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Autore

Annalisa Caravante

in archivio dal 09 lug 2013

Napoli

mi descrivo così:
Scrivo tantissimo, da fare impazzire anche il mio editore :)

09 luglio 2013 alle ore 10:16

Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò

Il racconto

Ero seduto a terra, nascosto dietro ad una cadente
costruzione in pietra. Era pomeriggio inoltrato e il sole al
tramonto colorava di un vivido rosso le case e gli alberi del
piccolo paese montano.
I soldati erano a pochi passi da me: un colonnello e circa
otto militari. Vedevo la loro ferocia, sentivo le loro grida ed
ero disperato perché non potevo fare nulla per salvare quei
poveri civili.
Respiravo piano per non farmi sentire, anche se le loro urla
echeggiavano coprendo ogni altro rumore. I bambini
piangevano e gli anziani imploravano pietà per i propri
figli. Non c'era verso di convincerli, di anche solo
impietosirli.
Un generale tedesco, di quelli alti e robusti, fece entrare
tutti in un granaio, compreso i piccoli, ed ordinò ai suoi
uomini di appiccare il fuoco.
Immaginavo quei poveri bimbi arsi dalle fiamme e sentivo
il cuore spappolarsi in mille pezzi. Lo avrei fatto anche
questa volta e come le due precedenti sapevo già chi
colpire.
Terminato lo strazio, lui, la mia prossima vittima, se ne
andava a casa sua, poco lontano da Marzabotto, ed era un
italiano come me. Non me ne importava, i tedeschi li
lasciavo ancora perdere, ma loro, i miei fratelli italiani, quei
ragazzi con cui avevo combattuto tante battaglie, non
potevo e non volevo lasciarli impuniti. Dovevano perire in
mezzo alle fiamme proprio come erano morte tutte quelle
persone.
Di sera attesi che la mia preda andasse nella stalla, come
faceva sempre per dar da mangiare ai cavalli, e proprio
mentre sistemava il fieno, gli puntai il fucile alle spalle.
- Chi sei, cosa vuoi? - mi domandò spaventato.
- Alza le braccia e voltati piano! - gli ordinai
Lui fece come gli avevo chiesto ed osservandomi bene,
esclamò:
- Tu... tu sei Dario. Stavamo nello stesso plotone, ti
ricordi?
- Certo che mi ricordo, per questo sono qui.
- Non vorrai derubare un tuo compagno d'armi?
- Io non voglio derubare un mio compagno d'armi, ma
tu hai aiutato i tedeschi ad uccidere quella povera gente e i
bambini di Sant'Anna, Marzabotto e degli altri paesi. Loro
si vendicano per il tradimento subito, ma tu?
- Ascolta, sono costretto a farlo. Se non collaboro,
uccideranno me e tutta la mia famiglia. Me lo hanno detto
esplicitamente. Ho una sorella di quattro anni!
- Io, invece, sono convinto che sei uno sporco fascista.
- Te lo giuro, è come ti ho detto! Quelli ammazzano
chiunque disubbidisca. Te lo ricordi baffetto, quello
bassino? Ha provato a scappare, prima hanno ucciso lui e
poi hanno scovato la famiglia nascosta in un rifugio. Hanno
fatto fuori tutti. Non voglio che sterminino la mia famiglia.
- Mi dispiace.
- Cosa vuoi farmi? Uccidermi, metterti sul loro stesso
piano? Cos'hai in quella tanica?
- No, non voglio ucciderti, penso solo che una doccia
bollente sia più che sufficiente. Spogliati e bendati gli occhi
con la tua camicia.
Lui cercava di convincermi a lasciar stare, io gli ripetevo che
si trattava solo di acqua calda. Per qualche breve secondo
provò a disarmarmi buttandosi su di me, ma ebbi la meglio
sparandogli ad una gamba. Dopo poco pulivo il pavimento
sporco del suo sangue con della paglia. Sorridendo,
confermavo, mentre sotto la minaccia del mio fucile si
copriva gli occhi, che volevo solo fargli sentire sulla sua
pelle quello che avevano provato i civili morti incendiati.
Quando mi chiese del perché della benda, gli ricordai che
alcune sue vittime erano state rinchiuse in cupi capanni
senza un filo di luce.
Appena terminò di allacciare le due estremità della camicia
e si fermò dritto, a dorso nudo, ad aspettare la sua
punizione, presi la tanica.
- Prima che inizi, prega. - dissi.
- Perché devo pregare? - mi chiese.
- Perché così sopporterai meglio il calore.
Sospirò, chiuse le mani a pugno ed attese. Aprii la tanica e
gli versai tutto addosso. A quel punto s'accorse che si
trattava di benzina, ma era troppo tardi: con un fiammifero
avevo già acceso delle vive fiamme sul suo corpo.
Mentre scappavo, lo sentivo chiedere aiuto. Avevo ancora le
mani sudate e lo sguardo impietrito; con lui ero a tre e non
avevo intenzione di fermarmi.
Avvolto dal silenzio della notte, con un vento che mi
soffiava dietro al collo, me ne andavo dritto verso
quell'unico posto che avevo trovato per dormire: una
vecchia e abbandonata capanna ai piedi di una collina.
Puzzava ancora di letame, forse ci avevano tenuto gli
animali, ma non avevo una casa, non avevo una famiglia,
mi era stato portato via tutto dalla guerra.
Mi sedetti come sempre su un giaciglio di paglia con le
spalle al muretto di una finestra, da cui si vedevano le stelle
e nascosi il fucile sotto la giubba. Accanto a me c'era un
contenitore di legno coperto appena da un canovaccio, lo
presi fra le mani e mangiai quell'unico e piccolo pezzo di
formaggio che avevo gelosamente custodito dalla sera
prima. Portai leggermente la testa indietro per vedere il
cielo, avvicinai le ginocchia al petto e abbracciai le mie
gambe. Con i miei occhi azzurri scrutavo il firmamento e
ripensavo a mia madre, ai miei fratelli, quando correvamo a
giocare accanto al fiume. Poi ci fu la guerra, la prima che
insanguinò tutto il mondo e mio fratello Luigi dovette
partire. Non tornò più. Poi toccò al secondo, Antonio,
disperso in Germania e infine al terzo, io: il più piccolo.
Non mi fu risparmiato neanche il secondo conflitto benché
avessi superato ormai i quarantanni. Fu sotto ai
bombardamenti di quella guerra che persi anche i miei
genitori.
Dopo aver ricordato la mia vita, abbassai il capo portandolo
alle ginocchia e ripensai alla seconda vittima, un tenete
italiano di trentanni, sposato e con una figlia piccola. Era
avvenuto circa una settimana prima. Lo avevo afferrato alla
gola, mentre svoltava l'angolo di casa sua; lo avevo portato
in un locale abbandonato e lì lo avevo legato ad una trave
caduta dal tetto. A lui diedi fuoco senza benda come gli
avevo visto fare con degli anziani del mio paese. Anche il
tenente mi implorò pietà e mi disse le stesse cose
dell'ultimo: era costretto o avrebbero ucciso la moglie e la
figlia. Ritornando al presente, ripetevo le sue parole ad alta
voce e corrugando il viso, che era diventato rosso, dissi fra
me “Ma tu non hai avuto pietà, tu li hai bruciati vivi!... Oh
mio Signore, tu lo sai, per questo è giusto ciò che faccio!”.
Una lacrima scese dai miei occhi e portai la mano sinistra
alla testa rasata; scoppiai a piangere come un bambino.
Quando ero soldato non accettavo che gli uomini si
uccidessero fra loro e questo mi aveva sempre creato dei
problemi. Ricordo ancora la scena, durante la prima guerra,
quando un giovane militare austriaco avanzava verso di noi
insieme ai suoi compagni. Il tenente mi ripeteva di
sparargli, ma le mie mani sudavano e mi chiedevo se
veramente un uomo poteva essere pronto alla morte. Non
riuscivo a premere quel maledetto grilletto, l'osservavo e mi
mancava la forza. Era un padre, un marito: lo avevo
conosciuto pochi mesi prima, io ero in borghese, lui era
sulla banchina di una stazione e descriveva in uno stentato
italiano i suoi figli ad un'anziana donna. Sapevo che non li
vedeva da tre anni.
Al tempo stesso mi dicevo che se continuavo ad essere
indeciso, lui avrebbe ucciso o me o uno dei miei compagni.
Sentivo il cuore salirmi alla gola, i battiti erano così
accelerati che mi auguravo un infarto per non andare
contro me stesso, contro la mia fede.
Ad un tratto sentii un colpo sordo e breve e il sangue di
quel giovane schizzò dappertutto. Il caporale si avvicinò a
me e guardandomi negli occhi, mi disse “Siamo in guerra,
Dario, siamo in guerra!”.
Ci aspettava il monte Sei Busi, sul ciglione carsico, e nei
giorni successivi ci mettemmo in marcia per strappare il
fronte agli astro-ungarici. Quella battaglia era interminabile
e il nemico era a soli pochi metri da noi. Si alternavano
giorni di cruenti battaglie a giorni di quiete ed era allora
che, senza farmi vedere da nessuno, raggiungevo delle
casette a pochi passi dall'Isonzo e trascorrevo il tempo a
bere con gli anziani del paese. Bevevo per dimenticare
quella scena.
Fu proprio lui la mia prima vittima, il caporale, quando lo
ritrovai a comandarmi durante il secondo conflitto. Non so
come iniziò tutto, ma una sera, mentre con i miei compagni
stavo seduto accanto al fuoco, nascosti dietro un'altura per
non farci notare dal nemico, lo vidi che si sbottonava la
braghetta e si portava dietro ad un cespuglio. Inizialmente
lo seguii solo con gli occhi, poi ricordai la sua freddezza
nell'uccidere quel soldato tanti anni prima e l'orrore di
quelle guerre mi passò davanti come un lampo: esplosioni,
bombardamenti, civili morti... bambini morti. Mi dissi che
era per colpa di uomini come lui che accadevano certi
eventi e forse bastava ucciderli tutti per riportare la pace.
Sentivo i miei compagni parlare delle loro fidanzate,
quando mi alzai come guidato da una volontà non mia.
Raggiunsi il caporale, che adesso era colonnello, e stava
ancora con i pantaloni abbassati. Lui mi vide e con una
sigaretta fra i denti mi chiese “Ehy tu, che cazzo fai? Non
hai mai visto un uomo pisciare?”. Non gli risposi, guardavo
la sua bocca e mi misi a pensare come avrei potuto
ammazzarlo.
“Posso parlare a quattrocchi con lei?” gli chiesi dopo un po'.
Lui fece un mezzo sorriso e ci allontanammo di qualche
passo. Io cercavo di prendere tempo per capire come agire.
Non avevo mai ucciso neanche durante le battaglie e farlo a
sangue freddo era qualcosa di veramente troppo grande per
me. Mi misi a pensare a quel soldato, ai suoi figli che non lo
avevano più rivisto e senza neanche capire cosa stessi
facendo, portai le mani al suo collo. Lui era disarmato e
provò a liberarsi lottando corpo a copro, ma la mia rabbia
mi portava ad essere più forte. Il colonnello gridava per
farsi sentire dagli altri soldati e a quel punto mi dissi che
dovevo finirlo perché non avrei saputo come giustificarmi.
Strinsi ancora di più. Morì così. Presi con un fazzoletto il
coltello che avevo in tasca e mi ferii alla spalla. Quando
arrivarono gli altri, mi difesi dicendo che mi aveva
aggredito per abusare di me. Ovviamente fu aperta
un'inchiesta dove recitai alla grande. D'allora mi sentii in
grado di poter fare tutto.
. . .
La mattina dopo l'omicidio del mio compagno nella stalla,
raggiunsi la sua casa e vidi i carabinieri che cercavano delle
tracce dell'assassino. Notai fra le braccia di una donna una
bambina con il viso rigato dal pianto e che ripeteva il nome
del fratello. Ebbi un groppo alla gola, abbassai lo sguardo
provando un profondo dolore. Piangeva per colpa mia.
“Sono un mostro” mi dicevo mentre, sbandando anche per
la fame, mi allontanavo con addosso i miei vecchi e luridi
stracci.
- Perché piangete, lo conoscevate? - mi chiese
un'anziana donna.
- Era un mio amico! - risposi mettendole una mano
sulla spalla.
Mi allontanai, stanco più nell'anima che fisicamente ed
entrai in un bar per chiedere un bicchiere d'acqua. Fui
osservato dalla testa ai piedi, quasi con disprezzo, ma io
ormai mi ero abituato ad essere trattato da straccione.
La guerra ancora doveva finire e tutti attendevano l'arrivo
degli alleati, io non aspettavo nessuno. Non vedevo un
futuro davanti a me, sapevo che sarei morto presto; chissà,
forse alla fine mi sarei sparato un colpo alla testa.
Al mio quinto omicidio mi sentivo morire dentro. Seduto al
solito posto nella capanna, rivedevo quel corpo contorcersi
fra le fiamme e ripetevo ancora di essere un mostro. Non
riuscivo a fermarmi, c'era qualcosa in me che non mi dava
pace! Piangevo sempre accarezzandomi il capo e non
volevo stare lì da solo e con quella ciotola miseramente
vuota. Andavo avanti solo bevendo acqua e le forze già mi
stavano abbandonando. L'inchiesta sul misterioso
pluriomicida era in corso già dalla terza vittima, ma furono
necessarie altre sei affinché mi scoprissero. L'ultima,
Giovanni, s'era salvato e lo avevano ricoverato in ospedale;
mi aveva riconosciuto, avevamo combattuto insieme per
due anni. Mi vennero a prendere una fredda sera di
Dicembre, proprio a pochi giorni da Natale. Entrarono nella
capanna con dei cani che subito mi vennero contro; io,
sempre sotto la finestra, alzai la testa osservandoli. Avevo il
viso scarno, gli occhi spenti e non mossi opposizione
quando due carabinieri mi alzarono di peso...
...Mi hanno condannato a morte per crimini di guerra e
questo è il primo giorno dopo tanti anni che sono ben
vestito, pettinato e profumato. Indosso una bella camicia
bianca e dei pantaloni come piacciono a me, me li hanno
regalati le sentinelle dell'istituto e prima dell'esecuzione mi
hanno preparato un succulente pasto.
Adesso devo andare, sono venuti a prendermi. I miei amici
di cella mi salutano e così le guardie ed io sorrido perché mi
hanno fatto compagnia dopo tanti mesi trascorsi da solo.
Nessuno di loro mi ha condannato. Sto per pagare il prezzo
che la società mi ha imposto e con gli uomini credo di
essere a posto; adesso mi aspetta Lui.
Mi stanno facendo sdraiare su un lettino, mi sono tutti
vicino, ma io guardo il tetto, anche quando sento l'ago
entrare nel mio braccio. Adesso lo so se un uomo può
veramente essere pronto a morire...

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