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in archivio dal 12 set 2007

Annalisa Toscani

29 novembre 1982, Lodi

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  • 12 settembre 2007
    *La MaDRe*

    Come comincia:

    Vorrei bastasse schiaffeggiarmi per questi oscuri pensieri, tanto perversi da farmi vergognare appena affiorano alla mente, come se non potessero appartenermi. E’ difficile convivere con un orrore che cresce nel cuore giorno dopo giorno, a rendermi sempre più consapevole di un’intima malvagità.

    Chiedete a chiunque in città di me. Non esiste bocca sincera che esiterebbe ad elencarvi le mie virtù. Sono una donna responsabile e generosa, sempre pronta a mettere in secondo piano le mie esigenze pur di alleviare le fatiche altrui. Durante la mia intera esistenza sono sempre stata indicata come esempio di bontà, e non mi riesce di trovare nemmeno un ostacolo che, posto sulla mia strada, io non abbia saputo aggirare con garbo ed eleganza. Certo ho anch’io le mie esigenze, ma il mio più grande desiderio è quello di far felice il prossimo, specie se si tratta della mia famiglia. Appartengo agli altri. Perdonate queste parole che forse peccano di superbia, ma penso rendano bene l’immagine della mia persona.

    Ecco perché, in un quadro così idilliaco, mi turbano non poco i sentimenti che ho iniziato a provare nelle ultime settimane. Senza alcun preavviso, in qualunque momento della giornata, sono assalita da odio feroce. Ed è ancor più spaventoso quello che mi sto accingendo a rivelare. Che Dio protegga la mia anima peccatrice e mi aiuti a redimermi! Ho bisogno di affidare all’inchiostro i miei umori, per alleggerire la mia coscienza da ciò che non oso rivelare nemmeno ad un sacerdote sotto segreto confessionale.

    Non v’è dubbio che io stia odiando. Non si può trattare di una semplice antipatia quando si arriva a bramare la morte. All’inizio le mie tetre riflessioni erano poco definite, come avvolte nella nebbia, tant’è che pur avvertendone la negatività le avevo abbinate ad una lieve depressione. E’ risaputo che noi donne siamo esposte a facili cambiamenti d’umore, anche se io personalmente non avevo mai sofferto di tali disturbi ormonali. Mi sentivo triste ed irritabile ad ondate, come sballottata da queste effimere sensazioni. Il mio autocontrollo, però, aveva certo impedito agli altri di accorgersi della mia instabilità.
    Persino Diego, che spesso mi legge nel pensiero, è rimasto all’oscuro dei miei problemi. Forse è solo accecato dal suo amore nei miei confronti. Mio marito è così terribilmente sognatore! La nostra storia – come del resto tutto il mio passato – è sempre stata molto più fiaba che realtà. Diego era il mio vicino di casa, ed avevamo passato l’intera vita insieme. Prima da compagni di gioco, poi di classe, amici-confidenti-e-infine-amanti. Entrambi estremamente religiosi, ci sposammo giovanissimi, appena maggiorenni, ben sapendo che la nostra unione sarebbe stata indissolubile. Condividiamo inoltre un’infinità di hobby. In particolare, fin dalla nostra infanzia, abbiamo mosso i nostri passi a ritmo di tango. E’ proprio durante uno dei nostri appassionati allenamenti che ho scoperto di amarlo. Che Dio mi perdoni, ma sa bene che questa sensuale melodia è tutt’ora fonte principale dei miei pensieri impuri. O, forse, dovrei dire era. Ammetto di avere le idee molto confuse. Certo la birra non aiuta un’astemia ad essere lucida, ma infonde l’ardire di rivelare l’incredibile. E comunque sono abbastanza sobria da riuscire ad esprimermi in modo comprensibile.

    E così Diego non s’è accorto del mio odio. A dire il vero non credo che avrebbe potuto aiutarmi, dato che nemmeno le mie infinite preghiere all’Altissimo sono servite. Evidentemente, l’Onnipotente ha un disegno diverso per me. Potrebbe forse sembrare dalle mie parole che il bersaglio della mia malvagità sia proprio il mio povero marito. Nulla è però più lontano dal vero. Lo amo ogni giorno più profondamente. Devo ammettere che anch’io fui portata a credere che fosse lui la vittima delle mie morbosità. Il passare del tempo, però, rese sempre più nitido il ferale disegno. Iniziai prima di tutto ad identificare i miei sentimenti. La mia consapevolezza era tanto più forte quanto più cresceva la mia ferocia. E lo stupore fu enorme quando capii chi volevo morto.

    Ricordo quel pomeriggio come se lo stessi vivendo adesso. Ero appena rincasata dalla mensa dei poveri. Le mie indegne mani avevano servito il pranzo a degli innocenti, tentando forse di redimersi in anticipo da ciò che stavo per realizzare. Esageratamente stanca per quella mattinata all’insegna dell’ordinarietà, cercai conforto sulla poltrona in salotto. Ricordo di aver lottato per non assopirmi, tale la mia spossatezza. D’un tratto, però, i miei occhi incrociarono qualcosa che destò la mia attenzione. Era lì, proprio di fianco a me, sul tavolino, adagiata sul centrino ricamato dalla nonna. La presi in mano e l’osservai lungamente: era stata scattata diversi anni fa, ma il tempo non l’aveva minimamente intaccata. La foto ritraeva un falò in riva al mare, al calar della sera. Sorridenti e divertiti, due bambini abbracciavano i loro genitori intorno al fuoco. Quanti ricordi! Ora mamma e papà non c’erano più, entrambi morti prematuramente in un incidente stradale, un anno prima del mio matrimonio. Forse, proprio la loro tragica fine, che lasciò me e Giulio – mio fratello maggiore – orfani, mi spinse a cercare di ricrearmi una famiglia con Diego. Ci saremmo sposati comunque, ma di certo anticipammo le nostre più rosee previsioni, con la benedizione di Giulio, che vedeva in Diego la protezione di cui tanto necessitavo. Chissà come sarebbero stati felici i miei vecchi di vedermi in abito bianco... Mamma avrebbe versato fiumi di lacrime! Ma ciò che avrebbe loro riempito il cuore sarebbe stato l’abbraccio dei nipotini che, invece, non avrebbero mai conosciuto. E fu allora che capii definitivamente.

    L’odio mi pervase nuovamente, mentre le mie mani accartocciavano quella foto resistita al tempo fino ad allora. Anche questa volta sbagliereste a credere che mi riferisca ai miei genitori, oppure a Giulio. Mi scoprii malignamente felice che mamma e papà fossero morti senza vedere i miei figli. E allora compresi la più orribile delle aberazioni possibili: avrei tanto voluto che i miei gemelli, Sara e Mario, non fossero mai stati concepiti! Una madre che non è degna di chiamarsi in tal modo, ecco cosa sono! Paradossalmente mi rendo conto che è proprio l’amore per i miei cari che mi spinge ad odiarli. Per quanto mi concede l’alcool tenterò di spiegare ciò che è difficile comprendere anche nel pieno delle proprie facoltà.

    Sono colma d’amore e di superbia. E’ patetico dire che il mio odio viene dall’amore... Sono doppiamente colpevole solo per aver osato questo gioco di parole. Ma, ecco, mi chiedo se i miei due bambini siano degni. Di me, ma soprattutto di Diego. Se questo sia il massimo a cui potevamo aspirare. Forse anche voi lettori iniziate a capire. Francamente mi sembra impossibile che, fra i miliardi di combinazioni possibili, Sara e Mario siano il meglio ottenibile dal nostro amore. Non fraintendetemi: non abbiamo mai fatto uso di contraccettivi. Ripeto che siamo molto cristiani. Loro due sono gli unici frutti del nostro albero. Ma ciò a cui mi riferisco sta alle radici della genetica, nell’atto stesso del concepimento. L’idea che quell’amplesso potesse generare due combinazioni migliori... Per la serie è impossibile vincere alla lotteria. Li odio alla follia, perché non saranno mai come nemmeno posso immaginare. Perché non sono altro che due numeri perdenti, e deluderanno i figli che avrebbero potuto stare al loro posto. Come un passo sbagliato nel tango della vita. Se sei fortunato nessuno lo noterà, ma avrai il rimorso di aver rovinato la melodia per l’eternità. E, comunque, il tuo compagno saprà. Forse il suo sguardo non ti tormenterà, ma il riverbero dell’errore ricade sulla coppia. Ecco perchè i miei figli devono morire. Devono sparire come fossero stati un incubo, ed è compito della madre togliere la luce così come darla.


    Queste pagine saranno per sempre le uniche testimoni del mio tango sbagliato, perché neanche il mio compagno si possa mai accorgere dell’errore. Perché io sia la sola a pagare, loro moriranno. Domani, al calar della sera, come in quel falò intorno al fuoco, Sara e Mario saranno solo un ricordo accartocciato. Come quella foto. Scompariranno prima ancora d’essere apparsi, prima di poter venire chiamati per nome dal loro padre, che non sa neanche che sono incinta. Domani sarò madre di un aborto.