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in archivio dal 09 ott 2006

Carlo Mieli

20 novembre 1970, Roma

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  • 19 gennaio 2007
    Le mie mani

    Sole.

    _acqua_
    resti ad osservare lento il mio percorso.

    Occhi
    naso
    labbra
    dieci le dita a dissetare,

    dieci a contare attimi di pelle
    _piano_
    a scivolare sul tuo viso chiudendo a fondo la tua carne
    _mia_

    sono,
    il mio lavarti il corpo le mie mani
    il tuo volermi piano.

    dentro.

    Il tuo sorridere al mio sangue
    quando scorri quella vena
    mia
    delle mani
    tua.

    Sei,
    delle mie mani l’eco
    e
    poi
    il punto ultimo fermato
    tu.

     
  • 19 gennaio 2007
    La mia schiena

    Il cuneo perfetto [nell’attesa]
    del gestosolco [creato]
    dal respiro che piano mi veste
    occhi
    viso
    mani
    pelle.

    Ecco il mio corpo chiuso
    tra le parentesi arcuate del tuo sguardo
    fermo, tra le curve del tuo seno
    vivo, nella voglia del tuo ventre.

    Mio.

    Parla ora la mia schiena
    alle dita rotte, sfamate ancora dalla pelle a fondo
    lacerata e rosa dall’unguento acre del piacere.

    Noi.

    Ecco la mia cura amore
    nell’assoluta nenia della carne
    in un plurale singolo

    ancora
    ancora
    sempre.

    Tu.

     
  • 19 gennaio 2007
    della Vita.

    Ho il cuore,
    che a battiti alterni solleva lo sterno
    ho il gesto,
    che a piccoli soffi aspira la vita
    mia,
    di te.

    Resto poi ancora ad osservarti piano,
    nel tuo sorrisosole che mi scalda
    o nell’immenso cerchio
    che quando guardi mi sovrasta.

    Della mia vita ho il tuo nome la tua pelle il cuore e del mio oltre

    non ho bisogni,

    se non tu
    ancora
    sempre
    tu
    sì.

     
  • 19 gennaio 2007
    Il mio sangue

    Germoglia nell’attesa viva di un silenzio fermo alle tue labbra,
    o della voglia chiusa alle pupille.

    Ancora.

    Schiude nella luce di due voci sorde all’apparenza,
    il suo colore,

    reo,
    di continuare la sua corsa tra le dita,

    rese,
    alla tua pelle.

    È nella fine del morirti dentro poi,
    il mio sangue.

    Del tuo sapore.

     
  • 19 gennaio 2007
    Le mie labbra

    Spaccate di parole utili all’inutile dire gonfio
    piene a fondo di gesti disegnati lungo i bordi
    piegate senza senso

    come orchidee rovesciate e stanche.

    Di sale avvolte,
    a volte, nel segnare il morso.

    Chiuso poi nei palmi a contenere.

    Rese fiere al tuo riflesso per quanto detto
    scivolano poi,
    ora,
    nel dirti amore in rime nuove.

    Domani, ne parleremo ancora.

     
  • 19 dicembre 2006
    Le mie dita

    Orfane della pelle oggi
    restano chiuse
    a trattenere il morso del tuo corpo agli occhi
    [oltre]
    il tempo sciolto come nebbia al cuore
    è
    la

    [mancanza viva]

    lasciata scivolare lungo il collo sul petto nel ventre

    [vuoto]

    dieci a contarti gli occhi asciugandoti il vecchio male
    dieci a contenerti nello spacco del petto
    dieci
    ad amarti le mie dita

    orfane della pelle oggi
    restano tese
    a scriverti ancora della schiena arcuata e della vita
    ad aspettare un sempre

    tu.

     
  • 04 dicembre 2006
    La mia carne

    Ha il sapore del tuo seno la mia carne,
    un’impronta lungo il collo
    tra le spalle.
    In un segno, [a fondo]
    delle labbra

    della voglia

    dei miei denti.

    la mia carne è nel tuo petto
    sulla cicatrice stanca
    sullo spacco della vita
    nella ruga

    sotto il labbro.

    Di una notte sempre chiara la mia carne ha il tuo colore.

    dentro un cuore.

    [mio].

     
  • 04 dicembre 2006
    La mia pelle

    E' cicatrici e crepe
    dalla curva del tuo seno al sorriso del cuore che veste
    ha il sapore delle labbra appena scritte sul mio corpo la mia pelle.

    E' il tuo vestito.

    ha il colore del respiro che mi cedi
    il sapore del piacere
    la fatica dell’essere [sempre] uno
    nell’interminabile assenza dell’ingoiarci.

    Tesa come terra appena asciugata
    [e arresa] poi
    come corda sciolta al peso della mancanza

    la mia pelle ti veste e accoglie
    appesa sulle dita
    avvolta nella mano
    rinchiusa sempre nei miei passi verso i tuoi

    la tua pelle,

    mia.

     
  • 04 dicembre 2006
    Fiori secchi

    Resto, ad osservarli ancora sul vestito
    nel pasto avaro di una vecchia vita
    o nel ricordo satinato di una foto bianca da tenere.

    Eppure li hai bagnati ogni giorno con le lacrime asciugate dalla gonna.

    Il troppo sale [forse] non li ha nutriti.

    Resti,
    di giorni nudi e capelli biondi
    o di papaveri a graffiare a fondo gli anni nuovi lasciati inermi sul soffitto di quel cuore
    appeso ancora,
    a quella carta moschicida.

    E li hai bagnati a lungo [sempre] con le lacrime asciugate dal vestito
    ma di quei fiori secchi ora sulla pelle, ti rubo il sogno

    e cullo ancora tra le rughe fatte mie
    i tuoi capelli e quel sorriso

    solo.

     
  • 24 ottobre 2006
    L’ultima donna di Botero.

    Perché a guardarla non è mai abbastanza

     

    e di quel viso dipinto dentro l’altro


    porti il riflesso ad altra luce.


    E non c’è donna al mondo, che sia madonna o Monna Lisa


    a contrastarne il passo.


    Blasfema la sua voglia nella mia.


    Né Ballerina o quel Torero può parlarne.


    Solo a guardarla hai altra vita


    e scrivi al tempo di versi o storia


    in modo antico,


    per sempre ancora.


    Di quel suo viso.

     
  • 24 ottobre 2006
    Nel tuo mondo spezzato

    Stridono due cuori nello stesso petto
    lo spazio del respiro è controvento alla ragione
    e poi cammini
    i lividi sull’osso sono inverni delle vene
    e l’hai seguita ancora la sua strada, con lei il mio odio
    per quel tuo battito più fermo oltre il costato

    strapparti via feroce da quel letto
    e bestemmiarti lacrime sul viso
    piangendoti d’amore nel mio cerchio

    la tua metà.

     
  • 11 ottobre 2006
    Mia eretica Sposa

    "L'amore è un ossimoro quando sei la sposa eretica di un sognatore"

    Distante le voci si vestono
    di altri sguardi e nuove luci
    respiri ancora avida le parole
    mia dolce Sposa eretica e nuda

    di mille anni è il nostro ieri
    racchiuso in vite mai combaciate
    descritto ancora in oscuri tomi

    assaporo infine il tuo gemere leggero
    mia antica linfa.
    Diamante nero.

     
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  • Come comincia: Hamar ha due figli grandi, uno in arrivo, e lavora tutto il giorno. Non parla molto di lui o di quel che ama, a dirla tutta non parla proprio, un tempo credevo fosse muto, poi ho capito: basta guardarlo in fondo per capire tutto.
    Hamar è negro e suda molto. Alle otto ogni mattina è pronto a fissare i bulloni sulle piastre, apre il forno e il caldo gli appanna gli occhi: la pistola ad aria compressa nella mano destra, le scarpe pesanti ai piedi.
    Alle otto e trenta è già sudato e puzza, ma Hamar è negro.
    Mio padre torna tardi la sera, sa di vino e di bestemmie, lavora sempre tutto il giorno, quando vuole, e di problemi lui ne ha tanti, dice. Mio padre è bravo a fare il suo mestiere, ma mio padre è bianco. Come me.
    Mio padre si è sposato a diciotto anni, aveva conosciuto mia madre andando a messa, è sempre stato molto cattolico e praticante mio padre, ha voluto subito mia madre, subito dopo quel giorno che è rimasta incinta; mi ha sempre detto, mio padre, che il Dio dei giusti ci guarda e ci protegge, e mio padre è giusto, mio padre è bianco.
    Hamar non fa mai la spesa, lui lavora e basta, lascia che sia la moglie ad occuparsi di queste cose. E' negra come lui quindi puzza come lui, credo.
    Non ho mai visto da vicino la moglie di Hamar, solo in lontananza, con i figli per mano che sorridono felici anche se sono negri.
    La portinaia mi ha raccontato che quelli li hanno promessi da bambini, dice che nelle tribù funziona in questo modo, viene deciso da piccoli chi bisogna sposare, e loro sono stati scelti appena nati. A vent' anni si sono sposati e dopo qualche anno è nato il primo dei loro figli, erano felici mi ha detto la portinaia. Erano felici, chissà perché.
    Mio padre non ha mai fatto la spesa: quando torna la sera si sdraia sul divano per bere e bestemmia, bestemmia.
    Bestemmia.
    Solo a volte parla.
    Mia madre compra quello che può, come il vino e quella crema strana che puzza e unge ma che fa bene contro i segni che le lascia mio padre sulla pelle quando è troppo stanco, ma lui lavora, lavora tanto e non ha mai tempo per capire quel che vuole lei.
    Noi.
    La moglie di quello esce sempre vestita con una specie di lenzuolo tutto colorato, ne avrà una ventina credo, di tutti i colori, e ride con tutti, saluta tutti, anche la portinaia quando la vede, anche Hamar sorride tanto e si vede bene su quel suo viso negro, quando passa sotto casa lo guardo a lungo. I suoi bambini sembrano allegri, gli vogliono bene, credo.
    Chissà perché.
    Ha una macchina piccola e di troppi colori, riparata spesso dal carrozzaio all'angolo, fa rumore quando è in moto, ma lui ride sempre se sta con quei piccoli animali negri.
    Mio padre invece non sorride mai, e non ricordo più i suoi denti, ma in fondo lui è stanco e lavora tanto, non ha poi molto da sorridere: l'affitto costa fatica e sudore, dice sempre così lui.
    La macchina non l'ha più, l'ultima volta si è fermato contro un semaforo, aveva bevuto troppo perché di problemi ne ha tanti e almeno così si aiuta un po'.
    Quando lavora Hamar non capisce mai la lingua, è troppo difficile per lui l'italiano, qualcuno gli parla in francese, qualcuno prova a spiegargli le cose come si fa con gli animali, altri a gesti gli dicono cosa fare, lui continua il suo lavoro, sorride e suda.
    Avvita bulloni e vive dentro quei forni, è negro e puzza, ma è sereno, chissà perché.
    Ieri mattina ho visto il postino che gli ha portato una busta, ha detto qualcosa nella sua lingua e la moglie gli ha risposto, hanno riso insieme e poi è uscito, la portinaia mi ha detto che era una multa.
    Negri.
    Non sanno leggere e gli fanno la multa, poi ridono.
    Mio padre sa bene l'italiano, lui è bianco e conosce la differenza tra un divieto di sosta e un senso unico, non ha mai preso una multa, tranne quella volta che ha sbattuto. La polizia lo riportato a casa in piena notte, ma il processo è stato veloce, nessun ferito e nessun problema, era da solo in auto, pochi danni alla proprietà pubblica, solo lui ci ha rimesso.
    E io.
    E mia madre.
    Solo qualche livido in più il giorno dopo, ma lui è stanco, ha tanti problemi e noi non lo aiutiamo molto.
    Mio padre ha fatto ogni lavoro, capisce bene cosa fare, ma lui è bianco e non può mica morire come un negro, ha i suoi diritti lui e ogni giorno li fa valere, per questo quelli vogliono solo gente come Hamar, perché quelli basta che lavorano per mantenere la famiglia, si farebbero uccidere per i figli e per la moglie, senza pensare ai loro diritti e a ciò che è giusto, sono negri che ne sanno loro di quello che è giusto, che ne sanno loro della vita.
    Mio padre sì, che sa che cosa fare.
    Il mondo gira ogni giorno, Hamar ha due figli e un terzo in arrivo, mio padre beve e puzza di vino e bestemmie. Io sono bianco e so bene come vanno le cose: sono come mio padre.
    Hamar invece non lo sa come va il mondo, ama la sua famiglia e vuole il meglio per lei, lavora sempre suda troppo.
    Hamar non è mio padre, io sono bianco, Hamar non è mio padre e non lascia lividi sulla pelle dei suoi piccoli animali negri.
    Hamar sorride e mi saluta quando passa.

     
  • 14 febbraio 2007
    L'ultima donna di Botero

    Come comincia: “Non tocco più il vino e nemmeno le sue donne, troppo false nel darsi e fredde nel versarsi in coppe fatte di cuori e mani unite, e sì che ne ho avute tante io”.

    Diceva sempre così ormai, fermo in piedi sulla porta del ristorante all’angolo di via Roma, “Il Brigantino”.
    A vederlo immobile appoggiato allo stipite di quella porta, una qualsiasi, tra il serio e il fondo del bicchiere credo che in pochi lo avrebbero ascoltato nelle sue fantastiche storie di donne e avventure tra pelle e cuore.
    “Non lascio più alle donne di vino il tempo di segnarmi la pelle”.
    Quando lo incontrai la prima volta, non faceva altro che ripetere questa frase, “non lascio più alle donne di vino il tempo di segnarmi la pelle”.
    Era di mercoledì se ricordo bene e giugno ormai era prepotentemente entrato a far parte dei miei giorni colmi solo di lavoro e pensieri uniti a formare una normale monotona normalità.

    A volte ho creduto davvero che la normalità fosse la cosa più trasgressiva che potevo avere, a volte oggi, nel ripensare a lui e alle sue storie penso davvero che quelle donne mi abbiano cambiato la vita.

    “Tonnarelli con cozze e vongole, e una bottiglia di Greco di Tufo grazie”.

    Un piatto insolito per me, compreso il vino, preferisco il rosso fermo come si dice dalle mie parti e in più non sopporto le cozze, ma forse quella sera tra le storie che raccontava lui e la mia voglia di tornare a respirare, quella scelta tanto diversa dai miei soliti gusti mi sembrò la cosa più normale da fare.
    Ancora non ero riuscito a finire il libro, benché nella mente le sorti dei miei personaggi fossero ben definite e delineate non avevo voglia di concluderle, non so, mi sembrava allora e tutt’ora, una sorta di morte improvvisa della creazione, della fantasia così come la vedevo io, il mio cammino.

    Il “Brigantino” era proprio all’angolo di via Roma, alla destra dell’entrata una grande botte a delimitare lo spazio della cassa, l’arredamento del locale era composto da un misto etnico ben abbinato ai colori tenui del bianco e dell’ecrù, un uomo, forse il proprietario, mi fece cenno di seguirlo e mi accompagnò ad un tavolino d’angolo.
    Alla mia sinistra poco distante due ragazzi erano intenti in una sorta di discussione sull’uso delle posate nel mangiare la pizza.

    “Chi è quel tipo?”
    “Chi Giulio? Un brav’uomo, racconta storie per un bicchiere di vino”.

    A raccontare storie la vita sembra quasi scivolarti addosso, spesso mi sono lasciato bagnare dai ricordi e dalla voglia, e Giulio in fondo, non era altro che un riflesso diverso dal mio.

    “Non lascio più alle donne di vino il tempo di segnarmi la pelle, vuoi che ti racconto una storia?”
    “Che cosa puoi dirmi che non conosco già?”
    “Mi offri da bere?”

    Con queste poche parole Giulio si presentò, ordinai un mezzo litro della casa perché “è il più buono” disse, poi iniziammo a parlare.

    “Tu lo conosci Botero? Quello che dipingeva le donne grosse, lo sai perché le faceva così?”
    Il vino non era ancora arrivato al tavolo che lui iniziò subito con le sue storie, costruì, quel giorno, tutto il pranzo intorno a Botero e alle sue tele, benché fosse un uomo semplice e molto affezionato al vino riuscì stranamente a trasportarmi all’interno delle sue parole.
    Rimasi fermo, immobile nell’ascoltarlo e nel provare una certa forma d’invidia nei suoi confronti e nella sua capacità di trattenermi ancorato ai suoi ricordi o alle sue invenzioni, se solo i miei scritti avessero avuto quelle capacità, il mio nome sarebbe già stato sui libri scolastici.

    “La Monna Lisa capisci, ha dipinto la monna lisa con un sorriso che farebbe invidia a chiunque, e la Ballerina poi, ma hai visto con che grazia prende la scena, e quei visi, quei visi io lo so perché sono così, io lo so.
    Non lascio più il tempo alle donne di vino di sfiorarmi il cuore, troppo finte nel donarsi e avare nel dire il vero.”

    A tratti mi era difficile riuscire a seguire i suoi pensieri, saltava da un discorso all’altro con la stessa facilità con la quale si girano le pagine di un libro.

    “Lo sai che i figli inventati non sono mai nati, le rose blu sono finte e io, non lascio più alle donne di vino il mio nome.
    Mi piace Botero amico mio mi piace il motivo che lo porta a disegnare quei visi, lo sai tu vero, lo sai che quando si ama non basta mai la pelle o il cuore, è sempre tutto così poco e limitato, così minimo rispetto alla voglia che abbiamo di appartenenza, rispetto alla sete che sentiamo di chi ci vive dentro.
    Lui lo ha capito, Botero lo sapeva amico mio e dipingeva sempre un viso dentro un altro perché non ne aveva mai abbastanza dell’amore che aveva dentro, non conosceva la fine del suo cuore e per questo disegnava cosi grande.
    Versa da bere amico che ho la gola secca.”

    Ogni bicchiere che gli versavo mi dava la possibilità di ascoltarlo e di specchiarmi in lui, per la prima volta nella mia vita avevo un senso nell’ascoltare piuttosto che nel dire.
    Avevo, ho passato una vita intera e ancora lo faccio, nel raccontare il mondo dei miei occhi a chi occhi non ha più per vedere quello che realmente ha importanza, che sia amore, sesso dolore mancanza o appartenenza.

    “Mi offri anche il caffè vero amico mio, mi piace il caffè anche se non ha il sapore che immagini quando apri la confezione.
    Mi piace il caffè.
    Mi piace Botero e la sua mano rotonda, mi piace il mondo e la vita, perché lo sai vero che è bella, sono gli essere umani che la rendono invivibile, ma se trovi il giusto incastro amico mio, se trovi lo sguardo che ti contiene o la voce giusta che ti canta la vita ha il sapore che ti appartiene.
    Un giorno perfetto sarà per te quello, un giorno perfetto.
    E lo sai vero, in un giorno perfetto io l’ho avuta l’ultima donna di Botero, tra le labbra e sulla pelle, a disegnare un nuovo quadro fatto d’argini e vecchi cuori da sfregiare.

    Nessuna più come lei mi ha guardato e segnato, nessuna più come lei ho qui adesso, distesa nuda a sfondare gli occhi e il cuore.
    E non c’è vino a colorare il suo sapore, o parole troppo stupide lasciate andare.
    C’è solo lei qui nel petto, l’ultima donna di Botero,
    mia.”

    Devo andare ora, mi porta il conto per favore!

    “Va bene amico mio va bene ti ringrazio di tutto e del vino, ma se rimani ancora un po’ ti posso dire un’altra storia, vuoi sapere dei Girasoli di Van Gogh?”.

     
  • 12 dicembre 2006
    A rivestire un’anima.

    Come comincia:

    Brucia a fondo la pelle stasera, le vene piene battono a disegnare una strana geografia viva sulle mani, leggermente ne sfioro una, con pollice e indice la sento scorrere sui polpastrelli, con pollice e indice inizio piano il suo cammino,
    feroce la vita,
    la mia,
    sulle labbra,


    di me lo sai,
    che non avrò mai tempo
    di aspettare fine
    sarò io stesso
    la mia


    Le mani ora, non più le mie, ferme ad osservarmi.
    Le labbra sole a parlare preghiere sui miei occhi, di questa morte sarò il padrone ultimo, con giusta calma e delicato passo, nel tempo retto ne seguirò il percorso,
    un solo salto forse,
    la strada corre,
    le luci fredde che si accavallano il profilo.

    Tremi,
    ad ogni lettera caduta,
    di quel parlarti magro ora ho solo l’eco, su quella strada ho lasciato spento il mio riflesso,
    a te lo sguardo sulle tue metà,
    a te lo sguardo lì sullo sterno,
    a te lo sguardo.


    [se tu capissi il battito isolato
    di un cuore stretto
    rinchiuso a fondo oltre ragione
    il tuo per me
    l’appartenenza ultima
    respira]


    Le anime incrociano l’intersezione di un cuore, nell’esatto cuneo dove i polpastrelli intersecano la ragione. Il battito asincrono ritrova il suo gemello.
    Occhi.
    Mani.
    Labbra.
    Menti.
    Due.
    Respiri affannati ad incorniciare un tempo lento, immobili gli occhi a scorrere oltre le vene, a percorrere ancora giorni lontani che raggiungeranno il punto ultimo,
    l’arrivo.


    Sarà silenzio a volte
    di pelle unita
    tra labbra aride divise
    sarà consenso
    feroce il sangue che ci veste
    sarà di noi.


    Brucia a fondo il mio domani questa sera,
    e sarà ancora un altro
    e sarà ancora altro
    e sarà ancora,
    te.

     
  • 18 ottobre 2006
    Margherite di tempo.

    Come comincia: Il giorno non ha mai aspettato che fosse un nuovo giorno, lui c’era, c’è sempre stato ad osservare i nostri corpi distesi, anche allora, in quella piccola casa incastonata sulla spiaggia.
    Ha iniziato con il suo lento incedere a solleticarti gli occhi, con pochi leggeri sfregi di sole ha accarezzato il tuo viso ed io, ormai intento ad osservare le piccole virgole delle tue labbra; sfogliavo i minuti di quella che sarebbe stata la nostra ultima margherita di tempo.

    Le ore, non lasciano mai orme sulla sabbia.

    Con il suo fare burbero e schiumoso il mare cercava quasi di entrarci dentro, quasi volesse imprimere a pelle il suo colore e la sua rabbia, quasi volesse segnare ancora di più quegli ultimi petali di tempo, uno sull’altro, ammassati alla pelle e agli occhi, confusi in attimi dilatati a favore dei polpastrelli, ristretti in ultimi tocchi di labbra aride per le troppe assenze.
    Sfacciatamente complice un goccio di sole si arrampicò sull’argine delle tue labbra, per essere preso dalle mie, gli occhi delicatamente compiaciuti dal calore decisero di aprirsi a me, a noi.
    - Ciao.
    Ancora un’ombra da far scivolare sulla sabbia di un’altra clessidra consumata e stanca, un altro petalo caduto avrebbe distillato i gradi di quell’addio.
    - Buongiorno.
    Il ticchettio dei battiti, le lenzuola arrampicate egoisticamente sui tuoi seni, il tuo corpo nudo e il tuo sorriso.
    - Buongiorno.

    Buon-giorno.

    Lo sai che ho sempre amato sillabare le parole importanti per me, anche quando non sapevo farlo, ma sai che mi è sempre piaciuto sottolineare dei passaggi in cui il tempo avrebbe dovuto creare una sorta di organza per contenersi intatto, evidenziare l’attimo, espandere il momento, come se per me certe cose andassero pronunciate in grassetto.

    Parlo scrivendo.
    Lo sai.

    Il cielo distrattamente continuava ad osservarci, sì, distrattamente, quasi come se quello che stava accadendo sotto di lui non fosse altro che la semplice normalità programmata, la semplicità di un attimo.
    Non era così; non era così allora come non lo è mai stato prima, per noi la normalità era l’appartenenza ad altri luoghi, lo specchiarsi in occhi diversi da quelli che quel giorno avevamo davanti, era il profumo di un’altra pelle, il colore di un altro letto, suoni distrattamente opachi e colori rumorosi e vuoti, quella era la nostra giusta normalità.

    Ricordi di sabbia.
    Poi.

    Amaro il seguito dei gesti, piccole corolle d’aria senza petalo e profumo, il tempo è scivolato via con la sua classica solida, banale costanza. Con quell’incedere ritmato che appartiene al cuore in corsa.
    Quel ticchettio scomposto di due anime sovrapposte.
    Il giorno ha continuato la sua corsa, il sole è tramontato sui tuoi seni, gli occhi hanno specchiato voglia e gesti, le mani, sole, hanno scheggiato brividi scomposti.

    Due orme in più, su quella spiaggia.

    Sfogliano ancora, margherite di tempo.

     
  • 13 ottobre 2006
    Signed Jack the Ripper

    Come comincia: Londra, 30 novembre 1888.

    Mio caro Warren, ho sempre amato leggere sai, carpire quello che prova chi scrive nell’immedesimarsi in ciò che vuole riportare, in ciò di cui parla, non so se mi sono spiegato, non so se la tua mente è in grado di capire ciò che intendo, cercherò di essere più chiaro amico mio.
    Come fanno quei giornalisti a scrivere di me, come credono di riuscire a fermare su carta ciò che penso, quello che vedo quando sono quello che sono, mi diverte leggere la loro immaginazione, apprezzo la fatica che fanno per dare un senso al mostro; apprezzo te mio caro che con tanto impegno, così dicono, hai cercato di fermarmi. Sai, c’è chi dice che mi hai aiutato, alcuni dicono altri confermeranno sicuramente negli anni a seguire, che quel tuo ordine di far cancellare la scritta che avevo lasciato sulla porta accanto a loro il 30 settembre, sia stata una forma di difesa nei miei confronti; dicono, diranno questo perché sono certi che tu mi conosci. Mi conosci Charles?
    Ti starai chiedendo il significato di questa mia, starai cercando ancora di capire, sono sicuro che adesso ti passano davanti agli occhi tutte quelle immagini, stai cercando un nesso tra quello che hai visto e quello che stai leggendo, lo so, la tua mente cerca ancora di fermarmi, vuole ancora carpire i miei segreti. Voglio aiutarti capo, voglio darti un indizio credo che te lo sia meritato: io non ho segreti.
    Andiamo per ordine, per grado, capisco che tu come tutore della legge voglia rispettare le gerarchie, l’incedere corretto dei tempi e dei luoghi.
    Non mi dilungherò parlandoti della mia infanzia, ti lascio la piena libertà di credere ciò che più ti piace, di pensare al motivo che possa giustificare alla tua mente il mio comportamento, sì mio caro, voi tutti dovete giustificarmi; è una cosa che non capite, che non accettate e quindi dovete trovarne il motivo, dovete dare un senso alla mia arte, altrimenti per voi sarebbe troppo difficile, sarebbe inaccettabile senza la giusta causa che ha scatenato l’effetto. Voglio darti un altro aiuto: non c’è nulla da capire di me.
    Andiamo per ordine dicevamo, quand’è che Scotland Yard ha deciso d’interessarsi a me, credo dopo il 31 Agosto se non sbaglio, non ho molta memoria per le date, ma tu ispettore Charles Warren dovresti saperlo meglio di me. Credo proprio fosse il 31, sì.

    31 Agosto 1888.

    Le hai mai visto il viso prima di quella mattina?

    Hai mai toccato i suoi capelli o sfiorata la sua pelle Charles?

    Dimmi, credi che la sua pelle fosse profumata o immagini che animali di quella risma abbiano il puzzo fin dentro l’anima. Mio caro io non credo che tu abbia mai visto quella donna prima di allora, non sei un frequentatore abituale di East End, troppi topi per le strade, vagabondi che dormono lungo i muri delle case e puttane che si danno per qualche scellino, no, non penso che tu conoscessi Mary Ann. Per me è stato un colpo di fulmine amico mio, mi sono avvicinato come un cliente qualsiasi, lei ha detto il suo prezzo, dovevi esserci avresti dovuto vederla come era contenta della sua battuta di caccia, aveva trovato la sua preda. Devo ammettere un mio errore però, non ho fatto un buon lavoro quella volta, alla fine il disegno non era armonico il taglio della gola era giusto, ma forse troppo profondo, mi sono lasciato andare credo e le vertebre esposte sinceramente non erano nei miei piani, ma devi ammettere che successivamente sono stato più accurato, non credi capo?

    Il giorno dopo li ho letti i giornali, come sempre ho continuato la mia vita normale, inizialmente avete dato poco peso all’accaduto, certo non sono passato inosservato lo ammetto, però né voi né i giornali avete capito bene. Avete affrontato la cosa con un po’ di leggerezza forse, ma d’altronde chi era Mary Ann se non una semplice puttana. Spero che tu stia seguendo con attenzione quello che ti sto scrivendo, mi auguro che anche se ormai non fai più parte di , possa apprezzare lo stesso questo mio piccolo pensiero; dimenticavo, non ti ho ancora detto quanto mi sia dispiaciuto che tu ti sia ritirato dal tuo incarico, è successo da poco eppure mi sembra sia passato troppo tempo amico mio. Non ti spiace se ti chiamo così vero?

    08 Settembre 1888.

    Annie Chapman.
    Aveva dei bei capelli bruni, quella sera li portava raccolti dietro la testa e fu quasi un peccato tagliarle la gola, non volevo ma anche lì fui troppo duro nel taglio, però quando iniziai con l’addome mi concentrai più a fondo, anche se non venne proprio come speravo con la testa, con gli organi interni fui più preciso, non trovi che sia stato più bravo rispetto alla prima, le asportazioni erano più nette più precise, più accurate. Come sai non vi ho lasciato tutto di lei, mi sembrava superfluo, alcuni pezzi li ho tenuti per me e credo di essermelo meritato dopo tutta quella fatica. Il difficile è stato riuscire a strapparle i pezzi tra le gambe Charles, non voglio essere volgare con te, hai capito a cosa mi riferisco. Annie la Bruna è stata un gradino in più verso il mio disegno. Voglio aiutarti ancora Warren, mi sei simpatico e perciò non devi sforzarti troppo nel tentativo di trovare la giusta motivazione per ciò che faccio, la risposta l’avrai al momento opportuno, non temere sono di parola io.
    Da quel momento tutti avete iniziato a parlare di me ricordi? In questo periodo di cambiamenti con l’avvento dell’industria e della meccanizzazione, i giornali stanno avendo molto potere sul popolo e ciò che ho fatto è stato visto da tutti, è sulla bocca di tutti, da quel momento le notti di Londra sono state in attesa di un nuovo disegno, di un mio nuovo regalo.
    Come ti ho detto all’inizio di questa mia ho sempre amato leggere, ma ancor di più amo passeggiare per le vie di Londra, mi piace la nebbia che la veste; le vie che di notte sembrano le vene in subbuglio di un corpo qualsiasi. Berner Street mi piace lo sai, ricordi come si chiamava quella lì? Certo che lo sai, sicuramente mentre stai leggendo avrai accanto a te sul tuo tavolo tutta la mia storia, mi sembra quasi di prendermi gioco di te nel dirti queste cose, tu sai tutto di me. Elizabeth Stride, era questo il suo nome per esteso, è questo che hanno scritto, io conoscevo solo quello che mi dicevano loro, nulla di più. Con lei non mi sono divertito molto, ma dopo continuando nella mia serata sono arrivato a Mitre Square, lì ho incontrato Catherine era il 30 settembre se non sbaglio, no, non sbaglio, Catherine Eddowes mi ha dato maggior soddisfazione, con lei il disegno è stato migliore, l’ho sgozzata con più attenzione, le ho asportato l’utero e altre parti inutili per lei, poi le ho fatto tanti piccoli disegni sul viso, ricordi cosa hai provato quando l’hai vista? Capo tu sei stato più fortunato di me devo essere sincero, io non ho potuto ammirare bene ciò che facevo, il sangue copre tutto e perciò i tagli che le ho fatto sul viso non erano molto chiari, troppo sangue, ne aveva troppo quella puttana, mentre tu sei riuscito a vederla bene in viso. Dimmi è stato emozionate vero?
    Voglio farti una domanda adesso; perché hai fatto cancellare quella scritta, l’avevo lasciata su di una porta ricordi quello che diceva vero? ’’Gli ebrei non sono uomini da farsi biasimare per niente’’, davvero non capisco il tuo gesto, però la cosa non è passata in secondo piano, da quel preciso istante avete iniziato a credere che io fossi un ebreo, molti hanno invece pensato che tu mi conoscessi e che mi stessi aiutando, anche quella volta il mio disegno non risultò armonico Warren, non dovevi farlo.

    09 Novembre 1888.

    Miller’s Court.
    Quando sono passato per Miller’s Court, lei stava cantando, era in compagnia di un cliente credo, l’avevo già vista altre volte Mary Kelly, quindi ho deciso di aspettare che finisse, aveva venticinque anni ma questo tu lo sai, è stata la mia migliore esposizione quella, devo essere sincero, sono rimasto soddisfatto di quella sera. Sono rimasto piacevolmente colpito anche da quanto scritto sui giornali dopo, “l’Orrore di Miller’s Court”, non capisco perché il termine orrore capo, ho lasciato tutto in ordine sul suo letto, sono stato accurato nel disporre le sue interiora sulle lenzuola, il cuore no, lui è con me; le gambe aperte che come sai era la cosa che sapeva fare meglio, l’addome svuotato di tutto ma con ogni cosa al suo posto intorno a lei, il viso poi, non credi che sia stato bravo nel riuscire a toglierle ogni parte della faccia senza intaccare i capelli, le cosce sono riuscito a strappargliele senza rovinare minimamente le ginocchia le ho lasciato anche le calze ricordi? Le braccia gliele ho ripiegate nel vuoto del tronco. Ho fatto le cose con calma quella volta, ho avuto tutto la notte per lavorare, ho avuto tutto il tempo necessario per disegnare. Sì era così che doveva essere.

    Capo Charles Warren, io non ho segreti, non c’è nulla da capire di me, ho solo fatto quello che avevo voglia di fare.

    Distintamente vostro.
    Jack.