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in archivio dal 19 set 2011

Astronauta perduto

26 luglio 1988, Firenze - Italia
Segni particolari: Scrivo per il semplice piacere di scrivere.
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  • 19 settembre 2011 alle ore 21:14
    "Muratti & ciliegie"

    Come comincia: "Muratti & ciliegie."

    Leggeva e si pettinava i capelli.
    Restai ad osservarla per alcuni minuti mentre con quel suo pettine rosso sembrava si mondasse la testa.
    Tossì e poi accese una sigaretta, una di quelle col filtro bianco, una Muratti.
    Posò la sigaretta nel posacenere.
    Con un movimento lento e delicato, tolse dal pettine i capelli ormai perduti e li fece cadere a terra spargendoli come si usa fare col sale sull'insalata.
    Ripose il pettine nel taschino della camicia.
    Mi avvicinai.
    Lei riprese a fumare, forti boccate riempivano la sua bocca di denso fumo.
    Mi sedetti vicino a lei.
    -Nonna, come stai?
    Non rispose, ma poi si girò e mi guardò.
    -Chi sei?
    -Sono Andrea, tuo nipote.
    -Mi fai così vecchia? Non ho nessun nipote, ho solo 16 anni. Fuori dai piedi sporco nazista.
    -Sono Andrea, tuo nipote, non sono un nazista.
    Riprese a leggere e a fumare senza badare a me, come se non esistessi e non fossi lì seduto su quella sedia di plastica bianca.
    -Cosa leggi nonna?
    Domandai grattandomi il collo, una zanzara mi aveva appena punzecchiato.
    Mi guardò con la coda dell'occhio, scosse la testa e borbottò frasi illogiche.
    -Questi sono per te, mettili nella tua camera se ti va.
    Poggiai sul tavolo un mazzo di fiori colorati, lei mi guardò.
    Proprio non mi riconosceva.
    -Dai nonna, non percepisci niente nel vedermi? Non ti ricordi quando mi portavi al mare? Quando venivo a dormire a casa tua? 
    Mi guardò con aria interrogativa.
    -Stanotte dovremmo lasciare questa casa, è troppo rischioso, sono vicini.
    Sei una spia? É? Non li troverete mai là nel bosco.. E non mi concedo a nessuno per proteggerli, sporco nazista, riportati via quei fiori.
    - Dai nonna sono io, Andrea. Cosa leggi?
    -Carte, strategie, appunti, se non tengo il conto dei viveri siamo fritti, dobbiamo fare attenzione alle provviste.
    -Quanto manca alla fine? Della guerra intendo.
    Domandai lei cercando di mettermi al suo pari.
    -I tedeschi sono imprevedibili, ci portano alla stremo, è una guerra infinita.
    -Nonna, la guerra è finita, sei in una casa di riposo dove nessuno può farti del male e dove puoi stare tranquilla. Vedi quelle donne con il camice bianco? Sono infermiere che ti aiuteranno a stare meglio, smettila di pensare alla guerra, è finita.
    -Vuoi farmi diventare pazza? Dico, ti sembra il momento di scherzare? È guerra psicologica questa? Sei un tedesco che parla bene l'italiano, ti riconosco sai, ma non ci casco. Io non ho nessun nipote, ho solo 16 anni.

    La lasciai a leggere le sue carte e mi addentrai all'interno del pallido e maestoso edificio, tanto marmo, costruzione risalente sicuramente al periodo fascista. 
    Incontrai una ragazza bella e gentile, un'infermiera alle prime esperienze, lo si capiva dalla faccia impaurita e stanca.
    -Conosce la signora Tina?
    Domandai all'infermiera mentre il mio sguardo fu rapito da un'ortensia dalle palle rosa che dondolavano in una corte interna.
    -Si, c'è qualche problema?
    Chiese la ragazza con tono preoccupato.
    -Sono suo nipote, vorrei sapere qualcosa riguardo alla malattia, oggi non mi ha riconosciuto, la vedo molto peggiorata.
    La signorina sospirò, sentii il suo alito che sapeva di caramella alla menta.
    Stava ciucciando una Polo.
    -Andrà sempre peggio, ieri notte l'abbiamo ripresa nel campo mentre scappava a piedi nudi. Sua nonna è in guerra, ci sono nazisti dappertutto per lei. Non ci saranno miglioramenti.
    -Capisco, lo dice anche mia madre. Posso fare qualcosa?
    -C'è poco da fare.
    Salutai l'infermiera e la ringraziai.
    Uscii e mi sedetti di nuovo vicino a mia nonna.
    -Chi sei?
    Mi chiese nuovamente.
    -Sono tuo nipote, il figlio di tua figlia.
    Mi guardò e sorrise, poggiai la mia mano sulla sua spalla e stetti in silenzio.
    Non sapeva chi fossi, i suoi occhi erano smarriti. 
    La salutai dandole un bacio sulla fronte e uno sulla bocca.
    Montai in macchina e pensai a quando era in testa e mi faceva giocare.
    Quando mi stringeva e mi portava al mare, ci arrampicavamo sul ciliegio e stavamo seduti a mangiarne i frutti.
    Mi parlava della guerra, delle pugnalate che questa aveva inflitto alla sua anima.
    Accostai la macchina davanti al primo tabaccaio che incontrai per strada e comprai una stecca di Muratti.
    Poi, trovai un ortolano e comprai un chilo di ciliegie.
    Tornai da mia nonna.
    Mi presentai davanti a lei con la stecca di sigarette ed un sacchetto pieno di ciliegie.
    Dissi semplicemente che le mandavano dal bosco per ringraziarla del lavoro che stava svolgendo.
    Guerra, quante vittime riesce a fare una maledettissima guerra.