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in archivio dal 07 dic 2005

Antonio Sammaritano

03 aprile 1960, Mazara Del Vallo (TP) - Italia
Mi descrivo così: Amore per la pittura la letteratura e i libri. Nel 2005 ha stampato, autofinanziandola e in forma inedita, la prima raccolta di poesie curandone anche la grafica: 20 copie per gli amici. 

elementi per pagina
  • 16 gennaio 2013 alle ore 17:22
    GUERRIERO

    Quando il guerriero ritornò
    trovò soltanto tracce sull’acciaio;
    li ripose nell’urna dei ricordi
    con cui ogni sera si tagliò le vene.
    La zia vecchia, unica rimasta,
    attendeva ancora la chiave dal marito;
    a menadito contava le scopate,
    quelle perdute in centosei stagioni
    mentre il suo teschio inveiva al sole…
    Il guerriero sciolse il suo cavallo
    indifferente al tutto.
    Vestito a lutto, piano si convinse,
    che la moglie trovò la soluzione
    per non cadere nel vuoto e dare il suo
    alle sue poche stagioni ancora in fiore.
    S’immerse il guerriero nudo
    nell’acqua putrida dell’infelicità,
    coperta di fiocchi d’immensa solitudine
    e compassione di lui ebbe la morte.
    Vagò per ere senza mai cambiarsi,
    tra scorciatoie che non portano a nulla:
    sulla neve e la rovente sabbia,
    donando giorni ancor più dolorosi
    a un’innocente bionda di taverna.
    La lanterna del filosofo sovvenne
    una sera, sul ciglio del burrone,
    ove un coglione si buttò di sotto
    con mezzo cappotto e la divisa intera.
    Il guerriero cercò un po’ di forze
    ai confini dei mari e delle terre
    iniziando il conflitto, quello vero,
    quello che fa la storia d’ogni uomo.
    Puoi perdere ma morire in pace
    o vincere te stesso e con ragione
    vedere crescere a ritroso tutto:
    la solitudine coi suoi fiocchi amari,
    il falso colore dell’infelicità
    e il dolce dell’avaro traditore…
    Al chiaro di luglio un cavallo noncurante
    guarda i delfini liberi nel cielo
    e le rondini librarsi nei fondali.

     
  • 14 agosto 2012 alle ore 10:37
    Kaos

    Vecchi prepotenti a vivere,
    scansano la morte,ultima sconfitta tra le mille
    e vorrebbero inchinarsi nel contempo.
    I tarocchi non furono mai letti
    per nostra sfortuna o per ventura.
    Allora cerchiamo in  noi
    qualcosa di noi stessi
    da raccontare senza rattristare
    chi finge di ascoltarci e non caviamo nulla.
    Il sogno sta per finire
    e questo ci disarma e ci mortifica;
    ma tutto è equo, in apparenza tardi…
    Le anime cominciano a detergersi
    anche a rate….
    E si prega per quel che può servire,
    a capire che non esiste anima più sporca
    di chi non ha fatto nulla per sporcarla.

     
  • 08 giugno 2012 alle ore 10:24
    Povertà

    Mangiano promesse sullo scranno;
    dessert dei quali prevale il più pesante.
    Adula i potenti e rinnega il simile.
    Il moccolo garantisca agli scartati
    solo un’altra ora per recarsi altrove.
    Solo un nichilista sogna e rimane
    sull’ultima pietra ove è avvolto
    dall’eterna luce.
    Il nichilista scorre i disperati,
    intatti per miseria e fervidi pianti,
    facce stordite e pallide la sera
    a cercare risposte per la prole.

     
  • 17 marzo 2012 alle ore 3:23
    Credevo di non trovarti più

    E io che credevo di non trovarti più
    nel posto uguale,
    a odorar qualcosa che non so.
    Sale e riempie il cuore sempre il dubbio
    che una stella non è la stessa a un'altra,
    ma stavolta lo lascerò da parte,
    chè tutto o niente vede il suo traguardo.
    Rivolgo lontano, senza senso,
    un appassito sguardo
    e luci di gioventù la sera accendo.
    Se questa donna è l'ultimo tramonto,
    mi genufletto al tempo,
    al mio essere strano,
    a quel che lontano sembra e non lo è:
    tanto rivedersi ancora poco costa
    per la domanda rigida e severa,
    forse scontata, come una prostituta d'alto borgo
    che l'eterno pone al folle ed al poeta.
    ...E io credevo di non trovarti più.

     
  • 17 marzo 2012 alle ore 3:18
    Tristezze d'agosto

    Non vi sono ombre o chiari di luna
    che possono attenuare le vecchie tristezze
    dal viso strano di lieti bambini...
    E lune d’agosto ti affiancano a soffrire
    E poi addolcire il cielo che si ha dentro...
    Il grillo stanotte non m’infastidisce
    non mi stupisce se accarezzo il gatto
    respinto da tutti gli animi occupati
    a consumare le ultime energie
    prime delle vie riprendere e tornare
    a impallidirsi senza batter ciglio.
    Volevo vedere oltre quel bagliore
    La vera sagoma di questa argentea sfera;
    se mi nasconde qualcosa di più vasto,
    anche nefasto ma d’accarezzare.
    Chiudo quel libro che parla di un amore
    Finito male e male iniziato;
    ma almeno è esistita la sua storia
    che scorgo appena in questa dolce luna.

     
  • 17 marzo 2012 alle ore 3:15
    Monte senza nome

    Dalla cima del monte senza nome,
    ché un nome gli è stato risparmiato,
    scolpisco l’opera della mia esistenza:
    almeno in parte...
    Ho capito e non ho capito
    come l’artigiano che ha dieci figli,
    con un lavoro mal retribuito,
    vorrebbe, la sera, il sangue che ha versato
    rimetterlo al suo posto
    fare l’amore guardando nella moglie
    quell’unico amore che ha sposato...
    Come il falco dalla spezzata ala
    aspettare la volpe per l’ultima battaglia
    e morire all'oscuro d’aver vinto...
    Non vedo luce nel sole che m’acceca:
    solo te , granitica silhouette della memoria;
    mi abbagli , te ne vai eppure resti.
    Sono questi quei fiori che mangiammo
    nei prati della nostra gioventù;
    Ecco perché mai più udrai lamenti...
    Anche se li trasformerai in omaggi
    per seguire la corrente senza stare in coda.
    Anche se sai che il feretro bugiardo
    cadaveri non serba.
    Diverranno frutti d’una attesa
    mangiandone uno
    per il tuo quotidiano passo a ritroso?
    Può darsi , tu non mi stupisci
    e mai mi stupirai nello stupirmi.
    Se dovessi cadere un’altra volta,
    prendi il bastone, quello di ciliegio
    e fanne privilegio solo tu.
    Tienilo stretto per incamminarti
    pian piano, senza farti male
    in quel sentiero del monte senza nome;
    se mai mi troverai al nostro posto,
    guardati intorno e togli quei sassi,
    scopri il mio corpo predatore
    di sé stesso ma anche di te,
    senza paura di espormi al sole
    insieme al nostro amore devastato
    da un errore dalle spore velenose,
    per scacciar via la lunga solitudine
    che, tutto sommato, non si può misurare.
    Otto parole scandisce l’imbrunire:
    quelle parole ... e tu ridevi sempre...
    Tinta che non sbiadisce
    riccioli senza fine.

     
  • L'ombra è sempre qualcosa
    che da qualcosa nasce:
    non è invidiosa
    e non mi stupisce;
    se la rifletti in uno specchio d’acqua,
    prendi un secchio inutile
    d’una tintura antica.
    La dipingi anche a denti stretti
    o perlomeno tenti…
    Se venti sbriciolano quelle,
    una sola dà ancora vita all’altra
    e germogliano miracoli coi sensi:
    con i miei sensi e null’altra cosa.
    Diventano angoli,
    diventano sapori,
    diventano amori,
    allo stesso modo.
    Se volpe nasce da tigre
    pigre sarebbero le mie idee
    e il rifiuto a mostruosità:
    l’abominio sarebbe il non amarle.
    Potrei averle insieme?
    Sentire simili odori?
    Lacerarmi in due di sesso
    per dar loro e avere loro
    davanti uno specchio
    che ne rispecchia una?
    Vestirmi di pregresso e di futuro
    anche se dovessi morire contro un muro?
    L’incognita poco m’interessa
    come un ombrello a metà di luglio…
    Se mi sbaglio , saranno loro a dirlo,
    o possono tacere quello che con loro,
    dovranno forse un giorno seppellire.
    Oppur lasciarsi andare
    mostrandomi medesimi risvolti
    nelle reali vesti del piacere.

     
  • 20 ottobre 2008
    Tenebre e Amore

    Tenebre si appoggiano
    sul nero fiore
    della malinconia.
    Farfalle maledette
    che ci danno amore.
    Le vie deserte
    sono le nostre vene.
    Un pene e una vagina
    che miscelano colori
    sono lo stesso…
    e l’amore è lo stesso.
    Come il sangue che un imbuto
    guida al nostro essere.

     

    Per Giusy e Sara

     
  • 09 luglio 2008
    Sei bellissima

    Bellissima: ridi oltre la siepe cristallina.
    Dolente spesso è questa mia nota
    ma te, ignota, t’avvicino e siedo.
    Schiudi le mani a quel po’ di cibo
    messo da parte di nascosto
    e riposto nella tua sacca rammendata:
    smagliata, forse, da canoni e parvenze
    giochi di gioventù degli anni tuoi
    gioghi di buoi su terra delle sciare
    vorresti zavorrare con coriandoli
    gettandoli in oceani conosciuti.
    Il lupo che accarezzi ti comprende,
    non si sorprende ché il suo silenzio imposto
    picchia selvaggiamente il tuo parlare.
    E sei bellissima
    quando gli fai ammirare
    una maglia leggera anche al colore
    come se umano fosse.
    Guarda i tuoi occhi e la tua bocca:
    sai che non t’ama invano…
    Adesso devi andare, sole nascosto
    da un’innocente ed ignara nube.
    Ti guarda dimesso e torna alla sua tana
    per non spartire il suo eterno pianto.
    Bellissima ti giri e t’allontani
    e più pesanti le tue mani senti;
    un pezzo d’oro in quel anulare,
    prima dell’alba tornerà a cantare.
    Negli inverni, nel letto o sul divano,
    se la tempesta t’ha impedito il bosco,
    lo penserai con la pavida ansia
    mettendo una postilla a una poesia.
    Tu,quella via, tanto la conosci;
    sai che puoi scovarlo quando vuoi
    ché è morte certa e anima randagia.
    Dei tuoi sorrisi e dei suoi bocconi
    adesso non potete farne a meno…
    Nel sereno, danzerai con lui
    bisbigliando di cose da venire,
    di immense stupidate
    acclamate dal volo dell’airone:
    alla quinta stagione voi darete il nome.

     
  • 30 giugno 2008
    La seduzione del vento

    Quando la primavera giura il suo ritorno,
    il mare sembra un bimbo appena nato
    che profuma di colonia e d’innocenza
    e, ogni tanto, regala il suo vagito.
    Di una donna rivolta verso esso,
    guardavo i capelli
    che ad un garbato vento
    si concedevano come nude linfe.
    S’inarcavano lievi al loro amante
    tornando giù senza fare sosta.
    Lei contemplava la pelle del mare
    senza sapere d’essere dipinta.
    Cedette al sonno, con l’ultima boccata,
    si strinse al golf forse troppo largo
    o troppo stretto per viverci da sola.
    Le nostre distanze furono sottili
    e del suo volto evitai lo sguardo.
    Facile dimenticar solo un dettaglio
    ma mai un fermaglio che incatena dee.

     
  • 20 giugno 2008
    Notte

    Notte,
    sei sempre nel mio cuore
    ad avvolgere con le maculate braccia
    la solitudine, a offuscarmi il sole.
    Ti spogli al tramonto,
    ricompari tangibile fantasma.
    Convinta che io ti odi come lei,
    nella mia foggia chi lo può gridare
    che invece vi amo?
    Voi non mi ascoltate;
    dovete creare altrove i vostri amori,
    unicamente per  non dimenticarmi.
    Io farò guardia sui vostri dolori,
    che sotto il mio guanciale
    dormono sereni.

     
  • 19 maggio 2008
    Mi chiamava Byron

    Follia , erotismo , arte, rogo, seduzione.
    Voli iperbolici del dna 
    Di vagabonde combinazioni.
    Odori , orgasmi, versi, disillusioni.
    Tra cellule morte
    ci faremo spazio
    e seguiremo  un intreccio di note senza fine.
    Berremo dai nostri
    calici insulsi
    perché cosi ci piace.
    E, quando ogni cosa tace,
    da te
    artefice delle virtù infeconde,
    tra lenzuola di seta senza colore
    o tra cartoni, mi sparirai
    senza un domani
    per un altro Byron
    con mille devozioni.

     
  • 30 aprile 2007
    Insegnami

    Insegnami ape della tua fatica
    e dare del tuo dolce, della vita.
    Dono per gli altri
    che ti ricorderanno
    nella carestia dei morti affetti.
    Insegnami formica la lungimiranza
    e tu incisore qualcosa da inventare;
    vicende da narrare a poco prezzo
    o il vezzo d’una ennesima poesia…
    Dar tutto via in una bancarella,
    compreso il  filo che mi tiene al fato.
    Distanza incerta fino all’altro capo,
    ove scoprire se lega un altro polso
    oppure un masso
    con sopra un gran bel teschio.

     
  • 30 aprile 2007
    E non ci penso più

    Stasera, amico mio , vorrei scendere qui.
    Leggermi tutto intero il marciapiedi
    sporco di merde in foto di partiti,
    ad una ad una raccolte da Gilbert.
    Ci farà un fuoco o chissà che altro.
    Ma le userà di certo al modo giusto.
    La mia Gauloises tra poco finirà;
    al bar che non ha mai avuto un nome,
    vuoto come sempre già a quest’ora
    come il bicchiere d’anisette dimenticato.
    Lo specchio dietro il banco è tutto mio:
    non sono male e leggo senza occhiali.
    Ed il caffè che sanno come fare
    con quel che resta di false primavere,
    Lo bevo e poi sorrido a Dylan Dog.
    La chiave che ha milioni di mandate
    come le stelle su cui mi hanno truffato,
    prese senza chiedere o bussare
    come si fa con sottratte primavere.
    Ma da stasera mangio e non ci penso più.

     
  • 02 aprile 2007
    A Saffo

    Pioggia caparbia, lacrime e fantasma
    vita morente di terra generosa
    Poggia la calda mano
    sul dorso della mia.
    Dammi la via perduta,
    le sagge logiche
    o nebbiose che senza meta
    amasti per amore.
    Quello che era informe
    tra flutti cinerei
    Modellato dal tuo corpo e dal tuo stilo
    Navigherà in eterno
    come un tributo monco
    Su acque di velluto:
    un tronco che aspetta la risacca.
    Visita un sogno che da tanto è vuoto
    Un nuoto con te nel delta di Afrodite
    e nel goderci, godere dei tuoi carmi.
    Dammi il tuo coraggio e la tua astuzia
    per il dolore di affrontar dolori
    fare di loro sale per capre o Poseidone.
    Dammi i tuoi occhi
    di mandorle e di miele,
    dammi la libertà
    costata al tuo intelletto
    per vedere ogni cosa che hai veduto.
    Fammi distruggere tutte le tue pene
    e tu le mie e renderli obolòi:
    darti le amate donne
    e i loro umidi frutti
    ma stammi in eterno accanto
    con Clara, Clèide e Giulia a Metilène.

     
  • 23 marzo 2007
    Alla luna

    Luna, cosa t’hanno fatto…
    Bandiere e orme
    appena fossi un clown.
    Hanno rubato sabbia, sassi e sogni;
    potevano, in gabbia , adesso in uno zoo,
    o accanto ad un falò senza il tuo cielo.

     

    Un tempo nutrice dolce degli artisti,
    mammelle colme di versi e di leggende:
    orride, piccanti e misteriose,
    specchio di donne, bagliori di bellezze.

     

    E come tale riscaldi a modo tuo.
    Dispensi lacrime e partorisci amori
    colori gli iridi di chi ti sa guardare…

     

    Ciascuno col suo nodo al fazzoletto,
    per ricordare cosa t’hanno fatto.

     
  • 12 marzo 2007
    Noi forgiamo versi

    Noi forgiamo versi col nobile metallo.
    Col cristallo bagnato dalla pioggia
    col sole e la luna dell’estate.
    Mettiamo l’incudine sul tempo
    Ed il martello nell’ utero dell’anima.
    Noi forgiamo versi, poeti nefasti e puttanieri.
    Liberi da sguardi disdegnati
    salutiamo col medio ben eretto.
    Ma esistiamo per  questo: lacrime e sorrisi,
    follie e saggezze in scatole cinesi.
    Tenerezze di bordelli improvvisati
    e sofferenze che  stringono la gola…
    Una rara frottola, mille perplesse verità.

     
  • 12 marzo 2007
    A Carlo

    Quando ti invitai l’ultima volta
    Mi dicesti una bugia:
    nel tuo cuore forse troppo grande
    non riuscisti a metterci un buon filtro.
    E vi entrò anche quella:
    vi entrò la tua filosofia, la tua follia.
    Le evanescenti, imposte compagnie,
    che tua moglie raccattava
    dai cimiteri falsi o veri.
    Erano prive di odore prive di peso
    e tu nel vederti non ti odiavi offeso
    anzi ora ti piaci anche
    mentre, come un ingordo,
    sei diventato obeso.
    Guardi i gerani che non vengono bene,
    i pini che crescono storti
    e guardano te i tuoi figli, e le vostre scene.
    Stai per morire in bilico,
    come chi non ha partito:
    segue il soffiare del vento,
    e chi non lo chiama.
    Sei come quella puttana che conoscevamo.
    Come quell’aquilone della tua figliola
    che quando le volò lontano pianse inudita.
    Ora ridotto a brandelli,
    o forse neanche a quelli.

     
  • 09 febbraio 2007
    Una fiaba in una poesia

    All'inizio dell'ultima lezione, tu lo sposerai.
    Ha disegnato segreti e ali sul tuo corpo
    che non permetterà a nessuno di tranciare:
    gelarli coi tuoi dolci e coi tuoi amari.
    Dovranno condurti dentro una leggenda
    dove offrirai le labbra a un freddo rospo
    solo se sai che poi non si trasforma:
    Ma i suoi sorsi e il suo gracidio
    saranno il velo sacro sopra un'orma:
    un unico tatuaggio che non dai a vedere.
    Potrai spogliarti del resto del vestito
    e non tornare da questa tua leggenda
    senza recinti e un piccolo dolore
    se, fuori dal chiostro, saranno un po' scontenti
    perché quel rospo non lo vuoi cambiare;
    che ti può dare nulla più di tanto
    e oltre misura va solo nel tuo mare.
    Terminerai la sua ultima lezione
    nelle città più splendide forgiate.
    Nessuno imparerà e mentirai
    l'ultima volta per non farlo dolère .
    Lo farai e avrai da lui anche la voce
    che vuole udire dirti: "Solo con te sto in pace".

     
  • 01 febbraio 2007
    Minù

    Tu non sei buona , Minù: come sei cattiva…
    Hai osato del toccato un po’ di più.
    Sei una predatrice alla deriva
    balìa di ratti enormi, e niente di più.
    Quanti cuccioli tuoi, sepolti, sono al sicuro
    Nell’increduto mondo dei tuoi avi?
    Mangi da tempo sempre meno,
    e Clara e Giulia, donne, vengono di rado.
    E’ primavera Minù e sai che questa notte
    al “Grigio” o a qualunque altro…
    E i feromoni sazi si addormenteranno
    come te, col ventre che trabocca
    di vita e di dolore
    che non sai a chi tocca.
    Resti per ore vicino al grattatoio
    da tanto, immobile, sotto le tue unghie.
    Come un tacito accordo, le tue fusa
    puntuali alle carezze le archiviamo.
    Sai che ti guardo e so che fai lo stesso.
    Ma adesso lo facciamo di nascosto
    per non vederci vecchi
    e scrivere col gesso.

     
  • 03 gennaio 2007
    Il tempo inconiugato

    Ho camminato sui sassi levigati:
    dopo due passi acuminati vetri.
    Ne valesse la pena potrei anche ferirmi;
    ghermirmi dal lontano e ritornare.
    Ma il moto ondoso della malinconia
    pietoso, a volte, mi cela il suo confine.
    Un monte avvolto dalla dura nebbia
    ove spicca la vetta un pò sorniona…
    Ho camminato su vetri levigati:
    dopo due passi, sassi acuminati…
    Ne valesse la pena potrei anche fermarmi.
    Ma il moto ondoso della malinconia
    tutto sommato non è quello che sembra.
    come una dura nebbia di zucchero filato.

     
  • 22 dicembre 2006
    A Giuni Russo

    È cosi la Trinacria ma lo sai :
    donna costretta ad un marciapiede
    porta via anche le anime più bianche e tra le mani, come tu dicesti,
    le chiama al suo sorriso misto, al pianto
    e te al silenzio che di più t’ascolta.
    Dicesti tanto, tra riccioli e limoni
    toccando canzoni, anche le più brutte che la tua voce nata da una fiaba
    rendeva mito e tu dolce sirena.
    Per me, soltanto, ogni sera canti
    solo, per i rari uomini del sole
    quelli che sai d’ogni loro storia
    di solitudini sparse e di grovigli
    che un cannolo, un caffè corretto
    prelude un letto e anche un po’ d’oblio.
    Stonati ti accompagnano e sorridi
    che non li lasci lasciandoli cantare:
    sono bambini tuoi di quell’estate al mare.

     
  • 07 dicembre 2006
    Per Carmela

    Spazza lo scirocco l’ultimo ombrellone.
    Gli amici scroccati e con la patente
    devono tornare tutti alla lezione.
    Ma tu sei bella e c’è sempre un deficiente.

    Racconti storie calde come il pane
    meno credibili dei tuoi decolleté.
    Guardi i tuoi stivali ed il tuo cane
    indolente obbligato: uno specchio di te.


    Fumi la libidine per “ovvia” dedizione,
    di starcene nudi sulle tombe delle spie,
    sul sentito dire di queste curve zie,
    che tutto appresero tranne una canzone.

    Guardo i tuoi riccioli, guardo il tuo momento.
    La tua pretesa d’usare un solo unguento
    per le nostre ferite molto differenti…
    mi sorprendo a vederti mentre affili denti.

     
  • 01 dicembre 2006
    Gli artisti grandi

    Gli artisti grandi non si specchiano mai:


    Sarebbe una fine peggiore di narciso.


    Sette collane e quindici tatuaggi


    E un falso nome preso giù al mercato.


    Tutto va sporcato con versi senza rime:


    Le prime vittime di polvere e di ragni.


    Non c’è più donna che non sia puttana


    E ogni natale ormai è un vespasiano…


    O qualcos’altro ancora più negletto


    Da rendere il poeta raro e maledetto.


    Quelli sotto l’olimpo sbalorditi,


    Che scrivono ancora col profumo antico


    Non sanno se nascondersi e sparire


    Coi loro versi sobri da inghiottire.

     
  • 18 novembre 2006
    Onda

    Onda che tra mille sei una soltanto
    culli come una madre , che spesso nega il seno,
    belli e immortali come le tue fragranze
    Miti , leggende e mostri, tributi d’anime,
    foto d’amori morti
    terre mai toccate e di raggiunte 
    sognate dolci ed ingoiate amare.
    Pigri gabbiani, chimici melanomi come serpenti
    facce senza nomi e nomi senza facce
    e vuoti di bottiglie che tra le chiglie
    storpiano il tuo canto;
    ma, di tanto in tanto, vomiti questa lordura 
    e  sta sicura che ti vedo diversa
    come a diversi occhi è dato poter fare.
    Scegli senza esitare a chi offre il seno
    e, al giusto momento, un arcobaleno.
    E ti dovrai nutrire senza fine
    di pasti annaffiati da un buon “tears”. 
    Ma scegli solo fiori e non lo sanno
    che nel tuo grembo non possono appassire .

     
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  • 08 giugno 2012 alle ore 10:32
    Quando il cielo si apre

    Come comincia: Ci sono paesi in cui , per un motivo o per un altro , qualche grinza riescono a farla ma quello dove Elisabetta era nata e viveva niente ; Quello era piatto come se un gigantesco ferro da stiro gli passasse continuamente sopra , tanto che anche quei pochi che ci abitavano finirono anche loro stirati e piatti , compresi quelli che ad un certo punto decisero di andarsene con l’illusione che lontano la loro vita prendesse qualche piega .
    Ad ogni buon conto anche lì ,del fenomeno della terza rivoluzione industriale e sociale si percepì , almeno l’odore;
    Tutti ebbero i loro bei cellulari , le satellitari e ovviamente i personal computer che , all’arrivo della prima bolletta telefonica , finivano tristemente a suppellettili .
    L’andare al passo con i tempi o meglio ,l’ultimo olezzo di quello d’oro fu il fenomeno “IN” delle separazioni e dei conseguenti divorzi .
    “IN” volle essere anche la madre di Elisabetta che siccome era quello che era , divorzio quando la piccola era nata da un mese ; con il tempo prima il padre poi la madre , che era quello che era , continuarono a procreare per conto proprio : tre figli ciascuno e Elisabetta ricevette soltanto come souvenir di quella breve gita con i genitori un bel diabete forse perché del tutto inconsapevoli desideravano fare in modo che quella bambina assaporasse le dolcezze della vita apprescindere dal senso del gusto … Forse .
    Di fatto i genitori di Elisabetta furono i nonni materni : due brave persone che volevano ,a modo loro , tanto bene alla nipotina e, per quello che materialmente e non , potevano fecero sempre del loro meglio per tappare quei buchi che i genitori avevano lasciato alla sua anima .
    Tuttavia non erano in grado quasi mai di vedere con gli occhi di lei e , in tal senso nessuno poteva biasimarli .
    Elisabetta questo non riuscì a comprenderlo neanche quando raggiunse l’età di 16 anni con un target di ambizioni che eccetto una , lasciava a desiderare .
    Ne derivò che venne inamidata anche lei e riparandosi con l’ombrello dalle lacrime che si versava addosso ,si mise in coda . Elisabetta viveva dei suoi DVD e dei suoi innumerevoli amori che puntualmente si trasformavano in massi che non ci avrebbero messo molto a seppellirla e le lasciava fare purché arrivava un sms banale che la seppelliva sempre più . Diverse volte Elisabetta assicurata a due corde precipitò nell’abisso della depressione e le sue due migliori amiche . Erano sempre lì sedute sull’orlo , pronte a issarla su senza mai mostrare un minimo segno di fatica . Anche loro però dovevano far fronte alle loro incombenze scolastiche che da tempo non incom. Continuarono percui , continuarono a starle addosso seppur non con la stessa frequenza di quando le scuole chiudevano i cancelli .
    Fu invece Elisabetta a stancarsi di loro : cominciò ad evitarle e quando non poteva parlava con riluttanza finché a ciascuno di loro disse , senza preamboli , che di baby setter non aveva bisogno .
    Le due rispettarono la decisione dell’amica : si alzarono dall’orlo di quel precipizio e si allontanarono senza dire nulla , senza minimamente alterare il grande e mobilissimo sentimento verso Elisabetta .
    Nelle settimane che seguirono tra un DVD e l’abbandono completo , nella mente di Elisabetta spesso pacata dall’alcool , cominciò a farsi strada , come un tarlo in una trave , la voglia di issare uno straccio bianco alla vita e chiudere quel gioco che per lei , non valeva la candela .
    Decise allora di usare come arma del proprio assassinio il diabete : la glicemia raggiunse valori stratosferici : fu un insuccesso per lei , un miracolo per i medici e un pianto liberatorio di gioia per i nonni e le sue due amiche che a sua insaputa , erano rimaste assenti da scuola una settimana per starle accanto .
    Tornata a casa quel tarlo riprese il suo cammino ed Elisabetta si sentì ancor più fallita per non esser riuscita a suicidarsi , esattamente come quel personaggio che ogni tanto , compare nel fumetto “Alan Ford “.
    Una breve pausa nella , per lei , sua ingombrante vita fu un interesse per una rivista o meglio ,per un tale che vi pubblicava degli articoli che scriveva qua e là . In giro per il mondo .
    Elisabetta mostrò sempre più interesse per lui quando fece una ricerca su internet .
    Lesse la sua biografia con attenzione e rimase stupita dal fatto che quell’uomo , diventò famoso e apprezzato , la sua povertà ,la solitudine , i dispiaceri , le ingiustizie le aveva indossate e le aveva visto indosso a tanta gente con cui si soffermava ore ad ascoltare : con lui parlavano volentieri anche coloro che nessun altro giornalista era mai riuscito ad avvicinare .
    Come facesse , fu sempre un mistero per tutti quelli che gli articoli li scrivevano per la notorietà , per compiacere qualcuno e con il sogno di un premio .
    Lui invece famoso lo divenne uguale e per i motivi opposti.
    Elisabetta come ogni donna guardo la sua foto e pensò “anche come uomo non è mica male ….potessi conoscerlo e magari lavorare per lui ….ma che dico : quello sempre in viaggio ricco …. Almeno avrà cinque segretarie …. Cinque? No dieci almeno…. Comunque io una e-mail gliela invio lo stesso “
    Le dita di Elisabetta cominciarono a muoversi con disinvoltura sulla tastiera e alla fine , venne fuori un documento di tre pagine , lo allegò e diede il comando di invio .
    I giorni passavano lenti o veloci , a seconda dal punto di vista ; da una parte passavano veloci se si innamorava e finché la cosa durava per quei venti giorni era in grado di studiare un po’ , di dare creare una mano alla nonna nelle faccende domestiche , di aspettare il sabato sera come tutte le altre e la sera andare serenamente a letto dopo l’immancabile sms di buona notte con il nuovo amore e la lettura di un’ articolo di quel tale .
    Agli inizi di un novembre il suo ragazzo con un patetico giro di parole la mollò come si mollano tutte quelle che vogliono fare sul serio .
    Per Elisabetta , prossima ai diciotto anni , significò il crollo completo .
    Superalcolici , caffè , cinque pacchetti di sigarette al giorno dovevano farcela a toglierla di mezzo per sempre cosi Elisabetta , all’insaputa dei nonni prese tutto ciò che aveva nel suo libretto di risparmio , si rifornì per quanto stimo potesse bastare per seppellirla , si tappo in casa e inizio quella dieta letale.
    Cinque giorni dopo , un pomeriggio i nonni uscirono per pregare uno psicologo di andare a visitare Elisabetta a casa . Questi , preso da una insolita commozione assicurò che sarebbe andato subito dopo le festività natalizie , “intanto “ disse “iniziamo con questa cura . Quando verrò vedremo il da farsi . “ Scrisse una lunga ricetta e rassicurando i preoccupati coniugi che sarebbe andato tutto per il meglio , li accompagnò sino all’ingresso .
    Elisabetta intanto dopo aver mangiato una mela accompagnata da due generosi whisky si era distesa sul letto a far fuori il terzo pacchetto di sigarette .
    Qualcuno suonò il campanello assieme al tono seccato del postino non la toccarono più di tanto .
    E neppure rispose .
    Sentì il fruscio di una busta che scivolava sotto la porta e il rumore di uno scooter che si allontanava e continuò a sfogliare una nuova rivista che pubblicava anche gli articoli di quel tale . Che non aveva risposto alla sua e-mail sputò addosso la sua foto e si accese un’ennesima sigaretta .
    Elisabetta poco dopo ebbe necessità di andare in bagno , a piedi nudi , lungo il breve tragitto , calpesto qualcosa . Solo allora si ricordò del fruscio e del postino .
    Prese la busta e seduta sulla tazza del water , senza aprirla , la girava e rigirava .
    Tornata in camera sua lesse il suo nome , cognome e indirizzo fedelmente riportati e si decise di aprirla dentro c’era un DVD e un biglietto : la grafia bella e curatissima ricordava quella degli amanuensi .
    “ Giovane Elisabetta ,
    Noi conosciamo la tua breve storia che non è certamente tra le più felici ; ma il punto , che ci ha fatto meditare sulla tua richiesta è il fatto che quello che tu chiedi non ci ha convinto in modo completo , soprattutto per le contraddizioni che dentro il tuo essere se prima erano in continuo litigio ora convivono pacificamente proprio come un uomo e una donna che si amano ma tu d’amore non sai nulla : questo per noi è stato un cattivo presagio astruso e contorto per potertelo spiegare . Ci consola il fatto che , agli occhi di voi umani innumerevoli cose sembrano astruse e contorte terribili e ingiuste che il più delle volte assumono umane sembianze se così non fosse credi che questi altri che al contrario hanno iniziato e concluso il tempo che gli abbiamo concesso e gli arginare il più possibile queste abominevoli cose avrebbero motivo di esistere ?
    Diciamo arginare dato che questi rari mortali sanno bene sin dall’inizio che la partita che si accingono a giocare con noi , la perdono comunque . Tuttavia lo stimolo che li fa proseguire nel gioco sta nella difficoltà in cui spesso riescono a mettersi . Cosi , alla fine , un premio viene loro concesso : che puntualmente dividono con tutti con loro che hanno affrontato nella vita terrena e anche con quelli che la partita con noi non se la sono sentita neanche d’iniziarla ; così ci è piaciuto creare il vostro mondo e voi mortali ? E cosi sarà fino a quando esisterà l’ultimo essere umano .
    Tu , Elisabetta , cosa sei ? Una che crea aberrazioni , una che cerca di arginare o una che ha rinunciato subito e vuole morire ?

    Quello che comanda tutti noi quelle rare volte , quando il cielo si apre , esaudisce le poche richieste che riescono a penetrare in questa invisibile fessura senza pensarci troppo ; con te , chi lo sa , ha voluto fare un’eccezione forse per la tua bellezza e la tua età .
    Quindi da questo momento hai un mese di tempo per pensare bene se cambiare la tua richiesta o lasciarla immutata . Dopo scrivi sul DVD quello che hai deciso rimettilo nella busta e aspetta ; qualcuno si farà vivo per ritirare il tutto .
    Naturalmente Elisabetta pensò ad uno scherzo , in quel periodo infelice delle sue amiche e non pensò niente perché male già lo stava .
    Poi tentò di aprire la custodia del DVD per vedersela fino in fondo ma non si apriva ; provò e riprovò ancora finché , perse l’ultima briciola di pazienza , lo scaraventò sul pavimento niente neanche una scalfittura . corse allora in cantina , prese un martello dalla cassetta degli attrezzi del nonno e con tutta la sua forza colpi quella custodia . Che rimase intatta come un diamante . Dentro Elisabetta adesso cominciavano a mescolarsi stupore , paura e persino dubbi sulla sua condizione mentale .
    Dalla poltrona , tra un sorso e una sigaretta continuava a guardare quella strana busta e il suo contenuto quando l’idea che c’era qualcuno che poteva darle una mano a dissipare quella matassa , la spinse a vestirsi e uscire .
    Indira guardava la busta , il DVD e insieme a Elisabetta la cui espressione di ansia le provocavano una goduria inspiegabile che prolungò finché poteva poi fece un cenno ad Elisabetta la seguì .
    Dai suoi hardware e software appariva chiaro che quella , di informatica ne sapeva parecchio .
    Si sedette passò la busta allo scanner e il DVD si connesse con alcuni siti web , confrontò , cercò e man mano la sua espressione cominciava ad assumere quella di chi qualche volta scopre i propri limiti . Da brava marcista si alzò , guardò Elisabetta ed emise il suo responso : “ ti hanno fatto uno scherzo , fatto bene , ma è solo uno scherzo ; questa è solo una busta che era in commercio negli anni sessanta … Settanta ….. Forse comunque è uno scherzo sta tranquilla . “ E del DVD : che hai trovato riguardo il DVD ? “ Chiese Elisabetta . A volte i telefoni rompono le scatole , a volte ti liberano da persone o da cose come , nello specifico ,da quella domanda Indira , che non l’aveva fatto , rispose al primo squillo : Elisabetta capì che allora che anche gli espertissimi possiedono i loro bravi confini di conoscenza fece un cenno di saluto e tornò a casa . Nella sua camera , dove cominciava a diventare (manca qualcosa ) , Elisabetta nel cassetto della sua scrivania l’insolita posta che aveva ricevuto mangiò un tramezzino e quella notte riuscì a dormire serenamente accanto la nonna che persino si commosse : nulla dell’accaduto , però , non disse nulla . In quale modo , la cura prescritta dall0 psicologo ebbe effetti sufficienti tanto che Elisabetta cominciò a mettere un po’ d’ordine nella sua vita , iniziando dalla sua camera ; volle anche mettersi a lavorare e , grazie al padre di una sua amica , venne assunta in un ristorante di una piccola isola che , d’estate , i turisti si ammassavano come in un barile di sardine sotto sale . Elisabetta si trovò bene in quel posto ; i gestori Luigi e Teresa , una coppia sui quarantacinque con un figlio disabile con il quale Elisabetta trascorreva gran parte del suo tempo libero a vedere e commentare film horror , di cui anche lui era un cultore . Dopo un mese agli inizi di luglio arrivo un pizzaiolo , Carlo , per sopportare il proprietario , considerato la clientela in notevole aumento . bastò un sorriso e un invito in discoteca a far cadere Elisabetta nella sua vorticosa convinzione dell’amore .
    Sembrava , comunque , che questa fosse la volta buona , fino a quando una sera la signora Teresa e Carlo , senza volerlo , dimostrarono a Elisabetta che esiste una cosa chiamata passione piacevole e tanto discreta da non frantumare cuori o altro , almeno , fin quando la cosa resta tra i due . Elisabetta seguì la lezione per pochi secondo poi prese il primo aliscafo e un’ora dopo era ancora a due mesi prima con un altro masso in più sopra il suo corpo . I nonni non chiesero nessuna spiegazione : sapevano che era la cosa migliore e andarono a dividersi . l’ennesimo dolore in salotto : che altro avrebbero potuto fare ?
    Elisabetta , oltre a frugare nella sua memoria , cominciò a frugare anche tra le sue cose finché non le venne tra le mani quella busta che mesi prima l’aveva sconvolta ; prese la custodia del DVD e con l’espressione di chi sa di fare qualcosa di inutile tentò di aprirla e invece questa volta ci riuscì senza alcun sforzo . Sbalordita del fatto che la cosa non l’aveva per nulla stupita estrasse il dischetto e senza esitare vi scrisse “IO VOGLIO MORIRE” . Lo ripose sulla custodia poi dentro la busta e richiuse il cassetto .
    I giorni andavano via portandosi con loro i chili , il fegato e tutto quanto Elisabetta gli offriva ben volentieri …………….  .
    Per lei teneva gelosamente le sue lacrime che osservava compiaciuta da sotto il suo splendido ombrello color vergogna .
    Nella tarda mattina , tre un Natale che i nonni si sforzarono al massimo di farlo apparire tale, e un capodanno che preludeva una copia , dalla sua camera Elisabetta senti i nonni con un tono un po’ imbarazzato usare l’italiano misto al dialetto , orrenda cosa , e la voce di un uomo che essendoci nato , da quelle parti , usava solo il dialetto .
    La ragazza apri la porta quanto bastava per vedere il visitatore e trasali : era lui , quel bastardo che non aveva risposto alla sua e-mail . Si vesti , si diede un leggero trucco a tempo di record e interruppe la già difficile conversazione facendo ingresso al salotto .
    I nonni la guardarono come fa chi viene a toglierti un riccio dal petto e insieme a lei guardarono quell’uomo semplice ,dall’indefinibile età che, inghiottito l’ultimo boccone di un dolce il quale lo portava indietro al tempo della sua mai vissuta infanzia , si alzò porgendo la mano ad Elisabetta : “ non rispondo mai con una e-mail a delle e-mail come la tua. Ecco perché sono venuto : anche per i dolci , però , mi mancavano troppo . “ I nonni sorrisero e si avviarono in cucina lasciandoli soli . “Tu non hai mai detto che sei nato in questo paese …….” Esodi Elisabetta . “Ascolta Elisabetta …” rispose l’altro eludendo la domanda . “Tu vuoi lavorare con me , viaggiare conoscere la gente e le loro storie per capire e darti delle risposte a domande che ogni giorno ti fai e nessuno in questo riesce a darti una mano . E’ cosi che mi hai scritto o sbaglio ? “ . “Si … E’ cosi “ fu la risposta lapidaria della ragazza . “Bene . Preparati perché l’antivigilia di capodanno partiamo .
    Stremo via circa un mese e al ritorno deciderai se rimanere a collaborare con me o lasciar perdere ; con i tuoi nonni ho già parlato ed è tutto a posto . Dei dettagli ne parliamo in aereo anche per distrarmi … In confidenza anche se ci sono stato parecchie volte non sono mai riuscito a vincere la paura . Per la prima volta Elisabetta riuscì a coinvolgere in un alone di difficoltà i suoi cari e per la prima volta a farli piangere per una ragione opposta a quella che di lacrime gliene aveva fatte versare a fiumi .
    “ Hai visto , amore mio ? ……….Prima o poi il cielo si apre e i nostri desideri vengono esauditi , basta chiedere e pregare .”La povera donna aveva ragione ma non sapeva che anche in questo esisteva una rigorosa graduatoria .
    Non lo sapeva , d’altronde , neanche Elisabetta che adesso poteva considerarsi la privilegiata dell’ironia della sorte .
    Nella notte del 29 Dicembre fredda e con un cielo insolitamente terso Elisabetta dopo aver controllato minuziosamente che avesse tutto a posto per la partenza si infilò la vestaglia , usci sul balcone e guardando la luna come non aveva mai fatto , accese la sigaretta . Sorseggiando , tra una boccata e un'altra , latte caldo con miele . Che trovò più buono delle unghia . Pensava continuamente alle mani bellissime , a quell’uomo tanto strano quanto affascinante . Che si era accorto di questa sua compaesana con due occhini e un volto che in quel posto non potevano rimanerci .
    Si ripromise di fargli il terzo grado ,durante il viaggio , e sorrise chinando il capo fino a poggiare la fronte sulla tazza.
    Un’auto di lusso , in quel momento di positivo abbandono della ragazza , si fermò sottocasa senza alcun rumore ,senza rompere per nulla l’incanto di quella notte . Dove l’unica ad essere distrutta fu Elisabetta : il momento in cui qualcuno sarebbe arrivato a sigillare la sua scelta era arrivato .
    Come in uno stato di trance , la ragazza prese la busta , scese e accolse l’invito dell’uomo con un impeccabile divisa d’autista a salire in auto . Dopo aver compiuto un percorso completamente sconosciuto si fermarono il tempo che davanti il cancello di una grande villa si aprisse ,ne attraversarono il lungo viale fino ad arrivare alla gradinata che conduceva all’ingresso . Qui Elisabetta venne invitata da una donna con una sorta di kaftano a scendere dall’auto e a seguirla .In un salone grande quanto un normale appartamento e arredato con uno stile sconosciuto una bellissima donna seduta dietro una scrivania scrisse di tormentare i riccioli neri che le cadevano sulle spalle , ritirò la busta dalle mani della giovane e le fece segno di sedere .
    Tirò fuori il DVD , lo guardò di sfuggita e la sua voce dolcissima finalmente ruppe quel glaciale silenzio . “vedo che nonostante il tempo che ti è stato dato per pensarci ancora non ti ha fatto cambiare idea …… La odi cosi tanto la tua vita ,Elisabetta ! Elisabetta non rispose ; troppi pensieri si accavallavano ora nella sua mente da crearle una confusione mista a terrore come mai le era successo . “so quanto è successo “ riprese la donna “ ora vorresti tornare sui tuoi passi …. Ma vedi , tu sei già stata un caso ….. come dite voi …. Posto all’attenzione .
    Ti sei mai chiesta quanti , prima di te , hanno invocato inutilmente di vivere , quanto hanno amato la vita ? Eppure le è stata tolta senza opportunità di scelta . Non pensi che ora sarebbe una grande ingiustizia verso essi concederti di porre un <non > tra <io > e <voglio >?
    Elisabetta completamente nel pallone e in un mare di lacrime , annui .
    La donna sospirò profondamente come tale era il suo sincero dispiacere e proseguì “Vorrei tanto aiutarti , tesoro , ma non posso , credimi ….. ma quello che tu hai desiderato è diventato realtà nel momento in cui hai visto giungere l’aiuto che ti ha condotta in questo posto …. Guarda tu stessa .”
    Alle spalle della donna una tenda di chiffon si apri mostrando uno schermo . La donna inserì il DVD in una fessura della scrivania e abbassò la testa che venne accolta dalle splendide mani diafane .
    Sullo schermo Elisabetta sul balcone con la sigaretta sulla sinistra e la tazza sulla destra immersa nelle proprie emozioni e il silenzio squarciato da due delinquenti che festeggiavano il nuovo anno anticipatamente con una calibro 9 sparando come in una disputa stile western .
    Passano sotto Elisabetta che sente un lieve bruciore sul solco divisorio i seni perfetti e generosi . Ha il tempo di vedere una macchia scarlatta allargarsi e poi il buio ,il gran putifarre che ne seguì , i nonni e le amiche ai quali qualcuno risparmio di aggiungere un’esponente maggiore alla loro sofferenza facendo in modo che ignorassero l’autrice di quanto era avvenuto . La madre , che era quello che era , piangeva per aver perduto la figlia maggiore o per aver saputo da poco che era in attesa del quinto .
    Solo un uomo strano , quel giornalista dall’indefinibile età capì come erano andate le cose realmente ; si allontanò con estrema discrezione e non tornò mai più a mangiare i suoi dolci preferiti , neanche quelli ormai del posto in cui era nato gli piacevano più . La donna fece uno strano gesto e lo schermo si oscurò tornando a nascondersi dietro le tende .
    Poi si alzò , girò attorno la scrivania e porse la mano a Elisabetta i cui occhini erano rimasti solo due fessure .
    Mano nella mano le due donne si avviarono per un lungo corridoio come delle pietre miliari , ogni due metri , delle scatole diverse per dimensione . Solo le prime erano aperte mentre tutte le altre , più di settanta erano ancora sigillate . “Cosa sono ?” chiese Elisabetta ; questa volta con il tono solenne che ha colui che affronta il capestro conscio della propria colpevolezza .
    “La tua vita , piccola mia , con tutti i suoi pacchi che ancora doveva offrirti e che hai rifiutato senza neanche guardarci dentro ….. Ecco cosa sono …. “ Le rispose la donna come arrabbiata .
    Alla fine del corridoio , una porta e l’ultima scatola accanto la soglia .
    Elisabetta si fermò a fissarla e la donna stringendola a sé : “aprila pure , se vuoi .”
    La ragazza non se lo fece ripetere e apri il coperchio ; sul fondo vide tre simpaticissime vecchiette che ridendo a crepapelle per una sciocchezza qualunque percorrevano un viale per raggiungere ed essere seguite , un lontano giorno , coloro che amavano .
    Elisabetta pianse le sue ultime lacrime ed attraversò la porta senza esitare . La donna si voltò e mentre tornava qualcosa brillò sulle sue guance vellutate

     
  • 03 aprile 2008
    La luna di J.

    Come comincia: Alcuni lustri fa ebbi una storia con una donna bellissima.
    Per i miei occhi, si intende ma non penso solo per i miei.
    Aveva una decina d’anni in più ma questa non è una regola e anche se lo fosse l’ho infranta insieme a lei e la infrangeremmo ancora, almeno in quel contesto.
    Non so se sia stata una storia d’amore, di passione o di entrambe le cose. All’epoca non mi posi mai questo quesito, d’altronde non sarei stato in grado di distinguere la differenza tra questi due sentimenti che comunque hanno di sicuro le loro valenze.
    Certo è che adesso, di tanto in tanto, quando faccio una capatina nel mio passato, la sua figura, che avevo quasi sfocata, mi sovviene molto più spesso e nitida come un'alba estiva.
    Mi chiedo cosa significhi questo per brevi momenti ma , in apparenza tutto finisce in un “ Sarà un tantino di malinconia dovuta alla contingenza degli eventi che hanno contornato la mia vita negli ultimi sei anni e nient’altro.”
    Riconosco però , alla lunga che non è cosi. In ogni caso non vi è alcuna differenza.
    Non posso alterare il presente né riesumare il passato.
    Ogni tanto mi succedeva di incontrarla e mi accorgevo, mentre prendevamo un caffè o un aperitivo che, nonostante il suo animo battagliero, il tempo non l’aveva risparmiata dalla sua inclemenza.
    Le ricordavo, ogni volta, una canzone che canticchiava in modo superlativo e sinceramente mi addolora non poter sentirla quando la canta ancora perchè di questo sono certo.
    Sono diversi mesi che non ci incontriamo per via del mio e del suo lavoro. Forse.
    Non so se leggerà mai queste parole perché non è assolutamente nelle mie intenzioni farglielo sapere. In effetti non è facile che ciò avvenga, anche se i misteri della vita, in quanto tali, sono imperscrutabili.
    Si tratta di “Non voglio mica la luna”di Fiordaliso di cui riporto il testo.
    Effettivamente J. , nella sua vita ha avuto dei desideri molto più modesti che possedere il nostro satellite. Seppur "piccolini" e più che legittimi, nessuno di loro si è mai avverato come esattamente i miei ma questo è un altro discorso. Un fatto di solitudini, per molti versi simili dovute a sbagliate scelte più o meno imposte e soprattutto alla mancanza di coraggio da parte sua a porvi rimedio.

     

    Vorrei due ali d’aliante
    Per volare sempre più distante
    E una baracca sul fiume
    Per pulirmi in pace le mie piume
    Un grande letto sai
    Di quelli che non si usan più
    Un giradischi rotto
    Che funzioni però
    Quando sono giù un po’.
    Non voglio mica la luna
    Chiedo soltanto di stare
    Stare in disparte a sognare
    E non stare a pensare più a te
    Non voglio mica la luna
    Chiedo soltanto un momento
    Per riscaldarmi la pelle
    Guardare le stelle
    E avere più tempo più tempo per me.
    Con gli occhi pieni di vento
    Non ci si accorge dov’è il sentimento
    Tra i nostri rami intrecciati
    Troppi inverni sono già passati
    Io vorrei defilarmi per i fatti miei
    Io saprei riposarmi ma tu
    Non cercarmi mai più.
    Non voglio mica la luna
    Chiedo soltanto di andare
    Di andare a fare l’amore
    Ma senza aspettarlo da te
    Non voglio mica la luna
    Chiedo soltanto un momento
    Per riscaldarmi la pelle guardare le stelle
    E avere più tempo più tempo per me.

     
  • Come comincia: Qualche tempo fa, pubblicai una poesia che, una volta scrissi per il mio amico Ciccio. In seguito ad un incidente con il suo amatissimo trattore è morto il primo di dicembre dopo un lungo gioco di tiro alla fune tra la morte e la vita. Forse quest'ultima,rendendosi conto che vincendo sarebbe stata meno della metà di quello che già era, ha deciso di allentare la presa e farla finita. Non so.
    Ciccio era un uomo semplice, dalla salute un pochino cagionevole, poco istruito, certe volte irascibile, ma di buon cuore e generosissimo. Curava la dozzina di giardini delle villette di "professionisti" in un piccolo centro dove si trascorre il periodo estivo. Anche il mio. Al contrario, però,lui mi aveva visto crescere e con me, l'unico, tra i "professionisti" a cui poteva dare del TU, si apriva completamente. Forse in considerazione del fatto che mi ricordava da piccolo e anche per la mia semplicità nel pormi con lui. Sostanzialmente riuscivo a metterlo a suo agio. E lui parlava e parlava tra una sigaretta e l'altra, sorseggiando un Bacardi breezer, di cui, prima che glielo facessi assaggiare, non sapeva nemmeno l'esistenza.
    Non si è mai sposato. Le uniche donne che conobbe nella sua vita erano delle signore che danno piacere, non illudono nessuno e non promettono nient'altro che va al di là di quello per cui sono pagate.
    Quando si rese conto di questo, grazie anche alle mie discussioni, non andò mai più a cercarne una. Per rispetto verso sé e verso quelle donne che fino a poco tempo prima aveva guardato con occhi diversi. "Sono vecchio ormai per queste cose, Antonello. I soldi meglio metterli di lato per il matrimonio di mia nipote. Mia sorella non se la passa tanto bene... lo sai. Voialtri giovani dovete farlo l'amore". Cosi diceva.
    Al suo funerale, di quelli i cui giardini Ciccio teneva alla perfezione, c'ero soltanto io e mia mamma che ha sinceramente sofferto per la sua scomparsa.
    Eppure lui, i frutti, le verdure, i funghi di campagna li portava a tutti quanti e ne era contento di farlo per la grande voglia di essere voluto e di voler bene.
    Purtroppo Ciccio, non si rendeva conto, nella sua ingenua ignoranza che non era un uomo di spicco come un politico, un professionista, un "nome", in definitiva, per cui valesse la pena farsi vedere costernati in pubblico, agli occhi dei miei "vicini" estivi... per me invece era di più.
    Se avesse potuto vedere dietro l'auto funebre avrebbe sofferto parecchio e da solo, come era nelle sue abitudini. L’unica cosa che avrebbe potuto consolarlo: il privilegio di aver avuto un amico, di essere riuscito a voler bene ma anche il parziale fallimento di non essere corrisposto come desiderava.