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in archivio dal 04 dic 2011

Bianca Fasano

01 agosto 1949, Napoli - Italia
Segni particolari: profondamente innamorata dell'arte in ogni sua espressione, fortunatamente abile in alcune delle sue possibilità: pittura, poesia, scrittura sotto forma giornalistica, romanzata ed altro. Un passato remoto di danzatrice classica. Ceramista. Ho creato tre splendidi esemplari di esseri umani.
Mi descrivo così: Concretamente piantata a terra come un ulivo secolare del Cilento, ma capace di lanciare i rami verso il cielo, con le foglie da un lato di un bel verde tenebroso e dall'altro argentee.
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  • 27 maggio alle ore 11:11
    Dedicata a mia nipote Gelsomina Fasano

    I luoghi dell’anima
     
    Permangono,
    mi dice mia nipote Gelsomina,
    ti restano nell’anima quei luoghi
    che hai vissuto da bambina
    e tornano, nei sogni,
    a ricordarti
    che tu non sei più tu
    e loro più non sono ciò che erano per te.
    Ma restano,
    presenti
    e ti richiamano a momenti assenti
    dalla vita che vivi
    giorno per giorno
    in altri nuovi luoghi della mente.
    Sì,
    un giorno il mio fantasma potrà correre
    trasparente, impalpabile
    errante,
    tra i campi del Cilento
    che non ci sono più.
    Tra le immense vallate,
    sotto i monti,
    non ancora serrati da recinti.
    I miei piedi percorreranno Droro,
    quello che più non è.
    Senza la roccaforte costruita dall’uomo
    che, silenziosa sovrasta,
    vuota di sogni e di ricordi belli.
    Soltanto ulivi, verdi
    e grigio-argenteo nelle foglie
    picchiettate del bruno delle olive,
    del verde screziato,
    dalle reti rosse
    e bianche,
    stese in terra
    e fermate da chiodi di ricordi,
    tenute assieme dal passato.
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 23 maggio alle ore 13:47
    Possesso di tutto

    C’è un filosofo intelligente
    che divide la gente
    d’avere e di essere.
    Chi è non è posseduto da nulla
    è un uomo di libertà,
     chi molto possiede,
    assai spesso non possiede il “sé”.
    Una casa, le mura, il calore,
    vogliono dire per chi vive di essere
    rientrare nel caldo tepore di un nido d’amore.
    Le rondini lo costruiscono spesso
    assai fragile, ma forte già tanto
    d’attenderle ancora
    la successiva primavera.
    Una casa dove vi sia lo spazio per ascoltare
    chi rientra a sera
    ed abbracciare con lui
    le nostre e le sue delusioni,
    la dolcezza o l’amaro del giorno passato.
    Condividere aria,
    un odore che è proprio
    soltanto quello di casa.
    Una casa non è lo splendore
    da mostrare alla gente.
    La ricchezza, magari non vera,
    da fare invidiare.
    Da invidiare per quello che penso
    è soltanto l’amore che si sa donare a chi esce
    dalla porta di casa
    e vi torna.
    Uno sguardo,
    un sorriso,
    un invito a lasciare fuori di casa,
    con la polvere dello stuoino
    ogni amaro ricordo
    e trovare, fra le mura d’intorno
    sollievo e fiducia.

     

     
  • 27 aprile alle ore 22:01
    Chi ti ha perduto

    Chi ti ha perduto,
    ancora non si stanca,
    di cercarti.
    Non sei nel vuoto
    spazio del nulla,
    ma in altri spazi,
    senza sapere di chi ti ama.
    Passano gli anni
    e nello sguardo tuo
    Cosa mai c’è?
    Possiamo immaginare
    di altre te,
    senza codini
    e pupazzetti allegri,
    ma felice di altri sorrisi
    ed altri luoghi,
    che non siano quelli dell’infanzia.
    Quale vuoto di ricordi
    sfugge alla memoria
    e non ti fa tornare da chi ami?
    Possiamo immaginare
    nebbia di non ricordi
    che ti aiutino ad amare
    chi oggi ti ama.
    Tra tante strade nere
    che tu possa percorrere oggi,
    altri amori che ti tengano stretta,
    fatti di sguardi,
    tenerezza, parole e fatti
    è certamente
    il meglio che possiamo immaginare.
    BiEffe
     
     
     
     
     

     
  • 22 aprile alle ore 12:16
    Fotografie.

    Si succedono i sorrisi,
    nelle foto.
    Foto antiche,
    più recenti,
    alcune nuove.
    La linea dei ricordi
    si fa breve: “pare ieri”,
    ti vien detto di pensare.
    Pare ieri:
    e quell’amore non c’è più.
    Quanti baci e giorni assieme,
    fatti, parole, respiri.
    Pare, sì, proprio fosse successo ieri
    che ci si disse addio
    e abbiamo rinnegato il perchè.
    Volti perduti al mondo,
    con gli occhi allegri
    o tristi,
    che parlano di un tempo
    proprio finito.
    Di vite che sono forse andate ad abitare
    In luoghi sconosciuti di energia
    e ai nostri sguardi non ci sono più.
    Le foto ti trasportano
    con foga,
    non sempre sembra giusto
    rivederle.
    Fuori c’è un giorno nuovo,
    altri sorrisi, e voci
    amori nuovi per un bimbo nuovo.
    Amori antichi, da dimenticare.
    Nuove foto,
    di sorrisi e sguardi,
    da osservare.
    BiEffe
     
     

     
  • 20 marzo alle ore 21:10
    Concedimi una lacrima.

    Concedimi una lacrima, di commozione. Mia figlia, la più piccola, mi dice spesso che sono diventata facile all’emozione, ma è vero che lo sono sempre stata. Concedimi, mio Dio, che pur da qualche parte sei, se non in cielo, forse nelle speranze di una vita, concedimi un sorriso nel tenere tra le braccia, sospeso tra cielo e terra quel bambino nuovo un poco mio e molto del mondo che verrà. Concedimi di essere felice, che stia bene, che sia proprio così: un esserino pieno di risorse. Concedimi, però, anche una lacrima, che non ho versato, per quelle voci di un filmato: voci di chi al mondo proprio proprio “perfetto” non è nato, ossia come una mamma può avere desiderato, ma che, malgrado ciò è stato amato, forse più di altri più pefetti bambini appena nati o nati mai. Uccisi, violentati, segregati, usati, calpestati. Se tu davvero vedi, guardi al mondo con immensa pazienza, amico Dio, credimi, più di quanta ne abbia io, nel vedere quanto male sappia fare l’uomo di terra, che hai creato. 20/03/14

     
  • Il tuo sorriso, aperto,
    il tuo sguardo indagatore,
    ma preoccupato,
    attento.
    Non conoscevo,
    non ho conosciuto,
    ma tu sei morto invano,
    se, almeno oggi,
    non parlo di te
    Peppe Diana,
    sacerdote di Dio,
    di un Dio fattosi umano,
    che morì sulla croce,
    per me, per te, per noi.
    Se non ricordo,
    in questo giorno qualsiasi,
    eppure da memoria,
    il tuo sorriso, certamente umano,
    alle cui spalle non poteva
    non esserci il timore
    di chi ti avrebbe un giorno
    fatto tacere.
    Per te, per me, per noi,
    per mio nipote che ha solo tre mesi
    e che sorride spesso
    e guarda al mondo,
    pregherò Don Peppe,
    sacerdote di Dio.
    Che tu non sia
    Dimenticato mai.
    Pace per noi.
    BiEffe
     

     
  • 11 marzo alle ore 11:12
    LA MOSCA

    Mi diceva la mamma
    che una mosca,
    caduta in una ciotola di acqua,
    nuota e si affanna per venirne fuori
    con tutte le sue forze,
    ma, salvata che sia,
    a bordo piatto,
    muore.
    Noi umani ci affanniamo,
    ogni giorno,
    nel nostro piatto d’acqua,
    per nuotare
    portando a compimento le giornate.
    Un nuoto, a volte,
    persino divertente:
    riuscire in un intento
    quale sia:
    l’esame di patente,
    l’esame di una laurea,
    gli esami della vita.
    Il sentimento ci fa battere
    veloci,
    le ali dell’amore
    e finché le battiamo,
    anche se stanchi,
    non contano le ore.
    Guardiamo ad una riva,
    quale sia,
    di volta in volta
    la vediamo giungere,
    sembra che sia la sponda,
    ma poi: via, verso un altro traguardo,
    un’altra meta.
    A pensarla così si può decidere
    che non valga la pena di tentare
    una salvezza,
    un porto da cercare.
    Ma se una mano ci portasse in salvo,
    in un posto di quiete
    ad asciugare dalle nostre ali l’affanno,
    chissà che proprio allora,
    senza mete da vincere e raggiungere,
    non si possa, come la mosca,
    arrendersi e morire…
    dunque?
    Meglio nuotare…
     
     

     
  • 04 marzo alle ore 11:12
    Chiazze d’azzurro.

    Vi sono, nella vita, chiazze d’azzurro,
    laddove, all’improvviso,
    nell’anima che cresce
    si apre una breccia di felicità,
    quasi impensata, inaspettata, lieve.
    Nella mia vita,
    a cui concedo la gioia
    quando mi piove addosso repentina,
    vi sono anche tranquilli laghi di tristezza.
    Convivono con me, ma non ci annego:
    li navigo, quando li trovo sul percorso.
    Pozze di nero ed intimo dolore
    ho, chiuse, in me.
    Le ho recintate, per tema d’annegarvi,
    ma le conosco.
    Nessuno, penso, sia esente dal dolore,
    fa parte della vita, ci appartiene.
    Quel dolore ci rende umani e vivi
    e più capaci di apprezzare il bene.
    A volte,
    ho rischiato di annegare,
    in quelle pozze dense, buie, melmose,
    ma mi sono salvata con l’amore.
    Per me, per altri,
    per tutte le cose.
    Godo le chiazze del mio azzurro breve
    e porto dentro l’animo, serrato,
    anche la sofferenza ed il dolore.

     
  • 26 febbraio alle ore 15:59
    Zio Enzo.

    Dall’alba della mia infanzia
    giungono a me
    i tuoi occhi profondi
    e azzurri,
    pieni di ombre
    nello sguardo fermo.
    Porta bianca, chiusa,
    antica,
    grande,
    e le nostre due immagini,
    la mia di bimba,
    proiettata nel futuro,
    la tua di uomo giovane,
    già destinato alla sofferenza
    e le tue grandi,
    lunghe,
    gentili mani
    a ritagliare ballerine
    nei fogli a righe
    di un quaderno di scuola.
    Ballerine legate per la mano,
    ritagliavi, zio Enzo.
    A che valse nella tua vita,
    l’intelligenza,
    la genetica pervasa di futuro,
    la cultura,
    l’amore,
    se non poterono salvarti
    dal tuo dimani?
    Ritorni ame
    Quest’oggi,
    da una foto,
    ma più profondamente
    t’avevo impresso
    e mai dimenticato
    per il gentile amore
    che mi hai dato.
    Biancolina.

     

     
  • 04 gennaio alle ore 21:17
    Daisen (esserci)

    Esserci, da poco qui
    piccolo mio, piovuto nel mondo,
    con il ricordo inconscio dei tuoi suoni ovattati
    e l’acqua che ti rendeva più pesce che uomo.
    Poi sei piovuto qui
    nel nuovo mondo
    di cui assapori più incertezza che chiarezza.
    Di buono c’è il seno della mamma,
    che ti promette cibo e amore.
    Ma anche quello lo devi guadagnare,
    ed è un lavoro nuovo,
    da esplorare.
    Ci sono voci,
    che non riconosci,
    intorno a te…
    che noi sappiamo voci,
    ma tu non discerni che rumore,
    incertezza anche quella
    che non assicura, ancora, amore.
    Poi lo saprai,
    che il suono delle voci
    è quello di chi ti aspettava al mondo
    voci di chi amava ancora prima che tu nascessi,
    voci di chi ti ama oggi e ti amerà domani.
    Ma tu, piccolo mio, piovuto al mondo,
    lanciato in mezzo a noi,
    con il ricordo inconscio di una quiete
    che hai perduto,
    adesso ancora lotti, ogni minuto,
    coi tuoi sussulti,
    le manine aperte,
    i tuoi sospiri
    e i tuoi pugnetti stretti nella quiete.
    Noi, già piovuti in tempi differenti,
    in questo mondo,
    che conosciamo appena un poco più di te,
    staremo attenti
    a darti sicurezza
    amore, certezza e consuetudini felici.
    Staremo attenti a farti un po’ da nido
    e un po’ da allenamento al volo,
    per fare sì, che tu,
    cresciuto, un giorno,
    ne voli, con ali forti e nuove,
    sempre più fuori.

    In tedesco, Dasein è sinonimo di esistenza. Il  filosofo Heidegger parlava di "esserci" e l'essere umano viene "lanciato" nel mondo. Ho pensato al mio nipotino, lanciato nel mondo, proveniente dal suo mondo e mi sono immedesimata nella sua naturale difficoltà di adattamento e comprensione. "Esserci", vuole dire vivere il tempo e lo spazio della nostra vita ed interagire con gli altri... un po' semplificato, ma è il senso che ho dato al titolo.

     
  • 03 gennaio alle ore 20:08
    "UNO"

    Mi ferisce gli occhi Il sole di questa mattina.
    E’ l’uno di un anno che viene per noi, non per tutti.
    Ma uguale al tempo di Cicerone è l’uomo.
    Non vale il pensiero che muti, da un giorno all’altro,
    che impari le piccole gioie della vita
    e si lasci alle spalle con l’anno che muore,
    le angosce senza ragione gli odi,
    i rancori, le false certezze…
    ferisce,
    ferisce il sole dalle tapparelle appena rialzate
    sul nuovo giorno che nasce,
    ferisce il sapere che dall’ieri all’oggi,
    nello spumante stappato, nel panettone,
    non si è annegata la noia,
    la rabbia,
    la voglia di fare del male dell’uomo di terra.
    Non vale chiamare quest’anno che viene
    con un nome nuovo
    se non ci imponiamo a cambiare
    quel tanto di noi,
    quel tanto del mondo che ancora
    ferisce e fa male.

     
  • 03 gennaio alle ore 20:06
    Schumi

    Dove ti attende l’amica dell’ultima ora?
    Il condottiero di Samarcanda l’aveva veduta
    fuggendo sul veloce destriero
    con tanta destrezza da coglierla al volo.
    Dove l’attende
    nel sonno del coma
    alla svolta imbevuta di neve
    di ghiaccio,
    di brina o nella sua mente non sa
    ed è perduto in una impossibile gara con il destino?
    Cosa gli fa compagnia
    nel marasma sconvolto
    di un ieri mai chiuso del tutto?
    Mentre turbinii di bianchi mantelli
    lo avvolgono
    e senza un volante
    lo fanno girare su sé e non tornare a chi l’ama.
    Schumi vaga.
    Noi vagheremo un giorno vicino o lontano,
    senza avere percorso le piste più assurde del mondo,
    volando a quattro anni alla guida di un kart,
    per poi serpeggiare tra i senza ritorno,
    in una nuvola rossa
    sotto gli occhi di chi in quel momento temeva
    . Non oggi.
    Non oggi, dovevi cadere,
    punito da un sasso
    e giacere senza corona d’alloro.
    Non oggi, non ora.

     
  • 16 settembre 2013 alle ore 21:13
    Benché tu sia così bianca...

    Benché tu sia così bianca,
    questa sera,
    alla luce dei fari che ti illuminano
    con violenza,
    benché tu sia così bianca,
    nave dei sogni,
    pure c’è un solco di fango che ti segna la fiancata,
    laddove fosti ghermita dallo scoglio,
    laddove venisti giù,
    lenta,
    senza pietà verso chi ti viveva indosso.
    Senza pietà fu lo scoglio,
    senza pietà e coscienza
    fu l’essere umano,
    dimentico del suo dovere di capitano.
    Senza pietà fu l’errore,
    che ti precipitò ad affogare,
    a metà,
    in quell’acqua nemica.
    Ma questa sera,
    mentre uomini e funi ti traggon via
    da quella melma verde che ha coperto
    il tuo fianco immacolato,
    torni per qualche istante
    al tuo candore perso,
    a ricordare quanti ti videro solcare,
    forte e sicura
    il mare.
    Ma non avesti colpa,
    coi tuoi oblò,
    coi tappeti e le scale,
    le piccole cabine
    e le lucenti sale
    piene di specchi.
    Non avesti colpa,
    nel privare, quasi d’un tratto,
    in momenti frenetici di panico,
    della gioia, della vita, degli amori
    chi si era immersa in te,
    nel ventre tuo
    destinato a restare sopra il mare
    non dentro il fango, invece,
    ad annegare.
    Ma questa notte sei tornata bianca,
    sotto i fari,
    mentre lacci, argani ed umani,
    ti traggon fuori
    dalla melma nera,
    sei destinata, domani, alla tua fine.
    Questa sera ti guardo
    per un’ultima volta,
    come se fossi quella
    che più non sei
    e il mio pensiero vola
    a quei dispersi,
    che non renderai.
     

     
  • 01 gennaio 2013 alle ore 12:50
    A Rita Levi Montalcini

    Cara Rita,

    scienziata donna,

    che hai creduto, nella tua lunga vita,

    alla scienza, alla curiosità, alle donne,

    all'NGF (Nerve growth factor)

    che ti donato il Nobel.

    Sei andata via,

    silenziosamente,

    perché il tuo corpo umano ha detto “basta”

    e ci hai lasciato,

    indenne,

    il tuo sorriso,

    che non era allegria,

    ma convinzione di una vita da vivere

    con il cervello “vivo”,

    senza ironia.

    Il tuo laboratorio

    nel sottoscala,

    nascosta al mondo

    del nazismo nero,

    ti ha poi condotta alla scienza,

    alla gloria.

    Chissà se dentro l’anima

    ricca, di studiosa,

    credevi in Dio.

    Chissà se la tua crisalide umana,

    ti ha regalato,

    le ali di una farfalla di energia.

     
  • 08 luglio 2012 alle ore 11:18
    Abbandono di un figlio.

    Lei ti amava, piccolo uomo.
    Ti ha portato dentro di sé
    nove mesi.
    Ed eri un problema: l’addome cresceva
    l’osservavano tutti nel suo mondo difficile.
    Anche il lavoro, per mesi, si è fatto più duro,
    arduo anche da farsi, qualsiasi esso fosse:
    non si amano le donne in attesa,
    sono un problema
    se non sono protette da un uomo, da una famiglia
    dalla società.
    Vedi dunque quanto ti ha amato:
    ti ha tenuto nel grembo,
    malgrado qualcuno avrà suggerito che è un nulla
    un aborto.
    Questione di pochi minuti
    e al risveglio sei sola.
    Ma lei ti ha amato, piccolo uomo,
    ti ha messo al mondo, soffrendo
    e nessuno le ha portato fiori
    o a sorriso, o le ha offerto un asilo con te.
    Ma sei nato, piccolo uomo,
    sei stato allattato,
    sei stato vestito,
    sei stato portato al sicuro e sei vivo.
    Non scordare piccolo uomo
    nel tempo a venire che tua madre ti amava.

     
  • 25 giugno 2012 alle ore 19:21
    Perderci

    Perderci.
    Quante volte ci siamo perduti?
    Negli occhi di un uomo,
    un fantasma, per via.
    Lui, lontano, è passato oltre.
    Noi siamo restati seduti nel bus della nostra esistenza,
    guardando le strade scorrere
    e intanto, aspettando la nostra fermata.
    Ci siamo perduti in un mondo che non era nostro,
    illusi di entrare,
    ma non ci era concesso che di guardare
    dal buco della serratura di una porta chiusa.
    Ci siamo perduti in un sogno
    da non realizzare,
    nebulosa illusione
    che ci ha lasciati svegli, all’improvviso.
    Ci siamo perduti in un desiderio
    buco dell’anima,
    tormentato, irrinunciabile, impossibile.
    A  cui abbiamo dovuto dire addio,
    e, per ogni rinuncia qualcosa di noi
    ci ha lasciati,
    per ogni sguardo sfuggito al vibrare delle nostre ciglia
    un piccolo universo è scomparso.
    Viaggiatori in un tempo breve
    siamo ancora qui, con la valigia piena
    che nessun letto d’albergo ad ore
    potrà mai ospitare.

    scritta ora.

     
  • 30 gennaio 2012 alle ore 9:37
    Donna

    Donna dalle mani morbide,
    inanellate,
    dalle unghie rosso sangue
    e il volto liscio come porcellana,
    donna che costruisce,
    che spezza le unghie chiare
    e mescola colori coi pennelli;
    donna che porta un velo nero in testa
    e alla sinistra un anello,
    ma non dorme con l’uomo della sua vita,
    donna dalla variante infinita,
    intrisa di passione e pace,
    nata da donna,
    destinata a fiorire
    e pungersi con spine non sue.
    Donna che volge lo sguardo al passato
    e non sa costruire l’avvenire,
    donna libera di tentare altre vie,
    dagli occhi vivi nell’ovale pallido e fremente;
    donna che usa la mente
    e produce pensieri eterni,
    che cercheranno nel tempo orecchi ed occh
    i di ogni sesso ed età,
    donna che non conosce la viltà della rinuncia,
    donna che pronuncia la parola “amore”
    come fosse un verso sacro della bibbia;
    donna dalle carni scure e le labbra rosse,
    donne percosse, battute, violentate,
    donne dimenticate nelle stanze buie
    a ricamare pensieri irrealizzati.
    Donna dell’otto marzo,
    gialla di gelosia, che ha il coraggio di fuggire via
    dalle proprie viltà ,
    donna che andrà lontano,
    sia da sola che stringendo di un uomo la mano.
    Donne tutte,
    dall’immensa capacità di amare,
    a cui il destino ha offerto il dono del creare,
    nel grembo porterete con voi la specie
    e la speranza della continuità di un mondo nuovo,
    che avanza.

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 18:27
    Papà non torna

    Papà non torna questa sera.
    Non come il padre di un Pascoli
    ucciso sulla strada
    e immortalato in un poesia.
     
    Papà non torna a stringere le braccia
    Intorno al tuo respiro di bambino.
    Non lo portava la cavallina storna,
    ma lavorava, ed era il suo destino.
     
    Lavorava per pochi euro al giorno,
    e li portava a casa a fine mese
    e non rientrava con le bambole in dono,
    ma col sorriso stanco e le sue mani tese.
     
    Le tendeva a me, mamma,
    e in quel sorriso,
    tirato, lungo, certo non felice
    c’era nascosta a volte la speranza
    di un domani sicuro, senza grosse pretese.
     
    No. Non torna papà.
    Uno dei tanti.
    Per qualche tempo, poco,
    che la notizia scade,
    per qualche tempo ne sentirai parlare.
    Ma, grazie alla tua età non capirai.
     
    Ne sentirò parlare,
    e sarà scopo di parole forti,
    di dotti, saggi e politici corrotti.
     
    Corrotti. Tutti,
    che, sopra i soppalchi,
    sotto le grotte,
    appesi ai cornicioni
    a fare equilibrismi senza rete,
    non ci son loro
    che vanno a tentoni
    parlando di un’Italia
    che s’è rotta per tanti
    ma per loro è ancora sana.
     
    Ed altri, come il tuo papà,
    bambino mio
    muoiono tutti i giorni,
    senza sogni,
    senza una sicurezza nel domani,
    da porre,
    anche se  morti,
    nelle tue piccole, innocenti  mani.

    *A tutti i bimbi che non rivedranno più il loro papà, morto sul lavoro.

     
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  • Come comincia:
    Dal libro “Voci dal passato”, di Bianca Fasano (1994), la storia di Alessandrina Samonà, la bimba che visse due volte e divenne studiosa di fenomeni spiritici e medianici e autrice dei libri I misteri della psiche (Fiamma Serafica, Cappuccini, 1966) e Bagliori nelle tenebre (1979). [1]
     
    Resta comunque incombente sulla nostra esistenza "odierna", ossia sulla nostra "unica" personalità , il sospetto o la speranza, come dir si voglia, che questa possa essere il frutto di una serie breve o lunga di successive reincarnazioni. I casi di persone che asseriscono di essere loro stessi dei reincarnati o di riconoscere la caratteristica in altri individui non sono pochi e mi sembra interessante citarne alcuni. Ecco una storia vera,[2] apparsa in un articolo - lettera, sulla rivista "Filosofia della Scienza", Rivista Mensile di psicologia sperimentale, Spiritismo e scienze occulte - Direttore Avv. Dr. Innocenzo Calderone il 15 gennaio 1911. (Tip. Sicula Giannone, 1909-1914). La lettera inizia così:-
     
     "Palermo, Villa Ranchibile. - Carissimo Calderone, nonostante il carattere intimo dei fatti che precedettero la nascita delle mie due bambine, pure io nell'interesse  della scienza, non ho difficoltà alcuna a che siano resi di pubblica  ragione per mezzo della tua accreditata e pregevole rivista senza tacere i nomi di alcune persone che li seppero mano a mano che essi si venne ro svolgendo..."
     
    Effettuando qualche ricerca (anche perché incuriosita dal fatto che, avendo vinto un secondo premio a settembre 2011, per una mia poesia, sono stata proprio a Villa Ranchibile, al cui interno vi è un piccolo teatro in cui si è svolta la cerimonia di premiazione), ho potuto appurare che, a fine Ottocento, a seguito del matrimonio fra Don Carmelo Samonà[3] e la Principessa Adele Monroy di Pandolfina e di Formosa, la coppia visse a Villa Ranchibile, residenza di villeggiatura della poi ceduta dalla stessa Principessa Adele ai Salesiani, che vi fondarono l’Istituto Don Bosco, tuttora esistente. Dal matrimonio fra Don Carmelo e la Principessa Adele nacquero quattro figli maschi ma anche due figlie femmine, Maria Pace e Alessandrina Samonà: quest’ultima fu studiosa di fenomeni spiritici e medianici e autrice dei libri I misteri della psiche (Fiamma Serafica, Cappuccini, 1966) e Bagliori nelle tenebre (1979).
    La missiva, scritta alla rivista proprio dal medico palermitano Carmelo Samonà, è perfettamente confacente alla storia di famiglia da me ricostruita e racconta come, nel marzo del 1910, egli e la moglie vennero colpiti dal dramma di veder morire a causa di una meningite, la loro piccola Alessandra. 
    Tale dolore si fuse a speranza e inquietudine quando, tre giorni dopo, Alessandrina apparve in sogno alla madre assicurando:-
    "Non piangere, mamma! Ritornerò presto e anche con una sorellina."
     Il fatto non parve impossibile al medico, attento studioso delle scienze occulte, che vide finalmente il realizzarsi del messaggio, quando la moglie, incinta, mise al  mondo  due gemelline. Una delle due, sin dalla più tenera età, cominciò ad agire come la loro Alessandrina di cui portava anche il nome, (e viene da chiedersi in  che modo i genitori scelsero, tra le gemelle, colei che avrebbe dovuto portare il nome della sorellina scomparsa), inoltre, crescendo, sembrò assomigliare sempre di  più alla sorellina defunta, mentre non era affatto simile alla gemella, Maria Pace. Il padre, con l'ausilio di alcuni colleghi, l'osservò crescere con grande amore e interesse, scoprendole particolari fisici che aveva già riscontrato nella prima bambina, e inoltre un vero terrore per i mal  di  testa, unito all'abitudine di portare spesso la mano al capo, come aveva fatto Alessandrina prima di morire. La "seconda Alessandra" aveva inoltre memoria della sua prima esistenza, anche su fatti di cui neanche i genitori ricordavano più l'esatto svolgimento. Non stupisce che si sia, più tardi, dedicata allo studio dei fenomeni occulti.
    Come avrebbe giudicato un caso simile uno studioso di psichiatria  infantile? Come l'avrebbero inteso uomini come Freud e Jung? Forse avrebbero ipotizzato che, senza neanche rendersene conto, fossero stati gli stessi genitori a "spingere" la bimba verso la via di ricordi che non le appartenevano. Potremmo persino avanzare l'ipotesi che la madre, nello stesso momento del concepimento, avesse passato alla nuova bimba nozioni di un altro essere, ossia una sorta di "banca dati" preformata, carica di tensioni e sensazioni. Le supposizioni possono essere tante, ma per i genitori non apparve che una verità: 
    Alessandrina era ritornata, come promesso, da un'altra dimensione.
    Occorre precisare che esiste una lettera scritta dall’avv. Calderone su carta intestata de Filosofia della scienza. Rivista mensile di psicologia sperimentale, spiritismo e scienze occulte,di cui era all’epoca direttore, che accompagna un suo volume allo Psichiatra Sante de Sanctis[4], famoso tra l’altro per aver pubblicato nel 1929-1930, il suo fondamentale trattato dedicato alla Psicologia sperimentale, affinché potesse dargli un giudizio critico in merito. Questo a dimostrazione anche del fatto che, agli albori delle ricerche parapsicologiche, vi fosse un’intima e stretta correlazione tra lo studio della psicologia e quello della parapsicologia.

    [1] Voci dal passato. 1994. Rivisitato nel 2011/12 per la pubblicazione Web con la Keitai Bookstore. Per il libro scaricare dall’App Store l’Applicazione Keitai Bookstore (https://itunes.apple.com/it/app/keitai-bookstore/id436108714?mt=8) dove al suo interno si troveranno i libri di Bianca Fasano.
    [2] Bianca Fasano D’Aiuto. Voci dal passato, vol. IV. Pag. 69 e segg.Riemma Editore. Napoli.
    [3] (fra l’altro, autore del libro Psiche Misteriosa (Libreria Internazionale Alberto Reber, 1910), ripubblicato decenni dopo con il titolo I fenomeni spiritici (Reprint, 1988).
    [4] http://www.archiviodistoria.psicologia1.uniroma1.it/opere%20in%20pdf/MgP/SDS/Cicciola,%20E.(a%20cura)%20(2008),%20Fondo%20Sante%20De%20Sanctis%20Inventario..pdf

     

     
  • Come comincia: Narra Strabone:-
    “Chi doppia il capo (Sinus Paestanus)  trova contiguo un altro golfo, in cui è la città che i colonizzatori Focei chiamano  Elea, da cui vennero Parmenide e Zenone Pitagorici. A mio parere, a causa di quelli furono ben governati anche in antico e perciò resistettero ai Lucani e ai Poseidoniati e ne risultarono più forti, benché inferiori e per estensione del territorio e per numero di abitanti.”-
    Da queste poche frasi siamo già in grado di comprendere l’importanza di uomo politico che ebbe Parmenide per la città di Velia; nella quale ancora nel IV sec. si parlava e si scriveva in greco ed a cui il Senato romano aveva riconosciuto il diritto di conservare i caratteri della grecità.
    Lasciamo adesso la parola su Velia all’archeologo che più l’amò, ossia Mario Napoli:- (Civiltà della Magna Graecia-Gennaio 1985)
    “Dati obbiettivi fanno oggi di Velia un terreno ideale per la ricerca archeologica. Infatti, mentre molte città della Magna Graecia, e basterebbe ricordare Neapolis, Reggio e Taranto, hanno continuato a vivere oltre i tempi dell’età antica, senza soluzione di continuità, per cui vivendo hanno cancellato quasi ogni traccia del loro passato, e mentre di molte altre città o si ignora il sito preciso, o fatti dovuti all’uomo e alla natura hanno distrutto tutto o grandissima parte, Velia è, invece, attualmente disponibile per il piccone dell’archeologo.”-
    Mario Napoli ci spiega che:-”La linea della spiaggia era molto più arretrata, per cui il  colle, sulla quale è l’acropoli, in antico si protendeva nel mare, e tutta la collina, sul crinale della quale corrono le mura, divideva l’abitato in due quartieri urbanisticamente distinti. Il quartiere settentrionale, più piccolo, era in funzione del porto fluviale alle foci dell’Alento, che in età antica scorreva leggermente spostato a sud, nel suo tratto finale lambendo il colle di Velia e sfociando immediatamente a monte dell’attuale strada provinciale.”- L’archeologo parla poi delle isole “Enotridi”, attualmente riconoscibili in quanto unici punti calcarei nella piana alluvionale; queste furono ricordate da Strabone e da Plinio (N.H., III, 85) che le ubica con precisione “contra Veliam”, denominandole Pontia et Isacia.  Il piccolo villaggio in “poligonale” venuto alla luce sull’acropoli potrebbe essere la “città” Enotria che i Focei “conquistarono”.  Per quanto riguarda il quartiere meridionale, più ampio del settentrionale, questi aveva un suo porto ai piedi dell’acropoli ed un altro doveva possederlo alle foci della fiumarella Santa Barbara; possedeva  un carattere politico e residenziale e coincideva, secondo il Napoli, alla città costruita dai Focei dopo il 540 a.C.. Il quartiere subì, nel tempo, numerose trasformazioni, specie nella zona portuale, a causa dell’insabbiamento dovuto al mare ed a fatti alluvionali. tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a. C., avvenne difatti una  seconda trasformazione che interessò anche la parte del quartiere  oggi visibile ai nostri occhi. L’importanza dei lavori costrinse anche al potenziamento delle fabbriche di mattoni velini, ma, a conti fatti, l’urbanistica non ne venne di molto mutata, a parte l’impossibilità dell’uso delle aree portuali. Per quanto riguarda l’acropoli, che è posta fuori del giro delle mura, questa, con un suo ingresso, appare ben differenziata rispetto ai due quartieri precedentemente annotati. Vi sono state rinvenute ceramiche greche appartenenti al 540 a.C. e si profilano in essa le fasi più antiche della costruzione di Velia. Abbiamo ricordato il villaggio in poligonale, il quale verrà successivamente coperto da un grande muro di terrazzamento verso il 480 a.C.  su cui, nel punto più alto, sarà costruito poi un tempio ionico che appare oggi con una parte dello stereobate. La strada di accesso all’acropoli risale alla terza fase costruttiva , ossia tra la fine del V e gli inizi  del IV sec. a.C. L’elemento di congiunzione tra  i due quartieri, settentrionale e meridionale è  proprio la strada  che, partendo da l porto sull’Alento, penetra da Porta Marina Nord nel quartiere settentrionale, si inerpica sul colle e, attraversando Porta Rosa, discende verso il quartiere meridionale  uscendo da Porta Marina Sud. La famosa “Porta Rosa”, regalataci dall’arguzia e dalla tenacia di Mario Napoli, venne scoperta, come narrano gli stessi operai presenti, quasi per caso. Ma occorre dire che l’archeologo aveva da sempre “intuito” la presenza di un collegamento tra i due quartieri. Si racconta che, in una qualsiasi giornata di lavoro, gli operai, durante una pausa, parlassero all’archeologo di un posto, chiamato in dialetto “voccolo”, dove i pastori si riparavano dal freddo con le pecore, perché formava nel vano della montagna una specie di grotta; fu questa la “illuminazione” che spinse Napoli a cominciare gli scavi proprio in quel luogo dove, alla luce del tramonto, comparvero i primi massi di Porta Rosa, colorati dal sole crepuscolare, di rosa. Essendo proprio “Rosa” il nome della moglie,  Mario Napoli volle battezzare così la splendida costruzione  datata circa alla metà del IV sec. che apparve in giorni successivi di scavo. Ecco come lo stesso archeologo la descrive:-
    “è il più splendido monumento di architettura civile della Magna Graecia. Il solenne arco, costruito in conci radiali, senza malta, costituisce l’anello di congiunzione  tra le espressioni architettoniche simili dell’area greca del Mediterraneo orientale ed il mondo occidentale, e ci chiarisce attraverso quali tramiti  l’area etrusco-laziale abbia appreso a costruire archi a conci radiali. “-
    Difatti, sino alla scoperta di Porta Rosa, si era stati propensi ad attribuire proprio agli etruschi “l’invenzione” di tale tipo di porta, pur tenendo conto che, fin dalla preistoria era in uso una sorta di arco (detto falso arco) costruito non da conci rastremati bensì da pietre piatte per cui era logico pensare che la tecnica costruttiva si fosse affinata poi nel tempo, utilizzata di volta in volta dagli egizi, dai babilonesi , dai greci , (i quali li usavano generalmente nelle costruzioni civili, quali magazzini e fognature), dagli assiri, a cui si devono i primi palazzi con soffitti ad arco e dagli etruschi, che li utilizzavano  soprattutto nei ponti e nelle porte. E’ interessante annotare che, in Moio della Civitella, gli scavi sistematici diretti da M. Napoli nel 1966, riportarono alla luce un “frourio”, ossia un centro fortificato, con le fondazioni di un grande ambiente quadrangolare in cui era inserita un porta ad arco e mura  (detta porta del castagno), risalente al IV sec. a.C.
    Nel tempo, dopo l’interramento dei porti, che sempre più impediva le un tempo fiorenti attività commerciali di Velia, la città venne lentamente abbandonata dagli armatori e dai sapienti medici locali a cui le alluvioni avevano sottratto le terme e gli ambienti di lavoro, coperti dal fango. Nell’VIII sec. d.C. le acque alluvionali seppellirono col fango e coi detriti il quartiere meridionale  e l’edificio, presentante i caratteri di una basilica paleo-cristiana, nella quale si vuole fossero stati conservati i resti di Matteo Evangelista. Gli abitanti furono costretti a trovare sistemazione sull’acropoli e, successivamente all’occupazione Longobarda, la Velia di Parmenide si avviò a finire.
    Ma non può spegnersi invece il ricordo di quanto significhi, per noi meridionali in particolare la storia di questo passato illustre di filosofia, scienza, arte e cultura, compendiamolo con il ricordo di Parmenide da Elea, da molti considerato il fondatore della scuola Eleatica. Dei suoi scritti sono rimasti solo alcuni frammenti del poema in esametri sulla natura, ma resta il fondamento del suo pensiero:- solo l'"essere" è, esiste ed è pensabile, mentre non è pensabile la non esistenza dell'essere o l'esistenza del non-essere; questo, in quanto ciò che non è, non esiste e perciò non è pensabile. Dell'essere Egli asseriva che esso è imperituro, atemporale, intero, continuo, indivisibile, unico, immobile e sferico. L'essere, in quanto immutabile, per Parmenide non si conosce per mezzo dell'esperienza sensibile, mutevole per definizione, ma grazie alla ragione.   Parmenide ci spinge dunque a non restare bloccati nel “tangibile”, ma ad usare “la ragione” a spingere la logica e l’intuizione oltre il visibile, a far volare veloce la navicella spaziale dell’ingegno umano nell’universo, per esplorare con la mente territori che, al momento, nessun uomo può raggiungere con i mezzi che la scienza mette a disposizione. La storia della civiltà insegna all’uomo che i grandi pensatori del passato, con la ragione e l’intuizione, hanno varcato i cieli del visibile, descrivendo cose di cui soltantosecoli dopo la piccola e frammentaria scienza umana ha potuto dimostrare l’esistenza. Oggi la filosofia e la scienza camminano vicine e la cultura continua a rappresentare il faro di luce nelle tenebre dell’ignoranza, dell’indifferenza, della brutalità, della sopraffazione...
     

     
  • Come comincia: Dite: basta. Da adesso compio la magia di far scomparire il pozzo: Chiudete forte gli occhi e sussurrate la parola magica: “io sono vivo”. Qualcuno aspetta da voi un sorriso.
     

     
  • 17 gennaio alle ore 18:53
    Intervista impossibile con il padre

    Come comincia: D) Caro papà, che mi osservi dalla foto posta all’ingresso della mia camera da letto, certa del fatto che tra noi il filo del discorso, muto o parlato, non si sia spezzato quel lontano giugno del 1973, vorrei farti una piccola intervista da inviare ad un premio letterario, me la concedi?
    R) Vedo che non sei cambiata molto in tutti questi anni: la tua passione è restata quella di scrivere… perché dovrei dirti di no?
    D) Mamma diceva che la foto da cui mi sorridi con i tuoi osservatori “occhi a triangolo” ti fosse stata scattata da una donna. Questo il motivo, a detta di lei, del tuo sorriso affascinante…
    R) Mamma Gelsomina è sempre stata gelosissima, ma non potevo prendermela con lei: ero geloso anche io.
    D) Anche di me?
    R) Certo: anche di te, altrimenti non sarei stato così attento a ciò che facevi… ricordi come tenevo sotto controllo te e mamma al cinema e vi chiedevo se qualcuno vi infastidisse?
    D) Sì, ma le domande le faccio io, altrimenti che intervista è? Sai che sono giornalista…
    R) Non lo eri quando ti ho lasciato, ma di te non mi stupisce nulla, sei sempre stata una fanciulla piena di iniziative e curiosità. I libri della mia biblioteca, partendo da Pirandello li ha letto a meno di dodici anni. Anche D’Annunzio.
    D) Una domanda avrei voluto farti, dopo che ci hai abbandonati così all’improvviso: hai lasciato un testamento olografo a soli 56 anni. Tu sapevi?
    R) Vuoi dire se sapevo di essere a rischio? Sì, lo sapevo. Ma dirvelo sarebbe stata una inutile cattiveria. Ho sempre avuto la sensazione che tu lo avessi capito, almeno con chiarezza da tempo e con dolore una settimana prima che…
    D) Lo avevo capito. E’ vero. Ricordi che ti presi la mano e per quello scherzoso gioco che facevamo tra noi provai a leggertela?
    R) Già. Mi fissasti il palmo e mi chiedesti se mi ero fatto visitare dal medico ed io ti chiesi, a mia volta: -“Cosa vuoi dire, che debbo morire?”-
    D) Lo chiedesti tu a me. Allora non ne eri davvero certo?
    R) Chi può dire di essere davvero certo della propria fine? Sapevo di star male con il cuore, ma speravo di vivere ancora. Sapevo, anche che tu hai doti acquisite da tua madre, che a sua volta le prese da nonna Michela. Ho sempre saputo che sei una medium. Anche adesso che fingi di fare questa intervista, in realtà sta parlando davvero con me.
    D) Sì papà, credo di esserne cosciente. Forse è questa la ragione per cui non mi sono mai sentita davvero lontana da te. Ma è vero che mi sei stato vicino?
    R) A mio modo, sì: ricordi quando piangevi disperatamente in bagno, dopo l’addio? Tu attendevi la prima bimba, quella Fiammetta che non mi ha mai conosciuto. Ti venni in sogno e ti dissi-: "Biancolina, sono papà. Non è necessario che tu senta troppo dolore per me. E dato che ti stai impressionando, adesso stacco…”-
    D) Eri tu, davvero? Mi svegliai con il cuore in gola e la tua voce all’orecchio, come quando chiamavi dalla banca per parlare con mamma…
    R) Sì, ero io davvero.
    D) E’ per questo che Fiammetta, da piccola, osservava la tua foto e sorrideva come se ti conoscesse?
    R) Mi conosceva attraverso te.
    D) Vorrei domandarti qualcosa della tua vita che non ho avuto modo di chiederti mai, me lo permetti?
    R) Che problema c’è? Fai pure.
    D) Tu hai perduto tuo padre che avevi 9 anni. Lo ricordavi?
    R) Sì e no: mio padre era un medico. Aveva lo studio in casa e la porta restava chiusa. Non c’era concesso di entrare. So che aveva fatto il medico in guerra e che, nel corso di una operazione ad un militare a cui dovette amputare un arto per la cancrena, si era ferito ad un dito. So che, cosciente del rischio che correva (non c’erano ancora né penicilline né antibiotici), se lo amputò da sé.
    D) Terribile. Lo raccontava lui?
    R) No: lo raccontava mia madre. Nonna Bianca.
    D) Che mamma è stata la nonna?
    R) Una madre preoccupata ed affettuosa: mi portava a mare, in barca per farmi respirare l’aria iodata che al tempo si diceva facesse bene. Mi lavava con l’alcool quando non voleva usare l’acqua in quanto soffrivo di febbri. Ero un ragazzino delicato.
    D) Ma è vero che la nonna, dopo la morte di tuo padre, fu fidanzata per un periodo con Enrico De Nicola?
    R) Alla morte di mio padre i parenti di papà cercarono di far sì che non ricevesse tutto il patrimonio del marito e ci furono molte lungaggini. Pare che De Nicola, che al tempo era un giovane avvocato pieno di fascino, difendesse nonna Bianca. Nel tempo, poi, l’amicizia divenne affetto. Ma era trascorso più di un anno dalla morte del nonno. Pensa che mia madre, restando vedova, aspettava il terzo figlio, zio Vincenzo…
    D) Si fidanzarono?
    R) Durò poco. Mi dissero che lui volesse mettere in collegio noi tre figli: io, zia Maria e zio Enzo. Mamma non volle e lui la lasciò… ma sono soltanto cose che ho sentito dire.
    D) Davvero tu non ne sapevi proprio nulla?
    R) Non posso negare che, anche da figlio, fossi un po’ geloso. Da nato sotto il segno dello scorpione, può darsi che abbia fatto con la mamma le storie che un ragazzino di dieci undici anni poteva fare…
    D) Già: credibile, conoscendoti. Te ne sei mai pentito?
    R) Senza dubbio. Per noi sarebbe stato meglio che nonna facesse una vita meno solitaria e che avesse un compagno al suo fianco.
    D) Amavi la nonna?
    R) Tantissimo. Una donna bellissima, con lunghi capelli del colore dei tuoi. Dolce, elegante. Vestiva alla “merveilleux”, una casa di mode napoletana molto “in”. Camminava in carrozza, andava all’opera…
    D) Ma era davvero tanto ricca?
    R) Visse con il padre, assieme a noi. Mio nonno era certamente agiato ma l’eredità di mio padre in breve tempo venne usata. Male, forse. I terreni furono venduti, uno ad uno. Tanti che portavano dai paesi vicini alla città. Anche gioielli, quadri…
    D) Vuoi dire che l’eredità fu sperperata?
    R) Mia madre era abituata a vivere bene e le donne del tempo non lavoravano e non erano educate al risparmio o all’economia. Facilmente sbagliavano.
    D) Tu non lo impedisti?
    R) No: volevo che godesse finché poteva. Poi ho ricostituito un mio piccolo patrimonio personale.
    D) Ti dispiace se questo nostro dialogo lo rendo pubblico?
    R) Dialogo? E chi mai potrà accusarmi di avere detto cose sbagliate o false? Io sono morto da oltre quarant’anni. Vuoi forse far credere davvero che tu abbia intervistato tuo padre? Sai bene che è frutto della tua fantasia di scrittrice…
    D) Vuoi dire che dovrei completare con la solita frase:- “Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale?” Da avvocato quale sei, cosa mi consigli?
    R) Penso proprio che tu non abbia nulla da preoccuparti. Pubblica pure la tua “intervista impossibile” e faremo finta che sia stata tutta inventata. Mi ha fatto piacere parlare con te. Lo sai che non ti lascio mai.

     
  • Come comincia:  
    Di anno in anno, più di sempre, a noi insegnanti sembra di comprendere che molti dei nostri allievi non vengano con piacere a scuola. Forse è un gentile eufemismo: non vorrebbero venirci per niente, neanche più per trascorrere del tempo assieme ai loro simili, che possono incontrare altrove, laddove “altrove” può anche significare il variegato mondo del Web. Verrebbe fatto di pensarlo anche ascoltando l’urlo di consenso che sale dalla strada, quando, sotto scuola, l’ennesimo evento di spargimento di creolina li “costringe” ad allontanarsi. Fatti salvi ovviamente coloro che contrastano tale asserzione. E in Campania abbondano anche i veri e propri atti di vandalismo: San Sebastiano al Vesuvio 2 ottobre: allagamento nel  liceo scientifico "S. Di Giacomo".14 ottobre, nuova irruzione nella struttura di Via Falconi e nuovo allagamento con lo sperato (e disperato) blocco delle lezioni. 30 ottobre, nella scuola primaria "Pertini" di Via Falconi (non si può pensare certo ad allievi), ignoti appiccano, il fuoco ad un armadietto pieno di libri  ed i pompieri domano rapidamente le fiamme. Cosa che purtroppo non accade il primo novembre, alla scuola primaria "E. Toti" di Via Principessa Margherita: due aule semidistrutte, ingenti danni all’impianto elettrico e il timore che l'incendio distruggesse l'intero Edificio.
    Eppure la necessità della scolarizzazione viene da lontano ed ha avuto un percorso complesso e difficile, in un mondo dove ai giovani non era permesso di esserlo. Basti ricordare che fino alla metà del sec. XIX i tre quarti circa della manodopera impiegata nelle fabbriche tessili inglesi erano donne e ragazzi fra i dieci e i diciotto anni.
    Per anni, ed occorrerebbe forse ricordarlo ai nostri giovani, l’infanzia non è esistita:
    -“Egli era davvero malvagio contro chi lo maltrattava, torvo, ringhioso e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po' di ricreazione, egli andava a rincattucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel pane di otto giorni, come facevano le bestie sue pari; e ciascuno gli diceva la sua motteggiandolo, e gli tirava dei sassi, finché il soprastante lo rimandava a lavorare con una pedata".[[1]-
    Non è senza ragione gli scrittori dell’epoca ponevano in luce la sofferenza di questi ragazzi privati dell’infanzia e la feroce indifferenza degli adulti nei loro confronti.
    In Italia, con la creazione delle prime Scolette e Custodie, non c’era l’intervento del Governo o di un non esistente “ministero per l’istruzione”, ma di privati ed enti religiosi che assolvevano il compito di ridurre l’altissimo tasso di analfabetismo e di consentire alle madri operaie di andare al lavoro, non lasciando incustoditi i figli. Pessima la qualità dell’istruzione e dell’igienicità dei luoghi in cui questa era impartita. I Brefotrofi accoglievano i bambini del popolo e i bambini abbandonati. Che erano troppi. Giungiamo alla metà dell’ottocento, con la comparsa dei primi pedagogisti, per cominciare a concretare l’idea di una struttura che fosse indirizzata all’insegnamento ed alla cultura, più che alla custodia ed alla sorveglianza Nasce con loro anche una maggiore attenzione nei confronti del bambino, tenendo presente la necessità della sua educazione, cercando, probabilmente, di accentuare l’utilizzo di strutture nate ad hoc anche allo scopo di diminuire i casi di abbandono e morte infantile (cosa che non è risolta completamente neanche oggi).
    In Italia, alla fine del 700, il primo problema era nel far comprendere alle famiglie poverissime che un loro figlio non doveva più essere inteso come forza lavoro utile alla famiglia stessa, ma come individuo che, acculturandosi, avrebbe potuto raggiungere l’emancipazione sociale ed economica. Occorrerebbe ricordare ai nostri giovani che questo problema, per una parte del mondo “civile” e globalizzato odierno, come ben sappiamo, non è per nulla risolto:
     “La povertà aumenta il rischio che i bambini siano coinvolti nel lavoro” – denuncia Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro Secondo le stime ILO (International Labour Organization). 215 milioni di piccoli "INVISIBILI", a livello internazionale, di cui ben 115 milioni svolgono attività pericolose, soprattutto nell’agricoltura. Di questi quarantuno milioni sono femmine e settantaquattro milioni maschi. E’ cosa certa che molti di questi bambini lavorino in condizioni disumane. Mentre i nostri ragazzi urlano di gioia nel non entrare a scuola.
    Tornando in Italia agli inizi dell’ottocento, si cominciò a comprendere che la scuola dovesse essere gratuita, ma anche obbligatoria. Dice in tal senso il Genovesi[2]:
    -“ vi è qui un circolo vizioso: senza scuola non acquista fondamento il concetto di infanzia e senza quest'ultimo concetto non sembra aver senso la scuola. Comunque stiano le cose è certo che in situazioni economiche drammatiche ed assolutamente precarie, il togliere delle braccia lavorative da una famiglia è un momento di ulteriore crisi insopportabile.”-
    Problema che esiste ancora oggi dove la mappa del lavoro e dello sfruttamento minorile si evidenzia chiaramente sia nel Mezzogiorno sia nel Nord-est. Più presente, ovviamente nei casi in situazioni di degrado familiare e sociale, sommandosi a carenze infrastrutturali che permettono maggiore criminalità organizzata, alti tassi di disoccupazione e povertà. Non è dunque cambiato molto dai tempi che lamentava il Genovesi e la cosa dovrebbe quantomeno sorprendere.
    Fatto sta che a fronte della poca o molta voglia di studiare da parte di alcuni ragazzi, si pone la necessità economica delle famiglie (lavoro giovanile), o, cosa ancora peggiore, la possibilità dei ragazzini di entrare a far parte di una manovalanza illegale (di ogni possibile tipologia, compresa quella sessuale).
    Al primo censimento post-unitario del 1861, fu rilevata una media di analfabetismo del 75%, dato tanto più drammatico quanto più si andava a sud e più diffuso tra la popolazione di sesso femminile. Ma tornando ad oggi, Vittoria Gallina (docente dell'Università la Sapienza  di Roma e Roma3) asserisce: «Parliamo di casi di analfabetismo funzionale, o di illetteratismo, nei casi di persone che hanno avuto occasione di sperimentare un percorso scolastico, anche molto breve ma hanno comunque una modalità estremamente ridotta di usare gli strumenti appresi».
    E scopriamo che si tratta dei ¾ della popolazione studiata, suddivisi in un 5% di popolazione che pur avendo frequentato la scuola presenta fenomeni gravi di regressione culturale al limite dell'analfabetismo, e una massa, circa il 70% della popolazione, che ha competenze estremamente limitate.[3]
    ai primi del 900 dobbiamo ricordare che l'inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia di Francesco Saverio Nitti (1910) rilevò un cambiamento:
    -“Vi era in passato una grande indifferenza da parte delle classi borghesi per la diffusione dell'alfabeto: era in molti comuni una vera diffidenza.
    Ora tutto ciò è mutato, sopra tutto coll'emigrazione. Se ancora i galantuomini sono spesso diffidenti o indifferenti, è spesso il popolo che reclama una migliore istruzione [...]. Molti contadini, invece di dolersi delle sofferenze materiali che li affliggono, si dolevano della poca istruzione [...] si dolevano che le scuole andassero male o per incuria del municipio, o per deficienza di locali, o per colpa del personale insegnante [...]. Molto progresso vi è rispetto alla frequenza delle scuole elementari ed alla coscienza di esigere questo servizio dal municipio. Ciò si deve [...] all'emigrazione. Gli emigrati scrivono dall'America alle loro mogli di mandare i figli a scuola. Si deve a questo se le aule scolastiche sono oggi affollate ed insufficienti, in molti comuni, a contenere gli alunni.”- [4] Condiviso da Gaetano Salvemini, in un’inchiesta affine svolta in Calabria:-  
    “il desiderio dell'istruzione si è manifestato ovunque ardentissimo da dieci anni a questa parte per effetto dell'emigrazione negli Stati Uniti.”-[5]
    Trovo davvero che vi sia qualcosa su cui meditare:
    1) la globalizzazione non ha reso a tutti i bambini del mondo una reale possibilità di vivere la propria infanzia.
    2) Ai primi del 900 gli italiani sembravano avere compreso, soprattutto nelle classi meno abbienti, che la cultura poteva fare la differenza tra una speranza più certa in un domani economicamente e socialmente valido e la negazione di questa.
    3) i giovani non vedono la scuola, la cultura scolastica, il successivo iter universitario (i possibili dottorati di ricerca, laddove possano trovarvi spazio), come una realtà di miglioramento sociale economico. Non sembrano rendersi conto di essere dei fortunati, rispetto ai tanti bambini che non possono recarsi a scuola serenamente e non credono più che cultura e alternative di vita migliori camminino di pari passo.  
    Una ben triste considerazioni da farsi ad oltre 100 anni da quei difficili tempi delle migrazione italiana.

    [1] Rosso Malpelo, in Giovanni Verga. Tutte le novelle, a cura di Carla Riccardi, Mondadori, Milano, 1979, pag. 173.
    [2] Giovanni Genovesi - Storia della scuola in Italia dal Settecento ad oggi - Laterza 2000.
    [3] fonte:  http://www.greenreport.it/_archivio2011/?page=default&id=18467.
    [4] Carlo G. Lacaita - Istruzione e sviluppo industriale in Italia 1859-1914 - Giunti 1973.
    [5] Broccoli, Porcheddu, Menzinger - Ruolo, status e formazione dell'insegnante italiano dall'unità ad oggi - ISEDI 1978.

     
  • Come comincia:  
    Sono italiana ed un po’ mi ha risollevato pensare che Franco Porcellacchia e Sergio Girotto, ossia i tecnici responsabili della rimozione per Costa e Titam-Micoperi, fossero italiani.
    Il grande Alberto Sordi ha rappresentato spesso gli italiani, nelle loro debolezze umane, buone o cattive che fossero (anche le debolezze possono essere, se non “buone”, almeno “meno cattive”), ma sarebbe dovuto rinascere per fare il primo attore in un ipotetico film in cui si riproducessero le fasi della storia che hanno condotto la grande nave italiana a schiantarsi contro un piccolo scoglio. Anche il personaggio “Fantozzi” andrebbe bene, benché il ridicolo si associ, oltre al danno economico del naufragio, ai circa 600 milioni di euro spesi per la rotazione della nave. Non si trattava dell’iceberg contro di cui si schiantò (ma circolano anche voci alternative, con la presenza di una nave straniera e di un missile), il transatlantico britannico della che andò a schiantarsi contro un iceberg nella notte tra il 14 ed il 15 aprile del 1912 ed affondò nelle prime ore del 15 aprile. Lui trascinò con sé nel fondo 1518 dei 2223 passeggeri imbarcati, compresi gli 800 uomini dell'equipaggio. Con il Concordia si è trattato di uno scoglio, uno di quelli dove si arrampicano i nuotatori per riposare. Inoltre la Costa Concordia era un gioiello tecnologico che si guidava con un semplice joystick, qualcosa di molto meno complesso del Titanic.  Pur essendo simile ad un paese galleggiante con 5000 abitanti, centinaia di appartamenti, decine di ristoranti, sale da gioco, discoteche, palestre e piscine che viaggia di giorno e di notte a 20 nodi l’ora guidato da radar complicati e sala di controllo da stazione spaziale. Ma “Il fattore umano” così come si evinceva anche dal famoso romanzo di Green Graham, non è isolabile dal resto.
    Dunque; notte insonne, seguendo quella parte dell’immensa nave che veniva su dal mare, alla luce dei fari: - “Benché tu sia così bianca, / questa sera, / alla luce dei fari che t’illuminano / con violenza, / benché tu sia così bianca, / nave dei sogni, /pure c’è un solco di fango che ti segna la fiancata, /laddove fosti ghermita dallo scoglio, / laddove venisti giù, /lenta, / senza pietà verso chi ti viveva indosso. / Senza pietà fu lo scoglio, / senza pietà e coscienza / fu l’essere umano, /dimentico del suo dovere di capitano. / Senza pietà fu l’errore,/
    che ti precipitò ad affogare, / a metà, / in quell’acqua nemica. /Ma questa sera,
    mentre uomini e funi ti traggon via /da quella melma verde che ha coperto /
    il tuo fianco immacolato, /torni per qualche istante /al tuo candore perso, /a ricordare quanti ti videro solcare, / forte e sicura / il mare. / Tu non avesti colpa,
    coi tuoi oblò, /coi tappeti e le scale, / le piccole cabine /e le lucenti sale /piene di specchi. / Non avesti colpa, / nel privare, quasi d’un tratto, /in momenti frenetici di panico, / della gioia, della vita, / dei ricordi, /degli amori / chi si era immersa in te, / nel ventre tuo/ destinato a restare sopra il mare / non dentro il fango, / invece, / ad annegare. / Ma questa notte sei tornata bianca, / sotto i fari, / mentre lacci, argani ed umani, / ti traggon fuori / dalla melma nera, / sei destinata, domani, alla tua fine. / Questa sera ti guardo / per un’ultima volta, / come se fossi quella / che più non sei / e il mio pensiero vola /a quei dispersi, /
    che non renderai. “-
     Si diventa poeti se non lo si è, figuriamoci se lo si è nati. Una notte vissuta, come me, certamente da tanti italiani, anche da quelli che il disastro della nave l’hanno vissuto sulla pelle. Poi, verso le 05 del 17 settembre, è sbarcato sull'Isola Nick Sloane, l’ingegnere di origine sudafricana di 52 anni (vive in Sudrafica, a Somerset West, Città del Capo), insieme al suo team. Parliamo del “senior salvage master” della Titan Micoperi, cui è spettato l'arduo compito di dirigere le operazioni di rotazione della Concordia, gestendole da una “control room” galleggiante a pochi metri dal relitto. Gli dobbiamo un grazie per avere risollevato l’animo di noi italiani con quella sua frase: -“Se pensi a tutto quello che c’è dentro questo progetto, tra elettronica e acciaio, realizzi che pochi Paesi al mondo avrebbero potuto mettere insieme in così poco tempo un’operazione così vasta». Chi ha seguito nel corso della sera e della notte, anche se a tratti, fino al mattino, le operazioni di rotazione della nave, ha potuto ascoltare gli ordini e i messaggi che Nick e gli altri si scambiavano, con evidente emozione ed ansia. Tutto andava fatto con estrema cura ed attenzione per non ripetere un errore umano di distrazione, come quello che, assieme ad altri errori, ha condotto la nave sugli scogli dell'isola. – “Provo sollievo e sono orgoglioso, così come il mio team - ha detto appena varcate le transenne del porto - e sono un po' stanco, mi vado a fare una birra e vado a dormire. Mando un bacio a mia moglie”. Altri, invece, sono restati sul molo, nel bar dell'isola, a festeggiare questa "sconfitta dell'essere umano". Sconfitta non di chi ha dovuto effettuare la rotazione della nave, ovviamente, essendo questo il primo passo per portarla via dal Giglio, ma di chi lo ha commesso materialmente e di quanti, non si sanno le ragioni (vorremmo chiedercele), hanno posto in posizione di comando qualcuno che non ne aveva diritto, se non per conoscenze tecniche (che forse aveva), ma per questioni di capacità psicologica. La nave non sarà spostata, però, prima della primavera. Resterà a lungo sui luoghi del disastro, ma ancora più a lungo nella memoria degli uomini così com’è sul lato emerso, dove sono evidenti i segni degli scogli. Il prossimo passo sarà quello di porla in sicurezza, per permettere ai tecnici di entrarvi e iniziare i lavori. Priorità è la ricerca dei due corpi ancora dispersi e noi italiani ci sentiamo da tanto un po’ dispersi assieme a loro.
     
     
     
     
     
     
     

     
  • 29 agosto 2013 alle ore 21:31
    Percorsi artistici.

    Come comincia:

    Percorsi artistici. La ceramica di Vittorio Ruocco a Minori.
     
    Nell’anno scolastico 2005/2006, mi fu assegnata la cattedra di disegno e storia dell’arte presso il liceo scientifico “E. Marini, di Amalfi.”
    Nei mesi invernali di quel “ritiro”, tra il mare agitato e freddo, color plumbeo e i monti Lattari che incombevano nella parte alta, ebbi la fortuna, da ceramista, di conoscere e divenire amica del Maestro Vittorio Ruocco, di Minori, che mi aprì le porte del suo laboratorio e mi permise di lavorarvi, nei tempi che mi concedeva il lavoro e di potere in tal modo realizzare opere mie.
    Minori si trova a circa 4 Km da Amalfi e, nelle belle giornate, facevo a piedi il percorso, o vi giungevo con l’autobus nei giorni più freddi.
    L’arte della ceramica non è cosa facile: non si usano colori come gli altri; prima della cottura appaiono di una tinta e variano dopo la cottura. Se mescolati sapientemente dalle mani di un ceramista esperto, possono raggiungere tutti i toni e le sfumature necessarie a rappresentare ogni cosa: dai paesaggi agli oggetti, ma anche la carnagione dell’epidermide, o i mantelli di cavalli, di cani, di gatti. Se mescolati sapientemente. Per fare ciò occorre davvero grande abilità: abbiamo detto che i colori cambiano in cottura e, ad esempio, c’è un verde che diviene di una splendida sfumatura smeraldo, ma, dapprima, non lo distingueresti dal nero. L’artista ceramista sa bene, “ad occhio”, per certi toni che assume il verde prima che vi si immerga il pennello, la differenza.  Questi colori, dapprima in polvere, vengono sciolti nell’acqua, in apposite vaschette munite di un piccolo incavo circolare nella parte superiore, che assomigliano a posacenere, perché hanno anche alcuni buchi adatti allo scopo di lasciar scivolare via l’acqua in eccesso. Vi sono colori sottocristallina apiombici, da usare su biscotto (ossia il pezzo cotto una sola volta), con temperatura di cottura che variano da 950° a 1020° ed hanno costi elevati. Fin dai primi giorni, mentre cercavo di riprendere i contatti con la tipologia dell’arte (per dipingere su ceramica devi avere un laboratorio attrezzato, comprensivo di forno e vasche per mescolare gli smalti ed immergervi gli oggetti da preparare, non è come per la pittura ad olio, a tempera, ad acquarello ed altro), non potevo non ammirare sia le opere già lavorate dal mio amico Maestro, che l’abilità con cui riusciva a realizzare qualsiasi oggetto. Dall’argilla cruda, ricavava con le sue sole mani, opere d’arte. La gran parte delle argille può essere definita come silicato idrato di alluminio e magnesio: la loro formula chimica generale è Al2.2SiO2.2H2O. Ma vi sono molte variabili, in quanto il silicio e l’alluminio possono essere sostituiti da altri elementi, quali il magnesio ed il ferro, che fanno assumere all’argilla colori diversi e differenti tempi di cottura. Si tratta dello stesso materiale con cui entrarono in contatto gli uomini preistorici, incontrando sul loro cammino le rocce feldspatiche e di conseguenza argille primarie e secondarie (le seconde sono più pure) e che in seguito ci ha regalato le ceramiche greche, etrusche e romane. Il caolino, trae il nome dal cinese Kau-ling, che è quello della collina all'est di King-te-chen, dalla quale il gesuita francese d'Entrecolles trasse i primi ricercatissimi campion, che giunsero in Europa, al principio del sec. XVIII. Il caolino puro può giungere a fondere a 2000 gradi centigradi. Quello che spesso non si sa è che un buon maestro ceramico deve conoscere anche la tecnologia della ceramica, annesse alla chimica.  Chiaramente solo un vero Maestro ceramico, come Vittorio Ruocco, sa lavorarle al tornio, o coi colombini, o a mezzo stampi e poi cuocerle, smaltarle, dipingerle, sino a fare sì che sfidino i secoli e facciano mostra di sé nei musei o nelle case di chi le ama. Mentre, dunque, nell’inverno del 2006, riprendevo il contatto con l’arte, Vittorio, con molta semplicità, mi lasciava libera di lavorare, seguendomi con occhio esperto e intervenendo soltanto di tanto in tanto coi consigli, ma senza darsi alcuna pretesa da maestro. Benché lo fosse. E’ a suo merito se ho potuto elaborare nuovi lavori in ceramica, che ho portato con me al rientro in Napoli e nuove esperienze nel campo di questa meravigliosa tecnica senza tempo. Nel ritornare, dunque,giorni orsono a visitare il suo grande spazio espositivo di Minori, dapprima negli ampi locali di vendita posti sul lungomare, mi sono incantata per la varietà delle opere esposte, cresciute di numero e tipologia, fatte per accontentare qualsiasi tasca e desidero o necessità. Percorrendo i vicoletti stupendi di Minori, l’ho poi raggiunto sul lavoro, nel laboratorio che inaugurò nel 1985, a soli 23 anni, luogo che lo vede intento per intere giornate nella sua occupazione preferita. L’Ho ritrovato, difatti, con un braccio immerso fino alla spalla nella vasca degli smalti, laddove mescolava uno smalto bianco. Scherzando, sorridendo nel volto scurito dal sole dell’estate, in contrasto con il bianco del braccio, ha detto che stava producendo mozzarelle. Molti prodotti ceramici, difatti, sono sottoposti a trattamento superficiale mediante rivestimento trasparente (vetrina) oppure opaco e colorato (smalto).
    Parandogli ho appreso che aveva appena “sfornato” un “top” da cucina di molti metri e si apprestava a realizzare una tavola in mattonelle dipinte. Tenendosi aggiornato, si è inoltre specializzato nel creare tavoli in pietra lavica dipinto a mano e ceramizzati. L’arte della ceramica è certamente una delle più antiche e più belle tradizioni artistiche, di cui l’Italia vanta opere straordinarie ed è veramente bello pensare che a Maiori vi sia qualcuno che ne perpetua e migliora la storia.

     
     
     
     
     

     
  • 26 agosto 2013 alle ore 15:29
    Lo chiamavano "Tom"

    Come comincia:  Lo chiamavano TOM
     
    Non aveva amici, quindi proprio e soltanto Tom. Nella sua genealogia si trovava un “Tom Tom”, ma era ben poca e misera cosa, rispetto a lui. Lo usavano in passato gli umani, sulla terra, per profilare un percorso autostradale. Segnalava, a volte con errori, anche i punti dove stare attenti a non incorrere in multe per eccessi di velocità. Problema oggi risolto dalle strade in movimento. Tom Tom.
    Ma il “nostro Tom” faceva ben altro: dava indicazioni agli esseri umani viventi ancora sul pianeta terra, su quali fossero i percorsi da seguire per ottenere dalla vita, ciò che si desiderava. Un giorno, in un romanzo giallo d’autore sconosciuto, trovai un detto intelligente:-“Fate attenzione a ciò che desiderate con tutte le vostre forze; si potrebbe realizzare davvero”.
    Ausonia (la chiameremo così), desiderava con tutte le sue forze ( o almeno era quello che ricordava di avere sempre desiderato), di lasciare il pianeta Terra ed andare a vivere su NuovaMarte. In uno di quei felici “isolotti” per ricchi, protetti da ogni cosa e dove ogni cosa si poteva realizzare. Fin da bambina sapeva cosa volesse davvero. Lo sapeva sempre di più rendendosi conto, ogni giorno, col divenire adulta, che NON avrebbe voluto fare in sostanza mai, la vita dei suoi “genitori”. Metto la parola tra virgolette, ma non è proprio giusto. Ausonia, difatti, era stata regolarmente messa al mondo da una donna, quindi aveva una “madre naturale”, che però era subito sparita dalla sua vita, al prezzo di un biglietto di sola andata per “NuovaMarte”. Prezzo pagato dai suoi genitori acquisiti, Rob e Bob, per farla propria. Rob e Bob avevano vent’anni di differenza tra di loro, avrebbero potuto ottenere un figlio per clonazione, però l’idea non era gradita:volevano “la sorpresa”, un essere nuovo nuovo, insomma. Avrebbero potuto ottenerlo con le nuove metodologie, in provetta, sì, ma neanche questo piaceva loro: volevano un figlio “nature”, alla vecchia maniera. Rob era un conosciuto medico della memoria, ossia specialista nel recupero, attraverso complesse operazioni chirurgiche e specifiche cure, della memoria perduta dagli esseri umani. Dal 2020, difatti nel mondo, erano aumentati in modo terrificante (anche a causa “dell’invecchiamento” della vita media dovuto al prolungamento della stessa), i casi di malattie che provocavano la perdita totale, parziale o crescente, della memoria. Gli studiosi della materia avevano esaminato anche alcune proteine, scoprendo che alla base delle nostre amnesie c'è una proteina programmata per decidere quel che bisogna rimuovere e quel che è necessario salvare nella memoria a breve ed a lungo termine, la quale è addetta all’eliminazione dei rifiuti mnemonici nella zona cerebrale del nostro corpo. Partendo da quei dati e dal fatto che il cervello umano, contrariamente a ciò che si pensa, non può raccogliere e conservare ricordi all’infinito, ma deve eliminarne una parte dalla memoria per fare spazio ad altri ricordi e collegare intelligentemente, le informazioni, si tentava di risolvere il problema mnemonico. Rob era un ingegnere in neurologia mnemonica, branca medica nata dopo il 2030 e si occupava, appunto, della memoria; essendo anche ingegnere/neurologo specializzato in memoriologia, conosceva il cervello umano come nessuno. Bob era stato un paziente di Rob: voleva a tutti i costi dimenticare una fase della sua vita e Rob gliel’aveva cancellata, restituendogli la quiete. Così, tranquillizzato e grato, avendo dimenticato che proprio un uomo più grande di lui era stato la causa della sua infelicità, si era innamorato del suo medico. Si erano sposati ed avevano adottato Ausonia. Visto che ancora, purtroppo, gli uomini/maschi non erano in grado di fecondarsi a vicenda. Proprio Rob, per aiutare gli esseri umani a scegliere i ricordi utili e scartare quelli dannosi, aveva elaborato una serie di macchinari destinati a questo scopo, giungendo anche ad elaborare “TOM”. Il computerino da applicare al cervello per mezzo di elettrodi, in grado di guidare, per moduli, praticamente chiunque, verso la meta desiderata. Volevi divenire un grande astronauta? Tom t’indicava, in progressione, per moduli, appunto, come procedere. Compresa la necessità di tagliare fuori dalla tua vita quanti, anche persone che avresti potuto amare, ti avrebbero impedita la realizzazione del tuo “scopo di vita”. Naturalmente, per semplificare e sveltire la cosa, sembrò subito più utile che fossero i genitori, sul bambino do pochi anni, ad intervenire “di base”. Già: poniamo che il piccolo non avesse prestato la giusta attenzione alla propria bellezza, come avrebbe potuto “in seguito”, provvedere alla cosa per divenire, poniamo, un “modello planetario?”. I genitori, quindi, spesso “intuivano” cosa avrebbe voluto essere il proprio figlio, per cui, poniamo che avessero “intuito” che il loro figliolo volesse divenire quello che loro (purtroppo), non erano riusciti ad essere, lo avviavano decisamente e con molto amore verso “quello specifico” desiderio. Ho conosciuto genitori che avrebbero voluto essere dei pugili, i quali, con molto amore, indirizzavano a tre anni il loro pargoletto verso quest’aspirazione, con l’aiuto di Tom. Oppure, erano certi che il loro figliolo avrebbe potuto essere molto ricco, in futuro, se si fosse interessato alle gare di motocross in giro per i pianeti più “vicini”, per cui, con l’aiuto di Tom, lo indirizzavano sin da subito verso questo giusto desiderio. Qualche volta il giovane di turno diveniva davvero un famoso e ricco motocrossista globale e poco importa se tanti altri lasciavano la pelle sulle strade dell’universo: ci si ricordava di loro come eroi caduti ed i genitori ne perpetuavano la memoria con interviste e pubblicazioni digitali ed elettroniche ricche di fotografie dell’incidente e dell’infanzia perduta del loro figlio. Se ai genitori piaceva scalare le montagne della luna, sin dall’infanzia “programmavano” il loro pargolo con il “TOM”, per cui al piccolo sembrava logico e naturale arrampicarsi dietro i genitori e seguirli per ogni dove facendo trekking. Il piccolo diveniva famoso, le foto di lui appeso ai gangli tonici ed agli spinmoon facevano rabbrividire e sorridere, per cui faceva parte del gioco se uno di quei ganci cedeva ed il piccolo eroe veniva giù forse più lentamente di quello che sarebbe accaduto sulla terra, con una minore forza di gravità, ma non protetto dall’atmosfera terrestre, finché la velocità aumentava ed il piccolo casco contenente la testa sbatteva su qualche spuntone di roccia, frantumandosi e togliendogli l’aria. Ma quanto eroismo in questa morte! Quante fotografie rese misteriose dai baratri bui! Un sepolcro sulla luna non è cosa da tutti!
    Sì, torniamo a Tom. Chiaramente a casa di Ausonia Tom era di casa. I genitori di lei non avevano voluto in alcun modo prevedere le sue scelte, per cui, soltanto, le avevano fatto comprendere (giustamente), quanto fosse importante il lato estetico nel momento in cui si voleva competere con altre donne, in qualsiasi professione. Quanto fosse “inutile” proporsi il quesito se amare un uomo o una donna, visto che, infine, sempre amore era. Quanto fosse necessario sapere in concreto il più presto possibile “cosa” si volesse divenire “da grandi”, per cui, opportunamente informata del valore del “denioro” globale e sull’indispensabile necessità di possederlo (tutto si compra: Rob e Bob avevano comprato anche lei), Ausonia aveva deciso presto (sei anni terrestri, contati come i Coreani, ossia con due anni di più…) alla volontà di lasciarsi guidare da Tom, in quanto le sembrava proprio un’idea splendida quella di raggiungere uno dei paradisi artificiali di NuovaMarte e vivere alla giornata, ricca, protetta, lontana dalla terra e dalle radiazioni oramai poco amate, del sole. Tom le aveva subito “prescritto” di escludere dal suo tempo quello ludico. I bambini NON devono perdere tempo a giocare. Tom le aveva assegnato un insegnante per la musica, un altro per la danza (terrestre, ma anche il più possibile globale), per l’aerobica (faceva bene all’organismo), il nuoto in vasca, la conoscenza di tutte le lingue possibili (poneva in grado di comprendere anche chi credeva di non essere compreso) e non aveva tempo per altro. L’ora del pasto non coincideva con quello dei genitori e li vedeva ben poco. Strano a dirsi doveva apprendere l’ippica, perché nei paesi artificiali le fattorie con animali veri erano alla moda. Ma Rob e Bob non badavano a spese per lei, ed ebbe anche l’istruttore adatto. E un cavallo. Fu a quel punto che la linea programmata da Tom sembrò piombare in una “défaillance d'entreprise”, cioè un fallimento d’indirizzo, giacché Ausonia sembrò “innamorarsi” del suo cavallo e voler trascorrere con lui più tempo possibile. “Tom” propose il caso agli adulti, ascrivendo la crisi ad una motivazione profonda della bambina. Insomma. Alla piccola piaceva l'ippica. Avrebbe voluto divenire un’esperta cavallerizza. I genitori di Ausonia decisero che Non si trattava di un “giusto” desiderio. Il cavallo era soltanto una tessera del mosaico che avrebbe condotto la loro figliola alla ricchezza su NuovaMarte, per cui le fecero “riabilitare” l’area del desiderio da Tom, ponendo il cavallo in secondo piano, dove doveva stare. Ausonia, opportunamente guidata e programmata da Tom, sembrò reagire bene: trascorse con il puledro (che si chiamava Lucido), molto meno tempo e reindirizzò le sue attenzioni ad altro. Crebbe. Era proprio una bella ragazzina. Vero è che non aveva amici al di fuori di coloro che incontrava per studio, ma cosa poteva importare? Aveva i colleghi per il ballo. Ma in quell’occasione esplose il caso “Moira”, giacché Ausonia spostò sull’insegnante di danza la sua necessità di amare e iniziò a desiderare di divenire una ballerina di Flamenco. Tom sembrò esplodere, si chiuse in un non meglio precisato “Guru meditation error” che per due giorni tenne impegnato Rob, sotto gli occhi stupiti di Bob che non aveva mai visto accadere a “Tom” nulla del genere. Per due notti non furono installati su Ausonia gli elettrodi e in quelle notti la ragazzina sognò in sostanza di tutto e durante il giorno saltò le lezioni, passando in pratica le ore danzando freneticamente il flamenco. Era davvero bravissima. In più “buttò giù” uno strano racconto dedicato ad un cavallo bianco, che non fece leggere a nessuno. Ripristinati i contatti di “Tom”, in terza serata le furono riconfermati gli elettrodi (ci fu le necessità di aggiungerne due ulteriori), dormì di uno strano sonno profondo per dodici ore ed al risveglio sembrò essere tornato tutto sotto controllo. Rob fu sollevato, Bob tornò ai suoi esperimenti di chimica organica destinati ad ottenere alimenti di buon sapore dai topi e dagli scarafaggi (gli unici animali di cui, purtroppo, c’era abbondanza) e tutto riprese a scorrere “normalmente”. Ausonia compì sedici anni. Parlava in sostanza tutte le lingue utilizzabili a fini di comunicazione, si muoveva con grazia, aveva sviluppato un seno fin troppo evidente e fianchi buoni per mettere al mondo figli ed i suoi ormoni viaggiavano alla grande. Fu proprio al sedicesimo compleanno di Ausonia che Tom cominciò a lanciare strani sibili e richiese l’attenzione di Rob. Nei tracciati notturni gli ormoni della giovane erano apparsi pericolosamente presenti: occorreva intervenire. Tom, inoltre, suggeriva di sottrarre volume al seno (in NuovaMarte il seno era quasi scomparso tra le donne), porre rimedio ai glutei ed ai fianchi e ridimensionare gli interessi sessuali, anche se non ancora chiaramente indirizzati, della giovane. Rob conosceva i migliori internisti ed i migliori chirurghi plastici, per cui nel breve giro di qualche mese Ausonia rientrò nei termini. Vero è che non la riconoscevano quando camminava per le around sui roller skater, ma che problema poneva loro? Oramai era abbastanza grande da avere ricevuto nei pressi dell’osso ioide il cip di identificazione, per cui, ovunque fosse, sapevano come trovarla. Erano finiti i tempi dei genitori preoccupati! Bastava un “cip” per rintracciarla. Così non fu un vero problema quando, in che modo non fu dato saperlo, la diciassettenne Ausonia “fece un salto” in Giappone. Sì: amava il giapponese ed il Giappone di un amore testardo. In più amava anche l’insegnante di aikidō e la sua disciplina psicofisica giapponese, che si pratica ancora oggi sia a mani nude sia con le armi bianche tradizionali del Budo giapponese, per cui voleva divenire un’aikidoka. Si era fatta anche tatuare (dove? Da chi?), il simbolo sulla pelle:合気道家. In verità, sulla spalla destra, le donava. Non entrava in collisione con il suo futuro su NuovaMarte. Causò però un altro “Guru meditation error” in Tom, che si espresse per qualche ora in uno strano linguaggio giapponese, a causa del qualei Rob si vide costretto a chiamare un esperto del linguaggio stesso. La traduzione fu pressoché questa: “l’allieva ha una personalità umana molto rilevante che contrasta con Tom, ponendolo in error. Consiglio: disattivare l’allieva”. Già. Tom non era umano, per cui non si poneva questioni etiche. Insomma: non obbediva alla “prima legge della robotica di Isac Asimov”: “A robot may not injure a human being or, through inaction, allow a human being to come to harm.”[1] Ma non sembrava il caso di preoccuparsene, visto che gli elettrodi non potevano fare danno.
    Si giunse al diciottesimo anno di Ausonia, ossia il momento in cui la giovane donna si sarebbe resa indipendente dagli adulti e avrebbe potuto scegliere da sé ciò che voleva fare della sua vita. La sua stanza era tappezzata di “diodonie” colorate, mostranti al tatto, all’odorato ed alla vista, le bellezze dei paradisi di “NuovaMarte” e l’allieva aveva appreso tutto ciò che la poteva rendere adatta a vincere ogni difficoltà per essere reclutata tra coloro che potevano vantare il diritto portare avanti, al di fuori della terra, la riproduzione in vitro dei NuovaMartesi terrestri. Così Papà Rob, un bel mattino (si fa per dire: il cielo era plumbeo), prese con sé Ausonia, perfettamente programmata, per condurla dagli esaminatori del “Programming Center Off NuovaMarte”, detto anche “P.C.N”. La giovane donna era splendida nella tuta blu cielo, macchiata di bianco. Linea perfetta, seni a misura, fianchi slanciati, passo da puledra. Grazie alle amicizie di Rob entrarono prima di altri, superando le attese dei “programmati alla nascita”. Erano davvero tanti. Si riconoscevano dallo sguardo un po’ fisso, dagli occhi vacui, dal parlare lento e preciso, senza intonazioni. Non si distrassero al loro passaggio, non discussero la precedenza. Neanche si girarono a parlare tra di loro: restarono fermi, immobili, ben programmati, degni del loro incarico. Ma Ausonia piacque proprio per la sua metrica alternativa, l’aria sprezzante, il tono forte, l’accento deciso. Zoe Rupert, il capo collaudatore, la vide subito adatta all’area di comando e predisse per lei un futuro radioso. Avrebbero letteralmente “comprato” in mille quell’essere per le loro aziende ricche e famose. Non importa come e dove sarebbe stata “inserita”, di certo sarebbe stata favolosa. Previsto l’imbarco su “Navedieci” per il periodo più propizio alla partenza, non c’era tempo da perdere: l’indomani, fornita dell’equipaggiamento gratuito offerto dall’azienda promotrice delle crescite programmate, Ausonia sarebbe stata inserita nell’equipaggio in partenza. Una notte di sonno, per dirla all’antica, e poi via! Verso il futuro. Ausonia pareva inquieta, osservava gli adulti discutere seguendo con gli occhi il parlante di turno, come se seguisse una vecchia partita di tennis. Ma non disse verbo. Risposte a tutti i quesiti, si fece controllare dagli umani e dalle macchine e non disse una parola di troppo, così come ci si attendeva da lei. I genitori erano fieri di averla cresciuta così bene. Fieri del futuro che le avevano preparato. Fieri di Tom. Rientrarono nell’habitat sorridendo, le fecero compagnia mentre si cibava (cosa che capitava assai di rado), le regalarono una tuta di NuovaMarte per il viaggio e la baciarono sulle guance, infrangendo per quella volta le istruzioni perentorie di Tom: niente contatti fisici. D’altra parte, anche tra di loro, erano finiti da tempo, ossia da quanto nella memoria di Bob si erano riaccesi dei ricordi sotterranei, che Freud avrebbe spiegato. Ma si vive bene anche senza sesso, no?
    La famiglia raggiunse le basi del sonno. Ad Ausonia non fu applicato nulla e si addormentò, apparentemente serena. Ma, verso l’alba, quando ancora le porte della casa dovevano essere aperte a comando, aprì all’improvviso gli occhi. Una marea di sensazioni cui non era assolutamente preparata l’assalirono: rabbia, paura, odio, desiderio di libertà. Lei non sapeva discernere le une dalle altre, non era in grado di confrontarle, domarle, rimetterle nel luogo di provenienza. Più forte di tutte era la paura, che fu però sostituita dall’odio. Ricordò il nitrito del cavallo, il suono della musica spagnola, il senso dei piedi nudi, la violenza nascosta dell’aikidō. Si alzò e trovò, ben nascoste dove lei stessa le aveva deposte, "ken", la spada, "jo", il bastone e "tanto", ossia il pugnale). Usò jo, per colpire Tom. lo distrusse in un momento e lui non ebbe nessuna reazione: era una macchina. Entrando nella base del sonno di Rob, sapeva che l’avrebbe trovato in fase Rem, già programmata. I suoi occhi, sotto le palpebre, si muovevano. Lo colpì più volte con il ken, finché fu certa che non si sarebbe più svegliato. Poi passò da Bob. Bastò “tanto”. sapeva dove colpire per uccidere con un colpo solo e non lo odiava poi molto.
    Lasciò dietro di sé il silenzio e la morte. Attese l’ora della partenza, raccolse tutto ciò che doveva portare con sé, ossia quasi nulla. La prelevarono all’alba e sedette in silenzio assieme agli altri esseri silenziosi che sarebbero partiti con lei. Poche ore e la navicella non sarebbe più stata nell’atmosfera terrestre. Poche ore e la legge terrestre non l’avrebbe più richiamata. Poche ore e lei sarebbe andata a godersi quei suoni, quelle dolcezze, quegli spazi, che non aveva mai desiderato raggiungere, ma che oramai erano la sua unica possibilità.
    Bianca Fasano.
     
     
     

    [1] Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
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  • 09 agosto 2013 alle ore 12:29
    Incardellati

    Come comincia: C'era da commuoversi: l'incardellato femmina ed il maschio, si chiamavano
    dalle rispettive gabbie come amanti separati... non sia mai si dividevano le gabbie! il maschio cantava come un pazzo e la femmina gli rispondeva con trilli commoventi.
    Allora mi sono detta: mettiamoli assieme, no? Mi risparmierò la pulizia di due gabbie e si faranno compagnia!
    Detto fatto (si fa per dire), con una doppia mangiatoia, un bell'abbeveratoio grande... li ho messi assieme.
    Tant'è, appena assieme, uno dei due (mi sembra fosse il maschio), ha cominciato ad aggredire l'altro. L'altro da prima si teneva lontano, ma poi ha cominciato a rispondere.
    Litigavano anche per il bagno: lo faccio io, lo fai tu? Giù beccate, svolazzi, penne al vento.
    Ho deciso di mettere due differenti recipienti pensando: non avranno più ragione di litigare!
    Macché: litigavano lo stesso: volevano entrambi il medesimo recipiente.
    Insomma, se le sono suonate tanto di santa ragione che sono stata costretta a separarli di nuovo.
    Questo a causa del fatto che vivevano sotto lo stesso tetto.
    Conclusione?
    Mi sembra logico pensare che gli amanti stanno bene divisi e si amano, ma guai a metterli assieme! Ecco spiegato perché moglie e marito litigano.

    Ovviamente ho diviso di nuovo gli innamorati ed adesso il maschio canta come un pazzo per farsi sentire da lei che sta nell'altra stanza. Beh, gli ho detto: fregati: quando stava con te la prendevi a beccate e allora, fanne a meno, no?
    (P.S... successivamente sono stati rimessi assieme...).
     

     
  • Come comincia: -“Credere ancora nell’arte?”-
    Lo chiedo a Paolo Valentini che a proposito di arte e di artisti ha dimostrato di provare interesse perentorio ("Il segreto di Michelangelo? Nei sette vizi capitali". museo del Bargello. "Michelangelo – IlTitano e le sue voci", Il testo è stato scritto da Paolo Valentini, “autore di altri ‘incontri ravvicinati’ con i grandi del passato”  e interpretato dalla compagnia-www.nitam.it- per approfondimenti n.d.a.)
    -“La scienza si volge per suo stesso dna al futuro mentre solo l’arte è passato, presente e futuro.
    Non si tratta di credere o meno perché si tratta d’un fatto oggettivo.”-
    La risposta mi rincuora. Qualcosa di simile mi rispose, anni fa, nel corso di un’intervista, il mai dimenticato Giorgio Bassani, splendido autore di quello che lui chiamava “Il romanzo di Ferrara”- Ma c’è un’altra domanda che ancor di più ci coinvolge:-
    “La società permette ancora che esistano artisti?”-
    Anche a questa incognita il nostro Valentini risponde positivamente:-
    “Assolutamente sì. E’ proprio nei momenti di maggiore crisi che l’arte cova la sua rinascita.”-
    Restando nel tema del lavoro teatrale di cui si sta occupando, propongo un percorso:
    -“Vittoria Colonna mi ha sempre incuriosita...”-
    Il giornalista è d’accordo:
    -“Anche a me visto che nel mio lavoro teatrale su Michelangelo è figura assolutamente centrale. “Raccontare Michelangelo nel museo del Bargello è una grande emozione. Ogni anno creiamo con la drammaturgia progetti per ridare ai giovani nuova linfa vitale, avvicinarli all’arte attraverso il teatro.
    I sette vizi capitali sono peccati, di cui si è servito Michelangelo per raggiungere la vetta più alta della sua creatività”.”
    Continuando il cammino su Michelangelo, con Paolo Valentini, cade a proposito una lirica del grande artista (anche poeta, per chi non lo sapesse), che spesso interpreto ai miei allievi durante le ore di Storia dell’arte, per far meglio comprendere loro il personaggio:

    “Non ha l’ottimo artista alcun concetto
    c’un marmo solo in sé non circonscriva
    col suo superchio, e solo a quello arriva
    la man che ubbidisce all’intelletto.
    5 Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
    in te, donna leggiadra, altera e diva,
    tal si nasconde; e perch’io più non viva,
    contraria ho l’arte al disïato effetto.
      Amor dunque non ha, né tua beltate
    10 o durezza o fortuna o gran disdegno,
    del mio mal colpa, o mio destino o sorte;
      se dentro del tuo cor morte e pietate
    porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
    non sappia, ardendo, trarne altro che morte.”

    Gli ricordo che l’ottimo Mike, per la bionda e bella Vittoria Colonna aveva perso la testa (assolutamente non ricambiato), cosa sorprendente, giacché non era conosciuto per il suo interesse sulle donne ... ma, in una sua rima dice di lei: “un uomo in una donna, anzi uno dio”... il che ci riporta agli “strani” racconti che si sono fatti alcuni anni fa. Quali? Che lei fosse un caso di  ermafrodistismo congenito. A ragione di ciò si spiegherebbe perché il marito, Francesco Ferrante D’Avalos, “preferisse” sempre i suoi doveri di condottiero a quello di marito. Del primo ne morì, non in battaglia, ma di tisi, dal secondo non ebbe figli. Delle spoglie di Vittoria non si hanno notizie: sparite. Ma qualche storico cattivello racconta che in Napoli, in una Chiesa, fossero state ritrovate le spoglie di “una donna”, che poteva essere Vittorie Colonna. Storico cattivello? Sì: le spoglie, vestite da donna, con abiti eleganti, mostrarono agli studi sullo scheletro, che la donna possedeva “requisiti”, che, anche se minimi, dimostravano come proprio donna non fosse. Si spiegherebbero le parole del nostro MiKE: “un uomo in una donna, anzi uno dio”... e l’amore che lui ebbe per lei. Non fu inconfutabile che si trattasse di Vittoria, quindi si tratta di ipotesi fantasiose. Ma perché un sepolcro a Napoli? Non sembri strano: -“E, poiché Vittoria stessa si era prodigata affinché il corpo del marito fosse trasferito da Milano a Napoli presso la Chiesa di S.Domenico Maggiore, Ascanio non avrebbe potuto escogitare soluzione migliore che il collocare le spoglie della sorella accanto a quelle del suo illustre consorte”
    Dico al mio compagno di interesse:-“Beh, mi perdoni, ma lei proprio, con il suo lavoro teatrale, mi ha lanciato nella vita di Michelangelo ed io sono, per natura, “un’amante del gossip storico”. Per Michelangelo, poi, ho una adorazione, misteri compresi. Purtroppo non ho conservato il magazine che parlava della scoperta di cui niente è certo...Non le viene in mente di trattare lo spinoso argomento?”- Concludo.
    -“Chissà, forse ritornando in futuro su aspetti più particolari della vita di Michelangelo potrei soffermarmi anche su queste curiosità non risolte.
    Due anni fa, sempre per ItinerArte, ho portato “Dipingea” su Caravaggio.
    Oggi sto pensando di riprenderne alcuni lati che già all’epoca mi avevano incuriosito.
    Non basterebbero mille vite per rendere in dramma le infinite sfaccettature dei gradi artisti. “-
    Per quanto riguarda l’arte, oggi, non ci permette più di “divenire dei Michelangelo”: 1) non ci danno lavoro 2)non ci permettono di lavorare soltanto come pittori, dall’infanzia alla morte 3)non ci lasciano dipingere, non dico la Cappella Sistina, ma neanche in una chiesetta di provincia e gratis.”-
    Paolo Valentini conviene che:
    -“Sono cambiate le regole del gioco ed il mecenatismo si volge ai media per costruire un suo ritorno in termini di resa.
    L’Arte si muove su questo cammino e l’artista diviene animale da palcoscenico ma solo il futuro potrà stabilire la sua valenza nei termini d’un avanzamento nella storia dell’arte.”-
    Vero: sono proprio cambiate le regole. Basta seguire uno dei tanti programmi televisivi dove vengono vendute a prezzi da capogiro “magnifiche opere”, che non terrei in soggiorno. Se me le regalassero? Non direi di no: potrei rivenderle per comprare un infinitesimale disegno del grande maestro Michelangelo.
    Valentini sorride: conviene con me?

     
  • 29 giugno 2012 alle ore 12:33
    Ricordi di giovinezza

    Come comincia: Lo cercava. Lo cercava di tanto in tanto, fisicamente, adesso che il Web concedeva di porre un nome ed un cognome su google o facebook e tentare di collegarlo ad un volto, ad una vita era divenuto possibile. Lo cercava nel ricordo. Ma forse era una caratteristica dell’età: ricordava che sua madre aveva fatto lo stesso con alcune persone della sua giovinezza, ossia cercarle, con il pensiero e dirsi poi: “Quanti anni avrà adesso? Settanta! Sarà vecchio. Forse sarà morto”. Anche sua zia aveva fatto il medesimo pensiero: “Eravamo bambini, giocavamo assieme a Marianella. Lui era alto e snello, forse mi veniva dietro, ma mia madre mi aveva detto di stare attenta agli amici, che possono essere pericolosi. Si chiamava Vittorio, che fine avrà fatto? Aveva due anni più di me, adesso ne avrà… sarà vecchio. Sarà morto…”. Anche lei, zia Irma, le stesse riflessioni appartenute alla madre e che adesso faceva lei: “Angelo. Che fine avrà fatto?”. L’ultima volta l’aveva visto di passaggio, in via Roma, in Napoli. Lei era con il giovane marito di cui, innamoratissima, soffriva però il carattere difficile, le asperità. Uscita per un poco di distrazione tra pannolini e biberon, già mamma a ventitré anni di una dolce cuccioletta ed ancora sofferente per l’improvvisa morte del padre avvenuta da poco, per il trasferimento in un territorio nuovo, lontano dalla sua città, provava a vivere il meglio possibile. Lei, dunque, l’aveva visto passare in mezzo alla folla variopinta, lui, sì, certamente lui, con il sacco in spalla, assieme ad un paio di ombre maschili giovani anch’esse, faceva l’autostop in una strada che all’epoca era ancora trafficata dalle automobili. Lui doveva avere allora, quanti anni? ventisette, ventotto? Qualche anno di più di quanto avesse lei stessa, come sempre era stato.
    L’ultima volta, in assoluto, che l’aveva visto fisicamente.
    Con il pensiero invece… Già: il suo primo amore, quello impossibile. Molto più impossibile di quanto avesse creduto quando l’aveva vissuto: “Angelo è ambiguo”, le aveva detto la sorella di lui. Dalla profondità degli anni le tornava il ricordo di quella telefonata della lei di tredici, o quattordici anni con la sorella di lui. Quella ragazzina adulta che era la se stessa di allora però, non sapeva nulla di gay, di froci, di omosessuali. Nulla. Come poteva comprendere, quindi, quale fosse il gentile messaggio che le proveniva dalla cornetta, all’epoca nera, del telefono? Pure qualcosa doveva avere colpito nel suo intimo quel tentativo di messaggio se ancora adesso le rimbalzava al presente dal suo passato. I bambini ed i ragazzi sono come dei registratori accesi: tutto ciò che viene registrato, anche se non compreso, ritorna nel futuro e trova spesso una spiegazione che all’epoca del vissuto non era stata possibile. Di quella sorella di Angelo, appena un po’ più grande di lei, ma certamente al corrente di cose che lei non sapeva, non le ritornava altro. Non erano state amiche, ma, al momento in cui lei stessa, ragazzina di quattordici anni, aveva chiesto di parlare con il fratello, quella sorella, più grande di lui, doveva avere sentito la necessità di porla in salvo, benché non si frequentassero, di farle capire che:”Angelo è ambiguo”. Ma la piccola ragazzina innamorata non comprese e neanche indagò con un: “Che cosa vuoi dire?”. Troppo innocente la vita delle ragazzine come lei nel 1963. Ignoranza, non innocenza, le caratterizzava. Proprio ignoranza. Pericolosa e contemporaneamente dolcissima. Quell’impermeabile d’innocenza di cui lei, scrittrice, avrebbe parlato poi nel suo romanzo “Quel magico mondo lontano”. Più tardi, molto più tardi, suo fratello Leonardo le avrebbe detto:” Lui non veniva per te a casa, veniva per me”, in tono di sfottò. Chiaramente non perché a lui, Leonardo, interessasse Angelo, ma perché al tempo, “tra uomini” si sapeva che ad Angelo, le donne interessavano poco. Gli uomini capivano di più anche nel 1963 ed in ogni caso Leonardo aveva sette anni di più di lei, ossia era coetaneo del “suo” Angelo. Ciò non toglie che, nel salotto della loro casa al vomero, durante i balli che si tenevano settimanalmente, Angelo le avesse “fatto la corte”. Lei era una slanciata e biondo-rossa giovinetta di tredici o quattordici anni e, nei primi momenti, non si era per nulla invaghita di quel giovane diciassettenne licealista classico. Alto (?), snello, affascinante sicuramente, figlio di un pilota. Colto come uno studente di liceo classico poteva essere al tempo. Ma di questo lei, piccola studentessa d’arte, non poteva ancora rendersene conto. Ricordava la prima brutta figura della sua vita, quella che le aveva insegnato a non dire mai “sì, lo conosco”, a meno ché non fosse davvero così. Dunque:
    -“ Hai letto Fitzgerald? Ti piace?”- e lei aveva ricordato vagamente un nome: Ella Fitzgerald, di cui non sapeva nulla di più di quanto potesse sapere allora di Scott Fitzgerald, per cui, non volendo fare la figura dell’ignorante, la fece in pieno rispondendo: “Si, Ella!”. Un momento di sconcerto e di silenzio da parte del suo interlocutore le permise di comprendere come qualcosa non fosse andato a segno nella sua risposta. Quel momento le restò dentro tanto a lungo da farsi ricordare al momento in cui lei, appena un po’ cresciuta, di Scott Fitzgerald aveva letto tutto il leggibile, per cultura personale. Allora, soltanto allora, comprese, e decise che mai, mai, mai, in un qualsiasi futuro, avrebbe detto di conoscere qualcosa o qualcuno di cui non fosse più che certa. Divenne la donna dei: “Conosci “questo”?”.- “Non molto, oppure, non abbastanza, oppure no, parlamene”.  In quei mesi della sua prima giovinezza Angelo era diventato il centro della sua vita. Dall’indifferenza per lui, così come può accadere con i sentimenti, passò ad un amore totale, destabilizzante, vano, sconcertato, irrisolvibile. Lui, quello che l’amico comune Arturo, aveva descritto come “innamorato di te”, perse per lei l’interesse non appena ricambiato. Come conseguenza di ciò lei aveva perdutamente persa la logica per lui: sfuggente, che appariva e scompariva nella sua vita come un fantasma, parlava poco, le faceva leggere poesie dedicate ad un’altra (?), altro (?), in perfetto stile da allievo del liceo classico vicino al diploma, in cui lei, soltanto anni dopo, avrebbe riconosciuto una scopiazzatura di Leopardi o un altro romantico, male interpretato. All’epoca però lei, che pure già scriveva da anni poesie, non vide che la prova dell’amore di lui per un’altra (un altro), e ne soffrì.
    Lo perse di vista. Divenne scontrosa, piangeva stupidamente e nascostamente nel vederlo di sfuggita in strada, cadeva in mutismi, qualche volta era intrattabile ma, fortunatamente, il ricordo le dice che, anche, visse pienamente la sua vita di ragazzina, quasi donna, con simpatie, amicizie sentimentali, crescita culturale, espressioni artistiche in pittura e nei primi scritti.
    Lo rincontrò una sera, per caso, in un Club del Vomero che lei, assieme ad un gruppo di ragazzi, aveva “creato” in uno scantinato. Ne ricordava il “soffitto a cassettoni”, ricavato dai contenitori in cartone, per il trasporto delle uova; (all’epoca i giovani si accontentavano di poco!). Quella sera (si era nel 1965?), vi si era recata con un amico caro, che le “faceva la corte” sì e no. Amico di fiducia, visto che la madre le aveva concesso di andare “a ballare”, assieme. Ma, nel buio allora fumoso del Club, vide “lui”. Lui le si avvicinò, ballò con lei e le fece dimenticare l’amico con cui era giunta. Le propose di riaccompagnarla a casa e lei, con estrema crudeltà, o, almeno, villania, avvertì l’amico Pino che sarebbe rientrata con Angelo. Lui la scusò, lei rientrò con Angelo ed Angelo, di nuovo, scomparve.
    Alla luce dei fatti, anni dopo, si rese conto dei motivi psicologici che potevano spingere quel giovane uomo di buona famiglia, pur compreso della SUA verità, a tentare approcci con lei: brava ragazza di buona famiglia, con cui si poteva sperare una vita “normale” che il suo istintivo interesse per il proprio sesso, non gli avrebbe mai concesso. Specialmente in quei tempi in cui la parola “omosessuale” era pronunciata a livello di “frocio”, a bassa voce. Troppo bassa perché le sue orecchie di femminuccia potessero udire. Comunque si rividero. Adesso lei non ricorda in quale situazione, qualche mese dopo. Uscì con lui nella villa comunale di Napoli, mano nella mano e si scambiarono persino un bacio (castissimo). Sedettero su di una panchina e lui le mostrò una foto. Lo ritraeva assieme ad un amico. (!) Poi le raccontò che era stato espulso da una colonia maschile, dove faceva l’educatore, o, forse, semplicemente controllava i ragazzi, regolarmente pagato. Oggi la lei, adulta, si chiede perché la fanciulla di allora non si domandasse le ragioni di quell’espulsione, il perché del fatto che egli sentisse il bisogno di raccontarglielo ed aggiungere: “Mio padre si è tanto arrabbiato con me che mi è venuto a prendere senza dirmi una parola, ha caricato i bagagli in auto e mi ha depositato a casa dei nonni a Frosinone, sempre senza una parola”.
    Buon Dio! C’era da chiedergli: “Ma cosa avevi fatto di così terribile?”.
    Invece no. Lei non chiese, ma, evidentemente, qualcosa di strano penetrava lentamente nel suo animo giovane ed inesperto. Fatto sta che, quando si rividero, lei aveva fatto una cosa davvero particolare per le sue abitudini: si era tagliata i capelli “alla maschietto”. I suoi lunghissimi e folti capelli dorati. Cosa che fece poche volte nella sua vita e, sempre, in momenti di grave crisi. Lui quasi non la riconobbe. Evidentemente non gli piacque quella novità. Forse la rendeva troppo simile ad un maschio? Nel corso della passeggiata che fecero, lei gli chiese finalmente perché si comportasse in modo così strano. Perché non fosse comunicativo e trasparente. Le parole usate non furono proprio queste, ma il senso sì. Lui rispose, a monosillabi, come sempre:- “Non mi fido”. Lei ribatté: “di me?”- “No: di me”.  Lei tacque. Non comprese. Era proprio una stupida giovinetta sedicenne di troppo tempo fa. Comunque lui le propose di “fidanzarsi” e, lei (questa è la cosa più stupefacente, visto che era cotta di lui), disse di no. Lo amava, sì, ma “qualcosa” di lui non le tornava giusto. Non capiva. Così disse “no”, e lui accettò la risposta in silenzio, senza reazioni apparenti. Non si videro più.
    Ecco: una storia che, alla luce del tempo, lei si era spiegata. Una sofferenza sconcertata che si era portata dietro tutta una vita e, forse, aveva segnato anche i suoi “amori” successivi. La tendenza alla sofferenza, all’accettare situazioni in cui viveva infelice ed innamorata. Oggi no: oggi, alla sua bella età di sessant’anni, non capisce come quella se stessa del passato avesse accettato un amore troppo vicino alla sofferenza, praticamente impossibile. Oggi ha imparato che l’amore deve essere complicità, consuetudini, comprensione, sesso affiatato e tanto altro. Anche un pizzico di sofferenza, perché questo è parte della vita, ma non sottomissione, accettazione passiva, dimenticanza di sé.
    Oggi, dunque, mutata, girovagando sul Web, alla ricerca del “che fine avesse fatto” quell’Angelo caduto, ha trovato su Facebook un Angelo che certamente non é lui, ma avrebbe potuto esserlo: un uomo magro, fotografato di profilo, con lo sguardo assente, un cappello di paglia sulla testa a ricoprire dei riccioli bianchi e grigi, gli occhiali… e il volto vecchio di un settantenne che non porta bene i suoi anni. No: non era detto che fosse proprio lui, ma avrebbe potuto esserlo. Dunque: era comunque evidente che il giovane dei suoi ricordi, magro, muscoloso, con gli acuti occhi dal colore che non ricordava ed i capelli a riccioli di un bel castano dorato, non c’era, in ogni caso, più. Come non c’è più la giovane donna ingenua e dolcissima che era stata lei e che mai avrebbe voluto essere di nuovo. Cicerone diceva, nel suo “De senectude”, parlando della vecchiaia ed enumerandone i presunti danni che le si potevano ascrivere:-“In realtà, quando riassumo (la questione) nel mio animo, trovo quattro ragioni per le quali la vecchiaia appare infelice: la prima, perché allontana dalle attività; la seconda, perché rende il corpo più debole; la terza, perché priva di quasi tutti i piaceri; la quarta, perché non è molto lontana dalla morte. Di tali ragioni, se vi aggrada, vediamo ora quanto sia fondata ciascuna. VI. La vecchiaia allontana dalle attività – Da quali? Da quelle che si compiono in gioventù e con le energie? Forse non ve n’è nessuna senile che, anche col corpo debole, si possa tuttavia esercitare con la mente?”.
    Fermiamoci qui. Il nostro Cicerone, cui non fu consentito invecchiare, in realtà concedeva alla vecchiaia il grande merito di permetterci una competente serenità di giudizio, lontana dall’accesa sofferenza che la giovinezza ci offre nell’ardore per le cose del mondo, primo fra tutti l’amore.
    Certo, resto convinta (per averlo scorto in tanti, per averlo letto nei libri e nella cronaca), che “la serena vecchiaia” (non mai vissuta dal povero Cicerone), non sempre e non a tutti porti la capacità di vivere con maggiore giudizio e senza gli affanni dell’ardore giovanile. Ma per quanto mi riguarda è davvero una cosa liberatoria, in molti sensi. Un periodo, il mio, non proprio vissuto “da vecchia”, ma neanche più nell’ignoranza sofferente che ha caratterizzato la stagione giovanile, quello in cui “vivo” e “vedo” più distintamente le cose del mondo e della mia stessa vita. Addio dunque alla sofferente innocenza della giovinezza, agli “angeli caduti” chissà dove, dico a me stessa, serenamente. Fuori c’è uno splendido sole, nel mio studio di pittrice attende sul cavalletto, perché la completi (con la sfida di farla mia) la copia ad olio della “Ragazza alla finestra” di Salvator Dalì, il mio fisico è ancora attivo e così la mia mente: che brillante stagione la maturità! Peccato duri poco.
     

     
  • Come comincia: Che non me ne vogliano i Milanesi... ma quello che è troppo è troppo!
    Post n°323 pubblicato il 16 Giugno 2012 da mondodonna_2008
    Tag: intelligenza, milanesi, napoletani, nord, sud

      RICEVO:
    N° 18 - Sono più intelligenti gli Italiani del Nord o del Sud?
    Gentile collega,

    il Professor Richard Lynn nel n. 38 della rivista “Intelligence” (2010) ha affermato che gli Italiani del Nord sono più intelligenti degli Italiani del Sud, motivo in grado di spiegare le notevoli differenze in termini di reddito, successo e istruzione. A questo tema e al dibattito che ne è scaturito abbiamo dedicato il numero 18 di Knowledge Addiction
    (http://www.eulabconsulting.it/index.php?option=com_content&view=article&id=147:newsletter-nd-18-sono-piu-intelligenti-gli-italiani-del-nord-o-del-sud&catid=38:cat-newsletter&Itemid=60).
    C’è una barzelletta che perde un po’ del suo sapore se scritta e non, invece, raccontata “bene”:
    San Pietro viene chiamato dal padreterno, molto inquieto perché al di sotto del luogo dove lui dorme, i napoletani fanno un gran fracasso cantando “o sole mio” ed altre canzoni, facendo tarantelle, suonando il clacson, parlando ad alta voce per le strade fino al mattino...
    P. “Devi metterci riparo! Io non ne posso più!”
    S. P. “Ma voi lo sapete come sono fatti i napoletani, una ne fanno e cento ne pensano, sono i figli di tante traversie, di presenze straniere, di Masaniello, la Repubblica Partenopea,  le quattro giornate che hanno cacciato i tedeschi da Napoli, Salvo d’Acquisto che si è fatto uccidere...”
    P.”Non mi interessa! Falli smettere!!"
    S. P. “Vabbè. Ma come posso?”
    P.” Toglici mezzo cervello e si calmeranno!”
    "S.P. “Ma come, ai miei napoletani così scetati, mezzo cervello in meno?”
    P. “ABSOLUTELY: non ce la faccio più
    Detto fatto San Pietro si affaccia e con un gesto della mano compie il miracolo: mezzo cervello in meno ai napoletani.!” Un minuto di silenzio dal basso e poi: “o sole miooooooo!!!!”, voci confuse allegre ed alterate, rumore di clacson, risate...
    P. “Mio Dio!!!! Continuano! Non è possibile! Togligli un altro mezzo cervello!”
    S. P. “Ma, comandante! Ne abbiamo già tolto mezzo!”
    P. “Togligli  metà del cervello rimasto!”
    San Pietro con un gesto della mano verso il basso, compie il miracolo e:
    “o sole mioooooo!!!!! voci allegre, canti, balli, qualche bestemmia, rumori vari e clacson:
    A questo punto il comandante non ne può più:
    P. “San Pietro, è inaudibile! Lasciaci soltanto il 10/% del cervello e facciamola finita!”
    San Pietro piange, si dispera per i suoi “scugnizzi”, ma il comandante non demorde, per cui San Pietro si affaccia verso il basso dove si trova Napoli e compie di nuovo il terribile miracolo.
    Un minuto di silenzio e poi da Napoli si sente un canto:
    “O mia bella Madonina, che me guardi da lassùùùùùù”....”
    I napoletani sono diventati tutti milanesi.

     
  • 21 aprile 2012 alle ore 17:30
    Alieno

    Come comincia: Corse sulla terrazza rivolta a sud per raggiungere la figlioletta di due anni. Naturalmente Bruna stava già avviandosi, aiutandosi con le mani, verso il piano superiore della casa, raggiungibile con una scala a chiocciola. Nel momento stesso in cui abbassò per un attimo lo sguardo vide ”la cosa".  Era nera e sembrava avere due teste.  -”Non possibile”.  Registrò il cervello. E subito dopo:- "La bambina può farsi male!"- Afferrò la piccola per un polso e chiamò a gran voce la prima figlia perché la raggiungesse. Naturalmente Fiammetta tardò a rispondere al richiamo: era in piena crisi adolescenziale e alquanto recalcitrante ad ubbidire.  ”Fiamma, vieni SUBITO qui, per favore!”- insistette, sempre con l'attenzione divisa tra la”cosa“ e la sua ultimogenita. Fiamma finalmente giunse, incuriosita dal tono di urgenza che aveva intuito nella voce della madre e poté così affidarle la piccola per qualche minuto per cui il suo interesse si spostò sull'essere incredibile fermo sul bordo del terrazzo: lungo non più di tre centimetri, a prima vista poteva sembrare un grosso ragno, ma decisamente non lo era. Aveva un piccolissimo musetto da topo, con le orecchie enormi rispetto al corpo. La primitiva sensazione che "l'animaletto” avesse due teste venne "archiviata“ dopo un più attento esame: aveva quattro ”zampe”, o qualcosa di simile ad esse e quelle davanti possedevano due minuscoli moncherini al posto delle minuscole ”manine" con cui terminavano quelle di dietro. L’esserino era certamente terrorizzato. Il suo cervello le diede finalmente risposta alla prima domanda che si era posta nel vederlo: Cos’é?" –“E' un piccolo di pipistrello". Sembrava assurdo. Ne aveva visti di più grandi, circa cinque volte più grandi, compiere evoluzioni intorno alla luce dei lampioni, di notte. Ne aveva visto uno molto da vicino, anni prima, caduto in volo. Ma quello che adesso stava osservando era ”un cucciolo”. Di qualunque razza animale fosse era comunque "un cucciolo". Doveva prenderlo. Ma come? Non voleva usare le mani nude perche ”l'essere” la inorridiva. Prese un cartoncino e costrinse il piccolo a strisciarvi sopra. Ebbe una sorpresa e con lei la figlia Fiamma: il piccolo si muoveva con una destrezza incredibile, facendo leva sui due moncherini davanti. Rischiava di ritrovarselo sulla pelle. Entrò in casa seguita dalla figlia e accolta dalla curiosità del figlio maschio di nove anni e di una nipotina. Rino sembrava galvanizzato dalla scoperta del "mini-pipistrello", ma appena fu dentro la cameriera lanciò quasi un urlo:- “Mozzeca, signo’!” -“Impossibile”. Rispose lei di rimando. In quel momento si rese conto di essere ridicola, così preoccupata di non toccare quel piccolo animale indifeso con le mani. Il cucciolo si arrampicò velocemente su di un dito, poi le scivolò dolcemente sul palmo della mano e riprese il suo cammino sempre più spaventato. Michela lasciò che si stancasse, facendolo passare da una mano all'altra e intanto cercò sull’enciclopedia alla voce “pipistrello”. Ricordava che fossero mammiferi e pensò di nutrirlo con del latte. Ad una prima ricerca il termine "mammifero" non risultò. Il pipistrello é un insettivoro, decretava il libro. Ma il mio pipistrello non sembrava potesse gradire mosche o moscerini. Meglio tentare con il latte. Mentre l'esserino continuava imperterrito i sui giri da un dito all’altro, con grande maestria e urlando ai suoi figli maggiori:- “Fate attenzione a Bruna!”- cercò affannosamente nell'armadietto dei medicinali una bottiglietta munita di contagocce. La prima che le capitò tra le mani conteneva un liquido troppo pericoloso, così accadde per la seconda. Alla fine trovò le gocce di ”cecon” e, tenendo imprigionato il piccolo in una mano, lavò il contagocce, riempiendolo poi di latte. Nutrire il piccolo si rivelò impresa difficile: si muoveva di continuo e non capiva il senso dell'operazione che la ”padroncina” tentava di effettuare. Intanto, bagnando con delicatezza il musetto incredibilmente minuscolo dell’esserino, provò a trovargli un nome, come sempre faceva in occasioni simili, ma fu un fallimento, perché non le veniva a mente nulla di consono. Ai contrario il suo tentativo di nutrizione ebbe successo in quanto il piccolo sembrò gradire - finalmente- il latte e cacciò una invisibile linguetta per succhiarlo. Prima goccia, sternuto, seconda goccia, secondo sternuto perché le infinitesimali narici sembravano affogare in quelle dense gocce bianche. -"Non ci si può affezionare ad un pipistrello!”- Pensava intanto Michela. -"Mamma, lasciamelo toccare!”- “Pretendeva Rino.”- "Attenti alla piccola, può farsi male!"- Insisteva Michela inquieta, notando che Bruna, utilizzando la distrazione degli adulti, tentava una scalata al comodino della stanza da letto dove si trovavano tutti. Ritornando all’animaletto Michela si disse che, per come era differente da loro fisicamente, avrebbe potuto anche essere un “marziano”, un alieno insomma, così battezzò l'esserino: "Alieno". Andava bene il nome. Le ricordava possibilità remote di extraterrestri piombati sulla terra, di forme viventi dissimili della razza umana. Alieno" era " GIA"' sulla terra, così piccolo e assurdo nelle sue forme e così perfetto per le vita che avrebbe dovuto condurre da, adulto. - "Quant’é carino!” - si ritrovò a dire. I figli maggiori ed anche la più piccola si mostrarono unanimamente d’accordo:- -“Mamma, possiamo e accarezzarlo?”- Chiesero. Lei lasciò che e turno passassero le dita delicatamente sul dorso di Alieno, leggermente coperto di peluria come quello delle farfalle. Il piccolo allora, oramai sazio, si rifugiò nel palmo della sua mano, al caldo ed al sicuro: aveva trovato una mamma. -"Dove lo metto adesso?"- “Chiese Michela, già mamma, alla ”sua” mamma che viveva con lei. E la madre, memore di colombi allevati amorosamente, di cagnetti cresciuti dall’età di un giorno e di piccoli passeri implumi caduti dal nido, non mostrò stupore nel notare l’affetto che vibrava già nella voce della ancor giovane figlia. L’aiutò a cercare “un nido" per il piccolo, che mostrava capacità inaudite di fuga da ogni scatolo di qualsiasi grandezza. Si convinsero alfine ad usare un barattolo in vetro dove Alieno fu deposto, appoggiato ad un panno di lana. Michela però non avrebbe scommesso una lira sulle sue capacità di sopravvivenza. Fu con stupore che costatò un’ora più tardi, l’ottima salute di cui godeva il piccolo e la mattina successiva il gusto con cui sorbiva il latte e ricercava poi il tepore della sua mano.  La sera successiva, con il piccolo nel pugno, seguì un breve documentario televisivo e poi ripose l’animaletto nel “nido”. Alieno in quel momento iniziò a “chiamarla”. Un trillo, uno stridio, un suono che sembrava quasi un ultrasuono. Alieno chiamava lei, senza dubbio. Lo riprese tra le mani e lui tacque ed ancora bevve tra gli sternuti, un paio di gocce di latte. Poi passò  da una mano all'altra e stridette di nuovo. I “suoi cuccioli”, incuriositi, tesero le orecchie per percepire il suono. Rimesso nel nido il piccolo chiamò a lungo e poi si quietò. A distanza di un giorno era pieno di combattività e di appetito. Lo trovò intento a pulirsi una minuscola ala velata, quasi fosse un adulto. Nel riprenderlo in mano riascoltò lo stridio gioioso del cucciolo che si rintanò al sicuro nel suo pugno. Alieno le aveva insegnato qualcosa di se stessa: sapeva amare anche un essere così ”brutto o diverso”, provava per lui una sorta di “amore materno". Avrebbe amato così anche un essere di un'altra razza, giunto da un altro mondo? Sì, lo avrebbe amato. E con più amore avrebbe amato un figlio, se le fosse nato deforme. Lo avrebbe amato. Provò allora una sorta di commozione per la natura tutta, por l’universo intero e per quel Dio che doveva pur esserci al di qua o al di là dell’infinito, che le aveva posto nell’animo quella spossante e meravigliosa capacità di amare.

     
  • 27 febbraio 2012 alle ore 15:08
    Il ritorno di Aurora

    Come comincia: Me la restituirono “dopo San Patrignano”, ma non era più “la mia” Aurora. Tornò di sua volontà alla sua casa e sembrò riprendere la vita di sempre. Al mattino era una gioia risentire il suo passo nella cucina grande dell'appartamento. Anche Gino si alzava più lieto, con un sorriso che non gli ricordavo. E i due ragazzi, senza bisogno della mia voce, si alzavano anch'essi, al suono dei passi dl Aurora. Lei però non raccontava nulla della sua esperienza nella “Comune”, non diceva una parola sulla morte di Giacomo e questo mi convinceva della sua attuale incapacità di essere autenticamente, con il corpo e l'anima, assieme a noi e soprattutto a me: sua madre.
    Aurora non era stata in pieno ”nel giro. Non aveva rubato, non si era prostituita per la droga, non si era "bucata" con le siringhe infette passate di mano in mano. Aurora aveva appena sfiorato quel mondo e l'aveva fatto per amore di Giacomo, per capire lui, forse per finire come lui, non riuscendo a salvarlo. Morto Giacomo non aveva trovato molto difficile “venirne fuori". Ma inutile forse sì. In breve tempo Aurora riprese a studiare per gli esami universitari, a frequentare i corsi, ad uscire con i vecchi amici, a pranzare con noi e a giocare con i gemelli. Mio marito continuò a sorridere, disteso, illudendosi che nulla fosse accaduto. Ma “tutto” era invece accaduto e non si poteva fingere di ignorarlo. A circa un mese dal ritorno di Aurora la cercai io: entrai senza bussare nella sua stanza e la trovai con un libro tra le mani e lo sguardo oltre i vetri del balcone. Nel vedermi mi fissò seria. -“Vorrei portarti con me per una decina di giorni ad Assisi”- Le dissi subito. -“Ho gli esami'- Si oppose lei. –“.Hai prima di tutto te stessa ...”- Risposi categorica. –“ Bene, mamma, immagino che tu abbia ragione, debbo proprio.”- Tra me restai quasi sconvolta per Ia facilità con cui aveva accettato la mia decisione. Non era da lei. Ma non mi formalizzai.
    Assisi era stata per anni la meta dei nostri viaggi di fine estate. Partimmo alcuni giorni dopo questo dialogo. Gino era perplesso e perse il sorriso. I ragazzi protestarono perché non avrebbero potuto essere con noi. Facemmo il viaggio in auto, io alla guida e lei con gli occhi fissi sulla strada. Senza una parola. Io pensavo a Giacomo, che era stato il ragazzo sbagliato e mi chiedevo perché la mia ragazza così saggia e gentile avesse dimenticato se stessa per lui e dove fosse in quel momento il Dio della mia fede. Ci fermammo come sempre in una pensione di Assisi: dalla nostra finestra si scorgeva tutta la pianura e la cupola di S. Maria degli Angeli, la Chiesa sorta sulla “Porziuncola". Anche Aurora guardò fuori con il viso disteso, ma come indifferente. - “Dovette avere molto coraggio Francesco per lasciare la sicurezza della sua città e della sua casa e recarsi nella vallata a riparare la piccola Chiesa...” Disse come tra sé. –“Non aveva paura perché aveva fede”- Risposi. Aurora mi regalò un sorrisetto tirato e finalmente ammise: - “Io invece non ho fede più in nulla ed ho paura.”- Poi uscì. Restai sola, nell'aria serena di un tramonto tersissimo, come lavato dalla pioggia che era caduta copiosa al nostro arrivo. Aurora rientrò verso sera e ci recammo a mangiare qualcosa. Quella notte la sentii rigirarsi a lungo nel letto, mentre fingevo di dormire. Si alzò all'alba e, dopo una rapida toletta rifece il suo letto: una abitudine presa alla “Comune”, certamente. Rimpiansi la mia figliola disordinata e serena che abbandonava maglie e pantaloni ovunque. La lascia uscire sola, perché nessun controllo poteva salvarla da se stessa. Passarono così due giorni. Io feci la turista, visitai la Basilica inferiore e superiore di S. Francesco ed osservai gli affreschi di Giotto, seguendo il segno dei restauri. In terza giornata Aurora mi propose di visitare di nuovo S. Damiano, il luogo presso cui si era rifugiato Francesco e nella cui chiesetta minuscola, innanzi al Crocifisso ligneo e dipinto, aveva trovato la "sua" strada. Finalmente mia figlia mostrava interesse di nuovo per qualcosa e, soprattutto, mi coinvolgeva in un suo desiderio. Giungemmo all'ora della massa e restammo incerte in piedi fuori dell’arco dell'ingresso. C’era un coro di voci giovanili provenienti dal fondo e sapevo trattarsi della voce dei monaci. Le panche erano tutte occupate da giovani stranieri in preghiera. La bellezza di Assisi sta anche nel fatto che Francesco sembra attirare ragazzi e ragazze con il suo entusiasmo e la sua fede senza tempo Una testa bionda, ornata da una lunga treccia, restò chinata fin dope la fine della funzione e non vidi in volto la donna, che intuii non dovesse avere più di venti anni. Guardandomi interno non vidi più neanche mia figlia. Un gruppo di persone parlava davanti all'ingresso: tra loro due frati che sembravano adolescenti, al massimo ventenni per l’espressione incantata, dolce, serena. Una madre abbracciava il figlio vestito del saio e lui, gentile ma come distante, lasciava fare. I gruppi si sciolsero con uno stringersi di mani. Un francescano forse diciottenne tornò indietro per ricordare agli amici: “...Mi raccomando la preghiera!”-
    In quel momento della porta del Chiostro di S. Chiara venne fuori mia figlia. Quasi non la riconoscevo: il volto acceso aveva perso la rigidità degli ultimi anni. Con lei avanzava un giovane bruno, alto e snello, con sul volto l’espressione che ogni mamma vorrebbe scorgere sul volto di sue figlio: un misto di allegria, innocenza e fiducia. Il ragazzo sarebbe parso a me in quel memento l'essere più adatto per la mia Aurora. Ma indossava un saio francescano. Si avvicinarono al luogo dove ero io, parlando tra loro con grande spontaneità. Lui sembrava felice. -”Mamma, ti presente Roberto!”-
    -“Molto lieto signora, la pace sia con voi..."-
    -”Ciao Roberto...”- Osai appena rispendere.
    -“Mi dovete scusare adesso, sono atteso. Ma ci rivedremo, penso...”•
    -“Ci rivedremo!”- Promise Aurora. E per la strada che conduceva ad Assisi lei mi parlò di Roberto, della sua famiglia, della sua casa, degli studi che faceva e di ogni particolare della sua vita. Poi aggiunse la sua età: ventisette anni! Non gliene avrei dato più di venti. Roberto dipingeva ed aveva diritti speciali e maggiori libertà. Roberto lavorava come decoratore di maioliche e conosceva tutti i segreti dell’arte perché era nato a Deruta, la “Città delle ceramiche”. Roberto scriveva versi ed accoglieva grandi personalità per visite guidate a S. S. Damiano. Roberto, infine, tra breve avrebbe conosciuto il Papa di persona, per regalargli un suo lavoro su terracotta, rappresentante S. Francesco che abbraccia il lebbroso.
    -“Mamma, tu pensi che per lui io sia come il lebbroso per S. Francesco?”- Restai qualche attimo in silenzio e poi dissi:-
    -“Gli hai parlato di te e Giacomo?”-
    - “...Sì..."- “
    - Allora ti amerà di più...”-
    - “Sì, lui dice che é una legge divina quella di amare.”-
    -” Amare tutto e tutti..."-
    -“Sì mamma, tutto e tutti!”-
    -” E' difficile...”-
    -“...Sì, credo che per qualcuno possa essere difficile...”-
    Non aprì più bocca sull'argomento "Roberto"per un paio di giorni. Assisi ci regalava la sua quiete, i suoi lunghi giorni di pace e nell’aria tersa dai temporali potemmo quasi ascoltare la voce di S. Francesco.Mio marito era inquieto: al telefono chiedeva:- "State bene? Vi sono noie?"- Non c'erano noie e stavamo bene. Aurora usciva al mattino con i suoi jeans consumati portando con sé matite “grasse” e pastelli colorati come faceva un tempo e tornava a pranzo con le immagini che aveva “rubato” in giro: niente da temere, era serena. Aurora usciva al primo pomeriggio ed ascoltava la messa in S. Francesco, poi prendeva la nostra auto e si recava a S. Damiano. Ero sempre sola con le mie domande. Un giorno volli seguirla, mi recai in S. Francesco alla prima messa e vidi mia figlia in ginocchio, pregare in silenzio. La seguii in S. Damiano con un taxi, come una spia: e la vidi dialogare vivacemente con Roberto. Lui sembrava un ragazzo: era come illuminato dalla innocenza. Tornai all'albergo sconvolta. Il sesto giorno finalmente Aurora mi parlò:-“ ...Mamma, credi che S. Chiara abbia seguito Francesco nel suo destino per amore?"-
    -“Per amore, certo!”-
    -”...Per amore di chi?"- 
    -“Di Dio, del genere umano e del Cristo.”-
    -“...Oppure per amore di Francesco? Per non perderlo, vivendo la sua esperienza?”- Sorrisi, mesta:-
    - “Come tu hai seguito Giacomo intendi?”-
    -"Sì, come io ho seguito Giacomo."-
    -“Non lo so, potrebbe essere così."-
      -“...E se adesso mi facessi Clarissa?”-
    -” Forse ripeteresti lo stesso errore fatto per Giacomo.”- Risposi pronta. Lei tacque e mi sembrò che acconsentisse. Restai silenziosa per giorni, imponendomi di non scuotere la pace di Aurora, ma non ero in pace con me stessa. L’ ultimo giorno ritornammo assieme a San Damiano.
    -“Mamma, Roberto mi ha chiesto di parlarti.”- Disse Aurora. lo tremai. Roberto venne fuori dall'uscio di legno antico con quel suo giovane sorriso fiducioso. Ci stringemmo la mano.
    -"Pace e bene.”-
    -“Anche a te Roberto, sai che potrei essere tua madre?"-
    -“Ma invece siete la madre di Aurora...”-
    -“Sì."-
    -"Ho chiesto ad Aurora di potervi parlare.”-
    -“Lo so.”-
    -“Ma non ho poi tanto da dirvi: lasciate che sia fatta la Sua volontà”-
    -“Come posso sapere quale sia?"-
    -“Lui non parla con la voce, ma chi ha orecchio per intendere intende.”-
    Mi rispose Roberto. Ci scambiammo un abbraccio appena accennato e Aurora lo baciò sulla guancia.
    -“Arrivederci amica mia, se non avessi la mia Strada forse avrei scelto la tua...”- Disse Roberto ad Aurora con estrema semplicità.
    -“Addio, Roberto!” - Rispose Aurora. E negli occhi scorsi le lacrime che non aveva pianto per Giacomo. Ci allontanammo assieme e ancora, in auto, lei si girò di nuovo: ma lui non c'era già più.

     
  • 23 febbraio 2012 alle ore 21:50
    "Cara, Cara"

    Come comincia: Cara, cara.
    Valentina dormiva poco e quel poco sempre tra le braccia della mamma, tirandole i lunghi capelli.
    A sei mesi, ebbe in donno da una zia la prima bambola della sua vita: lunghi capelli, abiti eleganti e il corpicino di stoffa imbottita, morbido da stringere.
    La mamma fu soddisfatta di notare che, finalmente, la piccina non passava più le notti tirandole i capelli e rigirandosi inquieta nel letto matrimoniale: aveva la bambola e cominciò a dormire stringendola a sé con amore, come se fosse una cosa viva.
    La bambola, i primi giorni, fu battezzata “Angelina” ma, a dieci mesi di vita, Valentina la chiamava “Cara, Cara” e pretendeva, alle ore del sonno:-“Titti e Cara, Cara”.
    Così Angelina divenne “Cara, Cara” per tutti e la vocina della bimba, con lo squillo delicato all’ultima parola, fece sì che tutti in casa prendessero ad amare la bambola per amore della bambina.
    Cara, Cara divenne spettinata e scomposta e dovette subire un primo “intervento” perché la testa, troppo strapazzata dalle manine di Valentina, minacciava di staccarsi dal corpo.
    La mamma infilò un grosso spago alla base della graziosa testolina di plastica e lo reinserì nel corpo di panno e imbottitura.
    Così, “Cara, Cara”, cambiò d’abito, fu accuratamente lavata, pettinata e, restituita alla piccola padroncina, che, stringendola tra le braccia, serenamente si addormentò. Passarono ancora alcuni mesi. Valentina aveva preso a camminare e poi a correre e, ovviamente, trascinò con sé, nei suoi primi approcci con il “Mondo”, anche l’adorata bambolina di stoffa.
    “Cara, Cara” cominciò a deformarsi, divenne sempre più malandata e dové subire un secondo “intervento”. Le fu praticato un lungo taglio nell’addome e la vacillante testolina fu più efficacemente inserita sul collo per mezzo di cordicelle argentate. Molti punti di sutura resero al corpicino le primitive sembianze alla bambola vennero di nuovo cambiato l’abito. Valentina, allo scuro di queste vicende, continuò a chiamarla “Cara, Cara” e a considerarla un essere vivente. Ogni sera, al momento di dormire, rifiutava anche le braccia materne purché le si consegnassero “Caro, Cara” e il suo succhiotto. La bimba aveva circa due anni quando, di ritorno da un viaggio, (“Cara, Cara” era partita con lei e tornava con lei), la situazione precipitò all’improvviso: alle tre di notte, mentre la mamma tentava di addormentare la discoletta che tardava a prendere sonno, il corpicino di stoffa si accartocciò tutto e la testa di “Cara, Cara” (orrore!!) si staccò dal corpo restando legata soltanto per un paio di fili argentati. La reazione della piccola fu straziante: chiamava la bambolina, la tirava per i capelli, le toccava il corpicino deformato e piangeva a singhiozzi. A quel punto, si doveva agire in fretta: la mamma tagliò i fili del cordoncino, prese dall’armadio una bambolina di plastica di morbida, la privò della testa e la sostituì con la testolina di plastica di “Cara, Cara”. Valentina, rivedendo il sorrisetto della sua bambola, dapprima parve calmarsi; ma poi, nello stringerla a sé, notò con stupore che la sua e arrendevole “Cara, Cara” era divenuta più lunga, pesante, nuda al di sotto dei panni e decisamente sconosciuta. Spossata, quella notte comunque, si addormentò tirando i capelli alla bambola, senza convinzione e con qualche singhiozzo nel sonno inquieto. Al mattino, osservò di nuovo quello strano essere che la mamma chiamava Cara, Cara e lo gettò fuori dal lettino. Chiamò con tristezza: “Cara, Cara”!” e la mamma le riconsegnò il mostriciattolo. Valentina la rigettò fuori dal lettino, con le lacrime agli occhi e implorò di nuovo:- “Cara, Cara”!”. Ma la richiesta sortì lo stesso effetto: le fu riconsegnato l’abominevole essere che, sì, aveva la testa della sua “Cara, Cara”, ma non era lei.
    A malincuore si arrese. Prese a dormire con la nuova bambola, ma sempre senza convinzione. La mamma, per consolarla, le fece notare che aveva i piedini, proprio come lei, e le manine e anche un corpicino rosa e un culetto. Valentina la toccò, la girò, sorrise e poi prese a dedicare le sue attenzioni alle altre bambole, che fino a quel momento non aveva mai neanche notato. Sorprese tutto quella sera addormentandosi assieme a una bambola dai capelli di lana che cantava le canzoncine.
    Ma la situazione non si risolse. Ostinatamente continuava a chiedere di “Cara, Cara” e a stringere con mestizia i lunghi capelli del nuovo essere che le ricordava vagamente qualcosa di familiare. Un altro disastro avvenne quando la mamma condusse a mare Valentina con la sua bambola. Le insegnò a lavarla con l’acqua di mare (era di plastica, questa nuova “Cara, Cara!”), e, al sole cocente, la plastica riscaldandosi, perse elasticità. Fu così che nelle piccole mani di Valentina, a un suo strattone, restò una gambetta di plastica rosa e il resto del corpo finì sulla sabbia.
    La bimba sembrò restare indifferente, ma perse il sorriso. Ogni tanto chiamava tra sé e sé la bambolina adorata e osservava con una sorta di sentimento molto vicino al dolore ciò che restava di essa.
    Nel pomeriggio, la mamma addormentò la piccina tenendola in braccio e dicendole:- “Sono io “Cara, Cara”, prendi i miei capelli. Io sono la mamma e non cambierò mai, ti terrò sempre stretta!”. Quindi depose la piccola nel letto dove dormì sola sola, rigirandosi inquieta, per la prima volta senza “Cara, Cara”. Ma la mamma ebbe un’idea e cercò tra le bambole in soffitta (quelle della figlia oramai grande), un nuovo corpo per “Cara, Cara”. Ma che fosse di stoffa imbottita, morbido, leggero e confortante. Lo trovò e con un paziente lavoro artigianale, mise assieme di nuovo la testolina con il “suo” corpicino. Sembrava proprio “Cara, Cara”!” Con dolcezza la mamma posò la bambolina accanto alla figlioletta addormentata, che, nel sonno, la strinse a sé. Poi scostò dalla fronte di Valentina una ciocca di capelli leggermente sudati, riassettò il lenzuolino bianco e si allontanò pensierosa, nella penombra della stanza. Pensava all’amore e a quanto fosse difficile farlo sopravvivere quando il corpo muta, anche se l’animo resta lo stesso. Pensava ai trapianti, pensava a un romanzo mai pubblicato e, soprattutto, pensava a suo padre e a quanto fosse difficile ammettere che qualcosa di molto amato, di certo e duraturo, possa abbandonarci una notte, all’improvviso, nelle braccia della solitudine.

     
  • 21 febbraio 2012 alle ore 22:01
    1979: Napoli e i suoi "mestieri".

    Come comincia: Oggi sono straniera in patria, proveniente dalle tranquille sponde del Cilento, dove l'auto si può ancora lasciare con le chiavi nel cruscotto e la porta di casa senza istallazione di meticolosi sistemi d'allarme. Sono a Napoli per risolvere una delle solite controversie personali tra conduttore e locatario. Ho condotto con me l'esperto del caso, ossia un idraulico di fiducia che saprà essere imparziale ma non condirà il "conto finale" con cifre astronomiche.Via Cilea si stende elegante ed affaccendata sotto i miei occhi mentre, dal sesto piano di quella che è stata la mia casa di bambina, ascolto distrattamente le considerazioni del mio inquilino. Sono richiamata all'ordine della precisa richiesta fatta dall'esperto:•"Mi occorre una bomboletta di gas per usare la saldatrice e delle mattonelle che si dovranno porre al posto di quelle che dovrò rompere... ”. Sembra facile! L'esperto mi guarda, io guardo mio marito e decidiamo di scendere in strada per risolvere i due problemi.La solita confusione napoletana ci accoglie appena giù. Dove trovare,in una città dove non si usano le bombole di gas per cucina il necessario per la saldatrice? Esponiamo il quesito (per noi degno della sfinge) al primo individuo scelto a caso e la risposta è immediata:—"esiste una botteguccia in Via… vicino alla ricevitoria de lotto. “- La strada da percorrere entrando in una stradina laterale non é lunga, ma camminare speditamente e impossibile, troppa gente, troppe macchine, troppo ingombro di merci (le più svariate) poste in mostra sui marciapiedi strettissimi della “Via" che in realtà e un vicoletto contorto. Lungo il percorso torniamo più volte a chiedere indicazioni e infine giungiamo alla meta:—una stanzuccia buia dal cui fondo un cane "pastore" vecchiotto e curioso ci fissa con occhi dolci. Il locale e zeppo di una quantità inverosimile di merce a carattere “casalinghi". Detersivi, bidoncini, tappi di sughero, imbuti, spremifrutta, matassine di cotone... avremmo,  insomma da scegliere. Il bancone è sommerso di prodotti.—“C'e nessuno?” Chiediamo. Ed in risposta, da un’apertura seminascosta giunge un uomo. Ha l'aria simpatica e gentile, ci guarda e aspetta di sapere quello che vogliamo da lui. Gli esponiamo il caso e lui, continuando a sorriderci, tira fuori da non so dove proprio quello che ci serve:- una bomboletta di gas per idraulici e saldatori munita persino della saldatrice.- "dobbiamo lasciarvi una caparra?" Chiede mio marito.-“no... no… niente soldi, soltanto, per favore, riportatemela in giornata. “- Non posso non meravigliarmi della fiducia illimitata che sembra dimostrarci. Dopotutto non ci conosce e non siamo in un piccolo centro del Cilento! Per questo insisto perché accetti del denaro “in pegno, ma lui rifiuta ancora categoricamente e, proprio per accontentarci, prende l'indirizzo ed il cognome che potrei anche dargli falsificati.  Resta irrisolto il problema delle mattonelle di ricambio. Ne parliamo al nostro nuovo amico che ci dice subito:—"Andate da Don Vincenzo ad Antignano, basta passare per sotto il ponte di Via Cilea..."-E' inutile dire che seguiamo il suo consiglio. Dopo un minuto siamo di nuovo in cammino.  Durante il percorso abbiamo l'opportunità di costatare l'esistenza di due "Don Vincenzo" di cui pero soltanto uno merita l'appellativo di "o'cavicaiuolo". Il termine vuol significare "colui che lavora con la calce" e forse se lo e meritato per uno dei suoi mestieri giovanili. Trovarlo non e facile, alla fine giungiamo in un vicolo su cui affaccia un palazzotto vecchio con "cortile". Il cortile, zeppo di materiale da costruzione,sembra reduce da un bombardamento di guerra: Calcinacci, detriti, mattonelle rotte e semirotte, pezzi di Water e cespugli di erbe polverose fanno da sfondo alla "passeggiata" di un gruppo di polpastrelli giovani e sporchi che cercano il cibo tra i rifiuti ed ogni tanto s’inseguono vicendevolmente per strapparsi qualcosa dal becco l'uno con l'altro. Non appena "entrati" (o dovrei dire usciti?) sul cortile,ci viene incontro un vecchio magro,dall'aria affaccendata che domanda:- “Da dove siete entrati?"- Ma poi non ascolta la risposta, tutto intento a cercare un "pezzo di antiquariato" per il giovane che lo segue. Risolto il problema giunge il nostro turno. Ci ascolta meditabondo e poi borbotta:- "Siete stati fortunati, e’ mattunelle nere nun se trovano cchiù"—E ci tira fuori da un mucchio un paio di questi "gioielli",ancora incrostati di cemento e calce. Poi si allontana. Lo inseguiamo per fargli notare che ce ne servono dieci e non due. Le scova dal mucchio e, rispondendo alla nostra `domanda, dice convinto:—"sono cinquemila lire". Io e mio marito ci guardiamo meravigliatissimi. "Si nun'e’ vulite nun v'e pigliate! si e voglio dà e dongo subbito, so’ ricercate e chisto culore, nun se trovano"- Ci previene lui. Finiamo per prenderne sette, anche se poco convinti. In quel momento si avvicina al vecchio un “tipo" sconosciuto che stringe tra le mani un astuccio a forma di pipa, ne tira fuori proprio una pipa, ma davvero eccezionale, in corno, sulla parte superiore porta scolpiti a tutto tondo tre puledri in avorio ingiallito, fatti proprio bene. Osserviamo l'oggetto con attenzione perché davvero lo merita e ci avviciniamo. L'uomo più giovane é molto soddisfatto del "pezzo" che ha appena acquistato da qualche parte,"Don Vincenzo" scrolla le spalle e si allontana brontolando. Non sembra apprezzare né l‘antichità né l'arte dell'opera. Restiamo soli con "l’antiquario" il quale rivolge uno sguardo di compatimento ai vecchio che si allontana poi dice convinto:• "Chillo, o' verite? Tene é miliuni! Ma nun sé gode! A vita nun so' e soidi"- Si rivolge a mio marito e con un gesto rapido gli sfiora la camicia bianca dicendo:- “A' vita é sta camicia, é a freschezza, e’ sta cravatta nuova" Poi, come un attore di De Filippo che conosca bene la sua parte rivolge la sua atténzione a me, cha attendo il secondogenito. Da un colpetto al "premaman" leggermente gonfio e aggiunge: "A vita è stu piccirillo cha adda nascere! Chesta é a vita"- Poi si gira a si allontana sorridendo con un’andatura leggermente ancheggiante. Napoli, l’eterno teatro di “Eduardo", non finirà mai di entusiasmarmi.

     
  • 04 febbraio 2012 alle ore 11:39
    Il sapore del caffè

    Come comincia: Michela non ricordava che tempo facesse “fuori” in quel periodo.
    Ricordava bene di Rosa, invece: una donna giovane, energica, bella a vedersi, desiderosa di vivere.
    Quando si trovò –finalmente!- trasportata al “reparto di Chirurgia Epatobiliare e Trapianto di Fegato dell'Ospedale Di Rilievo Nazionale Antonio C.‎”, si sentì “in salvo”. Una notte e un giorno di attesa in barella, con i dolori che la squassavano, le avevano in parte distrutto il morale.
    Ma poi giunse in quella stanza.
    Aveva subito percepito nell’intero reparto, passando in barella, ordine, pulizia, tranquillità. Per quanto ve ne potesse essere in un posto colmo di paura, dolore, speranza.
    Nella stanza a due letti, nel lettino al suo fianco, c’era, appunto, Rosa.
    Con lei il marito. L’accolsero con simpatia. Dopo un po’ comprese che, specialmente per lui, la sua presenza era un sollievo: la moglie doveva subire un’operazione che, comprese al volo, non doveva risultare semplice né scontata. In quei primi momenti neanche indagò. Troppo presa dal pensiero di cosa sarebbe accaduto a se stessa. L’ago in vena le passava incessantemente tutta una serie di medicine, tra cui gli antidolorifici che le resero meno arduo guardarsi intorno e pensare a “altro da sé”. Il giovane marito di lei era molto paziente. Le sorrideva, l’accudiva, le portava avanti e indietro medicine, acqua, spugnetta bagnata, fazzolettini di carta e sorrisi. Di tanto in tanto venivano a farle visita le figlie, due belle ragazze l’una più grande di età, l’altra più piccina, evidentemente spaventate dalla malattia della mamma. Intanto nella stanza le cose prendevano il “tranquillo” e se vogliamo rassicurante iter di una clinica di lusso. Sì: quel reparto, gestito bene, da un’ottima equipe, con personale preparato e con a capo un medico veramente bravo, sembrava un’oasi nel deserto. Un luogo dove la medicina trovava il suo spazio certo, nei toni ovattati delle pareti, nei silenzi, negli orari rispettati da infermieri e personale. Tutti gentili, persino affettuosi. Il contatto con il dolore doveva in qualche modo condizionarne il comportamento. Quando si avvicinavano al letto di Rosa, lo erano, se possibile, ancora di più. Ogni tanto scompariva: la portavano “altrove” per qualche esame specialistico. Poi comprese anche lei cos’era e dov’era questo altrove: luoghi lontani dal centro in cui erano loro, in alcuni casi, raggiungibili con ambulanza. In altri casi posti nello stesso reparto. Lei poteva ancora arrivarci a piedi, con il suo “trabiccolo” che le veniva dietro e l’ago in vena. Il “fuori” esisteva soltanto in quegli spostamenti e la visita del medico non dava soddisfazione: parlava poco, chiedeva poco, osservava con metodica attenzione. Non era persona da lunghi dialoghi. Forse in tal modo cercava di non lasciarsi coinvolgere troppo dai pazienti. Bisognava ricordare che lui, primo ad avere trapiantato un fegato, in Italia, con il dolore, la sofferenza, la morte, doveva conviverci ogni giorno e non poteva permettersi il lusso di lasciarsi troppo coinvolgere emotivamente.
    Lei stessa tentava di non fasi coinvolgere dalla propria personale paura: un tumore. Uno di quelli contro di cui la medicina, la chirurgia, si batte, ancora troppo spesso senza risultato.
    Rosa, aveva un tumore. Alla fine fu chiaro. Uno di quelli che nascono e crescono quasi silenziosamente e t’invadono, si direbbe all’improvviso, senza lasciarti più possibilità di salvezza. Michela pensava spesso alla nipote, in quei tempi. In realtà ci pensa ancora oggi. Come non farlo?
    L’ultimo periodo, prima del ricovero, si erano fatte compagnia “nel non mangiare”. Lei, perché qualsiasi cosa ingerisse, minacciava di farle scattare una di quelle crisi terribili, da corsa all’Ospedale più vicino e Grazia perché si sottoponeva a una dieta indicata da un “medico alternativo”, in quanto, anche non volendolo ammettere, si sapeva che il suo fegato stava cadendo a pezzi, invaso da un tumore secondario, senza speranza.
    Bella, Grazia, bella, Rosa, giovani entrambe.
    Si fermava a chiedersi se l’operazione che il “Maestro” si preparava a compiere su Rosa, fosse possibile anche sua nipote, ma non lo era.
    Quando, qualche mese prima,uno dei medici che la visitavano di tanto in tanto, aveva proposto a Grazia tutta una serie di medicine, il volto (invero un po’ color bronzo), intenso, con i grandi occhi neri, della ragazza, si era simpaticamente girato in una smorfietta:
    “Dottore, per quanto tempo dovrò prenderle?”- Aveva chiesto.
    “Vita natural durante”.
    “Nooo!!”. Già. Non le avrebbe prese per molto, purtroppo. Questo le faceva, oggi, prendere le sue medicine “vita natural durante”, senza noia e augurandosi di prenderle molto a lungo.
    Michela chiese al medico, uno di quei giorni di attesa prima dell’intervento che tardava a giungere: “Dottore, mi dica chiaramente: ho un tumore?”.
    E lui:- “...”. Evidentemente non poteva sbilanciarsi. Non ancora.
    Bene. Così funziona.
    Il tempo passò. Oltre dodici giorni di cura per ridurre alla quiete la sua cistifellea e potersi permettere il lusso di operare.
    Intanto Rosa lo era stata. Dieci ore d’intervento e le avevano lasciato un pezzetto di fegato, con la speranza che ricrescesse. Si era capito che il dottore, avrebbe dovuto “aprire e chiudere”. Ma lui non era il tipo di arrendersi alla morte. Era caparbio. Anche Rosa lo era.
    Tornò giù, dopo un paio di giorni in terapia intensiva, con il marito più pallido di lei. Ci restò poco: qualcosa non andava per il verso giusto. Ritornò in sala operatoria per altre dieci ore d’intervento e giorni di terapia intensiva. Lei chiedeva di Rosa al marito che gentilmente trovava il tempo per farle un saluto. La stanza di Michela era più spesso vuota nel secondo letto che abitata. Ne approfittava la sua dolce figliola per dormire più comoda quelle poche ore che si poteva. Bruna, che studiava all’università, lavorava facendo lezioni private, rientrava di sera, per le strade oscure, con il timore di Michela che restasse fuori la porta del reparto. Ma oramai medici, infermieri, barellieri e quant’altro, la conoscevano. Un po’ la viziavano. Le aprivano l’uscio del reparto in ora tarda, le portavano la colazione, entravano in camera il più tardi possibile per farla dormire una mezz’ora in più e c’era anche l’infermiere che le ascoltava, essendo egli stesso preparato in materia, l’esame di biologia. In tutto questo tempo Michela NON mangiava affatto. Aveva fame. Anche soltanto l’odore di quel brodo che circolava per i corridoi, le pareva paradisiaco. Le mele al forno! Cosa avrebbe dato per una mela al forno! Era LA FAME.
    Poi, una sera, giunse la fase preparatoria alla SUA operazione. Le fecero bere due o tre litri di una sostanza dal sapore indescrivibile che avrebbe avuto il compito di trasformarle gli intestini in una zona sterile. Ci riuscì perfettamente: nel suo apparato digerente, tra digiuno e lavaggio, non era restato nulla.
    L’indomani sarebbe andata in sala operatoria. Rosa era rientrata prima di lei dal secondo intervento e combatteva come una leonessa per la vita. Dalla sua pancia (che la sera prima dell’intervento si era osservata dicendo: fammela ricordare senza cicatrici), uscivano tubi e tubicini di dimensioni considerevoli, così come dalle narici e dalla bocca. Ma lei si era destata e combatteva per la vita.
    Michela, invece, non si sentiva affatto combattiva. L’indomani, con logica, avrebbe atteso che l’addormentassero e avrebbe affidata l’anima a Dio, serenamente. Quella sera nel reparto “gli amici” del turno le sorridevano. Uno, in particolare, le disse: vuol venire un momento con me? Si alzò, tirandosi dietro il solito armamentario e, magra com’era divenuta (e come non sarebbe stata più in seguito…), lo seguì incuriosita nel corridoio. Un esame? Un controllo? No: lui si fermò davanti all’uscio della sala degli infermieri. Lo aprì. Dal di dentro veniva un odore straordinario DI CAFFE’. Come le pareva di non avere mai sentito prima.
    “Vuole un po’ di caffè”?- Chiese l’infermiere. Lei lo guardò stupita e si trovò tra le mani una tazzina di quel liquido bollente e nero. Lo portò alle labbra: scottava. Lo saggiò e le sembrò una sostanza paradisiaca. Dio, com’era buono il caffè!
    Buono come quello non ne provò mai più.

     
  • 02 febbraio 2012 alle ore 17:35
    Voci dal passato

    Come comincia: Terminato di scrivere in prima stesura il settembre 1992, in Casalvelino (SA);
    riveduto, ampliato, corretto e composto al computer per la pubblicazione nel settembre 1993.
    Rivisto, ampliato e pubblicato come e book nel 2012, in Napoli (NA).

    Dedico questo libro a tutti gli spiriti eccelsi del passato che consacrarono la loro vita alla conoscenza dei misteri del cosmo e all'approfondimento della realtà fisica per offrire agli uomini un universo più intelligibile; Ai miei cari, che mi hanno "preceduto in Galilea", dedico in particolare la mia "speranza" di un'anima.

    "Wir verdanken den Wissenschaften
    Die glucklichsten Augenblicke unseres Lebsens
    Wenn jede andere Freude vorubergeht,
    diese bleibt."
    (Dobbiamo al sapere i momenti più felici della nostra vita. Se ogni altra gioia se ne va, questa rimane)
    FEDERICO IL GRANDE
    Voi che ci avete lasciati.

    Voi, che ci avete lasciati,
    non siete che ad un passo dai nostri respiri.
    Ombre mobili, inquiete,
    tra parete e parete,
    tra sogno e realtà…
    siete là,
    non lontano dalla nostra mano,
    dal soffio del vento che imprime movenze alle tende,
    dal dolce tepore del sole di oggi
    che scalda ricordi di ieri.
    Non siete lontani:
    al mattino,
    le palpebre chiuse
    conservano un baluginio delle vostre presenze.
    Voi, che ci avete lasciato nel pianto,
    sedete tranquilli
    sul bordo del letto, aspettando
    il nostro risveglio.
    E nel sogno vi possiamo vedere.
    Ci abbracciate solleciti, al nostro apparire
    In un mondo, che non ci appartiene,
    a mezz’aria tra quello che è andato
    e il futuro, di un nostro finire.
    Voi, ci tendete la mano,
    ma senza ansia di afferrare la nostra.
    E, col vostro lasciarci ci aprite un cammino
    aspettandoci, calmi al varco del nostro destino.

    Presentazione dell'autrice (rivista e contestualizzata alla data del 28/12/2011).

    Guardando in me stessa oggi, non posso fare altro che rendermi conto di come siano state e siano anche oggi molte, le motivazioni che mi hanno spinto, da prima senza averne immediata coscienza e quindi con uno scopo ben preciso, a interessarmi di parapsicologia.
    La prima, evidente, consiste nel fatto di essere nipote di una medium. Fin da bambina sentivo parlare delle capacità particolari di mia nonna Michela, di cui ho soltanto un vago ricordo del tempo in cui era spirito e carne. Avevo sette o otto anni, quando si ammalò. Per me era la nonna che mi permetteva di giocare con i bottoni, fingendo fossero persone e facendo "ballare" quelli che avevano un peduncolo forato dove si fa passare il filo. La nonna che lavorava velocissima a maglia, ma anche la nonna che ricordo giacere a letto, ammalata, nel tempo in cui "lavoravo" con la Rai, come ballerina (sempre setto, otto, nove anni), cui mia madre mostrava la mia immagine in televisione (allora soltanto bianco/nero e Rai uno). Mia nonna, indirizzata a guardare la nipotina danzare, non mostrava interesse: era troppo grave. Poi morì. Fisicamente. Di quella nonna, all'apparenza donna semplice, moglie e madre, seppi poi altre cose: le storie sulla sua medianità, il tavolo di legno, pesantissimo che si sollevava sotto la sua mano, rispondendo con salti e tocchi, "sì e no" o lettere dell'alfabeto, alle sue domande, di sua sorella che, possedendo un tavolino a tre piedi, lo vedeva correre sotto il suo letto quando andava a dormire. Le storie narrate da mia madre sulle previsioni azzeccate e sulla fine del suo gratuito operato di medium, facevano parte della realtà della mia infanzia, per cui non potevo stupirmi di molto. Nonna Michela, alla morte della sua terzogenita appena nata, vide la cosa come una punizione divina perché la Chiesa non ammetteva (e non ammette), contatti con l'aldilà. Non di questo tipo, comunque. Quindi, spaventata, smise. A questo proposito occorre aprire una parentesi. L’argomento relativo allo spiritismo è tutt’oggi considerato una sorta di peccato o abominio dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Questo benché in realtà (e vedremo più avanti alcuni casi), sia insito nell’uomo il desiderio di pensare che la persona amata e perduta alla vita ci attenda “altrove”. In passato le sedute medianiche partivano molto spesso da ragioni d’amore e oggi tali ragioni si esprimono diversamente, anche attraverso la nascita di associazioni variamente interessate al quesito della sopravvivenza dell’anima dopo la morte fisica. Si tratta di Associazioni per la ricerca sull'ipotesi della sopravvivenza, quali, ad esempio "L'associazione "Gnosis",  fondata nel 1981, che ha come presidente il Prof. Giorgio di Simone e tra i consiglieri l’amica Laura Guerra Rascio, ricercatrice metafonica, già partecipe del mio Premio Parmenide per la saggistica inedita e vincitrice, dopo la pubblicazione del suo “Napoli chiama il cielo risponde”, per quella edita. L’associazione stessa consiglia alcuni siti:- Fondazione Biblioteca Bozzano - De Boni; Il Laboratorio; Luce e Ombra; Esonet Centro Studi Parapsicologici; New Paradigm Books; Koestler Parapsychology Unit (University of Edimburgh); The RetroPsychokinesis Project (Kent University at Canterbury); International Institute of Projectiology and Conscientiology; Society for Psychical Research (S.P.R.); Rhine Research Center; University of Princeton; Cognitive Science Laboratory; Parapsychological Association Inc. Su questo tema tratteremo ulteriormente più avanti. Altra Associazione simile è quella denominata “ I nuovi Angeli” dedicata ad Alfonso Gatto, giovane morto prematuramente. Questa prevede finanche un organo di stampa . Torneremo più ampiamente sull’argomento con riferimento ad un altro “amico”, conosciuto nel tempo in cui la mia Accademia dei Parmenidei portava avanti un Premio che prevedeva in settore dedicato alla Parapsicologia. La Chiesa, se anche sembra comprendere lo stato d’animo di coloro che hanno perduto alla vita un loro caro, non si discosta dall’imporre l’esercizio delle “tre virtù teologali”, ossia: la fede nella vittoria di Cristo sulla morte, la speranza di ricongiungersi spiritualmente alla persona cara nel giorno stabilito dal Signore, l'amore verso Dio e verso i fratelli. Implicando ciò di attenersi alle Sacre Scritture, le quali, fin dall'Antico Testamento, si esprimono con fermezza e severità contro di quanti esercitano la magia o altre forme di divinazione, valutate come azioni di disubbidienza nei confronti di Dio. Proprio nel Deuteronomio  la pratica di interrogare i morti è richiamata insieme con altre forme di divinazione e, riferendosi a chiunque compia queste azioni, il testo sacro dice:
    " ... chiunque fa queste cose è in abominio al Signore... ". (Dt 18, 12).
    Non si allontana da ciò il Nuovo Testamento, in particolare negli Atti degli Apostoli, dove ripropone la condanna di ogni mentalità idolatrica e di qualsiasi atteggiamento superstizioso e magico. Nel testo sacro a questa condanna si oppone la domanda incalzante ai cristiani di arricchire la fede nell'unico Signore Gesù Cristo e di ricevere il battesimo (cfr. At 13, 6-12; 16,16-24;19, 18-20). Appare coerente con questi criteri anche l’insegnamento dei Santi Padri e dei Dottori della Chiesa pervenuti al responso negativo del S. Uffizio del 24 aprile 1917 sulle comunicazioni spiritistiche, confermato e ribadito dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
    • 2115. Dio può rivelare l’avvenire ai suoi profeti o ad altri santi. Tuttavia il giusto atteggiamento cristiano consiste nell’abbandonarsi con fiducia nelle mani della Provvidenza per ciò che concerne il futuro e a rifuggire da ogni curiosità malsana a questo riguardo. L’imprevidenza può costituire una mancanza di responsabilità.
    • 2116. Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che “svelino” l’avvenire [Cf Dt 18,10; Ger 29,8 ] La consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l’onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo.
    • 2117. Tutte le pratiche di magia e di stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo - fosse anche per procurargli la salute - sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancor più da condannare quando si accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all’intervento dei demoni. Anche portare gli amuleti è biasimevole. Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli. Il ricorso a pratiche mediche dette tradizionali (medicine alternative) non legittima né l’invocazione di potenze cattive, né lo sfruttamento della credulità altrui.
    Avendo registrato un aumento delle pratiche spiritistiche anche tra i fedeli cattolici, la Conferenza Episcopale Toscana pubblicò in merito la Nota Pastorale "A proposito di magia e demonologia". Al N. 9 della Nota, quando i Vescovi si riferiscono alle sedute spiritiche come pratiche divinatorie si legge:
    • "... i singoli partecipanti e i medium (...) si prodigano nell'invocazione delle anime dei defunti (...) in realtà essi introducono una forma di alienazione dal presente ed operano una mistificazione della fede nell'aldilà, generalmente con trucchi, agendo di fatto come strumenti di forze del male che li usano spesso per fini distruttivi, orientati a confondere l'uomo ed allontanarlo da Dio".
    C’è quindi poco da meravigliarsi se mia nonna, parlando di oltre sessant’anni addietro, si sentiva colpevole nei confronti della religione e, persino, considerasse l’ipotesi di una sorta di “punizione divina” nei suoi confronti, alla morte della sua terzogenita.
    Non che la stessa Chiesa Cattolica trovasse impossibile allora e trovi impossibile oggi, la comunicazione con i defunti, altrimenti non sarebbero spiegate le apparizioni della Beata Vergine Maria o dei Santi, ma, in questi casi la Chiesa sostiene che si tratti di iniziative di Dio. Egli, infatti, nella sua immensa misericordia e nell'economia della sua Provvidenza permetterebbe, in casi esclusivi, che ciò accada, per il bene delle anime e della Sua Chiesa. Nel caso, invece, in cui siano gli uomini a evocare le anime dei trapassati, non è mai consentito dare il proprio assenso né partecipare a tali pratiche. Né si fa differenza tra i mezzi usati: medium, scrittura automatica, registratori, computer, radio, televisione o altro, giacché non si differenzia tra mezzi leciti e altri illeciti, visto che il fine da conseguire sarebbe in sé contrario alla fede. Neanche la Chiesa fa differenza tra una comunicazione spiritica buona e un'altra cattiva, prendendo come criterio di distinzione l'intenzione di chi cerca il contatto con l'aldilà. In pratica, dunque l’attività dello spiritismo non può essere giustificata né con il desiderio di conseguire un fine buono, di tipo religioso o scientifico, né con la convinzione, da parte di chi lo pratica, di compiere tali azioni ispirandosi alla fede cattolica: non è possibile compiere un atto contrario all'insegnamento della Chiesa ispirandosi nello stesso tempo alla fede cattolica. La Chiesa sembra avere ben chiara quale sia la posizione tra i figli di Dio ancora pellegrini sulla terra, quanti sono passati nell'altra vita e si stanno purificando e i fortunati che godono la visione di Dio. Le invidiamo in questa convinzione. Certamente il concetto molto materiale di un inferno di fiamme e tormenti “materiali” eterni, di un purgatorio dove anime ancora impreparate saldano, in qualche modo, i debiti con il nostro Dio e un Paradiso in cui, perennemente, altre anime “purificate” sostano eternamente a godere la Sua presenza, resta per noi molto difficile da percepirsi. Più evidente, invece, ciò che l’esperienza mi ha concesso di comprendere, ad esempio, su quanti si tolgono la vita, la cui vera fiamma eterna parrebbe il permanere nello stato di sofferenza estremo che li ha spinti al gesto e da cui, proprio con il suicidio, avrebbero voluto sfuggire. Peggio delle fiamme eterne…
    Per una caratteristica insita dalla nascita, una parte di me, vive la vita con vitale fatalismo, godendo come una lucertola al sole nei giorniluminosi, ma anche lasciandosi colpire dal vento e dalla pioggia, con la splendida sensazione di essere una molecola dell'immenso mondo in cui, infinitesimale e felice, si trova a esistere. Appare ovvio che sia stato quello stesso gusto di vivere a spingermi verso la conoscenza come un assetato a una fontana; perché a mio parere la "voglia di vivere" non deve spingere alla dispersione delle qualità che la natura ci dona, nella sterile ricerca di una continua soddisfazione per la parte materiale del corpo. Questo perché io credo nell'anima. In conseguenza di ciò ho amato comprendere teoricamente e mettere in pratica, il maggior numero di "possibilità conoscitive", per cui sin da bambina mi sono lanciata sulla strada dell’esistenza apprendendo a danzare, assaporando la vitale necessità di scrivere poesie, la gioia di dipingere, la bellezza e la pace interiore che dona lo scrivere racconti e via via romanzi e testi sempre più ricchi e complessi. Tutto ciò mi ha posto nella necessità di "conoscere" sempre di più, mettendomi anche in grado di esternare questa conoscenza nel modo più gradevole e comprensibile, sia agli studiosi, sia a quanti di storia, filosofia, letteratura, sociologia, legislazione e altro, in linea di massima s’interessano poco o nulla. Alla mia prima laurea in architettura ha fatto seguito, nel 2003, quella in sociologia e, nel 2007, una magistrale in teoria della conoscenza. Con il solo scopo di apprendere. Nel frattempo, per seguire la mia ultimogenita, ho imparato ad andare a cavallo, ma, anche, ho passato ore cogliendo le ulive sulle colline di Droro , immersa nella natura.
    Alle  spalle di questa "me" manifesta e coerente, esiste però da sempre un'altra me stessa, nascosta, colma di una sensibilità profonda, capace di sensazioni ed emozioni "eccessive" rispetto a questa società del benessere esteriore. Quella me stessa percepisce nell'aria pensieri mai divenuti parole, subisce le pene dei sentimenti e delle emozioni non espresse di chi la circonda e vive in sintonia continua con le sofferenze della nostra umanità contraddittoria, la quale, apparentemente, sembra ricercare soltanto l'appagamento di una felicità del tutto materiale, ma intimamente è piena di dubbi e desidera disperatamente ottenere la possibilità di credere nella presenza di un'anima. Per non morire. 
    L'arte, in ogni sua manifestazione, ha rappresentato per me un mezzo con cui esprimere, realizzare e in qualche caso ritrovare la mia linfa vitale più autentica; potendo in tal modo anche impregnarmi d’infinito e placare l'ansia dell’esistere quotidiano, che si stempera e perde d’importanza a contatto con la bellezza dell'espressione artistica. Col passare degli anni si è andata affinando sempre più, nel profondo del mio io, quella che amo definire "sensibilità dell'immateriale"; ossia la capacità di percepire il dolore, ma anche la speranza e la gioia di esseri che hanno lasciato questo mondo. E' questa sensibilità una chiave di lettura in più, rispetto ai misteri dell'universo, che studio mantenendo verso essa la necessità di contenerla e non lasciarmi sopraffare. In più, percependo in modo più forte del normale tutte le piccole grandi perversioni più nascoste nel profondo della psiche di chi ci circonda, occorre una particolare quantità d’incondizionato amore e capacità di perdono. Lo studio della grafologia ha aperto altri orizzonti: osservare una grafia e percepire, attraverso lo studio, la personalità nascosta dietro quei segni in qualche caso è utile, spesso ti pone in una situazione di eccessiva e quasi immediata conoscenza del prossimo. Tuttavia consiglio lo studio della grafologia, percepita oggi come scienza esatta. E' un fatto che la vita di ogni giorno, vissuta a stretto contatto con il parasensoriale, divenga più complessa, tuttavia s’impara a convivere con le possibilità che concede. Quante "aure" buie e tristi ho "visto" intorno  a gente che sorrideva!  Quanti presagi amari, intorno ai volti speranzosi e giovani, quante mani che mi "parlavano" di morte e contatti fugaci che mi "passavano" tristezza e sconforto o luoghi nuovi a me, che si riempivano di "presenze" passate. Questo che ho provato a descrivere non è che un lato, forse il più delicato e difficile, della mia realtà di sensitiva e per questo motivo, pur se con difficoltà, ho preferito per anni fingere di non "percepire" la mia diversità, chiudendo una porta materiale agli amici che ci hanno preceduto in un'altra dimensione, benché mi rendessi conto quanto fosse necessario un po' di luce sul lato spirituale della condizione umana. Certamente non sono sola a possedere capacità parasensoriali, e oggi, finalmente, se ne parla con interesse e attenzione, non più con paura e ignoranza. E' comunque un sogno: "rendere" un'anima immortale a chi teme o crede di non possederla; far comprendere all'uomo che vive soltanto in funzione della carne che questa non è in suo potere, che dovrà lasciarla, ma anche consentire un po’ di speranza a quanti hanno perduto un loro congiunto o un essere amato, perché sappiano che esiste ancora, è ancora vivo.
    Quante cose cambierebbero in meglio "nel mondo della carne", se tutti potessero essere certi di possedere anche, o forse soprattutto, una parte eterna spirituale e invisibile ai più.
    Per molti difatti riesce difficile credere che esista e coesista con il corpo fisico, un corpo astrale; eppure accade che, in casi di amputazione di arti, l'arto "fantasma" sia percepito come integro, oppure che il corpo astrale, in varie occasioni traumatiche, possa rendersi visibile al corpo fisico. Su questa evenienza tornerò più volte nel  corso  del testo di parapsicologia, ma fin da ora vorrei consigliare il lettore di tentare un contatto con il proprio io immateriale, poiché un miglior modo di vivere dipende proprio dalla capacità d’interdipendere positivamente con il proprio corpo astrale.
    Avrei potuto iniziare a scrivere questo libro molti anni fa, ma decisi di posticipare il lavoro al momento in cui sarei stata certa di aver raggiunto un più sano equilibrio psico-fisico, ossia una maggiore coesione tra io materiale ed io spirituale.
    Mi hanno spinto alla realizzazione di questo libro molte "voci" che non tutti sono in grado di ascoltare: in realtà forse si pretendeva da me che dedicassi gran parte della mia vita alla  ricerca  di spiegazioni riguardanti il mondo del paranormale, ma, per essere in grado di prendere contatto con le realtà intangibili, occorre avere i piedi ben saldi nel tangibile, una grande forza  di volontà, serenità spirituale e coraggio. Tutte queste capacità erano in me ancora allo stato latente anni fa, quando "brancolavo" nel mondo irreale delle presenze eteree correndo il rischio di trovarmi coinvolta fisicamente e psichicamente in situazioni che non ero ancora in grado di gestire. Sono molti coloro che, prima di me, hanno affrontato da incoscienti questo rischio ed hanno pagato un prezzo troppo caro.
    Oggi, proprio attraverso lo scorrere materiale dei giorni e degli eventi, aiutata da forze extrasensoriali che benevolmente mi hanno seguita nel mio cammino umano, ho raggiunto la capacità di dialogare con Voi, tentando di farlo con la maggiore chiarezza possibile e con l'intenzione di porre un punto di partenza o di transito, (giammai di arrivo), per successive e più approfondite diagnosi.
    Il mio desiderio è che questo scritto ubbidisca, anche se soltanto in parte, al desiderio delle forze spirituali positive, tendenti a pubblicizzare la realtà del loro esistere come mezzo di speranza e di conoscenza per tutti gli uomini, che non si ponga limiti di tempo di luogo o di spazio.
    L'extracorporeità difatti non è condizionata da nessuna di queste realtà "relative", ossia le riduce, le approfondisce, le altera, le sovrappone, le nega o le esalta a suo piacimento.
    Abbiamo in dote un universo di conoscenza e noi stesso vi facciamo parte, in quanto "inquilini" e "condomini" ma anche molecole infinitesimali ed essenziali di un "uno" che eternamente si evolve in positivo. 
    Possediamo in embrione tutto il sapere dell'universo e dobbiamo tendere alla perfezione, senza porci il problema se essa sia per noi oggi materialmente raggiungibile. I nostri sensi mortali non sono che la parvenza esteriore di altre possibilità che ci sono state offerte dallo spirito, ma queste non sono in grado di estendersi se noi ci rifiutiamo di accettarne la presenza.
    La percezione extrasensoriale non è sempre una realtà facile, ma se ciascun essere umano desiderasse evolversi verso essa, certamente trarrebbe vantaggi anche materiali dalla maggiore capacità di comprensione dei suoi simili e delle realtà spesso amare che s’incontrano ogni giorno, ed anche un maggiore vigore fisico che, per contrasto nascerebbe in essere i quali non temono più la morte. La realtà del quotidiano ci impone purtroppo cento impellenti necessità per cui gli esseri  umani, troppo coinvolti a osservare quando li circonda, finiscono per "non vedere" che l'estremamente tangibile. Occorre invece imparare che la realtàvisibile non esclude quella invisibile, ossia quella che il nostro organismo umano generalmente non riesce a percepire. Un semplice esempio di come possano convivere due realtà differenti, di cui una percepibile da un dato essere e l'altra non percepibile da questi, ci giunge dai computer: è oramai conoscenza comune il fatto che, se su un “cd” s’incidono (ad esempio), due articoli giornalistici, usando due differenti e non interdipendenti programmi di scrittura, per ciascun programma l'articolo scritto con il programma differente non esista e non possa essere letto. Eppure noi sappiamo benissimo di averlo "salvato" proprio su quel cd! Ebbene: immaginiamo di essere anche noi come dei "programma" posti in grado di "leggere – vedere - vivere" un tipo di realtàtangibile, perché stupirci che possa esistere un altro tipo di realtà, altrettanto viva, ma che noi non siamo programmati" a percepire?  Forse dipende soltanto da noi l'acquistare la capacità di estendere le nostre possibilità di percezione, passo per passo, cominciando a intuire la presenza di un’altra realtà, per poi "viverla e vederla" sempre di  più. 
    Forse proprio a mezzo della pressione psicologica esercitata da quanti possiedono, magari soltanto in embrione, questa differente o maggiorata capacità percettiva, che si potrà indicare la strada della conoscenza "totale" a una massa sempre più estesa di mortali, pronti a divenire coscienti della loro immortalità spirituale.
    Il senso del mio lavoro è proprio in questa possibilità di riflessione, che non allontani l'uomo dalla realtà tangibile, ma gli permetta di approfondirne la conoscenza attraverso la percezione di una realtàeterea "parallela". Mettendo così in grado il nostro computer umano di "leggere" sul cd della vita tutto ciò che vi è scritto.

    Bianca Fasano

     
  • 30 gennaio 2012 alle ore 9:28
    Non è un racconto

    Come comincia: Violenza contro le donne Quando si parla di violenza sulle donne, la prima immagine che compare alla coscienza è quella della violenza sessuale ossia Il reato di violenza sessuale, che per anni è stato definito come “congiunzione carnale violenta”. Parlando per convenzioni si definisce violenza sessuale l’atto per cui una persona è costretta a compiere o subire atti sessuali mediante violenza, minacce o abuso d’autorità, oppure approfittando del suo stato d’inferiorità fisica o psichica, o ancora quando il colpevole inganna la vittima della violenza sostituendosi ad un’altra persona. Ma, sotto il profilo morale e legale il concetto di “Violenza sessuale” assume tutta una serie di sfumature che vanno dal fare battute e prese in giro a sfondo sessuale, fare telefonate oscene, costringere ad atti o rapporti sessuali non voluti,anche se a livello di happening, obbligare qualcuno a prendere parte alla costruzione di o a vedere del materiale pornografico, stuprare, rendersi responsabili d’incesto; costringere a comportamenti sessuali umilianti o dolorosi, imporre gravidanze, costringere a prostituirsi. Prima del 1996 tutte le donne che hanno subito violenza non sono state in grado di difendersi legalmente com’è possibile invece oggi, laddove la nuova normativa ha introdotto un’importantissima modifica: la violenza sessuale non è più classificata difatti tra i reati contro la moralità pubblica, ma contro quelli che colpiscono la libertà personale. Parrebbe logico, ma sono stati invece necessari anni ed anni di lotte, anche da parte delle associazioni costituite per la difesa dei diritti delle donne, per cui in molti casi è ammessa anche la possibilità di costituirsi parte civile nei processi per stupro. Occorre sottolineare che la denuncia dell’avvenuta violenza rappresenta già di per sé, da parte della donna, un atto di coraggio, perché in molti casi la vittima in prima persona, o la famiglia per lei, preferisce far passare l’episodio sotto silenzio, allo scopo di evitare i molti problemi che nasceranno dal fatto di condurre in pasto al pubblico un’esperienza che la donna percepisce come dequalificante ed altamente offensiva per la propria personalità. Tra i paesi più colpiti dal fenomeno, per quanto possa apparire strano, abbiamo la Svezia, che nel 1979 presentava un tasso di 11,1 per centomila abitanti, mentre l’Italia, nel 1977 se la cavava con una percentuale di 1,8 per centomila abitanti. Tra le ragioni che potrebbero spiegare la presenza di devianze sessuali in territori ricchi dal punto di vista economico e culturale, anche se, per gli Stati Uniti, estremamente variegato dal punto di vista della tipologia degli abitanti, pare sia importante il tipo di religione professata. In pratica, laddove esiste una religione più liberale, ossia di tipo protestante, troverebbero maggiori possibilità d’espressione le devianze sessuali, mentre l’Italia, invece, massivamente Cattolica, risentirebbe in positivo di religioni con tradizioni di tipo moralistico a tutto vantaggio di un sistema di vita sessuale più civile. Gli studiosi affermano che nella mentalità maschile, la violenza carnale è associata più all’idea di piacere sessuale che a quella d’aggressione. Lo stupro sarebbe dunque percepito non come un crimine, ma nella maggior parte dei casi, come un atto benigno (!), la cui gravità, per altro, è invariabilmente contestata dal colpevole. Si potrebbe anche supporre, però, tenuto conto del particolare momento psicologico vissuto oggi dall’uomo, nei confronti di una società di donne evolute, che sembrano a volte voler prendere il sopravvento morale, se non quello materiale, sulla parte maschile della società, che il maschio possa, inconsciamente, provare soddisfazione nell’imporre alla donna, con un atto sessuale il cui godimento non è condiviso, la sua inalterata capacità di dominio fisico, che, ovviamente, si traduce con la violenza stessa, in una forma di sottomissione psicologica. Ben diversa appare invece la percezione psicologica dell’atto, nella mente della donna che la subisce: la donna, la fanciulla, la bambina, innanzi tutto sente violentata la propria integrità morale e fisica ed il personale dominio del proprio corpo. La violenza assume insomma tutte le caratteristiche di un attentato alla personalità individuale e lascia l’impronta grave di uno stato di sottomissione imposto, che rende difficile per la vittima il recupero della propria fisionomia mentale d’essere civile sessualmente libero delle sue scelte. Se aggiungiamo poi che, nella maggioranza dei casi, la donna tende a far coincidere il concetto di amore con quello di sesso (non operando quel distinguo tipico del maschio), ne viene fuori la conclusione che la violenza sessuale non possa in alcun modo assumere per la vittima una qualche parvenza di positività, né quindi si può presumere sia pure un barlume di consenso, accettazione o, al limite, piacere, nel corso dell’istaurarsi di un rapporto sessuale, subito, appunto, come violenza fisica e psichica. La donna violentata percepisce nella violenta imposizione del maschio un’aperta violazione ai suoi diritti di autonomia psicologica e morale, che, nel corso dei decenni, la parte femminile della società sta tentando di raggiungere con ogni mezzo, spesso anche con l’ausilio della parte maschile evoluta e sana di detta società. A causa della percezione soggettiva dell’atto sessuale, che per il maschio è fonte di piacere e come tale viene inteso evidentemente anche per la donna che vi partecipa, si può desumere che, effettivamente, lo stupratore il quale abbia “soltanto” imposto con la forza e senza percosse, la consumazione di un atto sessuale ad una donna reticente o non pienamente coinvolta, non percepisca su di se alcuna colpa, ma, al contrario, la rigetti sull’elemento femminile che, prima turba le coscienze ed i sensi e poi si trincera su inammissibili posizioni di rifiuto. Sul piano psicologico il violentatore non ha un volto tipico esclusivo. Da un lato si hanno individui equilibrati maniaci o perversi, molto portati alla recidiva –quasi sempre su minorenne- il cui comportamento criminale, particolarmente pericoloso e spesso tale da portare a spargimento di sangue, dall’altra si ha la folla di uomini qualsiasi che non hanno alcun tratto in comune coi bruti e che, esteriormente, nulla permette di distinguere dagli altri: buoni mariti, buoni padri, buoni cittadini”. In una ricerca condotta da G.B. Traverso e F. Carrer appare tra l’altro un dato eclatante: le tavole mostrano la distribuzione percentuale dei soggetti prosciolti sul totale dei giudicati in Italia per reati sessuali tra il 1968 ed il 1973, che passano da un minimo di 63,0% di prosciolti per il 1971 ad un massimo dell’80,4% per il 1973. La formula principale di tale proscioglimento è: “Perché il fatto non sussiste”- e “Per non aver commesso il fatto”. Affermano gli autori dello studio: - “Tali risultati sono in accordo con molte altre ricerche le quali mettono in evidenza che, sebbene le violenze carnali siano spesso premeditate e comportino un elevato grado di violenza nei confronti delle vittime, pochissime persone risultano, in effetti, formalmente imputate e giudicate per tale reato ed un numero di gran lunga inferiore viene condannato e sconta in carcere una pena adeguata”, inoltre la letteratura scientifica italiana si distingue per la spiccata carenza di studi criminologi statistici sulla violenza carnale”. Ma, se in passato l’argomento rischiava di essere sottovalutato, tanto non è oggi permesso dalla presenza delle associazioni femministe, nate per sovvertire la situazione di inferiorità in cui è stata tenuta la donna in seno alla società civile. Il protagonista per eccellenza della violenza sessuale resta comunque, in quanto artefice, il maschio ed in quanto vittima, la donna. Si tratta di donne di età variabile tra i dieci ed in quarantanove anni, il che ci fa comprendere quale tragedia l’atto di violenza possa avere rappresentato per la fascia compresa tra quei dieci anni e, poniamo, i diciotto. L’età media degli aggressori si pone tra i 13 ed i 26 anni, mentre quella delle vittime tra i 14 ed i 22 anni. Il decremento annotato oggi nel numero delle violenze sessuali può essere spiegato positivamente con la maggiore libertà sessuale, la crescita culturale, l’importanza che la stampa ha dato all’argomento e l’interesse suscitato per la problematica dalle organizzazioni femministe. Ma l’ultima nota è ambigua in quanto la pubblicità data ai casi di violenza potrebbe spingere le vittime ad evitare la denuncia per non essere coinvolte in casi clamorosi di cui quasi mai una donna può desiderare di essere la protagonista. La violenza, e non parliamo soltanto di quella sessuale, è, più spesso di quanto piacerebbe credere, di tipo “domestico”, ossia si verifica in famiglia da parenti o da amici intimi e conducono la vittima a conseguenze che vanno molto al di là del danno fisico. Gli effetti più frequenti della violenza sono la perdita di autostima, l'ansia e la paura per la propria situazione e per quella dei propri figli, l'autocolpevolizzazione, un profondo senso di impotenza, la depressione. Tutti fattori che si accomunano a traumi dagli esiti reversibili cui spesso fanno seguito problemi psico-somatici, disturbi del sonno, danni permanenti alle articolazioni, cicatrici, perdita parziale dell'udito e/o della vista, etc.; La violenza sulle donne è spesso racchiusa tra le mura di casa e sopportata come un dovere, se proviene dal coniuge, dal genitore, da un fratello. Ma può condurre anche alla perdita del lavoro, della casa e di eventuali altre proprietà oltre a quella del proprio tenore di vita; spinge inoltre all'isolamento, all'assenza di comunicazione e di relazioni con l'esterno, alla perdita di relazioni amicali. Una moglie picchiata è in molti casi mamma, per cui occorre ricordare che la violenza produce effetti e conseguenze gravissime non solo sulla donna, ma anche sui figli. E difatti comprovato che i bambini e le bambine cui tocca in sorte di assistere a scene di violenza domestica o che ne sono stati/e vittime in prima persona, mostrano problemi di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, d’alimentazione o del sonno. Inoltre possono avere difficoltà a scuola e non riuscire a sviluppare relazioni intime corrette. Possono cercare di fuggire da casa o anche mostrare tendenze suicide. Per quanto certi dati possano disturbare la nostra tranquilla innocenza nei confronti di problemi che sembrano non sfiorarci neanche, occorre in ogni modo precisare che la violenza risulta essere la prima causa di morte e d’invalidità per le donne tra i 15 e i 44 anni. Si muore dunque più di violenza, nel mondo femminile, che di cancro, d’incidenti stradali e persino, se coinvolti, di guerra.

     
  • 10 gennaio 2012 alle ore 23:54
    Suicidi stoici

    Come comincia: SUICIDI STOICI: SUICIDI POLITICI DA VENTIMILA EURO E SUICIDI FISICI DA MANCANZA DI CENTINAIA DI EURO.
    Viviamo una profonda era dell’indifferenza, ma anche di un divario sostanziale tra la qualità della vita del “fortunato” e quella di chi per nascita e/o capacità individuali, non lo è.
    Profonda differenza tra la sorte di una coppia che si suicida per disperazione e  la fine di Carlo Malinconico, dimessosi da sottosegretario “per la credibilità del governo” a causa di una storia (se vogliamo lontana negli anni), avvenuta nel 2008, laddove è stato pagato per lui un conto da oltre 19 mila euro all’hotel Pellicano di Porto Ercole nell’Argentario, da qualcuno che lo riteneva logico e necessario. Super conto? Questioni di punti di vista. Quanto saranno costati gli ultimi giorni di vacanza della coppia che si è suicidata a Bari? Un migliaio di euro? 400? Ma, hanno poi saldato il conto con l’albergatore, prima di darsi la morte, o qualcuno ha saldato il conto per loro, mentre loro decidevano di saldare quello con la vita?
    Ogni giorno, per strada, ci scontriamo con una quantità di persone che “chiedono”. Dall’uomo di colore col berretto, che si porta la mano alla bocca facendo capire così di avere fame, al distinto signore col cappello, che chiede l’elemosina, alla donna, probabilmente “zingara”, col bambino perennemente addormentato in braccio, che neanche chiede, tanto non c'è bisogno; si capisce che vuole qualcosa da noi: soldi.
    Non c’è molto da fare, occorre, pur volendo donare qualcosa di tanto in tanto, “passare diritto”, altrimenti non si vive, non si dorme, non si è sereni, di fronte a questo diffuso “bisogno”.
    Facciamo una sorta di “scorza” nei confronti delle notizie che ci colpiscono, quali quella del doppio suicidio programmato, di Bari. Salvatore De Salvo, 64 anni e Antonia Azzolini, si sono uccisi perché “senza lavoro, soli e senza una prospettiva”. Gli stoici, a proposito del suicidio, sostenevano che non vada visto, in particolari ottiche, come una forzatura del corso degli eventi, quanto piuttosto il contrario: se l'uscita dalla vita non viene vissuta come una fuga, ma come un'uscita intelligente (éulogos exogè), essa non può che esser valutata come il completamento di quel cammino di ogni uomo verso l’approfondimento e la completa realizzazione del sé. Sono, in ultima analisi, spiegate le morti autoinflittesi per essere d'esempio a qualcuno o per la salvezza della patria. Il suicidio stoico è valutato come un atto di massima emancipazione dell’individuo specifico. Tipico di un uomo che è pervenuto a un livello tale di conoscenza e d'imperturbabilità da fare sì che egli si possa concedere il diritto di un suicidio "ben ponderato". Dobbiamo considerare come tale il suicidio avvenuto a Bari? La coppia aveva ottenuto un alloggio in un centro per anziani autosufficienti, ma può bastare questo? Evidentemente no, visto che i coniugi hanno deciso di trascorrere assieme un’ultima “vacanza” presso l’hotel “Sette mari” (dove hanno realmente passato i giorni dal 3 al 7 gennaio) e quindi di scendere dalla giostra dell’esistenza. Ma hanno deciso di farlo separati, forse per non vedere, ciascuno la morte dell’altro, difatti Salvatore è uscito dall’albergo e il suo corpo è stato ritrovato all’alba dell’8 gennaio, mentre gli addetti dell’hotel hanno ritrovato nella sua stanza Antonia, morta credibilmente per l’assunzione di barbiturici.
    Da Roma, Carlo Malinconico si sottrae dalla giostra delle calunnie (gratuite o meno), e sostiene di non avere “mai fatto favori ai personaggi coinvolti”, pur se, con una sorta, se vogliamo, di “suicidio politico”, decide di dare le dimissioni dal suo incarico “allo scopo di salvaguardare la credibilità e l’efficacia dell’azione del Governo”. "La moglie di Cesare dev'essere al di sopra di ogni sospetto". (Plutarco, Cesare, 10;). L’Italia politica sembra sorprenderci con un barlume di recuperata dignità.
    Angelo Balducci, ex braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile e l’imprenditore Piscicelli, pare si fossero preoccupati di provvedere al soggiorno di Malinconico all’hotel “Pellicano” nel 2008. 19.876 euro. Una cifra che, divisa per dodici (un anno di lavoro, poniamo), da uno stipendio di circa 1600 euro, pari a quello di un insegnante, ossia uno di quelli che non ha ricevuto e non riceverà scatti stipendiali perché l’economia italiana lo esige e l’uomo medio deve sacrificarsi. Difatti, per gli insegnanti della scuola, lo stop degli scatti di anzianità fino a tutto il 2012 (previsto dalla manovra finanziaria), comporterà un mancato incremento stipendiale medio di 2mila euro lordi. Stiamo parlando di circa 200mila docenti che avrebbero dovuto usufruire del cosiddetto passaggio di “gradone”e invece restano ai piedi delle scale. Ma, che saranno poi? Tremila euro lordi a testa in meno in un anno? Quattro soldi se si  pensa che una bella vacanza “regalata” vale ventimila euro. In quindici, venti giorni.
    Divario. Divario. Divario.
    Dicevo: non siamo più capaci di dare un peso, una valenza, a questa sofferenza tangibile e diffusa che ci circonda. Al numero di immigrati che, di continuo, affoga in mare o riesce a sbarcare a Lampedusa (e quindi viene in qualche modo assorbito dalla nostra società, in gran parte dalla malavita organizzata), al (ristretto) numero di quanti hanno sperato in una vincita alla lotteria Nazionale in cui, già dall'anno scorso c’è stato un crollo delle vendite e che, ovviamente, sono restati delusi. Pochi biglietti acquistati, sì, colpa della crisi economica che non concede più agli italiani, il sogno della fortuna facile? Vorremmo crederlo: italiani più realisti. Se non fosse che tanti soldi vengono spesi per i “gratta e vinci” ed il lotto, dove impera quel “numero ritardatario” così sponsorizzato alla faccia della matematica e del calcolo delle probabilità che, chiarisce, sempre 1/90 sia la possibilità che esca un numero. Tanto per far crescere l’ignoranza della gente comune. Troppi contrasti economici, fatti di una Italia di gente che fa la fila per i saldi di fine stagione, nel Quadrilatero della moda milanese e nel Tridente romano, ma davanti ai negozi di lusso e alle grandi marche (che offrono per la prima volta sconti consistenti, tagliando i prezzi anche del 40%), laddove, se le cose peggiorano, ci sarà chi farà la fila davanti al negozio del pane.  Esagero? E’ una esasperazione del divario? Non sembra: chi si dimette per i ventimila euro di una vacanza all’hotel Pellicano di Porto Ercole nell’Argentario e chi si dimette dalla vita dopo una vacanza presso l’hotel “Sette mari” durata dal 3 al 7 gennaio e terminata con un solitario addio ad una esistenza che non offre speranze. Triste che i due abbiano, inoltre, deciso di suicidarsi da soli, neanche la mano nella mano.

     
  • 03 gennaio 2012 alle ore 10:44
    posso darti un bacio?

    Come comincia: -“Voglio raccontarti una storia”-
    Dissi una sera a mia nipote Leila. Mi guardò sorpresa, tralasciando per un momento di sospirare sul suo amore infranto. Leila non ha ancora quindici anni; il giovanotto di cui si era innamorata con la forza e l’ingenuità del primo amore, è partito per l’estero con la famiglia, promettendole di non dimenticarla.
    -”Che storia? Un fatto vero o uno dei tuoi racconti?”- Mi chiede, cercando di mostrare un interesse che in realtà non prova.
    -” Un fatto vero. E’ accaduto a me circa venti anni fa. E’ una storia d’amore. “-
    -”Triste?”-
    -”Dipende dai punti di vista. Per me oggi non lo è più. Sono felice comunque di averla vissuta... ”-.
    -”Sentiamola dunque... ”- Accetta con un sospiro. In realtà anche lei sa che ha bisogno di distrarre il suo pensiero dall’esperienza che sta vivendo. Comincio:-
    Avevo sedici anni. A quel tempo i miei genitori mi avevano condotto con loro in un piccolo ma piacevole paesino d’Italia.  Ricordo come mi sentivo: ero euforica perché per me ogni novità era accettata con gioia. Sapevo che il paesaggio sarebbe stato l’ideale per dipingere ed avevo portato con me colori a olio, pennelli di tutte le misure e tele di varie dimensioni, oltre alla mia solita voglia di vivere. Ero una ragazza snella, con lunghi capelli biondi. Sapevo di essere molto carina. L’albergo dove ci fermammo non si trovava al centro della cittadina, ma ai suoi piedi, in prossimità di una stazione ferroviaria, su di una strada di grande traffico e quindi per raggiungere il centro abitato si doveva usufruire dei mezzi pubblici. Durante la mia prima passeggiata in paese mi accorsi di essere al centro dell’attenzione: ero evidentemente straniera, indossavo secondo il mio solito pantaloni chiari, attillati e magliette a coste che ponevano in luce il mio fisico snello. Quel giorno, in piazza, feci conoscenza con Angelo. Era un ragazzo di diciassette anni, bruno di capelli, con grandi occhi espressivi ed una gentilezza vecchio stampo.
    -”Come mai sei qui?”- Mi chiese .
    -”Sono venuta con i miei genitori per una breve vacanza. Mio padre segue le cure termali. Resteremo soltanto sette giorni, ammesso che niente richiami all’improvviso il genitore in città. Ecco perché ho fretta di dipingere qualcosa di questi luoghi, per ricordarli meglio quando ripartirò.”-.
    -”Conosco un posto bellissimo che farebbe proprio al caso tuo!”- Disse lui sorridendo.- “se vuoi, possiamo incontrarci al circolo del tennis, che si trova vicino al tuo albergo. Verrò a prenderti con la motocicletta di mio fratello e ti porterò a dipingere. Ti piacerebbe?”-
    -”Certo! A me piace moltissimo andare in moto!”- Il giorno dopo, allegra per la passeggiata che stavo per fare, andai ad attendere Angelo al circolo. Vidi tanti ragazzi e ragazze nei loro completi bianchi giocare allegramente, giunsero e ripartirono molte motociclette, ma all’ora dell’appuntamento lui non venne. Attesi pazientemente per un po', poi cominciai a sentirmi ridicola ed infine irritata. In quelle situazioni sono solita seguire l’istinto, che spesso mi ha procurato non pochi problemi, specialmente nel passato. Da rossa quale ero decisi di prendere il primo autobus, raggiungere il paese e trovare Angelo. Cosa avrei fatto dopo? Non lo sapevo con chiarezza.
    -”E lo trovasti?”- Domanda Leila.
    -”Aspetta a sentire il resto!”- Replicai, innervosita per essere stata interrotta. -”Dunque. Presi la mia tela e la cassetta dei colori e procedetti come deciso. salita sull’autobus, pur se in uno stato d’animo che non era proprio lieto, non potei non ammirare lo scenario che si stendeva intorno: un verde brillante abbracciava la terra sino all’infinito ed il cielo cadeva terso ed azzurro sull’orizzonte. Provavo inoltre la sensazione di essere un’eroina e la tristezza che sentivo in me, da artista portata un po' a drammatizzare, mi piaceva. O almeno così mi appare nel ricordo. Al paese giunsi verso le 11 del mattino. Percorrendo i giardinetti della villa comunale m’imbattei nell’oggetto delle mie ricerche.
    -”Alessandra!”- Chiamò lui emozionato.
    -”Ciao, che piacere vederti!” Dissi io con una punta di sarcasmo nella voce.
    -” Non sono potuto scendere. Devi scusarmi. Mio padre mi ha chiesto un piacere e le richieste di mio padre sono ordini... non potevo dirgli che... ”-.
    -”Che un’insulsa ragazzina ti aspettava”- Completai io.
    -”Ma no! Il fatto che qui c’è mia cugina... ”-
    -”Con cui sei fidanzato.”- Completai io di nuovo.
    -”Non proprio fidanzato...”-
    -”Insomma sei impegnato con lei ed avevi paura che ti vedesse con me. Paura di cosa poi, visto che tra noi non c’è nulla! Comunque se tu vuoi così, tanto di guadagnato!”- Terminai e mi avviai velocemente come per lasciarlo alle spalle. Lui invece, ben deciso a non mollarmi, benché io corressi quasi, mi si affiancò rosso in volto. Prendemmo una strada in discesa e, sempre senza parlare, giungemmo a un muretto. Da quel punto si poteva scorgere tutta la pianura e, in primo piano, un grosso arco di pietra di epoca romana.
    -”Proprio qui volevo portarti.”- Osò dire Angelo.
    -”Adesso ci siamo, tanto vale che dipinga!”- Risposi io. Detto fatto mi misi al lavoro. Quando dipingo, non penso ad altro. Per circa un’ora lavorai di lena. Mia piaceva tutto di quel posto ed i colori sembravano accoppiarsi da soli sulla tavolozza. L’arco assunse sulla tela una tonalità violacea, in contrasto con il verde delle piante che vi si arrampicavano. Angelo mi passava i pennelli in silenzio, osservandomi dipingere e metteva al loro posto i tubetti dei colori, man mano che non mi servivano più. A un certo punto mi fermai; ero stanca e dovevo riposarmi un poco. Mi girai a guardare solo allora il mio “cavalier servente”. Non dimenticherò più quel momento: un sole caldo, quasi estivo, ci riscaldava. Lui era disteso su di una roccia e fissava gli occhi nei miei con grande dolcezza. Le sue spalle giovani, messe in evidenza dal maglione, lo facevano assomigliare ad una statua greca del Museo di Capodimonte. MI sentivo un po' stordita.
    -” Posso darti un bacio?”_ Mi chiese lui con dolcezza.
    -”Perché?”_ Risposi io. Ma poi rinunciai ad ogni discussione, avvicinando il mio viso al suo. Fu un momento delizioso, fragile, innocente...
    -”E come finì, poi?”- M’interruppe di nuovo Leila, visibilmente affascinata dallo svolgimento del racconto. -”Adesso lo saprai, non avere fretta. Ti ho detto, dunque, che sarei dovuto ripartire. Quel giorno fu difatti uno degli ultimi che trascorsi al paese. Angelo mi riaccompagnò alla corriera tenendomi la mano in pieno pubblico. Ma né a lui né a me interessava più di quello che avrebbero potuto pensare gli altri. Tra noi, in effetti, il più coraggioso era lui, che sarebbe restato e non certamente io, che sapevo di dovere andare via. Quando salii sull’autobus, mi diede un rapido bacio su di una guancia ed una stretta di mano. Lo salutai dal finestrino. Il giorno dopo ci rivedemmo e andammo di nuovo alle vecchie rovine, poiché dovevo terminare il quadro. Passarono assieme sulla strada a un’anziana donna, un uomo ed un asino.
    -”Che bellu quadro, signurì!”_ Disse l’uomo, fermatosi a guardare.
    -”Lassala sta, Vicienzo. Se o fidanzato se scoccia te pote menà!”- Aggiunse la donna ridendo. Poi se ne andarono.
    -”Ci hanno creduti fidanzati!”- Dissi ad Angelo, felice, prendendogli una mano.
    -”Già, ma cosa conta se non è vero?”_ Rispose lui tristemente. Ci baciammo di nuovo con amore. Forse proprio perché sapevamo di doverci lasciare, ogni momento vissuto assieme aveva più sapore: era perfetto.
    Terminato che fu il quadro e contro la volontà del mio ragazzo che mi pregava di lasciarlo a lui, m’incaponii di voler portare il mio capolavoro alla casa di quel vecchio che ci aveva creduto fidanzati.
    -”Ti prego, Alessandra, lascialo a me!”- Diceva Angelo con passione.
    -”No, a te lascio il ricordo dei giorni passati assieme... ”- Rispondevo io e come volli, si dovette fare: il dipinto fu regalato al vecchiarello il mattino successivo. Appena rientrai in albergo dopo quell’ultima mattinata trascorsa assieme mio padre mi comunicò che una telefonata della Banca che lui dirigeva lo aveva richiamato in città. A pranzo non mangiai nulla. La sera, ottenuto il permesso dopo molte discussioni, ottenni di salire al paese. Erano le diciannove, ma per strada non c’era più nessuno ed il cielo andava scurendosi. Dopo molte indecisioni andai  sotto la casa di Angelo ed aspettai mezz’ora inutilmente, poi finalmente passò un uomo e gli chiesi se conoscesse Angelo. -”E’ mio figlio, signorina...”-
    -”Oh! Sono stata fortunata! Per favore, può dirgli che devo parlargli? Lo so che è ora di cena, ma domattina devo ripartire e non posso rimandare... ”- Più che le mie parole dovettero convincerlo i miei occhi tristi. Inoltre si vedeva che ero in pena e... spaesata come un marziano. Salì in casa promettendomi che lo avrebbe fatto scendere. Forse fu soltanto la mia immaginazione a farmi sentire delle grida di donne o forse davvero la madre di Angelo fece storie. Attesi ancora dieci minuti. Era scesa la sera ed un mucchio di stelle brillava intensamente nel cielo quando finalmente lo vidi scendere.
    -”Davvero parti domani?”_ Mi chiese subito.
    -”Sì, domani alle sette del mattino”-
    -”Allora non ci rivedremo?”-
    -”Non credo... la nostra è una storia senza possibilità”- Appena ebbi detto questo, mi afferrò per mano e ci avviammo verso i giardini. Sovrastavano tutta la vallata. Un cielo blu cupo, pieno di stelle lucentissime ci copriva. Angelo si appoggiò contro il parapetto che ci divideva dal precipizio ed io contro di lui, con la testa sulla sua spalla. Continuammo a parlare.
    -”Come faccio se ti perdo?”_ Mi chiese d’un tratto.
    -”Non possiamo fare diversamente. Neanche a mio padre andresti a genio ed in quanto ai tuoi mi devono credere una... ”-
    -”Non dire sciocchezze!”- Esclamò lui.
    -”Bisogna rassegnarci.”- Terminai. Non volli dirgli che nella mia città mi attendeva un fidanzato ufficiale, figlio di un amico di mio padre, ricco e potente. Invece lo baciai teneramente sulle labbra e lui mi restituì il bacio come se fosse la cosa più importante del mondo e per noi, in quel momento lo era. Ripensandoci adesso mi rendo conto che si trattava di baci casti e dolci come solo i ragazzi possono scambiarsi, ma che in noi c’era un’intensità di sentimenti tanto forte da farli divenire unici. Quando mi scostai da lui, vidi molte lacrime luccicare nei suoi occhi innamorati.- “Scrivimi! Ti darò almeno io l’indirizzo, anche se non vuoi darmi il tuo!”- Mi disse quasi implorando.
    -”Ma è inutile! Non faremo altro che prolungare questa agonia!”- Esclamai io.
    Chissà quante volte quell’ultima sera dovette chiedermi di scrivergli. Ma fui irremovibile. Poi lo pregai di accompagnarmi all’albergo con la moto. Abbracciata a lui, sul sellino di dietro, sognavo di scontri mortali e di suicidi. Sentivo la sua vita tra le braccia con cui mi tenevo e lui guidava lentamente, come per prolungare quegli ultimi momenti. Arrivammo comunque all’albergo. Il cuore mi batteva in petto per la paura di essere sgridata da mio padre: erano le ventuno passate da un pezzo ed io, per quanto fossi di città, non potevo affatto decidere di testa mia. Mi sentivo molto forte della mia decisione di lasciare Angelo senza “troppe storie”. Sapevo quando fosse inutile illudermi ed illuderlo ancora su di un futuro che non c’era consentito e preferivo un taglio netto, doloroso ma efficace. Prima di andare via lo baciai di nuovo con dolcezza, ad occhi chiusi. Il nostro era stato un amore breve e pulito. Oggi non sono più di moda, oggi ci sono gli happening, ma invece tra me ed Angelo era tutta tenerezza. Forse per questo i nostri baci non posso dimenticarli. Girai le spalle ai giorni felici vissuti con lui di scatto e, senza più voltarmi, altrimenti mi sarebbe mancato il coraggio di andare via, corsi nella sala da pranzo dell’albergo. I miei genitori cenavano già, ma, al contrario di quanto mi aspettassi, non fui sgridata per il ritardo. Mio padre mi lanciò uno dei suoi sguardi sornioni e comprensivi e m’invitò a decidere su cosa ordinare. -”Hai poi salutato il paese?”- Mi chiese con dolcezza.
    -”Sì, l’ho salutato”-
    -”Sei triste?”-
    -”Un poco”- Risposi laconicamente per evitare che l’emozione che provavo divenisse troppo evidente. Quella notte nella mia stanza non riuscii a dormire. Pensavo e ripensavo a tutti i momenti passati con Angelo e avevo una gran voglia di piangere, ma la mia camera era posta a fianco di quella dei miei e temevo di essere sentita. Allora uscii sul balcone a guardare le stelle, alle porte dell’alba. Piansi, con i pugni stretti ed a singhiozzi per non so quanto e soltanto alle sei del mattino rientrai per mettermi a letto. Non mi riuscì comunque di prendere sonno e feci le valigie ritrovando via via la calma interiore necessaria a partire senza perdere la mia dignità. Verso le sette anche i miei genitori furono pronti. Un discreto bussare all’uscio mi avvertì che ero attesa. Scendemmo dunque al bar dell’albergo per fare colazione, poi ci avviammo alla macchina. Quale fu la mia sorpresa nel trovare Angelo ad attendermi? Non so dirlo. Mantenni la calma così faticosamente conquistata. -”Papà, mamma, questo è Angelo”- Dissi con fermezza. Mamma e papà gli sorrisero e gli strinsero la mano, poi si allontanarono con discrezione fingendo di essere molto occupati con le valigie.
    -”Perché sei venuto?”- Gli chiesi.
    -”Volevo darti questo”- Rispose lui, mettendomi tra le mani un foglietto con poche righe che ancora ricordo col pensiero come potessi leggerlo:-” Angelo Bellizzi, via... ”-
    -”Hai fatto bene!”- Dissi con convinzione. Così ci salutammo con la sensazione di non esserci del tutto perduti. Nel lungo viaggio di ritorno dormii come un ghiro. Ero spossata dalla tristezza e dalla notte insonne. Tornata nella mia città ripresi la solita vita dicendomi sempre:-” Se non ce la faccio più gli scrivo oppure lo raggiungo”- Ma lo facevo per darmi coraggio. In realtà gli mandai soltanto una cartolina con l’immagine della mia città ed una breve frase:- ”Fate amicizia!”- Firmai con A e nient’altro.
    -”E lo hai più rivisto?”- Mi domanda mia nipote con gli occhi lucidi per la commozione- ”No.”- Mentisco io. In realtà lo rividi un anno dopo ed era terribilmente irritato con me, tanto che mi stava passando innanzi senza salutare. Lo fermai io, per strada, per sentirmi accusare di non avergli mai scritto. Gli risposi che non era vero, che gli avevo spedita una cartolina. Ricordo ancora la sua faccia perplessa:- “davvero?”-, mi chiese. Forse il padre gliel’aveva tenuta nascosta… chissà. Ma quell’incontro, ormai, non aveva più valore…
    -”E’ molto triste, zia!”-
    -”Perché triste, Leila? E’ un ricordo dolcissimo! Lo tengo in serbo per i momenti amari. Mi aiuta a vivere.”-
    -“Non ti sei mai pentita di averlo lasciato?”-
    -”No. Mai. Eravamo troppo diversi ed io non avrei saputo vivere un rapporto da lontano. Inoltre gli amori di quell’età, salvo rari casi, sono destinati a finire. Meglio dunque se una separazione pone fine a tutto, lasciando il ricordo di qualcosa di romantico, altrimenti rischiano di finire molto stupidamente.”-
    -”Perché devono comunque finire? Non potrebbero portare ad un matrimonio?”-
    -”Anche con il matrimonio finiscono. Il grande amore è quello impossibile.”- Dichiaro io convinta.
    -”Allora è inutile? E’ tutto inutile?”-
    Niente è inutile se ti lascia la voglia di guardare una notte stellata con tanta passione nell’animo e tanta dolcezza... ” Dico io e in quel momento passo a mia nipote una poesia scritta qualche mese prima sussurrandole:- ”Leggi... ”-.

    “In ricordo.
    In ricordo di un attimo,
    fuggevole rimpianto del passato,
    un fiore di parole un po' appassito
    davanti ad una foto
    che non scattammo mai.
    L’azzurro si perdeva nel calore
    la sera discendeva lentamente
    sul verde delle zolle,
    sui volti della gente.
    Passare e ripassare nella via
    di sconosciuti
    in un paese amico,
    e un volto di ragazzo
    dagli occhi innamorati che,
    pieni di tristezza,
    cercavano un amore senza tempo,
    sul mio volto.
    Una favola dal sapore di pianto
    nell’anima è restata,
    favola stupenda
    che non fu mai vissuta
    e che per questo resterà stupenda
    nei suoi occhi innocenti
    che resteranno tali
    soltanto dentro me.
    Le stelle mute e bianche
    erano in cielo
    quando gli dissi addio
    ed ai suoi occhi apparivo già
    come rimpianto,
    come sogno svanito
    prima di essere sognato.”-

    -”Lo pensi ancora zia?”-
    -”Sì, a volte mi chiedo se avrei potuto agire diversamente... mi chiedo se non ho lasciato in quel pezzo di cielo una vita da vivere in due con qualcuno che mi amasse davvero... ma sono soltanto domande, senza risposta.”-
    -”E’ proprio una bella sera questa, vero zia?”- Dice Leila, indicandomi il cielo pino di luci al di fuori dei vetri del balcone. Usciamo a goderci le stelle del firmamento e penso con dolcezza che sono le stesse di allora. -”Sì, è proprio una bella sera Leila. Una di quelle sere che paiono nate per ricordare”- Termino. E sospirando alziamo assieme lo sguardo verso il nero illuminato dagli astri.

     
  • 03 gennaio 2012 alle ore 10:36
    il bottone della camicia

    Come comincia: L’uomo era fermo nella cornice formata dalla porta della cucina. La fissava irritato. In quei pochi attimi a Viviana riuscì di notare numerosi particolari: era un giovane di circa trent’anni, piuttosto di bell’aspetto. Sulla spalla destra, lasciata scoperta dalla canottiera immacolata che lo sconosciuto indossava, appariva una cicatrice sottile e pallida. L’uomo stringeva tra le mani una camicia e nell’entrare, indicando proprio quell’indumento, aveva urlato:-” Manca un bottone! Proprio alla migliore delle mie camicie manca un bottone! Tutta colpa del disordine che regna sovrano in questa casa!”- Ma adesso, finalmente, taceva.
    Viviana lo osservava perplessa, chiedendosi chi fosse e cosa desiderasse da lei. Chissà perché le tornò alla mente il ritornello di una vecchia canzone:-”Sei Rodolfo? Sei Marcello? Dopo tutto ciò che fu... com’è fatto mio marito io non lo ricordo più.”-
    -”Viviana, ma ti sei rincretinita? Che hai da guardarmi con quell’aria da babbea?”-.
    Disse l’uomo con rabbia distogliendola dai suoi pensieri. Ma cosa aveva da gridare tanto? Dopo tutto non le era neanche simpatico: la gentilezza non doveva essere il suo forte!
    -”Viviana, vuoi smetterla di fissarmi così?”-
    Aggiunse lo sconosciuto con voce più moderata. Cosa doveva rispondergli? Lei effettivamente si chiamava Viviana... ma non ricordava affatto chi fosse lui.
    -”Non mi ricordo di voi!”- Rispose allora con freddezza. Poi aggiunse, in un tentativo di cortesia:-” Scusatemi, ho un forte male al capo e mi sento un po' stordita... forse se mi dite il vostro cognome, riuscirò a ricordarmi chi siete... ”-.
    Le sembrava di essere stata gentile, ma evidentemente l’uomo non era d’accordo.
    _”Se è uno scherzo, guarda che è durato anche troppo! E alla mia camicia migliore manca sempre un bottone!”- Gridò.
    -”Vi prego di non urlare. Ho mal di testa, come vi ho già detto! Inoltre la gente che grida mi ha sempre provocato la nausea... ”- Puntualizzò la donna.
    L’uomo sembrò finalmente comprendere che i suoi modi sgarbati non erano simpatici. Infilò la camicia senza chiudere l’ultimo bottone, (che effettivamente mancava) e uscì dalla cucina mormorando un rauco:-”Oh Signore!”-.
    Viviana decise di tornare alle sue faccende, ma ad un tratto si rese conto con una punta di panico di non ricordare affatto cosa stesse facendo un momento prima. Anzi, fatto ancora più grave, non le riusciva di ricordare perché si trovasse in quella cucina. La sensazione di smarrimento che la colse la lasciò per un momento come paralizzata, ma dopo alcuni secondi le riuscì a riprendere il controllo dei propri nervi.-”Si tratta senza dubbio di un’amnesia momentanea, passerà... ”- Disse a se stessa con poca convinzione sedendosi poi sulla sedia più vicina perché le mancavano le forze per l’emozione. Proprio in quel momento già così difficile per lei, lo sconosciuto decise di ritornare in cucina. Aveva indossato una giacca e la fissava indeciso. -”Viviana, ti senti bene?”_ Le chiese a bassa voce.
    -”Non molto per la verità, ma deve essere colpa del male alla testa... come mai siete ancora qui? Preferirei davvero che tornaste un altro giorno, in questo momento ho tante cose da fare e... ”-Lasciò la frase a metà in quanto si rese conto in modo evidente che non sapeva affatto quali cose dovesse fare, e quello sconosciuto dall’aria stupida che continuava a fissarla! -”Smettetela di guardarmi come fossi un fenomeno da baraccone!”- Gli urlò in viso. Per qualche minuto nessuno dei due parlò, poi l’uomo le si avvicinò con cautela, quasi temesse di spaventarla. -”Ti ricordi di me?”- Le chiese, fissandola negli occhi e tenendola ferma con la stretta delle mani sulle spalle.
    -”No, mi dispiace, ve l’ho già detto! Ho una gran confusione in testa... e poi voi, con tutte quelle urla! Vi giuro che davvero non mi aiutate a ricordare. Entrate nella stanza sventolando una camicia quasi che si trattasse di una bandiera, vi mettete ad urlare qualcosa sui bottini, sul solito disordine... tutto quel gridare mi rende stordita, se tacete è meglio, credete.”- Concluse. E lui tacque. Ma con quale espressione sul viso! Era pallido, le faceva persino pena. Ma per quale ragione pretendeva che lei dovesse sapere per forza chi era? Non si possono ricordare tutti gli uomini che s’incontrano!
    -”Vestiti, che usciamo.”- Viviana, nel sentirlo di nuovo parlare ritornò bruscamente alla realtà. Cosa voleva quell’uomo? Voleva che si cambiasse d’abito ed uscisse con lui? -”Perché dovrei uscire con voi?”- Chiese ad alta voce. A questa semplice domanda lui sembrò traballare come sotto una forte botta sul capo. Impallidì ancora di più, (ammesso che fosse possibile...) e poi si diresse verso il fornello. Era di spalle ma Viviana intuì che stava versando del caffè dalla macchinetta nella tazzina. Poi intuì che lo bevve: amaro. -”Che gusti!”- Pensò tra se con un sorrisino interiore. Ma ecco che all’improvviso quel sorriso le sbocciò sulle labbra e divenne in pochi secondi una vera e propria risata. Irrefrenabile. le sembrava tutto così buffo! E che faccia aveva ora quell’uomo! Come la guardava! Ma che ridere! E rideva difatti, con molta energia.
    Splaff!
    Lo schiaffo la raggiunse in pieno viso, scaraventandola un metro più in là. Si resse in piedi a stento.  Così, all’improvviso, le parve che niente più fosse capace di farla ridere. Non aveva proprio più voglia di ridere. L’uomo le si avvicinò lentamente e l’abbracciò con grande tenerezza. Che strano tipo! Prima la prendeva a schiaffi e poi...
    all’improvviso le prese una gran voglia di piangere. Non l’aveva neanche pensato che già lo stava facendo. Piangeva. A singhiozzi, a lacrimoni, come quando era piccola e si chiudeva in bagno per piangere abbracciata all’asciugamano. Piangere così le aveva sempre fatto bene, perché poi si guardava allo specchio e vedendosi tutta rossa e gonfia per le lacrime si scuoteva. Era diventata brutta! Il dolore la rendeva brutta e allora non valeva la pena di soffrire. -”Dov’è uno specchio?”- Chiese all’improvviso all’uomo che ancora le carezzava il capo. -”Lo specchio?”- Chiese lui di rimando, sorpreso. -”Si, si! Uno specchio! Devo guardarmi!”- Aggiunse lei . L’uomo la prese per mano e la condusse davanti alla specchiera della camera da letto. Lei si osservò per qualche lungo minuto con interesse quasi professionale. Non era poi tanto brutta! In quel momento, nel guardare la superficie dello specchio notò l’immagine dell’uomo alle sue spalle, che ancora le teneva una mano con sguardo affettuoso. Era tanto triste in volto, povero Marco! -”Marco?”- Disse ad alta voce, fissandolo come ipnotizzata. -”Si tesoro, sono io.”- Rispose lui sorridendo. -”Ma a questa camicia manca un bottone!”- Disse allora Viviana fissando l’orrendo filo bianco cui non era attaccato nulla. -”Che vuoi che sia un bottone?”- Chiese lui continuando a fissarla in uno strano modo. -”Non ti arrabbiare! Lo metto subito... ho avuto tante cose da fare... ”- Continuò lei. -”Non fa nulla ti dico”- Insistette lui, stringendola fra le braccia.- “Non fa niente?”- Disse lei, tirando un po' su col naso come faceva da bambina. -”No, tesoro, niente niente niente... e adesso vestiti che ti porto fuori”- “Per andare dove? Non vai a lavorare, oggi?”- “Oggi no.”- Le rispose lui sempre con quell’aria smarrita. - “Come ti senti?”- Le chiese poi, fissandola negli occhi. -”Bene!”- Rispose lei. Poi si allontanò per andare a vestirsi.

     
  • 24 dicembre 2011 alle ore 10:54
    Scrivere con le visceri e con la testa

    Come comincia: Molti, molti anni fa, giornalista corrispondente del “Mattino”, con “alle spalle” un solo libro pubblicato ed un romanzo dal titolo “Terra al sole” che mi preparavo a stampare, in una calda estate cercavo materiale per un “pezzo” di interesse culturale per il mio giornale, quando appresi che era “ospite” di Ascea, (cittadina del Cilento che conserva il patrimonio Greco-Romano della Elea di Parmenide), lo scrittore Giorgio Bassani, giunto a presiedere un concorso internazionale di letteratura. Chiesi telefonicamente un appuntamento per intervistarlo e lui me lo concesse, a patto che scrivessi ciò che registravo e registrassi ciò che mi concedeva di stampare.  Provavo per questo scrittore il rispetto che un giovane scrittore può sentire per un “mostro sacro”. Raggiunsi l’Autore ad un tavolino dell’albergo, posto sotto gli alberi di ulivo ed egli si alzò in piedi venendomi incontro, smettendo per questo di accarezzare un felino asceota che tuttavia continuò a strofinarsi contro le sue gambe. Bassani era un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e gli occhi di un azzurro incredibile, ma mi parve anche molto umano, coi pantaloncini corti e la sua età non più giovane. Parlava con tono perentorio ed al di sotto di ogni gesto si intuiva in lui una grande forza di volontà. Il primo approccio fu un tantino duro, visto che egli mi impose categoricamente dove sedermi e precisò una volta in più che avrebbe voluto rileggere l’intervista, ma poi firmammo un definitivo armistizio ed io lo valutai per un uomo solo, che doveva avere molto sofferto e molto vissuto. Prima d’ogni altra cosa gli chiesi, per mio interesse personale, quale fosse per lui il suggerimento essenziale da offrire a qualcuno che intendesse divenire scrittore. Mi osservò in silenzio pochi secondi e quindi rispose coi gesti e con le parole:-” Occorre scrivere prima con le visceri e poi con la testa...”- E nel dir questo si premette le mani sull’addome e poi le passò alla fronte.  Tacque e riprese poi spiegandomi più dettagliatamente che un vero artista deve parlare di cose che ha vissuto e sofferto sulla propria pelle, per cui nei suoi scritti si dovrà sentire una realtà visceralmente sentita, ma poi deve anche essere capace di rivisitarla razionalmente, di equilibrarla, limarla, renderla comprensibile agli altri e quindi di usare per questo il cervello. Parlando dei suoi scritti mi precisò che lui non scriveva “romanzi”, ma che l’intera opera letteraria doveva essere considerata come una sola da chiamarsi appunto “il romanzo di Ferrara”. Al momento non l’intesi chiaramente, ma mesi dopo, in viaggio, acquistai di Bassani “Gli occhiali d’oro” e “L’Airone” e li lessi nelle soste in albergo, durante uno dei miei viaggi, collegandoli anche a quel già letto “Giardino dei Finzi-Contini” e mi parve davvero di comprenderlo di più.  Tornando al giorno dell’intervista, affascinata e nel contempo sottilmente mantenuta a distanza da quell’uomo che non voleva dire o dare troppo di se, mi sembra giusto riportarla almeno in parte, fermo restando l’esattezza delle domande e delle risposte così come egli la firmò, poiché ha lasciato un segno indelebile nei miei ricordi:-
      D)- “ A suo parere che possibilità di inserimento nell’ambito letterario, e più specificatamente in quello editoriale, possono sperare di ottenere le “nuove leve” della letteratura? Parlo naturalmente di coloro che non vantano amici o parenti “illustri”...
    R):-” Ho sempre considerato la letteratura un fatto spirituale e non a carattere industriale, di conseguenza i libri di qualità saranno sempre pochi. Ciononostante sono convinto che un buon scrittore, un poeta vero, troverà sempre la sua strada. Il mondo letterario non è direttamente collegato a quello della editoria che si deve considerare come una industria, ma benché l’editoria, in quanto industria, sia spinta verso la produzione in serie, i veri artisti troveranno sempre un mezzo per venire alla luce e trovare pubblicazione. L’editoria qual è adesso va considerata come una risposta volenterosa alla civiltà industriale ed è conseguente il rischio che ciò che essa produce sia legato alla “moda” del momento”-
    D):-” Sostiene quindi che un vero scrittore-artista troverà un suo spazio vitale come è accaduto per Tommasi di Lampedusa, il cui romanzo “Il Gattopardo” ha trovato in lei un valido paladino?”-
    R):- “All’epoca feci stampare “Il Gattopardo” contro la volontà di tutti ed ebbe successo. Accadrà anche per altri validi artisti, in ogni epoca, poiché parliamo di fatti spirituali e io credo nella realtà dello spirito. La civiltà industriale invece non ci crede o ci crede poco, ma è logico che sia così. La si deve considerare come “un male necessario” perché ha riscattato tanta povera gente che viveva al margine della società ed oggi è considerata uguale agli altri. L’eguaglianza è importante purché si salvi anche la libertà. Lo sforzo che deve compiere la civiltà industriale e con essa noi che ci viviamo dentro è quello di creare una società di uguali e di liberi. Sono convinto che la civiltà industriale debba crearsi una “religione”, facendo qualcosa che contrasti con la legge matematica del puro profitto.”- D):-” E’ da questi presupposti che è nata “Italia nostra”?”-
    R):-”Direi di si. Mi occupo di “Italia Nostra” da oltre 40 anni, per più di 15 ne sono stato il Presidente Nazionale e adesso occupo la carica di Presidente Nazionale Onorario”-
    D):-” Dal suo modo di vivere e di scrivere appare chiaro il suo amore per l’intelligenza e la cultura e di conseguenza per la “personalità” che nasce da questo binomio. Lei non pensa che una tale personalità possa uscire sconfitta dalle necessità contingenti dell’editoria?”-
    R):-” Amo gli artisti veri. Sono necessario io, che sostengo il diritto di un Tommasi di Lampedusa a pubblicare, ed è necessaria quella società industriale che consente a lui e ad altri come lui di vedere l’opera letteraria stampata e diffusa tra le cosiddette “masse”.”-
    D);-” Come spiega il fatto che la società attraversi (oggi lentamente non è cambiato molto da allora N.d.A.) un “minimo storico”, per quanto riguarda la lettura di opere illustri, in contrasto con una editoria che offre testi svariati e vesti editoriali esteticamente inappuntabili?”-
    R):-” Nel passato si leggeva poco, forse meno di oggi. Quando io ero un ragazzo leggevano soltanto le persone colte, appartenenti alla “buona borghesia” ed alla aristocrazia. I “bei libri” di quell’epoca “tiravano” 1000, 2000 copie...”-
      Ricordo che l’intervista proseguì valutando le “mutazioni” a cui andavano soggetti i romanzi per divenire sceneggiature di film, ed in particolare proprio in relazione a quel suo “Il giardino dei Finzi-Contini”, che anni prima era divenuto film di successo. Bassani sostenne che, per raggiungere appunto il successo di pubblico, un romanzo doveva necessariamente subire dei grossi mutamenti, in base alle capacità del regista che lo faceva “suo”. Partito che fu, gli scrissi più volte, ma non rispose, con mio disappunto. Lo rividi però anni dopo, a seguito sempre di un appuntamento, a Roma, nella sede di Italia Nostra e mi ricevette più calorosamente,  lasciandomi perfino con un bacio sulle guance.  Non l’ho più rivisto, ma neanche dimenticato e continuo ad adorarlo come scrittore, benché neanche in seguito a quell’incontro ritenne mai di rispondere alle mie lettere. Conservo di lui la registrazione dell’intervista  che mi rilasciò e quella di una sua poesia  dedicata alla “Porta Rosa” di Elea - Velia. Nella lirica egli descrive sensazioni ed emozioni provate durante una passeggiata effettuata a Velia assieme all’archeologo Mario Napoli, (a cui si deve appunto la scoperta della porta, prezioso tassello collegato alla poetica di Parmenide), ed inoltre alla ammirata e intelligente descrizione fisica della turista straniera alta, bionda e possente, così diversa dallo stereotipo di greco- eleate che il suo animo di artista gli permetteva di immaginare  presente sulla irta strada che conduce ancora oggi alla “Porta arcaica”, che lo aveva appunto accompagnato  nella passeggiata sulla strada di Parmenide e Zenone; ascolto di tanto in tanto la voce di Bassani che risuona, nitida, vibrante di toni e semitoni nella declamazione lenta e cosciente della sua creazione ed ancora mi regala emozioni...

     
  • 05 dicembre 2011 alle ore 15:16
    Adda passà a nuttata.

    Come comincia: C’è un allievo nuovo in quinta “X”. Dovrei dire “ci sarà”, visto che in questi giorni pre natalizi i nostri allievi stanno facendo tutto tranne che studiare (almeno la massa di loro), noi professori delle più svariate materie, così come ha scritto il nostro preside in una “circolare”, siamo presenti e a disposizione per quanti volessero fare lezione. Facciamo l’appello al mattino, se c’è assemblea di istituto, seguiamo qualcuno di loro, a richiesta, per un parere ed un consiglio, ma il mondo ci appare oggi, 5 dicembre 2011, con le ultime novità date dal Governo tecnico, più complesso del solito, incomprensibile, almeno in parte. Un po’ come la tastiera per il computer, che il nostro gentile assistente tecnico ha sostituito alla precedente (non segnava gli spazi), che mi ha lasciata perplessa quando “ad orecchio”, cercavo la V e ci ho messo qualche momento di smarrimento per rendermi conto che, semplicemente, assurdamente, “non c’era”. Non c’è, perché, evidente mente per necessità, l’assistente tecnico ha sostituito un tasto rotto o mancante, (quello della V, appunto), con un tasto “M”.
    Così, “ad orecchio”, ho cominciato a considerare la M di sinistra come V ed ho continuato a scrivere.
    E’ appunto questa la situazione attuale: trovare situazioni, fatti, persone, al posto sbagliato e continuare ad “usarle”, giacché, semplicemente, non c’è alternativa.
    Il collega di matematica, intanto, alle mie spalle, parla, discute…
    Ha ragione: è un ottimo insegnante, si sgola nelle ore di lezione, recupera allievi in difficoltà, rispiega, "trispiega", finanche. Ma non riesce a sopportare l’idea che le sue già insufficienti ore di lezione, gli siano proibite a causa di agitazioni studentesche “senza ragione”.
    Guardando verso l’uscita notiamo che, a gruppetti (sono le 12,25), alcuni nostri allievi si avviano fuori. Hanno con loro chitarre ed altri strumenti musicali che, evidentemente, sono occorse come sottofondo musicale alle loro discussioni filosofiche sui cinque, quattro o tre ritardi permessi dall’istituzione scolastica, o sulle tapparelle rotte o su qualche insegnante che non sembra troppo o abbastanza (per loro), disponibile al dialogo.
    Questa mattina, facendo l’appello in classe alla mia quinta, prima che sciamasse giù per l’assemblea, ho fatto come quei sacerdoti che in chiesa, appena possono, riempiono i loro fedeli di raccomandazioni e indicazioni, ottenendo il solo scopo di annoiarli. Ho detto loro le solite cose che dico sempre, con l’aggiunta di una punta di panico dovuta al momento difficile che sta attraversando l’Italia (l’Europa? Il mondo?). Che il loro futuro è, appunto, il loro, che non debbono studiare per accontentare i genitori e gli insegnanti, ma per loro stessi…
    Il preside ha una convocazione presso un Istituto di Napoli per le 15 per discutere, assieme ad altri colleghi, sulle agitazioni studentesche di questi giorni.
    Intanto la collaboratrice scolastica, instancabile, gira per raccogliere le firme per presa visione di una circolare.
    Noi, qui in sala professori, perché siamo in orario scolastico, attendiamo che i ragazzi decidano per il futuro e vadano via tutti ed intanto parliamo tra noi degli allievi,  delle tasse, delle pensioni, dell’ICI sulla prima casa.
    “…loro sono convinti che alle 8.10 sia l’ora per entrare nella scuola”.
    Dice il prof di matematica. Ha ragione: l’ingresso è sì, alle 8, ma è concesso un ritardo di dieci minuti, che poi diviene un quarto d’ora per cui la prima ora è punteggiata di arrivi in ritardo. Ed ogni volta si riprende daccapo.
    In realtà ci sembra assurdo che, in una situazione così difficile che ingloba nella disoccupazione studenti efficientissimi, non si renano conto che…
    Ma forse è proprio così: si rendono conto.
    Se, studiando, laureandoci, addottorandoci, specializzandoci, facciamo la fame, tanto vale non studiare.
    Dico loro: “ragazzi, la scuola non è soltanto un dovere, è un diritto, a cui siamo giunti con decenni di crescita sociale. C’è stato un tempo, neanche molto lontano, in cui il concetto di infanzia neanche esisteva. In cui i bambini lavoravano in fabbrica coi genitori per 12/14 ore al giorno. Nelle miniere, anche.
    Oggi, ancora, in tante parti del mondo i bambini soffrono la fame, la sete, la violenza. Lavorano o, addirittura, vivono nelle discariche alla ricerca di qualcosa con cui cibarsi e vestirsi. Voi siete fortunati!” Mi osservano perplessi, poi “Maria” dice: -ma vi sembra giusto che le tapparelle non funzion(i)ano?-
    Già. Non funzionano. Che importa il resto quando c’è una validissima ragione per fare un sacrosanto “casino”?
    E, intanto, attendiamo. “l’idea che questo sfascio si aggiusti con la riforma delle pensioni…”
    “Il lavoro dove sta?”. Parliamo. Parlano.
    “La questione è che dagli anni ’90 l’Italia ha iniziato un processo di deindustrializzazione…”
    “manca il tessuto produttivo. Noi non possiamo permetterci le pensioni perché non abbiamo più un’Italia che lavora…” (e’ il collega che “comprende” di economia, a parlare).
    Già. “a Napoli non fatica più nessuno”… “in nero, la camorra…” “la ceramica di Capodimonte”… “non ne parliamo del turismo… una città turistica piena di spazzatura…”.
    Un collega viene a chiedermi se l’auto lasciata fuori senza antifurto è al sicuro. Gli dico di no. Mi guarda stranito, ma, in verità, l’unica volta che ho lasciato “fuori” l’auto l’ho ritrovata sì, però con uno sfregio lungo la fiancata che significava: “questo posto non è per te”.
    Che fanno i ragazzi? Pare siano saliti ai piani superiori perché non riuscivano a “sentirsi” bene nel luogo dove tenevano l’assemblea. Pare che qualcuno di loro abbia detto:”Non possiamo farla finita così, altrimenti abbiamo perso inutilmente due settimane”.
    Che significa? Che debbono perderne tre?
    Sono le 12.45. In verità è, in assoluto, la prima volta che un’assemblea dura tanto, anche se, a restare in assemblea, sono soltanto i rappresentanti di classe e di istituto. Gli altri hanno già tagliato la corda.
    “Si deve rendere lo Stato più snello, più controllabile… ”.
    Ho trovato su internet la proiezione ortogonale della sezione conica che debbo spiegare alle quarte, quando me lo permetteranno. L’ho stampata:stranamente la stampante funziona, ci sono i fogli e non manca il toner.
    Ho girato tante scuole. Da quattro anni ad oggi, se dovessi disegnare un grafico della negatività rispetto alla scuola, sarebbe crescente. “Mettere in campo un’idea della riforma fiscale…”. “…con le banche dati”… “Io ho fatto una pratica statale…”.
    Noi, insegnanti, attendiamo le decisioni dei ragazzi. Di quelli che sono restati a decidere per tutti, insomma, proprio come i nostri politici a cui, senza neanche averli votato, abbiamo messo tra le mani la nostra vita e quella dei nostri figli e nipoti. Senza averli votato.
    Mi viene fatto di pensare ad una persona che conosco, un operaio, diciamo così. Rosso in viso mi ha confessato che la figlia, diciassettenne, ha un bimbo di sei mesi. L’ha chiamato come lui. Mi ha detto che “il ragazzo non ne ha voluto sapere”. Poi, quasi come per scusarsi: “Che potevo fare, io? Cacciarla di casa?”. Certamente no. Quindi adesso cresce anche il nipotino. “Pensavo di stare un po’ meglio, che, coi figli grandi, avrei avuto respiro… ma, invece”.
    Già. Invece tutto accapo. Brava persona.
    Adesso intorno c’è agitazione. Forse si sta pensando a dove conservare i registri di classe per l’ipotesi di una forma di cogestione o di autogestione. Su Facebook si legge, testualmente: “Ci vogliono ignoranti, ma ci avranno ribbelli”. Con due b, dal che si desume che li avremo sia ribelli che ignoranti.
    Dal Web apprendiamo: “Finestre rotte, muri imbrattati, estintori ovunque. E' stato ridotto così dai vandali l'edificio centrale della scuola "Madre Claudia Russo" a Napoli. Eppure solo 48 ore fa qui si festeggiava la nascita della prima classe 2.0 nel capoluogo campano, vincitrice del bando ministeriale per portare la tecnologia nelle scuole. Le apparecchiature tecnologiche erano custodite e sono salve, ma per il resto i danni sono gravi e l'istituto è stato costretto a chiudere. Dobbiamo andare avanti, ha commentato il dirigente scolastico Rosa Seccia. Nella scuola per ora non può rimanere neanche il personale per sistemare lo scempio, a causa delle polveri di estintore spruzzate ovunque che, pur non essendo tossiche, creano difficoltà respiratorie.”
    L’ho scritto anche nel mio blog e lo confermo: “Confesso: Non sono facile all'emozione: non piango neanche di fronte a questioni personali. Ma mi viene da piangere quando vedo vandalismo che vorrei chiamare "inutile", ma inutile non è: ha il chiaro senso di non permettere crescita culturale e morale a Napoli. Non è inutile per chi lo effettua e per chi lo programma. E' indirizzato.”
    "Allo Striani hanno distrutto tutto". Sospira una collega.
    Già: la cultura è potere, l’ignorante è più gestibile. E’ per questo che, specialmente a Napoli, è più difficile fare cultura.
    Noi insegnanti, alle 13.05, siamo ancora qui, in attesa. Alcuni di noi, per le 15, hanno da fare i Consigli di classe e non si muoveranno affatto.
    Noi tutti, noi italiani, un po’ tutti, tranne quelli che difendono, e possono farlo, i loro diritti economici. Attendiamo,
    Da professori, le decisioni dei nostri allievi, da lavoratori, le decisioni “dei grandi” che ci hanno tra le mani, e non li abbiamo neanche votato.
    “Adda passà a nuttata”, direbbe De Filippo.