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in archivio dal 10 giu 2011

Carmine Rosano

16 ottobre 1977, Napoli - Italia
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  • 10 giugno 2011 alle ore 13:57
    Lentamente

    Come comincia: Si rigirò nel letto sfatto, nelle lenzuola accartocciate e bagnate di un sudore freddo, ormai gelido, incapace di ritrovare il suo tepore, riflesso di un’illusione, del tentativo di un inganno che barcollava, esitando nel disperato tentativo di reggersi ancora in piedi. Si voltò e rimase sospesa in un’attesa indefinita, come se fosse intenta ad ascoltare un suono distante, un’eco di parole che faticavano a trovare la strada di casa, parole perse nel vento silenzioso di sguardi che precipitavano nel vuoto, cercando di evitarsi, di nascondersi tra le pieghe di un’abitudine che li logorava, ma allo stesso tempo li faceva sentire al sicuro. Gli occhi, i suoi occhi… nulla di più scontato e banale di un paio di occhi. Lo specchio dell’anima… la solita, inutile, frase fatta. Si potrebbe provare ad andare in giro per strada e dire al primo idiota in cui ci imbattiamo: occhi. Di sicuro, dopo il primo smarrimento che proverebbe nel vedersi gettata in faccia quella parola, buttata lì, senza alcun motivo, sorriderebbe, imbarazzato, ma poi subito risponderebbe lo specchio dell’anima. Già, non c’è nulla di più scontato e banale di questo: Gli occhi sono lo specchio dell’anima. Eppure, per quanto banale, era proprio così. Dagli occhi colano le emozioni, anche quando facciamo il possibile per trattenerle, o forse negli occhi si concentra tutto, ogni più piccolo movimento ed espressione del nostro corpo si condensa in quei piccoli buchi acquosi che tanto affascinano i poeti. Solo allora capii, solo in quel preciso istante compresi che le cose finiscono perché devono finire, che non c’è nulla di cui sorprendersi, nessun motivo per cui disperarsi o interrogarsi, logorandosi con inutili domande. Lo capii guardandola negli occhi, in quegli occhi grandi, scuri, profondi, quegli occhi che erano cambiati, senza un perché. Erano diversi i suoi occhi ora, non erano più i miei, non erano più quelli che avevo baciato, leccato, in cui ero precipitato e infine annegato. In fondo, non c’era proprio nulla da capire, le cose iniziano, senza ragione, e nello stesso, identico modo, finiscono, solo che noi non ce ne accorgiamo, ed è questo che ci coglie di sorpresa, è questo che ci spinge a chiederci il perché, a cercare un modo per evitare l’inevitabile, provando un profondo senso di sconfitta che ci annienta, se falliamo. Ma la fine era già lì, forse era lì fin dall’inizio, solo che eravamo troppo distratti per notarla, e quando ci ritroviamo faccia a faccia con lei, distogliamo lo sguardo, siamo troppo stupidi e testardi per riuscire a fissarla negli occhi ed accettarla per quello che è… semplicemente la fine, nient’altro che questo. Ed allora, meglio alzarsi e andare via, invece che restare fermi aggrappandosi ai titoli di coda che inesorabilmente scorrono sullo schermo.