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Autore

Bruno Panebarco

in archivio dal 05 mar 2012

16 marzo 1959, Roma - Italia

segni particolari:
Non può vivere senza arte, musica e letteratura. 

mi descrivo così:
Come per i segni particolari, quindi scrivo, dipingo e faccio musica da trent'anni. Tre romanzi e un libro di fotografie pubblicati. Scriverò e suonerò anche in punto di morte. Lunga vita al lupo.

06 marzo 2012 alle ore 18:57

Non toccare la donna bianca!

Intro: "Non toccare la donna bianca!" fa parte di una serie di racconti brevi, ancora inediti, intitolati "Freak Memories". Sono flash velocissimi e duri, storie di vita vissuta, narrata con disincanto, sulla tossicodipendenza e altre disavventure come il carcere, i viaggi e l'amore ai tempi dell'eroina.

Il racconto

Prende un’altra pastiglia di Valium. Niente è andato come sperava in quella giornata di merda, a partire dalla Polfer che l’ha beccato in mattinata sui treni, a fare colletta, l’ha multato e letteralmente sbattuto fuori dalla stazione ferroviaria. Le poche lire che aveva in tasca le ha spese in birra e vino, uniche, blande alternative allo strapotere dell’astinenza. Adesso ancora una pastiglia di Valium. Barcolla nella biglietteria della stazione, domandando svogliatamente qualche moneta alle persone che incontra. Se lo becca di nuovo la Polfer gli fa un culo da piangere ma lui se ne fotte. Fa ancora alcuni metri trascinando i piedi, poi si siede tra le file di viaggiatori in attesa di acquistare un biglietto di viaggio. La gente in coda si scosta disgustata al suo passaggio, facendogli posto mentre si accascia sulla seduta di marmo sopraffatto dalla nausea. Chiede ancora qualche moneta alla persona a lui più vicina, una ragazza alta, stretta in un tailleur beige e quella, pur di toglierselo di torno gli sgancia mille lire. Bene. Altra birra in arrivo. Si alza a fatica e si avvia verso l’uscita che dà su via Nizza. I portici della strada sono affollati di gente. Studenti, turisti, puttane e tossici. Prende una birra da tre quarti al solito bar e comincia a berne a lunghe sorsate. Appoggiato con la schiena ad una colonna del porticato guarda la gente senza quasi distinguerne lineamenti e sembianze. Le figure delle persone gli sembrano sfocare nella nebbiolina che li avvolge. Si stropiccia gli occhi e perde l’equilibrio, rovinando a terra, alla base della colonna. Istintivamente tiene in alto la bottiglia, salvandola dall’impatto, poi la posa e mette giù le mani. Rimane un attimo a quattro zampe. Il mondo sembra ondeggiare meno in quella posizione. Lo sguardo schifato di una donna anziana lo spinge a riappoggiare le chiappe in terra. Vuole un sorso, Signora? La donna gli sibila un Và a cà, drugà! e riprende la propria strada. Ma vaffanculo! Si aggrappa al cestino dei rifiuti e si rimette in posizione eretta. Si scruta in saccoccia con la mano. Settecento lire, giuste giuste per un caffè.
Il bancone del bar gli sembra ondeggiare come una tavola in balia delle onde. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto riesce a mettere un po’ di zucchero nella tazzina e beve il suo caffè sotto gli occhi pieni di rimprovero del barista. Come la posa sul piattino, quello si affretta ad infilare tutto nella lavastoviglie. Non c’ho mica la lebbra, coglione! L’uomo lo guarda male ma non dice nulla. Si limita a controllare che lui prenda la via per l’uscita. Fuori, la luce del sole lo colpisce come uno schiaffo. Adesso si sente un po’ meglio. La vista gli funziona di nuovo e gli dice che a pochi metri da lui c’è una ragazza in minigonna, con le cosce bianche e turgide bene in vista. La gonna è così corta che ad abbassarsi un po’ le si potrebbe spiare sotto. Si china maldestramente e sbilanciato, senza appigli a cui reggersi, rovina addosso alla giovane, sporcandola con la poca birra rimasta nella bottiglia. Ancora in terra, guarda la donna dal basso verso l’alto, mentre quella scuote la maglia con le mani per cercare di levarvi le poche gocce di birra da sopra. Vorrebbe chiederle scusa ma non ne ha il tempo. Un colpo come una mazzata lo prende sulla nuca scaraventandolo con la faccia per terra. Adesso la nebbia è tornata insieme ad un dolore fortissimo alla testa. Mentre cerca di rialzarsi in piedi, una gragnola di colpi lo raggiunge al corpo e sul viso. Calci e pugni arrivano in sequenza, senza che lui quasi se ne renda conto. Sente solo in sottofondo qualcuno urlare improperi e bestemmie, ma neanche quelli gli risultano tanto chiari. Vede appena le forme dell’uomo che continua ad accanirsi sul suo corpo steso in terra, forse un nero o un marocchino, poi le urla e i colpi finalmente cessano. Con l’unico occhio che gli è rimasto aperto vede l’uomo e la donna allontanarsi sotto i portici. Anche se frastornato e dolente, si concentra sul fondo schiena della ragazza, come a prendersi un piccolo risarcimento per quella furia di violenza che gli è piombata addosso. Mutande bianche. Vede la donna voltarsi per un attimo e lanciargli uno sguardo pietoso, mentre l’energumeno che probabilmente le fa da pappone la strattona per un braccio. Si mette a sedere e sente il sangue colargli dal naso e dalla bocca. I passanti lo guardano rimanendo immobili, a distanza di “sicurezza”. Non muovono un dito per aiutarlo e lui li ringrazia ad alta voce, cercando a fatica di rimettersi in piedi.
Lo spettacolo è finito, andate fuori dai coglioni!
La piccola folla radunata sotto i portici si allontana commentando l’avvenimento o scuotendo la testa incredula. Con passo malfermo lui si avvicina alla vetrina del bar e vede riflesso lo sfacelo della sua faccia. L’occhio sinistro è gonfio e nero. Nonostante i tentativi non riesce ad aprirlo e gli fa un male  cane. Il labbro inferiore è spaccato in più punti e sanguina copiosamente. Sollevando la maglietta, in corrispondenza delle fitte lancinanti che sente arrivargli dal costato vede un paio di abrasioni rosso sangue. E meno male che era a mani nude!
Si avvia verso la fontanella posta all’esterno della stazione, cercando un po’ di sollievo dal refrigerio dell’acqua. Il liquido fresco gli causa fitte dolorose agli spacchi sulle labbra. Si siede appoggiando la schiena ad una colonna, pensando all’imbarazzo e alla vergogna di tornare a casa in quelle condizioni, mentre il sole comincia a tramontare e le ombre si allungano.
No, niente casa, cazzo! A sua madre gli prenderebbe un colpo a vederlo così. Si rialza e si avvia verso la stazione, cercando di sopportare le fitte che gli arrivano dal costato e gli attacchi di nausea che vanno e vengono. Un conato più forte lo costringe a piegarsi e scaricare in terra il contenuto del suo stomaco. Sembra un idrante dei pompieri. Fiotti di liquido scuro gli schizzano fuori in getti violentissimi. Dal mattino non ha messo in corpo una briciola di cibo. Con lo stomaco che ancora sussurra per gli spasmi torna alla fontana e si sciacqua la faccia, poi si riavvia verso la stazione. Non ha grosse alternative. Si butta su una delle sedie della sala d’attesa e piega il capo da un lato, esausto. Sa che se passasse la Polfer e lo vedesse in quello stato sarebbero di nuovo casini, ma non gliene frega niente. Non gliene frega un cazzo del mondo intero. Adesso vuole solo dormire.

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