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Autore

Antonello Celentano

in archivio dal 29 giu 2013

29 dicembre 1991, Salerno - Italia

29 giugno 2013 alle ore 18:31

Ti prego, guardami.

Il racconto

Il suo enorme sorriso mi emozionò già a venti metri di distanza.Era incredibile come una persona così piccola potesse avere un sorriso così largo,realizzando un contrasto che diventava tanto più evidente quanto più si avvicinava.Il suo viso bianco sotto il tiepido sole di settembre appariva radioso come una lampada,e capelli castano chiaro abbracciavano suadenti quelle sue guance paffute.Fronte smisurata e occhioni enormi completavano quel dipinto meraviglioso,che sarebbe bastato a ridare speranza ad un uomo in procinto di farla finita.
Mi si piazzò davanti chiedendomi molto educatamente che classe frequentavo.
“La quinta” le risposi.
“Ah,capisco.No perché io sono nuova,e dovrei frequentare il terzo anno.Non sapresti mica indicarmi dove posso trovare la terza B?”
“Ehm…no,mi dispiace.”
Cavolo,mi chiesi come fosse possibile che io non sapessi mai niente della mia scuola,nonostante la frequentassi già da quattro anni.Pensai di essere passato per asociale,come sempre.
“Figurati,non ti preoccupare.Io a stento conoscevo la mia di classe nel vecchio istituto.”
Mentre lo diceva mi mostrò di nuovo quel sorriso,e io non potei fare a meno di chiederle se potevo aiutarla a cercare la sua classe.Non volevo già staccarmi da lei.
“Ok,grazie mille!Ah a proposito,mi presento,il mio nome è Silvia!”
E così facendo mi porse la mano,che io strinsi presentandomi a mia volta:
“Piacere,io mi chiamo Fabio!”
Trovammo quasi subito la sua classe,il che ci permise di scambiare solo poche opinioni riguardo la struttura decadente ed obsoleta della scuola.Una corrispondenza pressoché insignificante di punti di vista,eppure già avevo la sensazione di provare dell’empatia nei suoi confronti.
Quello fu il nostro primo incontro,ed ero già sicuro che quella ragazza avrebbe cambiato la mia vita.Non sapevo ancora in quale maniera,ma l’avrei scoperto molto prima di quanto pensassi.
La mia speranza di rivederla dopo la scuola si avverò.Fu proprio lei a trovarmi,nonostante fossi disperso nel fiume in piena della fine delle lezioni;sembrava l’attirassi come una calamita,malgrado ancora non sapesse praticamente niente di me.
Ci avviammo insieme alla fermata del bus,ma poi decidemmo di camminare a piedi verso le nostre rispettive abitazioni:a quanto pareva abitavamo nello stesso quartiere.
Lungo il tragitto che percorremmo assieme,ebbi modo di conoscerla meglio;avevamo un sacco di cose in comune,come l’autoironia e lo spirito dinamico.Provenivamo entrambi da famiglie umili,quindi tutti e due conoscevamo la vita di stenti e l’incombenza della fine del mese.In poche parole sapevamo cosa significava essere costretti a vivere da reietti della società,paradossalmente perché troppo umani.
Quella sera stessa ci rivedemmo.Il mio primo appuntamento,e con la ragazza perfetta.Finalmente avevo trovato un buonanima a cui sembravo piacere,anche se l’unica cosa che potevo offrirle era il mio tempo.
Ci baciammo e ci abbraciammo più volte durante quelle due ore e mezza;tutto era andato splendidamente.Solo una cosa mi lasciò perplesso:la sua incapacità di mantenere il contatto visivo con me per più di qualche secondo.Tuttavia quel dettaglio,immerso in quella situazione apparentemente perfetta,mi sembrò di scarsa importanza.Me ne dimenticai,evitando di analizzare la cosa più lucidamente;quel fatale errore mi sarebbe costato caro.
L’appuntamento all’entrata e all’uscita della scuola era diventato fisso.Lei sorrideva,mi guardava per qualche secondo,e poi abbassava lo sguardo.Non so perché,ma più ripeteva questo comportamento,più io mi innamoravo.
In quei giorni però lessi un articolo sul web che mi turbò:praticamente sosteneva che un colosso giapponese della robotica stesse lavorando ad un progetto sulla possibilità di sostituire esseri umani con macchine dalle identiche sembianze,per conto del governo americano.Fra tutti quei dettagli tecnici ciò che attirò di più la mia attenzione fu che,a prima vista,l’unico segno distintivo che tali macchine possedevano rispetto alle persone era l’incapacità di sbattere le palpebre.Questo mi fece immediatamente pensare a Silvia e alla sua tendenza ad abbassare subito lo sguardo quando tentavo di guardarla negli occhi.
E’ ridicolo,pensai.
Silvia non può essere un robot!
E’ troppo reale….
Avevo letto di una scoperta che comportava implicazioni importantissime nella vita di tutti i giorni,eppure non mi riusciva altro che pensare a Silvia.Alla possibilità che mi avesse ingannato.Alla possibilità che non fosse quello che sembrava.
Mi sentivo come si potrebbe sentire uno squalo alla ricerca di cibo che improvvisamente si ritrova a nuotare in un mare completamente colorato di giallo:il mondo che lo circondava era inaspettatamente cambiato,ma nella sua mente c’era spazio esclusivamente per un egoistico pensiero.
In ogni caso mi sarebbe bastato poco per rendere chiara la faccenda.Avrei parlato con la diretta interessata,che mi avrebbe dato prova della sua essenza umana.
Il giorno dopo,al ritorno da scuola,mentre camminiamo mi fermai di colpo:
“Silvia,ho bisogno che tu mi guardi negli occhi.”
Lei come di routine mi guarda solo per qualche istante.
“Non basta.Ho bisogno di guardarti negli occhi almeno finchè non sbatti le palpebre.”
“Ma che ti prende Fabio?C’è qualcosa che non va?”
“C’è che ho bisogno di sapere se sei un robot o meno.”
“Ma smettila,non dire assurdità,certo che non sono un robot!”
A quel punto Silvia stava cominciando a dare segno di sentirsi particolarmente a disagio.Era arrivato il momento di chiarire quella storia una volta per tutte.
“Allora guardami fissa negli occhi finchè non ne avrò la prova!”
Lei continuava ad esitare,quindi presi coraggio e la spinsi contro il muro della casa vicino alla quale stavamo parlando.Le presi il viso fra le mani,e cominciai a guardarla.
Dei ragazzi che camminavano dall’altra parte della strada mi urlarono ironicamente di darmi una mossa a saltarle addosso.Non avrei aspettato che qualcuno me lo dicesse,se non avessi avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad una bambola.
Quella fu la prima volta,da quando l’avevo conosciuta,che riuscivo a guardarla negli occhi per più di qualche secondo.Il suo sguardo,con prontezza repentina,era sempre riuscito ad interrompere il contatto visivo prima che io potessi rendermi conto che non sbatteva le palpebre.Ma questa volta si offri per tutto il tempo necessario.
Quello di sbattere le palpebre è un bisogno fisiologico che risponde alla necessità di lubrificare gli occhi,e anche di mettere il cervello in stand-by per un momento.Ma a quanto pareva Silvia non sentiva la necessità di farlo.
Non ricordo per quanti minuti la guardai.Il suo sguardo rimase fisso tutto il tempo,come se fosse rimasta improvvisamente paralizzata.
In quella settimana di infinita spensieratezza,ero riuscito a memorizzare tutti i suoi artisti preferiti.Eppure,nonostante l’aberrazione del suo atteggiamento fosse così evidente,non avevo provveduto ad affrontare seriamente il problema con lei.Non prima che me ne fossi innamorato.
Se una ingenuità del genere fosse sfruttata su larga scala dal tiranno di turno,mi chiedo quali rischi correrebbe il libero arbitrio dell’intera umanità.
Comunque,dopo attimi di sconcerto,lei si decise a parlare:
“Come hai cominciato a sospettare che io fossi un robot?”
Il suo tono era decisamente cambiato,ma non sembrava provare alcun dispiacere o compassione per me.Piuttosto sembrava fosse semplicemente curiosa di capire come si fosse rotto il suo giocattolino.
“Ho letto un articolo in rete che parlava della scioccante possibilità che fossero stati messi in circolazione dei robot per sperimentare una loro eventuale sostituzione con esseri umani.
Questi risultavano perfetti come nostre copie,tranne per l’incapacità di utilizzare le palpebre.”
“Capisco.Non mi meraviglio che il mio atteggiamento ti abbia destato dei sospetti.Io ho fatto tutto il possibile per instaurare un rapporto con te,ed allo stesso tempo nasconderti la mia reale natura.
Ma ora che la notizia si è diffusa sul web,credo che presto verrano a ritirarmi per distruggermi:a questo punto sono una prova pericolosa.”
“Ma se sei una macchina,com’è possibile che io mi sia innamorato di te?!”
“Tutto quello che hai conosciuto di me non era altro che la programmazione di una personalità che si adattava specificamente alla tua.Un simile legame non si sarebbe mai venuto a creare con un’altra persona.In poche parole,io sono la Silvia di cui ti dovresti innamorare se la incontrassi.”
“Cosa intendi dire?”
“Io sono un prodotto omologato ad una persona realmente esistente,che chiaramente vive molto lontana da qui,perché altrimenti il progetto non sarebbe stato fattibile.In un certo senso l’esperimento è riuscito,perché sono stata addirittura capace di farti provare dei sentimenti per me.Ma una cosa del genere non sarebbe stata possibile con qualcun altro.
Diciamo che io sono adatta a te come un enzima lo è con il suo substrato;non esistono altre combinazioni possibili.”
L’enzima di solito è una proteina che ha lo scopo di catalizzare,cioè velocizzare,reazioni biologiche attraverso l’interazione con il substrato delle stesse (la molecola o le molecole che partecipano alle reazioni).Questa interazione viene illustrata attraverso il modello chiave-serratura,per cui l’enzima avrebbe una forma esattamente complementare al substrato,realizzando un incastro perfetto.
Un po’ tecnico da usare come paragone,mi dissi.Tra l’altro non si sprecò neanche a chiedermi se sapessi di cosa parlava,la qual cosa mi fece pensare che si fosse informata su di me prima di conoscermi,non avendole io mai dato segno di essere informato sull’argomento.
Il mio cuore era stato usato come una vera e propria cavia da laboratorio,cadendo in una trappola premeditata apposta per lui.
“Quindi se io conoscessi la persona da cui sei stata programmata,questa si innamorerebbe di me?”
“Molto probabilmente.Ma non posso affermarlo con certezza;troppe nuove variabili entrerebbero in gioco nelle condizioni iniziali del vostro incontro rispetto al nostro,per poter prevedere cosa accadrebbe.
Per quanto possa sembrare scontato il risultato finale,non si può fare una previsione sicura a lungo termine su una vostra eventuale conoscenza:lo afferma la teoria del caos.”
“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.”
“Bravo,hai afferrato il concetto.Questa citazione cinematografica prende spunto dalla locuzione Effetto farfalla,la quale racchiude in sé l’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema, presente nella teoria del caos.”
“Ma adesso la vera Silvia dove si trova?”
“Questo immagino di potertelo dire,visto che a breve verrò smantellata.Ti anticipo comunque che i miei dati su di lei risalgono a cinque anni fa.Per quello che ne so,potrebbe anche essere morta.”
Non potevo sbagliarmi,quella era proprio lei;tutto il suo splendore appariva evidente anche da quella distanza.Perfino irresistibili lati della personalità come l’insicurezza e la sensibilità d’animo.
Si trovava in un quadro vivente di felicità abbastanza inequivocabile.Lo sfondo era un’anonima casa immersa nella campagna,e assieme a lei c’era un uomo.
Non visualizzai bene i dettagli della scena,perché scappai quasi subito in lacrime.Sarebbe stato troppo amaro e doloroso rimanere ad osservare la scena;un atto autolesionista.
Non ci sarebbe potuto essere posto per me nel suo cuore;oramai aveva già una vita bellissima;oramai era già diventata una stella nel cielo di qualcun’altro.
Ero disperato.Non sapevo dove fuggire.Improvvisamente tutto ciò che mi circondava sembrava familiare,nonostante mi trovassi in un luogo che non mi apparteneva.Forse nessun luogo avrei voluto che mi appartenesse più,se non fossi stato rinchiuso nei miei limiti fisici.
Avrei voluto sublimare e disperdermi nell’atmosfera;viaggiare indefinitamente attraverso le correnti d’aria senza mai fermarmi;perdere ogni legame con la terra e i suoi ricordi.

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