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Autore

Bianca Fasano

in archivio dal 04 dic 2011

01 agosto 1949, Napoli - Italia

segni particolari:
profondamente innamorata dell'arte in ogni sua espressione, fortunatamente abile in alcune delle sue possibilità: pittura, poesia, scrittura sotto forma giornalistica, romanzata ed altro. Un passato remoto di danzatrice classica. Ceramista. Ho creato tre splendidi esemplari di esseri umani.

mi descrivo così:
Concretamente piantata a terra come un ulivo secolare del Cilento, ma capace di lanciare i rami verso il cielo, con le foglie da un lato di un bel verde tenebroso e dall'altro argentee.

04 febbraio 2012 alle ore 11:39

Il sapore del caffè

Intro: Rosa se ne è andata. Grazia non c'è più. Io ci sono ancora e non le dimenticherò mai.

Il racconto

Michela non ricordava che tempo facesse “fuori” in quel periodo.
Ricordava bene di Rosa, invece: una donna giovane, energica, bella a vedersi, desiderosa di vivere.
Quando si trovò –finalmente!- trasportata al “reparto di Chirurgia Epatobiliare e Trapianto di Fegato dell'Ospedale Di Rilievo Nazionale Antonio C.‎”, si sentì “in salvo”. Una notte e un giorno di attesa in barella, con i dolori che la squassavano, le avevano in parte distrutto il morale.
Ma poi giunse in quella stanza.
Aveva subito percepito nell’intero reparto, passando in barella, ordine, pulizia, tranquillità. Per quanto ve ne potesse essere in un posto colmo di paura, dolore, speranza.
Nella stanza a due letti, nel lettino al suo fianco, c’era, appunto, Rosa.
Con lei il marito. L’accolsero con simpatia. Dopo un po’ comprese che, specialmente per lui, la sua presenza era un sollievo: la moglie doveva subire un’operazione che, comprese al volo, non doveva risultare semplice né scontata. In quei primi momenti neanche indagò. Troppo presa dal pensiero di cosa sarebbe accaduto a se stessa. L’ago in vena le passava incessantemente tutta una serie di medicine, tra cui gli antidolorifici che le resero meno arduo guardarsi intorno e pensare a “altro da sé”. Il giovane marito di lei era molto paziente. Le sorrideva, l’accudiva, le portava avanti e indietro medicine, acqua, spugnetta bagnata, fazzolettini di carta e sorrisi. Di tanto in tanto venivano a farle visita le figlie, due belle ragazze l’una più grande di età, l’altra più piccina, evidentemente spaventate dalla malattia della mamma. Intanto nella stanza le cose prendevano il “tranquillo” e se vogliamo rassicurante iter di una clinica di lusso. Sì: quel reparto, gestito bene, da un’ottima equipe, con personale preparato e con a capo un medico veramente bravo, sembrava un’oasi nel deserto. Un luogo dove la medicina trovava il suo spazio certo, nei toni ovattati delle pareti, nei silenzi, negli orari rispettati da infermieri e personale. Tutti gentili, persino affettuosi. Il contatto con il dolore doveva in qualche modo condizionarne il comportamento. Quando si avvicinavano al letto di Rosa, lo erano, se possibile, ancora di più. Ogni tanto scompariva: la portavano “altrove” per qualche esame specialistico. Poi comprese anche lei cos’era e dov’era questo altrove: luoghi lontani dal centro in cui erano loro, in alcuni casi, raggiungibili con ambulanza. In altri casi posti nello stesso reparto. Lei poteva ancora arrivarci a piedi, con il suo “trabiccolo” che le veniva dietro e l’ago in vena. Il “fuori” esisteva soltanto in quegli spostamenti e la visita del medico non dava soddisfazione: parlava poco, chiedeva poco, osservava con metodica attenzione. Non era persona da lunghi dialoghi. Forse in tal modo cercava di non lasciarsi coinvolgere troppo dai pazienti. Bisognava ricordare che lui, primo ad avere trapiantato un fegato, in Italia, con il dolore, la sofferenza, la morte, doveva conviverci ogni giorno e non poteva permettersi il lusso di lasciarsi troppo coinvolgere emotivamente.
Lei stessa tentava di non fasi coinvolgere dalla propria personale paura: un tumore. Uno di quelli contro di cui la medicina, la chirurgia, si batte, ancora troppo spesso senza risultato.
Rosa, aveva un tumore. Alla fine fu chiaro. Uno di quelli che nascono e crescono quasi silenziosamente e t’invadono, si direbbe all’improvviso, senza lasciarti più possibilità di salvezza. Michela pensava spesso alla nipote, in quei tempi. In realtà ci pensa ancora oggi. Come non farlo?
L’ultimo periodo, prima del ricovero, si erano fatte compagnia “nel non mangiare”. Lei, perché qualsiasi cosa ingerisse, minacciava di farle scattare una di quelle crisi terribili, da corsa all’Ospedale più vicino e Grazia perché si sottoponeva a una dieta indicata da un “medico alternativo”, in quanto, anche non volendolo ammettere, si sapeva che il suo fegato stava cadendo a pezzi, invaso da un tumore secondario, senza speranza.
Bella, Grazia, bella, Rosa, giovani entrambe.
Si fermava a chiedersi se l’operazione che il “Maestro” si preparava a compiere su Rosa, fosse possibile anche sua nipote, ma non lo era.
Quando, qualche mese prima,uno dei medici che la visitavano di tanto in tanto, aveva proposto a Grazia tutta una serie di medicine, il volto (invero un po’ color bronzo), intenso, con i grandi occhi neri, della ragazza, si era simpaticamente girato in una smorfietta:
“Dottore, per quanto tempo dovrò prenderle?”- Aveva chiesto.
“Vita natural durante”.
“Nooo!!”. Già. Non le avrebbe prese per molto, purtroppo. Questo le faceva, oggi, prendere le sue medicine “vita natural durante”, senza noia e augurandosi di prenderle molto a lungo.
Michela chiese al medico, uno di quei giorni di attesa prima dell’intervento che tardava a giungere: “Dottore, mi dica chiaramente: ho un tumore?”.
E lui:- “...”. Evidentemente non poteva sbilanciarsi. Non ancora.
Bene. Così funziona.
Il tempo passò. Oltre dodici giorni di cura per ridurre alla quiete la sua cistifellea e potersi permettere il lusso di operare.
Intanto Rosa lo era stata. Dieci ore d’intervento e le avevano lasciato un pezzetto di fegato, con la speranza che ricrescesse. Si era capito che il dottore, avrebbe dovuto “aprire e chiudere”. Ma lui non era il tipo di arrendersi alla morte. Era caparbio. Anche Rosa lo era.
Tornò giù, dopo un paio di giorni in terapia intensiva, con il marito più pallido di lei. Ci restò poco: qualcosa non andava per il verso giusto. Ritornò in sala operatoria per altre dieci ore d’intervento e giorni di terapia intensiva. Lei chiedeva di Rosa al marito che gentilmente trovava il tempo per farle un saluto. La stanza di Michela era più spesso vuota nel secondo letto che abitata. Ne approfittava la sua dolce figliola per dormire più comoda quelle poche ore che si poteva. Bruna, che studiava all’università, lavorava facendo lezioni private, rientrava di sera, per le strade oscure, con il timore di Michela che restasse fuori la porta del reparto. Ma oramai medici, infermieri, barellieri e quant’altro, la conoscevano. Un po’ la viziavano. Le aprivano l’uscio del reparto in ora tarda, le portavano la colazione, entravano in camera il più tardi possibile per farla dormire una mezz’ora in più e c’era anche l’infermiere che le ascoltava, essendo egli stesso preparato in materia, l’esame di biologia. In tutto questo tempo Michela NON mangiava affatto. Aveva fame. Anche soltanto l’odore di quel brodo che circolava per i corridoi, le pareva paradisiaco. Le mele al forno! Cosa avrebbe dato per una mela al forno! Era LA FAME.
Poi, una sera, giunse la fase preparatoria alla SUA operazione. Le fecero bere due o tre litri di una sostanza dal sapore indescrivibile che avrebbe avuto il compito di trasformarle gli intestini in una zona sterile. Ci riuscì perfettamente: nel suo apparato digerente, tra digiuno e lavaggio, non era restato nulla.
L’indomani sarebbe andata in sala operatoria. Rosa era rientrata prima di lei dal secondo intervento e combatteva come una leonessa per la vita. Dalla sua pancia (che la sera prima dell’intervento si era osservata dicendo: fammela ricordare senza cicatrici), uscivano tubi e tubicini di dimensioni considerevoli, così come dalle narici e dalla bocca. Ma lei si era destata e combatteva per la vita.
Michela, invece, non si sentiva affatto combattiva. L’indomani, con logica, avrebbe atteso che l’addormentassero e avrebbe affidata l’anima a Dio, serenamente. Quella sera nel reparto “gli amici” del turno le sorridevano. Uno, in particolare, le disse: vuol venire un momento con me? Si alzò, tirandosi dietro il solito armamentario e, magra com’era divenuta (e come non sarebbe stata più in seguito…), lo seguì incuriosita nel corridoio. Un esame? Un controllo? No: lui si fermò davanti all’uscio della sala degli infermieri. Lo aprì. Dal di dentro veniva un odore straordinario DI CAFFE’. Come le pareva di non avere mai sentito prima.
“Vuole un po’ di caffè”?- Chiese l’infermiere. Lei lo guardò stupita e si trovò tra le mani una tazzina di quel liquido bollente e nero. Lo portò alle labbra: scottava. Lo saggiò e le sembrò una sostanza paradisiaca. Dio, com’era buono il caffè!
Buono come quello non ne provò mai più.

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