username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 27 dic 2005

Attilio Del Giudice

22 maggio 1935, Caserta
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 12 agosto 2016 alle ore 13:05
    Una musica dolce

    Come comincia: Se vogliamo, sotto certi aspetti, gli era andata bene. L’ictus era stato grave e nessuno dei tre specialisti che lo ebbero in cura avrebbe scommesso un centesimo su un recupero quasi totale. Invece, appena  dopo un mese, sembrava tornato felicemente alla normalità, eccetto per l’uso della mano destra che era rimasta come morta. Ma questo particolare per il maestro Carmine de Franchi, maestro di violino al San Carlo, era una tragedia. A meno di 36 anni aveva chiuso con il suo lavoro amatissimo e con lo scopo profondo della sua vita.
    Era stato allievo brillantissimo al Conservatorio di  San Pietro a Maiella e c’era chi giurava sul suo talento e sul potenziale di affermazione, come esecutore (su questo proprio non c’erano dubbi) e come compositore. Carmine entrò col ruolo di secondo violino al San Carlo di Napoli nel maggio del '93, quando non  aveva ancora vent’anni. 
    Non si sentì maturo per dedicarsi alla composizione e profuse tutta la volontà, tutte le sue forze e tutto il suo amore per la musica, a migliorare le sue già notevoli capacità di violinista. Quando il male lo colse a tradimento,  era tra i più quotati esecutori al mondo della Ciaccona di Bach e questo giudizio era stato formulato nientemeno che da Uto Ughi. 
    Aveva avuto varie esperienze d’amore, ma nessuna particolarmente intensa o, comunque tale da indurlo a mettere su famiglia. Gli bastava la musica, dove convogliava la spiritualità e l’eros; e dove sapeva di poter esprimere il sentimento della Natura che lui sentiva come divinità misteriosa, come gioia sublime, e come forza cosmica e terribilità. La consapevolezza di essere talvolta a un passo dal capire Dio, il suo Dio non antropomorfico, gli dava anche quella fiducia in se stesso, necessaria per muoversi agevolmente nella realtà, così che, al momento giusto, sapeva fare emergere anche le sue attitudini pratiche, l’efficienza e la determinazione. Ma tutto questo suo mondo, così apparentemente forte, solido e strutturato, senza che se ne potesse scorgere una qualche prolusione del Destino, in un tempo inesorabilmente breve ed ironico, esplose e andò in frantumi, come nel finale di Zabriskie Point, il vecchio film di Michelangelo Antonioni.  
    La madre, ora che Carmine aveva perduto il lavoro, doveva tornare a fare la domestica, se volevano mettere un piatto a tavola e questo per lui era un’altra umiliazione, alla quale, tuttavia, non poteva opporre niente. se non la sua rabbia, il suo sdegno verso la sorte e sempre che potesse investire la sorte stessa di una qualche impossibile responsabilità morale.
    Carmine non aveva amici fuori dagli orchestrali del San Carlo, ma ora non li voleva nemmeno vedere e tantomeno era disposto ad ascoltare le loro esecuzioni alla radio o alla televisione; peraltro non aveva risposto alle parole di solidarietà e di affetto che gli amici più cari gli avevano fatto pervenire; naturalmente per iscritto, dal momento che lui non rispondeva al cellulare, anzi il cellulare non dava segni di vita, forse se ne era definitivamente liberato.
    Trascorreva, così, i giorni in un silenzio di morte e, perfino con la madre, evitava qualsiasi effusione e parola che non riguardassero la più spicciola e avara quotidianità. Poverina, lei piangeva in solitudine, intuendo che ogni manifestazione di dispiacere le avrebbe precluso il fruire di quelle poche e scabre parole che il figlio poteva dare e che per lei erano comunque una risorsa, dalla quale attingere qualche risicata speranza.
    Chissà per quale misteriosa alchimia dei sentimenti, a poco a poco, Carmine prese ad allontanarsi anche dal suo più grande amore: la musica, e sentì che nella sua mente le cellule, in quella zona dove germinano le più paurose dicotomie, si orientavano verso un’avversione irreversibile, una pervicace ostilità per qualsiasi forma musicale. Perfino le opere per violino di Bach e di Vivaldi, di cui era stato interprete eccellente, gli procuravano, al solo pensiero, un malessere simile alla nausea e la deriva si  mostrò in tutta la sua ineluttabilità, quando fece in mille pezzi il suo amato violino, in presenza della mamma, che, questa volta, non poté nascondere la prostrazione e il pianto. Povera donna, povera Lucia, dopo una vita di lavoro e di sacrifici lei da sola con un figlio di cui non sapeva con certezza la paternità.
    Era rimasta incinta quando faceva la serva presso l’avvocato Beniamino Sansone ed era l’oggetto del desiderio sia dell’avvocato, che, benché anziano, diceva che con Lucia poteva essere ancora orgoglioso della sua virilità, sia del primogenito, epilettico (che quando gli veniva l’attacco lei prendeva assai paura) e sia dell’amico dell’avvocato, il dottor Aldo Raiano, uno pallido, scheletrico, che non rideva mai. Questo dottor Raiano veniva a giocare a scacchi col padrone di casa ogni giovedì e poi, prima di andarsene, anche dopo mezzanotte, entrava nella stanzetta di Lucia a “levarsi il pensiero”, così diceva, come se l’abuso criminale su una ragazzina, fosse per lui una sorta di incombenza da assolvere necessariamente.
    Lucia lasciò quella casa, quando era incinta di tre mesi. Andò a fare la badante presso una vecchia  signora, che l’accolse con cordialità.
    Con vari accorgimenti aveva tenuto nascosto il suo stato per un paio di mesi, ma non voleva abortire e decise con grande coraggio di confidare tutto, proprio tutto, alla  signora, la signora Matilde. Oddio, questo era un salto nel buio, il rischio era alto, ma qualcosa in fondo al cuore le diceva che non sarebbe stata scacciata. E così fu. La storia di Lucia colpì nel profondo l’anima sensibile di Matilde, donna libera, laica, indipendente, che aveva combattuto pregiudizi moralistici tutta la vita e, ora, anche su una sedia a rotelle, aveva l’occasione, non di fare solo opera di carità, ma anche  un po’ di giustizia sacrosanta nell’aggiustare il tiro alla fortuna di questa ragazza, che  con quel suo viso minuto e delicato e con  gli occhi pieni di luce, le ricordavano le sembianze dell’unica figlia, morta, tanti anni prima, fra le lamiere di un incidente automobilistico.
    A sedici anni, Lucia fu ragazza madre. 
    Gli eredi della signora Matilde, lontani cugini, nonostante le indicazioni testamentarie, che dal Notaio furono lette, ma non in presenza della ragazza, non corrisposero alla volontà di Matilde, se non in minima parte e per Lucia le difficoltà, le rinunce, i sacrifici furono tanti. Era tornata con tutti i suoi aculei la vita agra, ma lei si era fortificata con l’amore di suo figlio e sembrava superare molti ostacoli con una imprevedibile energia.
    Poi ci fu, da parte di un maestro di pianoforte, la scoperta fortuita del talento di Carmine, la scuola, le borse di studio, i premi, il conservatorio, il San Carlo, i concerti, il successo e, finalmente, un po’ di benessere, un po’ di pace.

    Carmine si ammazzò con un colpo di pistola alla tempia il 13 marzo in una giornata fredda e ventosa. È passato quasi un anno.
    Lucia, all’angolo della strada, da un po’ di tempo, vende le castagne. Ha, ormai, tutti i capelli bianchi, ma conserva la bellezza nella luce degli occhi. È felice, racconta a tutti che Carmine ogni notte sotto la sua finestra viene col suo violino a suonare una musica dolce dolce. "Solo per lei – dice - solo per lei". 

     
  • 16 maggio 2011 alle ore 10:41
    Ah, bene bene!

    Come comincia: La notte del mio ventunesimo compleanno, intorno alle due, minuto più minuto meno, ho ucciso i miei genitori.
    Devo dire che nel progetto avevo scartato ogni modalità che implicasse brutalità e truculenza, infatti, per quello che dovevo fare, ho scelto la via più semplice, precisa e quasi indolore: il monossido di carbonio, praticamente il gas di città.
    Nella parete divisoria tra la camera matrimoniale e lo studio c’è un buchetto, appena al di sopra del battiscopa, dove passa il filo dell’antenna parabolica della televisione. Ho tagliato il filo e ho inserito nel buchetto un tubicino di metallo, dal quale ho fatto partire un flessibile di gomma, che ho collegato con la valvola del gas. Dopo essermi accertato, verso l’una e mezza, che i due fossero ormai preda di un sonno profondo e che tutte le finestre fossero sbarrate (mio padre, dopo una rapina in una villa vicino casa, si prende cura ossessivamente, tutte le sere, di sprangare ogni possibile accesso al nostro appartamento), ho aperto la valvola e sono uscito.

    Con la macchina ho raggiunto il Club del Pino. È una discoteca, a cinque chilometri da casa, dove ci lavora una ragazza che conosco. Fa la cubista, si chiama Irma. In quell’ambiente la chiamano Irma la Rapida, per via del suo privilegiare il sesso veloce, senza fronzoli, strascichi e coinvolgimenti emotivi. Spesso mi ha fatto parte di queste sue avventure amorose, con narrazioni ironiche e, talvolta, esilaranti. Famose sono le sveltine di Irma la Rapida con partner sconosciuti eseguite nei posti più impensati. Sennonché, all’improvviso, senza preavvisi, è incappata nell’innamoramento. Una bomba devastante per una come lei, che mai aveva avuto esperienze sentimentali di quel tipo.
    Appena mi ha visto, mi ha fatto capire di aspettare che finisse la prestazione sul cubo, difatti, terminato il numero, è venuta da me a bere un drink al banco.
    Voleva parlarmi di questo suo amore travolgente, anzi concitatamente ne parlava con gli occhi lucidi e pieni di passione, ma io dovevo giocare di intuito, perché perdevo un sacco di parole a causa della musica assordante.
    Se non ho capito male, si era innamorata alla follia di uno che scrive poesie, uno bello, delicato, bruno, che pare somigli a Garcia Lorca. Ho pensato: “Ma questa che ne sa di Garcia Lorca?” Boh.
    “Un amore, meraviglioso e terribile, che non mi dà pace.” Ha detto.
    Quest’uomo è disabile e sta sulla sedia a rotelle, non ho capito se provvisoriamente o definitivamente.

    Ho lasciato il locale che potevano essere le cinque del mattino. Quando ho aperto l’uscio di casa ho immediatamente sentito l’acre odore del gas, per fortuna ho avuto l’accortezza di non aprire l’interruttore della luce, un corto circuito avrebbe causato un’esplosione e fatto saltare l’intero palazzo. Di corsa ho aperto tutte le finestre e i balconi. La luce dell’alba era fioca, ma sufficiente per accertarmi che tutto fosse andato nel verso giusto, come avevo progettato. Mia madre era riversa sul letto, coi piedi a terra però, si vede che aveva tentato di alzarsi per raggiungere la finestra, ma non ce l’aveva fatta.
    Ho cercato tutti i suoi pochi gioielli e un orologio d’oro di mio padre, (ricevuto in dono dai suoi vecchi, quando si era brillantemente laureato) e ho sotterrato il malloppo (raccolto in una busta di plastica) nel vaso grande del ficus, che si trova nello studio. Deliberatamente ho lasciato cadere sul tappeto del salotto un anellino di mia madre per suggerire agli inquirenti una disattenzione dei rapinatori per la fretta di scappare. Una bella idea!
    È ovvio che ho aperto tutti i cassetti e rimosso i contenuti, creando una scenografica confusione. Ho usato guanti trasparenti di plastica, quelli dei supermercati, che ho stretto ai polsi con un elastico, e ho condotto le operazioni con calma e accortezza. Non ho cancellato le impronte sulle maniglie delle finestre e dei balconi che avevo aperto, perché sarebbe apparso naturale che io, rientrando a casa, li avrei spalancati, mentre i ladri per fare le loro cose avrebbero usato autorespiratori.

    La mattina seguente, sotto il palazzo, c’era molta gente convenuta per il funerale e c’era una gran quantità di cuscini e corone di fiori che riempivano tutto l’androne e parte delle scale. Tra le corone, la più elegante, boccioli di rose rosse, era decisamente quella dei colleghi dell’università (mio padre e mia madre erano entrambi docenti di Urbanistica presso la facoltà di Architettura).
    Le persone che stavano là, sotto il palazzo, uno alla volta, sono venute ad abbracciarmi e a dirmi parole di cordoglio. A un certo punto è arrivata la signora Marisa. La signora Marisa, una cara amica della mamma, è da sempre l’oggetto delle mie fantasie onanistiche. Mi ha abbracciato e mi ha sussurrato in un orecchio: “Se hai bisogno di me, del mio corpo, chiamami, chiamami quando vuoi!”
    Ho avvertito il tepore del suo petto generoso come un’immersione in un liquido amniotico, che mi accoglieva e dove potevo, in quei pochi secondi, naufragare dolcemente.
    Ma quelle parole sussurrate avevano prodotto un’erezione formidabile. Non mi era mai accaduto niente di paragonabile, mai un’erezione così granitica e vistosa. Ho pensato che, se in quel giorno avessi indossato le mutandine a slip, sarebbe rimasta compressa e segreta, invece avevo le mutande larghe a calzoncini e davanti, inequivocabilmente, c’era questa cosa oscena, alla vista di tutti. Si è avvicinato Amintore, un mio vecchio compagno di scuola, e, allarmatissimo, ha detto:”Dario, ma che hai combinato? Sembra una bandiera. Stai attento che ti guardano!”
    “Lo so, ma non posso farci niente”.
    Durante il tragitto del corteo funebre, l’erezione non dava segni di cedimento. Ho riflettuto che se non pensavo a Marisa e riempivo la mente con altri temi, avrei potuto avere qualche buon risultato, così mi sono interrogato sui motivi del mio delitto. Perché avevo ucciso? I miei genitori erano persone gentili, non ho mai assistito a una lite fra loro, si parlavano con grande garbo e rispetto e spesso scherzavano e ridevano. Mia madre con me qualche volta era petulante: la maglia di lana, prudenza nel contrarre amicizie, non frequentare le donnacce, insomma le solite raccomandazioni delle mamme, ma mi adorava. Anche mio padre mi amava ed era molto orgoglioso dei miei successi scolastici. Il sabato mi dava un po’ di soldi e diceva sempre: “Ti bastano? Dimmelo francamente se non ti bastano. Non voglio che tu faccia brutte figure con gli amici.”
    “No, papà, mi bastano, stai tranquillo. Lo sai che non ho grandi vizi”
    “Lo so, e questo mi fa piacere.”
    Allora, perché li avevo uccisi? Non lo sapevo. Non lo ricordavo.
    Intanto l’erezione non era scesa di un millimetro e la faccenda restava problematica, anche perchè il pensiero di Marisa prepotentemente riaffiorava. Quando arrivo a casa la chiamo, pensai. “ Marisa, venga subito, è importante, la prego.”
    Ho anche immaginato di poterle suggerire una scusa da dire al marito: “Voglio portare un po’ di brodo a quel povero ragazzo, non avrà mangiato niente.”
    Appena, però, aprii l’uscio di casa, l’erezione scomparve e anche l’idea di chiamare Marisa si appannò.
    Decisi di farmi una doccia, ma, passando davanti alla porta della camera matrimoniale, vidi dalla fessura un filo di luce. Aprii e, difatti, stavano là, tutti e due.
    Mio padre leggeva il giornale in poltrona, mia madre invece era intenta ad arrotolare le fasce dei cuscini e delle corone. Ne faceva piccoli cilindri e con grazia li riponeva in uno scatolone.
    “Mamma, – dissi – ma che fai? Ti pare il caso di conservare ‘sta roba?”
    Mio padre alzò lo sguardo dal giornale e sorridendo, disse: “Tua madre è una sentimentale.”
    ”Ma che c’entra sentimentale, mi sembra giusto conservare queste testimonianze, sono prove di affetto, di stima, di solidarietà. Siete voi ad essere degli ingrati.”
    “Mamma, ho un forte mal di schiena”
    “Tesoro, mi dispiace. Cinque minuti, finisco qui e ti faccio un bel massaggino, vedrai che ti passa.”
    A questo punto mi sono svegliato.

    Mi sono svegliato col mal di schiena e col peso dei miei settantasei anni.
    Il sogno che avevo fatto era strano e subito mi ha messo in uno stato di agitazione e di angoscia. Avevo sognato la giovinezza, il desiderio, ma da quale coagulo criminale della mente era venuta la rappresentazione di un delitto così atroce? A parte qualche discrepanza e incongruenza, per esempio: la latitanza di un sentimento anche minimo di colpevolezza, con i relativi simboli punitivi, quali la polizia, l’indagine giudiziaria, eccetera, il sogno si era dipanato come un film, con alle spalle una sceneggiatura rigorosa, una sceneggiatura che avesse privilegiato la consequenzialità realistica della narrazione, piuttosto che la precognizione surreale, tipica dei sogni. Questo mi apparve veramente inquietante.
    Erano le cinque e quaranta. Di solito, a quell’ora, col mouse e il programma Paint del computer, facevo il lavoro giornaliero per il mio blog delle “pittate”, ma non mi andava. Mi sembrava che ci fosse stata un’invasione di campo, che un fiume nero fosse straripato e avesse inondato tutto lo spazio dell’immaginazione. Decisi di uscire da casa.
    Attraversai a piedi l’Aurelia. Passando davanti alle Naiadi, l’albergo dove Bassani aveva scritto gli ultimi capitoli dei Finzi Contini, salutai, in cuor mio, il maestro con residuale deferenza e andai dritto dritto al vecchio porticciolo.
    Questo è un luogo che, specialmente d’estate nelle prime ore del giorno, risponde a una domanda di bellezza:la luce scintillante sull’acqua, macchie vibranti di oro zecchino sulle barche da paranza, sui motoscafi, sui piccoli gozzi con le reti arancione ammucchiate come covoni. Mi piace l’aria pulita del mattino e questa luce millenaria, pura, non ancora complice delle prassi nevrasteniche della vita.
    In silenzio i pescatori selezionavano il pescato della notte e preparavano le cassette per gli alberghi, lavoravano con una gestualità calma e precisa, quasi un rituale di antiche attitudini umane. Tra loro ho visto Duilio, uno che conosco, un tipo simpatico che sorride senza l’inibizione di mostrare i suoi tre denti ingialliti dal fumo. Mi ha salutato alzando un braccio.
    “Dotto’ vi state facendo una passeggiatina col freso? E fate bene, perché più tardi arriva l’afa peggio di ieri.”
    Duilio non s’era mai sbagliato nelle previsioni del tempo.
    Ho fiducia in lui e nelle seppie e merluzzetti, che, talvolta, mi vende (che non sia roba scongelata in mare).

    Tornai sull’Aurelia. S’erano fatte le sette. Santa Marinella lentamente si svegliava e si apparecchiava per un’altra frenetica giornata balneare. Attraverso una scaletta, scesi in uno slargo circondato da eucalipti. Qui ci vengo quando devo cambiare l’olio alla macchina in un’officina dell’AGiP a due passi. Mentre fanno l’operazione, vengo a fumare una sigaretta in questo luogo appartato. È un piccolo sito archeologico. C’è una panchina e di fronte i ruderi di un ponte romano del terzo secolo avanti Cristo. Una targa del Comune dice: “Ponte romano (III-II Secolo a. c.) con arco a sesto ribassato a 19 conci radiali di pietra calcarea.” Praticamente da qui passava la vecchia Via Aurelia, che collegava Roma con l’Etruria. Del resto tutto questo litorale laziale, da Cerveteri a Tarquinia e più su fino a Montalto, è zona etrusca.
    Ho pensato: chissà se i ragazzi di Santa Marinella, mettiamo del terzo secolo dopo Cristo, in un grande fratello dell’epoca, avevano nozione degli Etruschi e degli antenati guerrieri che, sei secoli prima, li avevano sconfitti definitivamente a Veio, per, poi, integrarli sapientemente nella loro cultura bellicosa. Forse sapevano o forse non sapevano una minchia, allo stesso modo di taluni nostri ragazzi che non sanno niente, per esempio, del Rinascimento, che impunemente confondono col Risorgimento e questo, a sua volta, con la Resistenza. Insomma la Storia è magistra vitae o è una maestra precaria nella morsa della riforma Gelmini?
    Va buo’… Lasciamo perdere.
    Mi rendevo conto che questi miei voli pindarici (con ali sgangherate) erano malriusciti depistaggi dall’incombro oscuro, dal sogno maledetto che mi opprimeva e che stava là, in prima fila nella mente, paurosamente astante come un camion carico di rifiuti tossici.
    Che avrà voluto dire esattamente Socrate con la sua scritta nel tempio di Apollo a Delfi? Conoscere sé stessi. Ma conviene? E fino a che punto può arrivare l’investigazione? Tuttavia non potevo eludere l’urgenza di una qualche esplorazione. Mi ci vuole un aiuto, però. Chiamo Albertomaria.

    Albertomaria è uno che gradisce essere chiamato col suo nome per intero. Per fortuna, alla mia pigrizia è concesso di chiamarlo solo Alberto. Digito il numero sul cellulare.
    “Pronto? Ciao Alberto sono Attilio. Come stai?”
    “Oh,Carissimo! Come sto? Non posso dire di star bene.”
    “Perché, Che ti è successo?”
    “Marta se ne andata, mi ha lasciato. Ha confessato di avere una relazione.”
    “Oh, mi dispiace. E tu come l’hai presa?”
    “C’è stata una discussione. Io naturalmente volevo sapere tutto e la incalzavo con l’interrogatorio. Lei dapprincipio era reticente, poi la discussione è degenerata, ci siamo rinfacciato menzogne reciproche, ci sono stati insulti pesanti, urla, strepiti. A un certo punto, ho perduto la testa e ho detto una frase che, forse, non avrei dovuto dire.”
    “Perché, che hai detto?”
    “Ho detto: non pensavo di stare con una cagna assetata di cazzi!”
    “E lei come ha reagito?”
    “Oh, improvvisamente ha abbassato il tono della voce e con calma,quasi come fosse annoiata, ha detto: la persona che amo non possiede questo strumento.
    Quale strumento? – ho detto io.
    Lo strumento col quale vantate diritti e privilegi e pensate di poter esercitare il potere. La persona che amo profondamente e irreversibilmente – ha detto proprio così: irreversibilmente – è una donna.
    Come una donna? Oh, Marta, ma allora le cose cambiano. A me le lesbiche non mi dispiacciono, anzi mi eccitano molto, un eros più ricco, insomma, io potrei considerare un’altra prospettiva…
    Sono io – ha detto – che con te non voglio avere nessuna prospettiva e me ne vado. E se ne andata per davvero. Ora non so dove sia e non mi interessa saperlo.
    Pronto? Pronto, mi senti?”
    “Si, ti sento.”
    “Ah, scusa, Attilio, credevo fosse caduta la linea”
    “Alberto, provi dolore?”
    “Dolore? No, assolutamente. Solo che mi sento offeso. È stato un attentato al mio ruolo, un colpo basso alla mia identità di maschio, di amante e di psicologo, e, francamente, non mi pento per quello che ho detto, dovevo pur salvaguardare l’orgoglio virile.
    Scusami lo sfogo, sentivo il bisogno di parlarne a un amico e pensavo proprio a te. Sono contento che hai chiamato. Ma tu che mi volevi dire? Hai qualche problema?”
    “No, sciocchezze, non ti preoccupare.”
    “ Che significa ‘sciocchezzè? Dai, dimmi tutto!”
    Non avevo più voglia di parlare del mio sogno. E come potevo aver fiducia che quest’uomo, così miseramente caduto sul vecchio baluardo fascista dell’orgoglio virile, potesse alleviare la mia angoscia?
    “Alberto, si tratta solo di un sogno e non mi sembra il momento…”
    “Attilio, i sogni sono importanti, su, racconta!”
    “Ma tu hai altri problemi, magari un’altra volta…”
    “Guarda che se non me ne parli, mi offendo.”
    Alla fine ho ceduto e gli ho raccontato il sogno, poi ho fatto alcune considerazioni:
    ”Nel sogno venivo chiamato Dario, mentre il mio nome è un altro. I miei genitori non erano professori universitari. Il monossido di carbonio da tempo è stato sostituito, per il gas di città, dal metano, che non è velenoso. Ho perduto la mamma che avevo meno di dieci anni, ma in famiglia non ho mai sentito dire che avesse un’amica bellissima di nome Marisa. Avevamo una collaboratrice domestica, chiamata Marisotta, che Dio l’abbia in gloria, una brava donna, volenterosa, ma sicuramente non bella, anzi alquanto bruttina. Il compagno di scuola, che mi ha fatto notare l’erezione troppo vistosa e scandalosa, nel sogno si chiamava Amintore. Io non ho mai avuto compagni di scuola con questo nome…”
    “ Ah, non sei stato compagno di scuola di Fanfani?…”
    Albertomaria, nei nostri dialoghi, non mi risparmiava mai le sue spiritosaggini, anzi godeva molto nel propinarmi battute sceme. Ho lasciato correre e sono andato avanti con la mia disamina:
    “quella ragazza della discoteca nel sogno si chiamava Irma. Non ricordo di aver conosciuto Irme. Mi ricordo il titolo di un vecchio film: Irma la Dolce, ma io non ho mai frequentato ragazze di nome Irma e tanto meno Irma la Rapida. Anche il nome della discoteca mi è estraneo e, per la verità, dubito che esista una discoteca denominata Club del Pino. Poi…”
    “Ma è semplice. Ascoltami bene Attilio: Tu hai fatto il sogno di un altro. Tu hai fatto il sogno di un personaggio che volevi inserire in un tuo racconto, in un tuo scritto letterario. Mi capisci? Tu hai sognato un personaggio in cerca d’autore, che ti è venuto a visitare durante la fase Rem. È molto chiaro.
    Ora ti senti più tranquillo? Ti senti più rinfrancato?”
    Albertomaria non s’era allargato in una dissertazione sulla Condensazione e sugli altri meccanismi freudiani dei sogni con i relativi prodigiosi disvelamenti, ma mi sembrava evidente che, anche con questa incerta sortita pirandelliana, goffamente volesse riappropriarsi della sua cifra di aggiustatore dell’anima, sulla quale, peraltro, non aveva mai mostrato dubbi o un barlume di autocritica.
    Un personaggio? Ma da dove vengono i personaggi? Flaubert non aveva detto: Madame Bovary sono io?
    Non espressi questa considerazione. Sarebbe stato inutile, meglio lasciarlo nella sua incrollabile fede di aggiustatore.
    Il sogno, con tutta la sua maligna ambiguità che mi tormentava, a poco a poco, col tempo, avrebbe perduto gli aculei da solo.
    “Sì, sì, Mi sento rinfrancato. Ti ringrazio.”
    “Ah, bene, bene!”

     
elementi per pagina