. A lui diedi fuoco senza benda come gli
    avevo visto fare con degli anziani del mio paese. Anche il
    tenente mi implorò pietà e mi disse le stesse cose
    dell'ultimo: era costretto o avrebbero ucciso la moglie e la
    figlia. Ritornando al presente, ripetevo le sue parole ad alta
    voce e corrugando il viso, che era diventato rosso, dissi fra
    me “Ma tu non hai avuto pietà, tu li hai bruciati vivi!... Oh
    mio Signore, tu lo sai, per questo è giusto ciò che faccio!”.
    Una lacrima scese dai miei occhi e portai la mano sinistra
    alla testa rasata; scoppiai a piangere come un bambino.
    Quando ero soldato non accettavo che gli uomini si
    uccidessero fra loro e questo mi aveva sempre creato dei
    problemi. Ricordo ancora la scena, durante la prima guerra,
    quando un giovane militare austriaco avanzava verso di noi
    insieme ai suoi compagni. Il tenente mi ripeteva di
    sparargli, ma le mie mani sudavano e mi chiedevo se
    veramente un uomo poteva essere pronto alla morte. Non
    riuscivo a premere quel maledetto grilletto, l'osservavo e mi
    mancava la forza. Era un padre, un marito: lo avevo
    conosciuto pochi mesi prima, io ero in borghese, lui era
    sulla banchina di una stazione e descriveva in uno stentato
    italiano i suoi figli ad un'anziana donna. Sapevo che non li
    vedeva da tre anni.
    Al tempo stesso mi dicevo che se continuavo ad essere
    indeciso, lui avrebbe ucciso o me o uno dei miei compagni.
    Sentivo il cuore salirmi alla gola, i battiti erano così
    accelerati che mi auguravo un infarto per non andare
    contro me stesso, contro la mia fede.
    Ad un tratto sentii un colpo sordo e breve e il sangue di
    quel giovane schizzò dappertutto. Il caporale si avvicinò a
    me e guardandomi negli occhi, mi disse “Siamo in guerra,
    Dario, siamo in guerra!”.
    Ci aspettava il monte Sei Busi, sul ciglione carsico, e nei
    giorni successivi ci mettemmo in marcia per strappare il
    fronte agli astro-ungarici. Quella battaglia era interminabile
    e il nemico era a soli pochi metri da noi. Si alternavano
    giorni di cruenti battaglie a giorni di quiete ed era allora
    che, senza farmi vedere da nessuno, raggiungevo delle
    casette a pochi passi dall'Isonzo e trascorrevo il tempo a
    bere con gli anziani del paese. Bevevo per dimenticare
    quella scena.
    Fu proprio lui la mia prima vittima, il caporale, quando lo
    ritrovai a comandarmi durante il secondo conflitto. Non so
    come iniziò tutto, ma una sera, mentre con i miei compagni
    stavo seduto accanto al fuoco, nascosti dietro un'altura per
    non farci notare dal nemico, lo vidi che si sbottonava la
    braghetta e si portava dietro ad un cespuglio. Inizialmente
    lo seguii solo con gli occhi, poi ricordai la sua freddezza
    nell'uccidere quel soldato tanti anni prima e l'orrore di
    quelle guerre mi passò davanti come un lampo: esplosioni,
    bombardamenti, civili morti... bambini morti. Mi dissi che
    era per colpa di uomini come lui che accadevano certi
    eventi e forse bastava ucciderli tutti per riportare la pace.
    Sentivo i miei compagni parlare delle loro fidanzate,
    quando mi alzai come guidato da una volontà non mia.
    Raggiunsi il caporale, che adesso era colonnello, e stava
    ancora con i pantaloni abbassati. Lui mi vide e con una
    sigaretta fra i denti mi chiese “Ehy tu, che cazzo fai? Non
    hai mai visto un uomo pisciare?”. Non gli risposi, guardavo
    la sua bocca e mi misi a pensare come avrei potuto
    ammazzarlo.
    “Posso parlare a quattrocchi con lei?” gli chiesi dopo un po'.
    Lui fece un mezzo sorriso e ci allontanammo di qualche
    passo. Io cercavo di prendere tempo per capire come agire.
    Non avevo mai ucciso neanche durante le battaglie e farlo a
    sangue freddo era qualcosa di veramente troppo grande per
    me. Mi misi a pensare a quel soldato, ai suoi figli che non lo
    avevano più rivisto e senza neanche capire cosa stessi
    facendo, portai le mani al suo collo. Lui era disarmato e
    provò a liberarsi lottando corpo a copro, ma la mia rabbia
    mi portava ad essere più forte. Il colonnello gridava per
    farsi sentire dagli altri soldati e a quel punto mi dissi che
    dovevo finirlo perché non avrei saputo come giustificarmi.
    Strinsi ancora di più. Morì così. Presi con un fazzoletto il
    coltello che avevo in tasca e mi ferii alla spalla. Quando
    arrivarono gli altri, mi difesi dicendo che mi aveva
    aggredito per abusare di me. Ovviamente fu aperta
    un'inchiesta dove recitai alla grande. D'allora mi sentii in
    grado di poter fare tutto.
    . . .
    La mattina dopo l'omicidio del mio compagno nella stalla,
    raggiunsi la sua casa e vidi i carabinieri che cercavano delle
    tracce dell'assassino. Notai fra le braccia di una donna una
    bambina con il viso rigato dal pianto e che ripeteva il nome
    del fratello. Ebbi un groppo alla gola, abbassai lo sguardo
    provando un profondo dolore. Piangeva per colpa mia.
    “Sono un mostro” mi dicevo mentre, sbandando anche per
    la fame, mi allontanavo con addosso i miei vecchi e luridi
    stracci.
    - Perché piangete, lo conoscevate? - mi chiese
    un'anziana donna.
    - Era un mio amico! - risposi mettendole una mano
    sulla spalla.
    Mi allontanai, stanco più nell'anima che fisicamente ed
    entrai in un bar per chiedere un bicchiere d'acqua. Fui
    osservato dalla testa ai piedi, quasi con disprezzo, ma io
    ormai mi ero abituato ad essere trattato da straccione.
    La guerra ancora doveva finire e tutti attendevano l'arrivo
    degli alleati, io non aspettavo nessuno. Non vedevo un
    futuro davanti a me, sapevo che sarei morto presto; chissà,
    forse alla fine mi sarei sparato un colpo alla testa.
    Al mio quinto omicidio mi sentivo morire dentro. Seduto al
    solito posto nella capanna, rivedevo quel corpo contorcersi
    fra le fiamme e ripetevo ancora di essere un mostro. Non
    riuscivo a fermarmi, c'era qualcosa in me che non mi dava
    pace! Piangevo sempre accarezzandomi il capo e non
    volevo stare lì da solo e con quella ciotola miseramente
    vuota. Andavo avanti solo bevendo acqua e le forze già mi
    stavano abbandonando. L'inchiesta sul misterioso
    pluriomicida era in corso già dalla terza vittima, ma furono
    necessarie altre sei affinché mi scoprissero. L'ultima,
    Giovanni, s'era salvato e lo avevano ricoverato in ospedale;
    mi aveva riconosciuto, avevamo combattuto insieme per
    due anni. Mi vennero a prendere una fredda sera di
    Dicembre, proprio a pochi giorni da Natale. Entrarono nella
    capanna con dei cani che subito mi vennero contro; io,
    sempre sotto la finestra, alzai la testa osservandoli. Avevo il
    viso scarno, gli occhi spenti e non mossi opposizione
    quando due carabinieri mi alzarono di peso...
    ...Mi hanno condannato a morte per crimini di guerra e
    questo è il primo giorno dopo tanti anni che sono ben
    vestito, pettinato e profumato. Indosso una bella camicia
    bianca e dei pantaloni come piacciono a me, me li hanno
    regalati le sentinelle dell'istituto e prima dell'esecuzione mi
    hanno preparato un succulente pasto.
    Adesso devo andare, sono venuti a prendermi. I miei amici
    di cella mi salutano e così le guardie ed io sorrido perché mi
    hanno fatto compagnia dopo tanti mesi trascorsi da solo.
    Nessuno di loro mi ha condannato. Sto per pagare il prezzo
    che la società mi ha imposto e con gli uomini credo di
    essere a posto; adesso mi aspetta Lui.
    Mi stanno facendo sdraiare su un lettino, mi sono tutti
    vicino, ma io guardo il tetto, anche quando sento l'ago
    entrare nel mio braccio. Adesso lo so se un uomo può
    veramente essere pronto a morire...

     
elementi per pagina
  • Non so veramente da dove iniziare, io che non amo i racconti, mi sono innamorata de “L’istante tra due battiti”. Mi chiedo ora, quale meraviglioso spettacolo verrebbe fuori da un romanzo di Marta Tempra? Ma forse non potrei neppure leggerlo, ne uscirei distrutta! Tredici racconti di un’intensità pari a quella di un romanzo capolavoro. Dalla parola più insignificante, che poco dice della storia, traspare una profondità tale che porta il lettore ad entrare nel racconto come quando si viene attratti da una magnifica sequenza di colori. Sembra di volare fra i magnifici colori dell’universo e quei colori sono i sentimenti, l’introspezione più brillante, intensa che abbia mai letto. È un viaggio nell’animo umano e la cosa sorprendente è l’abilità che l’autrice ha avuto nel rendere interessanti temi potenzialmente noiosi.

    Quelli che preferisco sono Piedi di Ninfea, Luci sfocate, Fumo e mentolo, Dobbiamo parlare; non perché gli altri mi piacciano di meno, ma perché in questi quattro l’autrice ha sfoggiato un talento che per l’età che ha, ha dell’incredibile.
    Lo stile è semplice, fluido, limpido pur venando in alcuni tratti un’intenzione poetica che non stona, ma completa un modo di scrivere aulico e semplice allo stesso tempo. Il suo scrivere cattura il lettore trasportandolo nella storia, i temi trattati sono esperienze reali, ci si può identificare cogliendo l’insegnamento che tutti siamo eroi.

    [... continua]

  • “Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora”

    Così narrava la giornalista e scrittrice Matilde Serao nella sua opera dedicata alla leggendaria figura di Partenope, colei che secondo la narrativa fantastica ha dato luce a Napoli.
    Ebbene, ce ne sono di figure mitiche create dalla fervida immaginazione napoletana, potrei parlare delle più conosciute come “il munaciello”, “la bella 'mbriana”, ma ne citerò altre che i più non conoscono: Niccolò pesce, la Strega di Port'Alba, la mitica figura del centauro tramutato nel Vesuvio e potrei andare avanti per molto. Cos' hanno in comune questi personaggi, oltre al possesso di straordinari poteri?
    L'essere raccolti insieme ad altre figure nell'opera di Matilde Serao “Leggende napoletane”. Lo stile giornalistico è evidente anche in questo lavoro, scrittura leggermente ingarbugliata che richiede una certa attenzione, ma che porta direttamente all'immagine che l'autrice vuole darci. Gioca con le parole per ricreare anche nella lettura quel misticismo che aleggia intorno alle storie lasciando sempre incerti sull'eventualità di un reale evento con un effettivo riscontro nella realtà.

    [... continua]