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Autore

Bruna Alasia

in archivio dal 20 ott 2006

12 giugno 1956, Sesto San Giovanni (MI)

segni particolari:
"I racconti di Versailles" hanno ricevuto una menzione speciale al premio "CRIS PIETROBELLI" 2008, patrocinato dal Comune di Pisa. "La leggenda delle brioches" è stato pubblicato nell'antologia "Poeti e scrittori italiani", Pietrobelli editrice.

mi descrivo così:
Ho pubblicato con Vangelista due romanzi "L'erba nasce verde" - sulla droga - "Tre anni così", sull'università negli "anni di piombo", entrambi acquisiti da biblioteche italiane e straniere.

16 marzo 2007

Un re tra incudine e martello

Intro: Continua la saga alla corte del Re di Francia. Intrighi e complotti, bisognerà continuare a leggere per vedere come andrà a finire.

Il racconto

I racconti di Versailles - N. 5

Entrando in sala da gioco al castello di Fontainebleau dove la corte si era trasferita Mercy-Argenteau vide la Delfina alle prese con il cavagnol, una sorta di lotto del quale era appassionata. Maria Antonietta accorgendosi di lui gli fece ansiosamente cenno.

- Avete delle nuove? – chiese, quando l’ebbe raggiunta
- Lasciate il gioco e seguitemi.

L’ambasciatore la condusse in una sala appartata, con esasperante lentezza frugò in una tasca interna dell’abito e trasse una busta che con solennità depose tra quelle mani infantili.

- Gott sei dank!* - esclamò Maria Antonietta ed eccitata corse a sedersi su una poltroncina.

Il fidato Mercy le aveva portato una lettera dell’imperatrice madre: che gioia quelle parole, come scaldavano il cuore, prediche sagge! Geniale Mercy che riusciva a far recapitare la corrispondenza più riservata senza essere intercettato e in brevissimo tempo.

Appoggiato a uno stipite della porta il diplomatico osservava sua altezza. Claude Florimond, conte di Mercy-Argenteau, dopo il matrimonio tra Maria Antonietta e Luigi Augusto, era riuscito a mettere in piedi per l’imperatrice Maria Teresa un’organizzazione postale che aveva del miracoloso: in tempi di spie al soldo di chiunque i canali normali non permettevano segreti, lo stesso Luigi XV e i suoi ministri avevano seminato informatori in tutta Europa, ma i corrieri austriaci e ungheresi reclutati dall’ambasciatore sapevano astutamente eludere ogni controllo, così diventava possibile scriversi con confidenza e sincerità.

La delfina scorreva le parole materne del 2 dicembre 1770: “Andare a cavallo. Fate bene a pensare che a quindici anni non lo approverò mai. Le vostre zie lo hanno fatto a trenta…. Montare a cavallo guasta la carnagione, la vostra corporatura alla lunga ne risentirà… E’ pericoloso e cattivo se si portano in grembo dei bambini, cosa cui siete chiamata, cosa da cui dipende la vostra felicità… Promettetemi che non andrete mai a caccia a cavallo…”

Lesse fino alla fine. Caccia a cavallo? Se ci aveva provato era per piacere al marito, per condividere con lui qualcosa. Da che si erano sposati Luigi cercava di far fuori il cinghiale due o tre volte a settimana, saputo che prima accadeva più di rado era rimasta senza parole. Erano così diversi: Maria Antonietta aveva orecchio per la musica, volentieri prendeva lezioni di clavicembalo, amava il canto, la danza, la recitazione al punto da fantasticare un palcoscenico solo per lei, si divertiva ai balli in maschera, portava parure e abiti sfarzosi, ma in quelle occasioni lui si annoiava e se non sbudellava qualche animale si rinchiudeva a leggere. Pericoloso cavalcare se si è incinte? Non rischiava certo di mettere al mondo eredi! Sospirò e piegò la lettera nascondendola nel corsetto.

- Grazie.

L’ambasciatore esitò.

- Posso fare altro?
- No, avete già fatto tanto...

Certo un figlio non poteva metterlo al mondo da sola, mica era colpa sua: perché toccava sempre alle donne essere ripudiate? Quell’idea la dispose al cattivo umore: il gioco l’aveva stancata, meglio ritirarsi. Si rese conto che Luigi dormiva da troppi giorni sul lato opposto della reggia, la sistemazione della camera comunicante con la sua era interminabile come il maglione che sferruzzava per il nonno: come mai?

Non sarebbe stato facile quella notte prendere sonno, chiarirsi necessario. Ma attraversare il castello le metteva paura, i corridoi al buio, la galleria, apparivano spettrali: si sarebbe fatta accompagnare da madame Campan, così discreta.

- Madame – le disse – portatemi da Monsignore il Delfino…

Madame Campan la guardò interrogativa.

- Accompagnatemi ho detto…
- Subito altezza!
Centinaia di stanze a Fontainebleau di cui molte disadorne e in ristrutturazione, i camini spenti in quel gelido inverno facevano apparire senza vita una parte del palazzo. Raccolse la mantella intorno al corpo mentre Madame Campan, preceduta dal guardiano con la torcia, chiedeva al valletto di camera di annunciare l’arciduchessa a Monsignore. Maria Antonietta aveva freddo e soprattutto era in ansia: spronata dalla lettera della madre stava facendo forza a se stessa. Difficile problema per i suoi quindici anni, ma il regno da ereditare aveva otto secoli: doveva. Percependo tensioni misteriose per difesa andava all’attacco.

Il valletto fece passare. Luigi le venne incontro e con lo sguardo ordinò di essere lasciato solo. Sembrava sulle spine, accanto alla moglie la sua timidezza si accentuava.

- Accomodatevi Madame, come mai a quest’ora? Credevo foste al gioco…
- Volevo dirvi delle cose importanti.

Lui raschiò la gola. Antonietta esordì con calma disperata:

- E voi? Come mai non venite a giocare? Cosa fate qui tutto il tempo?
- Io? Io… - si confuse Luigi – sto studiando delle carte…
- Carte di cosa?
- Geografiche…
- Geografiche?
- Non vi ho mai fatto vedere la Descrizione della foresta di Compiégne?
- L’avete fatta voi, lo so, ma… io volevo sapere altro… come mai vi siete sistemato così lontano? – non c’era astio nella sua voce piuttosto un’afflizione che non poteva essere repressa - Siamo a Fontainebleau da settimane e la vostra camera, quella che comunica con la mia, è sempre sottosopra… ve ne state quaggiù e non mi degnate di una parola…

Aveva le lacrime agli occhi e il delfino la fece accomodare in poltrona:
- Vi prego Madame… pensavo che stare separati ci facesse bene…
- Bene? – allargò gli occhi smarrita
- Certo, lo dice monsieur de La Vauguyon…
- Il vostro tutore dice questo?
- Dice che i bambini nati da un padre troppo giovane sono di costituzione delicata e muoiono presto… dice che il padre stesso si espone al rischio di divenire un libertino…

Maria Antonietta sentì girare la testa, non sapeva se quelle argomentazioni avessero fondamento, ma Mercy-Argenteau l’aveva messa in guardia dal tutore.

- I bambini muoiono e voi diventate un depravato? – arrossì – mia madre dice tutto il contrario, dice che sono fonte di felicità… e mia madre é una persona che si preoccupa molto di voi e di me…
- Non ne dubito – trasalì Luigi

Il tono della Delfina ora era sospettoso:
- Ma è La Vauguyon che si occupa della sistemazione delle stanze?
- Sì, perché?
- E non è strano che proprio la vostra non sia ancora pronta? Ne avete parlato a vostro nonno?
- Per carità, no! Il re non deve entrarci in queste cose… vi prego!
- Bisogna parlargli invece, bisogna sapere se La Vauguyon ha ragione… a me dicono il contrario….

I due sposini al centro di un enorme potere, di equilibri delicatissimi per la pace tra gli stati, di fortune economiche incalcolabili, erano pedine sullo scacchiere politico e la loro unione poteva influenzare positivamente o negativamente questo o quel partito: così sulla loro pelle per tornaconto personale venivano architettati i più impensati intrighi.
C’era ad esempio il duca di Choiseaul, artefice di quel matrimonio che consolidava l’alleanza tra Francia e Austria, che nel successo della relazione leggeva il proprio trionfo e la propria lungimiranza diplomatica. All’opposto il duca di La Vauguyon detestava tanto gli austriaci quanto gli choiseaulisti, i quali ricambiavano definendolo “furbo, cattivo e bacchettone”. L’ambasciatore Mercy-Argenteau aveva tentato di aprire gli occhi alla sua pupilla sulle brame del tutore quando La Vauguyon, divenuto primo gentiluomo di camera e sovrintendente della casa del Delfino, aveva piazzato intorno a sé solo persone di strettissima fiducia cercando di fare altrettanto con l’entourage dell’arciduchessa all’unico scopo di dominarla, tal quale succede oggi in tutti i luoghi di potere. Così la Vauguyon era riuscito a far ritirare all’abate Vermond, precettore di Maria Antonietta, il diritto di confessarla. Aveva poi cercato di metterle accanto come dama la propria nuora, cosa a cui la Delfina si era opposta e il suo infelice marito, combattuto tra il desiderio di piacere alla moglie e di non dispiacere al tutore, si era comportato da perfetto Ponzio Pilato. Dopo avere tentato invano di estendere la sua influenza su Maria Antonietta il duca di La Vauguyon accarezzava ora l’idea di un ridimensionamento dell’ austriaca, finanche di un ripudio, cosa che gli avrebbe dato un prestigio enorme e avrebbe decretato il suo trionfo sulle fazioni avverse.

I disastrosi consigli propinati da La Vauguyon per “educare” Luigi nascevano dunque, questa volta come altre, da una volontà manipolatoria dalla quale persino i re sono obbligati a difendersi.

Quando Maria Antonietta, con decisione e coraggio, riferì tutto a Luigi XV, il Beneamato si adirò: non ebbe dubbi che si trattasse di un intrigo, che ci fossero persone capaci di comprarsi la complicità dei muratori per ritardare i lavori e qualcuno mirasse a guadagnarci dal fallimento del matrimonio dei nipoti. Fece una sfuriata e, come per incanto, la ristrutturazione della camera terminò in una sola settimana. I due sposini presero così a dormire nello stesso letto, sebbene lui lo facesse solo per dovere e, dopo essersi piazzato accanto alla moglie, a volte scivolava nel sonno senza averle rivolto la parola. Maria Antonietta pur sentendosi a disagio, continuando a chiedersi cosa ci fosse che non andava in lei, era tuttavia contenta di essere riuscita a salvare a Fontainebleau almeno le apparenze.

Il giorno che tornarono a Versailles il Delfino tirò un sospiro di sollievo: poteva riprendere le solite abitudini, essere meno notato se stava solo, isolarsi a leggere in santa pace, ricominciare il lavoro con mastro Gamain, il fabbro specializzato in serrature e chiavi che gli stava insegnando il mestiere e nella cui officina aveva allestito un comparto tutto suo. Luigi ci aveva messo una forgia, un banco, due incudini, un’abbondanza di martelli, pinze e strumenti utili. Gli piaceva la bottega di Gamain con quell’ odore particolare di ferro, di fuoco, di ruggine, di limatura, la sua umidità e il calore, la duttilità dei metalli, il fornello che li arroventava.

Gamain sorvegliava il suo apprendista con severità.

- Maestà che cavolo combinate?! - protestava di fronte all’imperizia e alla goffaggine del ragazzo - Questa è una chiave, una chiave… avete presente la differenza tra una chiave e una brioche? Stile ci vuole, il colpo esatto… state facendo un disastro!

Sua Altezza ricominciava diligente. Arroventare e fondere. Un colpo, due colpi. Con aria di compatimento Gamain gli toglieva l’attrezzo dalle mani per mostrargli quale fosse la vera classe.

- Ecco vedete? Così si fa! Ora sta diventando una chiave… sennò è una focaccia…

L’allievo guardava, taceva e apprendeva.

- Cristo! Avete capito come si fa o no? – insisteva burbero Gamain - Provate e metteteci attenzione!

Docile sua Maestà ricominciava. A Luigi piaceva forgiare: con le pinze deponeva il blocchetto incandescente sull’incudine e poi lo martellava, lo vedeva scintillare, gemere, spasimare tra le sue mani. C’era un rapporto erotico con quel lavoro, una sensualità che non riusciva a sfogarsi in altro modo, un’aggressività che si scaricata a colpi di fatica e sudore. Quando stremato andava a letto dormiva profondamente. E tutto ciò era la sua salvezza, la difesa inconscia da una depressione antica che il matrimonio aveva aggravato.

Il duca di La Vauguyon, dopo l’imbarazzante intermezzo di Fontainebleau, era in rotta con Luigi ma cercò di riguadagnare terreno presso Maria Antonietta che in fondo non lo odiava, semplicemente non si fidava di lui. Lei era gentile , formalmente disponibile e fingeva di ascoltarlo: nei fatti era rovinato perché quello che diceva non era più autorevole. Un pomeriggio, alla fine della lezione di clavicembalo della Delfina, La Vauguyon esclamò:

- Maestà suonate in maniera incantevole… anche vostro marito dovrebbe applicarsi… ho cercato più volte di spronarlo ma senza risultato…
- Luigi non è adatto a queste cose… sarei già contenta che volesse prendere qualche lezione di danza…

La Vauguyon, fatto tesoro del suo desiderio, si recò dal marito credendosi portatore di chissà quali opportunità:

- La danza? Cosa volete che mi importi della danza! - ribatté Luigi infastidito - vi pregherei da oggi in poi di non mettere più bocca nei miei affari privati…

L ‘altro constatando la sua stella in discesa pensò che stava invecchiando.

- Siete strano maestà – sibilò tuttavia livido – preferite le serrature e i catenacci... vi sembrano lavori degni di un re?
- Non ricominciamo! E poi mio nonno, non amava cucinare? Non lavorava l’avorio, il legno di rosa, con mademoiselle Maubois?

La Vauguyon si sentì messo all’angolo e non osò replicare.

Il Gran Canale, bacino a forma di croce lungo un chilometro ai piedi della reggia, dove con il bel tempo si svolgevano feste solcate da gondole, negli inverni più rigidi ghiacciava: dall’alto e da lontano lo si ammirava dentro il parco come un vassoio lucido. La vegetazione, di un verde più cupo, grondava di neve che avvolgeva le statue.

Dopo una cavalcata Luigi, tornando verso il castello, ammirò quei boschi: gli davano un senso di vertiginosa libertà, quella che non aveva. E d’improvviso gli venne in mente La Vauguyon, quando gli faceva lezione con aria ispirata quasi fosse Socrate. Una conversazione nella quale squillavano i concetti di liberté, egalité: “La libertà è uno dei diritti degli uomini, il governo è stato stabilito per conservarla”. Ma gli sembravano vuote quelle frasi visto che il suo tutore aveva impiegato tutte le energie per limitare la libertà degli altri. Si arrestò, guardò una scultura della fontana di Latona: un contadino trasformato in ranocchia, il getto che schizzava dalla sua enorme bocca era ghiacciato e disegnava nell’aria una curva: “stalagmite ”, rifletté. Amava tutto quello che era natura, geografia, calcolo, misurazione. Quando La Vauguyon aveva assecondato questa sua inclinazione gli aveva voluto bene, ma solo allora. Se fosse stato possibile, pensava confusamente ora, avrebbe appreso un mestiere nel campo della cartografia o dell’ingegneria o delle scienze naturali, se diventare re non fosse stato il suo dovere. Rammentò che veniva condotto ogni mercoledì e sabato dal tutore e fu contento che quei tempi fossero finiti. Gli era arrivato all’orecchio come La Vauguyon avesse soprannominato lui e i fratelli con quattro effe: Borgogna “il fine”, Provenza “il falso”, Artois “il franco” e lui “il fiacco”. Dunque non lo stimava? Che andasse al diavolo!

Di colpo un ricordo solleticò la sua ilarità al punto che, vedendolo sorridere, uno scudiero chiese meravigliato:
- Avete visto qualcosa Monsignore?
- Ero soprappensiero…

Gli erano tornate in mente le Massime morali e politiche tratte da Telemaco sulla scienza del re e la felicità del popolo. Il romanzo Le avventure di Telemaco che Fenelon pubblicò a Parigi nel 1699 per istruire l’erede al trono del Re Sole, ispirato al viaggio di Telemaco nell’Odissea, oggi appare ingarbugliato e noioso ma allora presso l’intelligentia di corte era considerato un capolavoro pedagogico. Delle massime tratte dal Telemaco Luigi Augusto stampò 25 esemplari che con grande orgoglio corse a distribuire a tutta la famiglia e ai dignitari più importanti. Il testo conteneva una critica severa dei sovrani moralmente indegni che col cattivo esempio mettevano in pericolo la regalità, nella quale Luigi XV si era pienamente riconosciuto.

Presto chiamò a se il nipote.

- Signor Delfino – sibilò quando il bambino gli fu di fronte – con questo tipo di lavori avete chiuso, toglietevi dai piedi!

La Vauguyon indirettamente, rifletté fra se Luigi, era riuscito a rompere le scatole persino a suo nonno!

Antoine Paul Jacques de Stuer, di Quelén e di Cassade, conte e poi duca di La Vauguyon, marchese di Saint-Mègrin, era nato nel 1706 a Tonneins, una cittadina adagiata su bastioni di roccia a picco sulla riva destra della Garonna. Il suo viaggio dalla provincia a Versailles era stato lungo settecento chilometri, la sua marcia verso il potere facilitata, oltre che dal caso, da un insieme di caratteristiche psicologiche che anche oggi servono al successo: benché si professasse religioso e appartenesse al partito dei devoti, dietro le apparenze era interessato, privo di scrupoli, determinato, forte, maligno, oltremodo adulatore, presuntuoso e furbo ma, di conseguenza, poco intelligente. Da qui, dopo una carriera nell’esercito, gli si spalancarono le porte ambite della corte. Ambiente a cui si sentiva destinato tanto da credere lui stesso alla favola che si era inventata: una parentela di sangue coi Borboni. Anche gli uomini di smisurata avidità non possono però sfuggire alle leggi universali che rendono ciascuno uguale all’altro.

Quel giorno Luigi Augusto stava rientrando dalla caccia. Aveva fame e non vedeva l’ora di arrivare. Il bottino era ricco di selvaggina, pensava a quelle carni succulente. Si stupì quando al cancello vide la servitù gesticolare concitata nella sua direzione. Preoccupato accelerò il passo chiedendosi cosa fosse successo. Sulla porta smontò da cavallo. Maria Antoniettà gli andò incontro, gli prese la mano e disse:

- Monsignore un attimo di ritardo e non avreste più fatto in tempo…
- Per che cosa?
- Gli hanno appena dato l’estrema unzione…
- A chi?
- Al duca di La Vauguyon…

Luigi rimase in silenzio. In cielo si sentì un corvo gracchiare.

- Avete dimenticato quando origliava alle nostre porte? – chiese alla moglie
- Ormai se ne sta andando… - ribatté lei turbata.

Luigi provò un senso di irrealtà e di vuoto, si sentì vacillare ma non fece un passo.

- Andate da lui Monsignore – insisté Maria Antonietta.


A un tratto gli parve che le sue gambe avessero un moto di ribellione:

- Non voglio – rispose duro - fate preparare la cena.

E si allontanò, senza versare una sola lacrima, in direzione contraria. Non molto dopo Antoin Paul Jacques de Stuer, di Quelén e di Cassade, conte e poi duca di La Vauguyon, marchese di Saint-Mègrin, portò nella tomba quei titoli nobilari che i maligni dicevano si fosse affibiati da solo avendo fatto parte dell'istituto che assegnava onorificenze e signorie: era il 4 febbraio 1772.

 

* Gott sei dank = Dio sia ringraziato!

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