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Autore

Bruno Magnolfi

in archivio dal 08 mar 2010

18 giugno 1955, Follonica

19 febbraio 2012 alle ore 18:14

Senza respiro (ripresa cinematografica n. 10).

Il racconto

 
          Lei sale sulla corriera con modi quasi consunti, guardandosi attorno in modo sommario; prende posto sul sedile che le piace di più, accanto ad un finestrino, e si sistema con calma proprio mentre il mezzo riparte. Ci sono molte persone a viaggiare con lei, ma c’è qualcuno che prosegue ad osservarla con attenzione da dietro, ne studia i dettagli, i piccoli gesti, probabilmente pronto a seguirla appena scenderà da quella vettura. Lei, quasi per abitudine, estrae dalla borsa un libro tascabile, ne cerca la pagina giusta, inizia a leggere, forse per sentirsi lontano da lì. Scorrono i minuti e anche i chilometri della campagna, intervallati da borghi di case: tutto scivola fuori dai finestrini, come la pellicola di un film anche troppo realistico. Qualcuno sale ancora sul mezzo pubblico, ma la maggior parte dei passeggeri, ad ogni fermata, sa che ormai è arrivata a destinazione, considerata l’ora serale, e poco per volta la vettura si svuota. Alle spalle di tutti, il tramonto segna di arancio quel panorama ordinario.
          La donna lascia che tutto prosegua, quasi indifferente alle abitudini che giornate pressoché identiche hanno reso ormai priva di sensibilità; poi però ripone il suo libro, osserva fuori, per un momento, gli ultimi sprazzi di luce prima che la sera, tra pochi minuti, renda buio tutto quanto, e infine, con gesto femminile, si sistema la gonna, chiude i bottoni del suo soprabito, sa che la prossima fermata è la sua, si sente pronta per scendere. La corriera rallenta, lei si alza, altri due o tre passeggeri si sollevano quasi contemporaneamente dietro di lei. Tutti scendono il gradino di quel mezzo pubblico, uno dietro l’altro, qualcuno saluta il conducente, il pendolarismo compie ormai l’ultimo atto della giornata. La donna cammina sul marciapiede con passo svelto sopra i suoi tacchi, qualcuno continua ad andarle dietro, sono poche le centinaia di metri che la separano dalla sua abitazione, ma sufficienti per essere raggiunta da una persona che continua a seguirla. Lei non si volta, prosegue imperterrita a camminare, anche se avverte una presenza inquietante dietro di sé. Poi, alle sue spalle, qualcuno dice netto e a voce bassa il suo nome.
          Allora si ferma, si gira di scatto, come ormai consapevole quasi di quel suo destino, forse ha riconosciuto la voce, probabilmente la sua immaginazione ha già formato una figura nella sua mente, e soltanto i suoi occhi adesso possono darne conferma. I due si guardano, si osservano per qualche secondo, fermi, a distanza di quattro o cinque metri; la luce di un lampione rischiara la scena. Non c’è niente da dire, a lei spunta inarrestabile una lacrima, lui trattiene con sacrificio tutte le parole che avrebbe da dirle; poi arretra di un passo, di due; infine si volta, superando la sua volontà, lei non fa niente per cercare di fermarlo. La nostalgia di un tempo passato è fortissima, ma non c’è alcun significato nel cercare qualcosa che dia una variazione pur minima a quello stato di cose.
          Nessun saluto, neppure un gesto, soltanto il vedersi per uno sparuto momento da soli, alla fine di un giorno qualsiasi, come qualcosa che resti sospeso, un non detto, forse neppure pensato, il coraggio della fantasia che si spinge più avanti, oltre la concretezza di qualsiasi altra cosa, il senso di ciò che sarebbe potuto avvenire, forse anche avvenuto davvero, ma in una dimensione diversa. Infine il distacco, che resta la cosa più dolce e più dolorosa di tutte: inarrestabile, eppure così forte da fermare il respiro.

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