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Racconti di Catia Capobianchi

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  • 16 giugno 2014 alle ore 20:32
    La Sindrome di Otello.

    Come comincia: “E' finita!”
    “Cosi senza una parola?”
    “Sì così!”
    “E poi?”
    “Se né andato..”
    Clara rimase a guardarmi sconcertata, gli era impossibile credere che per l'ennesima volta fossi stata mollata. Me né stavo con la testa china a osservare la sua foto. Me la diede dopo una settimana che ci frequentavamo, disse che dovevo guardarla quando mi mancava, poi quando tornava, mi abbracciava facendomi tante coccole e immancabilmente finivamo con il fare l'amore. Anch'io gli diedi una mia foto sperando che anche lui facesse altrettanto. Questo scambio nonostante l’apparenza frivola, rendeva il nostro rapporto più bizzarro unendoci nei momenti in cui non eravamo assieme, perlomeno così era per me. “Mi ha ridato la foto..”
    “Margherita - disse Clara con una punta d'ironia che detestai - ti sono vicino nel tuo dolore, ma quella foto è passata in tante di quelle mani! Ti rendi conto? Ogni qualvolta che incontri un uomo, dici che è quello giusto e gli rifili la stessa foto! Almeno cambia. Pensa se qualcuno dei tuoi fidanzati s’incontrano.. e sai come sono gli uomini. Magari si confidano le loro avventure né esci tu e la tua foto, sempre la stessa. Non è ridicolo?”
    “Per me non erano avventure!” dissi indignata.
    “E perché durano sempre così poco? Te lo sei mai chiesta?”
    “Tu non mi sei affatto di aiuto! Sembro che sia io il carnefice! Sono loro che mi hanno lasciato!”
    “Si va bene.. - rispose Clara cambiando tono, accorgendosi che mi stavo alterando - Va bene, mettiamolo in un altro modo; prenditi una pausa, hai il lavoro..”
    “Il lavoro, pausa! Ma di cosa stai parlando? Io mi sento sola, ho bisogno di qualcuno vicino a me.”
    “Lo so, ma.. di tutti gli uomini che hai incontrato ce né uno che veramente ti ha reso felice?”
    “All'inizio sì.”
    “E dopo..”
    Sbuffai, so a cosa voleva arrivare e cercai di evitare di approdare nel difetto che consapevolmente era il coltello che strappava i cardini.
    “Margherita - si avvicinò posandomi una mano sulla spalla - tu lo sai dove sbagli, forse può anche essere che non sia proprio uno sbaglio, ma dovresti trattenere queste tue emozioni. - esitò un attimo cercando le parole, mentre con le mani gesticolava scartabellando fra i suoi pensieri il modo più conciso e che nello stesso tempo non mi ferisse - Sei troppo passionale e.. non puoi diventare gelosa di una persona che appena conosci. Per essere gelosi deve esserci un motivo. Comprendo anche che fa parte della tua indole. Ma cerca di capire un uomo così si spaventa. E' ovvio che inizialmente possa far piacere, ma se la cosa diventa assillante, è interpretato come un pericolo e gli uomini sfuggono ogni forma di pericolo, sopratutto emotivo.”
    “Ma io lo amavo”
    “Chi?”
    “Franco!”
    “Franco è l'ultimo?”
    “Dai non dire così, mi fai sentire una poco di buono.”
    “Scusa, non era nelle mie intenzioni. - sospirò e continuando - Quanto è durata con Franco?”
    “Tre mesi.” risposi sospirando.
    “E con Claudio?”
    “Stai facendo un censimento?”
    “Rispondimi, con Claudio?”
    “Non lo so.. tre quattro mesi.”
    “E con Giacomo?”
    “Clara! Ma che significa, che importanza ha?” risposi con irritazione e per giunta sentì che mi pizzicava la schiena. Quella posizione non era così comoda come si pensa e il prurito avanzava e scendeva fino le gambe per poi risalire fino al petto e al viso. Cominciai a grattarmi nervosamente, sembravo un’invasata.
    “Calmati, hai preso le gocce?”
    “Sì.”
    “Quali?”
    “Le solite.” risposi frettolosamente per deviare il discorso.
    ”Margherita, l'ultima volta sono arrivata con l'ambulanza! Mi costringi a levartele!!”
    ”Ma era solo un’orticaria!”
    “Questo lo dici tu! Non puoi mescolare l'ansiolitico con l'antidolorifico, e per giunta ci hai bevuto sopra. Se ti vuoi suicidare, dimmelo!”
    “Ho bevuto solo un aperitivo.. non pensavo che mi facesse male. E poi mi aveva appena lasciato Carlo ed ero giù.. e tu non rispondevi. Se tu ci fossi quando ho bisogno..”
    “Non posso essere presente ventiquattro ore su ventiquattro! Potevi lasciarmi un messaggio ti avrei richiamato!”
    “Avevo bisogno di te, in quel momento!”
    Clara si alzò e andò a prendere un bicchiere d'acqua, contemporaneamente suonò il telefono: “Pronto?” si allontanò in un’altra stanza. Non so quanto tempo passò, minuti? Mi sembrarono ore. Quando tornò, si scusò e mi chiese se desideravo qualcosa. Rifiutai, avevo solo il desiderio di parlare, di sfogare l'angoscia che mi attanagliava il cuore indebolito dalle delusioni.
    “Credo di essermi sbagliata riguardo alla tua patologia.” disse Clara.
    “E' una malattia?”
    “Sì, a volte queste emozioni superano il livello di guardia, oltrepassando il traguardo della razionalità.”
    “Non afferro.”
    “Inizialmente credevo che la tua fosse una forma di possessività dovuta alla precoce lontananza dei tuoi genitori, perdonami se te lo rammento..”
    “Niente. Non è colpa tua se mi hanno spedito come un pacco postale da zia Teresa, che per altro riprovavo.”
    “Poi con l'accumularsi delle tue sfortunate vicende che si ripetono proiettandosi tutte allo stesso modo, ho maturato l'idea che tu soffra di gelosia.”
    “Questo me lo hai già detto.”
    “Sì ma vedi.. - e posò sul tavolo il taccuino - Quello che non riesco a mettere a fuoco è che tipo di gelosia.”
    “Perché si possono definire più gelosie?”
    “E' proprio dove volevo arrivare. Inizialmente pensavo si trattasse di gelosia ossessiva, dove il dubbio sull’infedeltà del partner è lacerante e non si riesce a mettere a tacere. Tu sei sempre alla ricerca di segnali che possano lenirlo, confermarlo o smentirlo. Ricordi quando assodasti dopo aver trovato tra le cose di Franco uno slip da donna? Gli feci l'interrogatorio di terzo grado, fosti peggiore della Gestapo. Alla fine ottenesti la confessione.”
    “Ah.. ah! Si erano della sorella, le aveva messe lì per sbaglio.”
    “Poi quando contattasti un detective per indagare sulle attività di Mauro? Eri pienamente convinta della sua infedeltà, solo perché la sera andava ad allenarsi in palestra e poi come hai costatato, finiva la serata con gli amici al circolo. Lui se ne accorse e all’inizio la prese a ridere, ma tu non soddisfatta continuasti a farlo pedinare, perché eri convinta che una volta appurato, il fatto che lui non faceva niente di male, dora in poi avrebbe potuto dilettarsi con le sue amanti. Quando lui percepì che in te cera qualcosa di più profondo di una sana gelosia che per altro era senza fondo, ti avvertì di allentare la presa. Ma tu che feci? Al contrario forzasti il pedinamento arricchendo le tasche del detective, cui unica mansione era di starsene in macchina ad aspettare che Mauro finisse di allenarsi per poi spostarsi fino al circolo.”
    Scrollai la testa cercando una giustificazione al mio comportamento. Ora lontana dal fatto potevo reputarmi una stupida con dei veri problemi, ma in quelle circostanze credevo che i miei gesti fossero legittimi, non volevo essere presa in giro e derisa da amanti scaltre. Che idiota! Perché agivo in quel modo.
    “Cominci a capire? Tutti i giorni lo sottoponevi a martellanti interrogativi, controllando minuziosamente il suo abbigliamento e ficcanasando nel suo cellulare. Ricordo che mi dissi di renderti conto delle tue esagerazioni, ma che non riuscivi a smettere e a scaricare dalla mente certi pensieri assurdi. Lui ti disse che eri malata e tu oltre a dirgliene di tutti i colori gli tirasti una sedia addosso. -fece un attimo di pausa prima di continuare, come se volesse dar tempo alle sue parole di penetrarmi nella mente e assimilarle. - Quel giorno Mauro venne da me pieno di lividi, e se non fosse stato che tu sei una donna non l'avresti passata liscia stanne certa. E non so come ho fatto a convincerlo a non denunciarti!”
    “Allora perché mi ha lasciato?”
    “Margherita, cosa devo fare con te!” si alzò spazientita dirigendosi verso la finestra guardando distrattamente fuori.
    “Ho sbagliato.. Non so cosa mi abbia preso, non riuscivo a controllarmi! Però lui ha ammesso di avermi tradito!”
    “L'hai costretto! Tu l'hai accusato d’infedeltà e nella speranza di porre fine a quella situazione insostenibile ha ammesso un tradimento inesistente! E tu? Tu invece di placare la tua ira dopo aver ottenuto ciò che volevi sentirti dire, hai intensificato la tua aggressività per tentare di fargli ammettere altre infedeltà! Ma ti sei bevuta il cervello?”
    “Ti ho detto che mi dispiace!”
    “Non lo devi dire a me! La tua gelosia è giunta oltre, questi atti violenti nei confronti dei tuoi partner rischiano di portarti dritto dentro un abisso. Oltre a danneggiare gli altri, ti farai molto male!”
    “Ma è successo solo con Mauro!”
    “E' solo l'inizio se lo hai fatto una volta, accadrà ancora! Margherita devi smetterla, devi fermarti!”
    “Sono malata eh? Dai dimmelo, ammettilo! Sono malata!” Il prurito si accentuò, assieme al tremore. Mi sentivo confusa, estranea a me se stessa, inutile, insulsa. Mi alzai e mi specchiai sul grande specchio e vidi un mostro: una medusa che con i suoi lunghi tentacoli afferrava gli uomini e se li mangiava. Urlai dallo spavento davanti a quella visione. Mi toccai per sentire se ero ancora io, mi tirai i capelli e guardandoli fra le mani vidi questi trasformarsi in vermi. Lunghi vermi che scivolavano cadendo sui miei piedi. Cercai di mandarli via ma essi rimanevano appiccati moltiplicandosi. Sentì uno strattone, era Clara che mi urlava ripetendo il mio nome.
    “Cos'è successo?” domandai.
    Lei mi osservò turbata, poi trascinandomi sul divano mi fece sedere e si accostò accanto a me con un bicchiere colmo d'acqua pregandomi di bere. Lo feci senza farmi pregare, qualsiasi cosa fosse stata mi avrebbe di certo fatto bene. Infatti, dopo qualche minuto mi sentì più leggera, i mostri erano svaniti come se mi fossi svegliata da un incubo. Ero sudata e scompigliata come se avessi fatto a botte: “Chi mi ha ridotto così?” chiesi.
    Lei alternando la sua attenzione fra me e il taccuino su cui scriveva parole a me senza senso chiese cosa ricordavo.
    “Di cosa? - domandai perplessa mentre la osservavo nel suo frettoloso scrivere. - Cosa stai scrivendo?”
    “Di te.”
    “E cosa?”
    “Solo appunti.” rispose superficialmente.
    “Se stai scrivendo di me, voglio sapere! Non sei la mia amica?”
    “Sì.. certo. Ma sono anche una psicologa. Pochi minuti fa hai avuto un attacco e..”
    “Oltre a essere malata sono pazza? O gli aggettivi hanno lo stesso significato? Cosa mi sta succedendo? Ho paura.. Aiutami! Parla chiaro, che cosa ho?”
    Chiara sospirò trattenendo il tempo in un lungo silenzio, poi mi guardò dritto negli occhi e disse “All'inizio pensavo che soffrissi di mal d'amore, poi di una forma di gelosia ossessiva. Con il tempo mi sono sempre più indirizzata verso la Sindrome di Mairet, che è una condizione indicata anche come -Iperestesia Gelosa. Nel tuo quadro clinico di confine tra normalità e patologia le convinzioni che ti portano alla gelosia sono floride e occupano tutta la tua vita, e persistono provocandoti un'esistenza sofferente. Cosi della tua gelosia né hai fatto uno strumento di vita, una compagna inseparabile in ogni tua relazione. Quello che mi rassicurava nei tuoi discorsi antecedenti era che mantenevi un costante confronto con la realtà, ma poi quest’ossessione è dilagata irrompendo i margini e scivolando nell'incoerenza e nella perdita di coscienza.”
    “E' quando è stato?”
    “Circa due mesi fa.. le scusanti che usavi per giustificare la tua gelosia pur facendo acqua da tutte le parti, erano un’ancora alla realtà. A un certo punto hai smesso di cercarle dando per scontato e di diritto la tua gelosia, cancellando ogni dubbio sulla veridicità delle tue accuse. Lì mi sono allarmata e avrei dovuto avvisarti.. l'ilarità con cui mi raccontavi le giornate che trascorrevi con Franco, erano solo la parentesi che apriva il varco nel tuo mondo d'insicurezza dove la gelosia regnava in silenzio aspettando il trono.”
    “Mi piace quando parli così, avrei voluto continuare..”
    “Lo so..”
    “Se non m'innamoravo dei miei clienti forse.. "
    “Saresti stata una bravissima psicologa!”
    “Davvero?”
    “Certo!”
    “Il problema è che non mi ricordo più niente..”
    “E' normale se non eserciti..  Ricordi cosa ti dissi? Continua a studiare il tempo lo trovi. Non hai voluto ascoltare i miei consigli e non so se per rassegnazione o per altro, ti sei accontentata del tuo nuovo lavoro e così è cominciata questa lunga maratona alla ricerca dell'amore. Penso che quando si voglia assennatamente una cosa, questa non arriva: anzi ti sfugge. E a te è sfuggita assieme alla razionalità. Non offenderti, non è un’accusa né un rimprovero, all'inizio era un avvertimento ma tu non avevi orecchie. Ora la cosa è degenerata e non riesci più a controllarla.”
    “La Sindrome di Otello.”
    “Sì.”
    “ Gelosia Delirante o Delirio di gelosia”
    “Sì.”
    “Ah.. ah!”
    “Lo trovi cosi divertente.” chiese Clara.
    “No! E che pensando all’accaduto, ora lo trovo buffo, un uomo che si fa menare da una donna!”
    “Sì è fatto menare!”
    “Sì sì, si è fatto menare. Allora? Emettimi la sentenza!”
    “Margherita - mise via il suo blocco notes e mi prese le mani e disse - Da quanto tempo è che ci conosciamo?”
    “Dai superiori.” risposi sorridendo.
    “Rammenti quando facemmo il patto di sangue?”
    “Ah.. ah. Certo che mi ricordo. Che matte vero?”
    “Io ci credevo. Quel giorno giurammo che non ci saremmo mai più separate e che non avremmo permesso a nessuno d'infrangere la nostra amicizia. Pensavo che tuttora fosse anche per te la stessa cosa.”
    “E lo è!”
    “Allora ascoltami per una volta. Tu sai quanti ti voglio bene, e dopo che mi hai detto che prendevi quei farmaci ci sono rimasta male.”
    “La tua collega.” sbuffai.
    “Perché non né hai parlato subito con me?”
    “Mi vergognavo..”
    “Di cosa? Di me?”
    “S’.”
    “Perché?”
    Dondolai la testa da una parte all'altra, non volevo dirgli che mi sentivo meno nei suoi confronti. Lei era arrivata affermandosi come psicologa, aveva il suo studio, un ricco giro di clienti, ed ebbe anche dei riconoscimenti. Mentre io.. Io non avevo finito gli studi e per lo più sapevo di avere qualcosa che non andava. Non volevo ammetterlo a me stessa e per questo motivo mi gettai fra le braccia di uomini appena conosciuti, amandoli sin dall'inizio, auspicando in un vero amore e sperando di trovare in essi la cura al mio dolore. Dolore.. Così lo chiamavo. Sapevo di star male. Ma mi era impossibile credere di essere malata. Io che volevo curare gli altri da forme patologiche psichiche, io ne soffrivo. Sapevo anche che sarei dovuta ricorrere a un aiuto, ma associai la malattia all'insicurezza, a un’infanzia dolorosa dovuta alle esperienze pesanti che non auguro a nessuno. Un giorno ricordo nei miei tirocini durante gli studi, una ragazza più giovane di me mi raccontò di essere stata abusata da suo padre. Inorridì e prendendo subito le sue difensive andai dal padre e gli gridai parole oscene. Lui mi denunciò e così la mia insicurezza aumentò. Feci un passo falso. Non era così che dovevo muovermi, ma l'istinto mi conduceva all'azione, senza dar tempo alla ragione di fornire le giuste manovrare per muovermi nel modo più appropriato. Dopo un po' di tempo seppi da voci di corridoio che la ragazza in questione fuggì da casa dopo una discussione che finì malamente purtroppo per lei che fu menata dal padre. Il padre alla fine fu arrestato per molestia e per delitto d’incesto. Durante i processi fui chiamata a testimoniare, ma le mie parole non fecero molto leva, così la ragazza disse che non fui molto convincente, quasi non credessi in quello che stavo dicendo: comunque mi ringraziò. Il padre rimase in galera per due anni poi uscì per buona condotta. Rimasi stupefatta quando lo venni a sapere; due anni di abuso venivano ripagati con due anni di galera. L'unica consolazione fu la perdita della podestà. Assurdo! Pensai che se avessi denunciato il padre di.. con la sfortuna che avevo, sarei finita io in galera.. e avrei perso un’amica.”
    “Non vuoi proprio dirmelo, vero?”
    “Non mi va di ricordare..”
    “E' proprio qui che sbagli! Non parlandone! Pensi che buttandoti alle spalle il passato riuscirai a costruire un futuro?”
    “Non voglio ricordare!”
    “Va bene fai come vuoi! Sappi però che così aggraverai la tua condizione! Io posso aiutarti.. almeno fammi provare. Non ti fidi di me?” abbassò lo sguardo in una smorfia di dolore. Non riuscì a trattenere una lacrima che scivolò sulle labbra né assaporai il gusto amaro. Ecco, quel momento era arrivato e dovevo uscirne. Ma come fare! Bussarono alla porta, era la segretaria che avvisava Clara che era in ritardo per il prossimo appuntamento. Levai le mie mani dalle sue e alzandomi dissi: "Sarà per la prossima volta.”
    “Ma perché ti ostini a venire qua in studio? Sai bene che a casa mia avremmo più tempo! E sai che non ho nulla in contrario.”
    “Ah..” alzai le spalle con un fare rassegnato, poi come se cadessi dal cielo, risposi - Diciamo che qui mi sento più una paziente. – ostentai un sorriso a denti stretti - Oltre a essere malata sono pericolosa?”
    “Potrebbe succedere di nuovo. Se comprendessi la fonte del tuo malessere, se solo ti aprissi invece di parlarmi delle tue avventure.”
    “Non dovrei?”
    “Sì scusa è importante, ma non è in questo modo che troverai te stessa.”
    “io così sono me stessa, questo è il mio cammino.”
    “No! Te stessa la devi cercare nel passato. - la guardai mostrando una smorfia e i suoi occhi si accesero di dubbi - Vorresti farmi intendere che sei alla ricerca della chimera che assumerà le sembianze di un cavaliere errante, che t’isserà sul suo cavallo bianco e con il suo amore ti curerà le ferite?”
    “Perché no!”
    Sospirò sconfortata girando attorno al divano, poi mi squadrò come voler leggere i miei pensieri, ma vi trovò un muro alto, dove lei non aveva il lasciapassare. Alla fine stordita da quei discorsi, si gettò sul divano e rassegnata disse: “Hai vinto. per ora. La tua mente è una miriade di pensieri di cui io non riesco a ghermire la trama del romanzo che hai costruito. Ti chiedo solo.. anzi ti supplico di non fare più di quello che hai fatto, di informarmi sempre di ogni passo della tua vita e di non arrischiarti oltre. Quando la tua mente comincia a navigare e tu so che ti accorgi di ballare, prima che le onde s'innalzino sopra i tuoi occhi, cerca il mio cuore che non ha mai smesso di battere per te.”
    “Ho ancora quella lettera e ricordo ogni parola. Me la scrissi quando partisti per uno stage, l'ho sempre tenuta con me. Tu non ci crederai.” e me ne andai, lasciandola sul divano mentre mi osservava triste.
    Passarono due mesi: non risposi alle sue telefonate e neanche quando venne a casa. Seppi che chiese di me ai miei genitori, ai miei amici e addirittura ai miei ex. Nessuno sapeva dov'ero tranne la mia famiglia che feci promettere di non rivelare niente di me, ma a mia volta li assicurai che stavo bene e che ogni due giorni mi sarei fatta sentire. Mi chiesero inutilmente il motivo del mio comportamento ma che preferì non spiegare. Un dì entrai senza preavviso nel suo studio a dispetto della segretaria che non voleva farmi entrare senza avviso. Quando mi vide, si alzò e mi abbracciò forte per alcuni istanti, poi rivolgendosi al paziente che aveva in esame, gli disse che il tempo era terminato nonostante questi non era d'accordo. Fu concisa e determinata nel rimandarlo a un altro giorno, scusandosi più volte per l'inatteso avvenuto. Quando fummo sole, ci guardammo nel caotico silenzio che ci circondava. Mi sedetti sul lettino mentre lei prendeva taccuino e penna e sorridendo disse: “Mi dica..”
    Presi fiato e riavvolgendo gli ultimi avvenimenti accaduti, mi concentrai in essi e in una sorta di déjà vu cominciai a narrare la mia storia: “Tempo fa ho incontrato una persona..”
    “Sì..”
    “Devo premettere che è un bellissimo ragazzo.”
    “Non né avevo dubbi!”
    “E' dolce..”
    “Sì..”
    “Sa ascoltare..”
    “Ah!”
    “E' molto attento e premuroso.”
    “Poi?” chiese impaziente Clara.
    “Mi ama.” non so se diede importanza a queste ultime parole, o forse fece finta di niente.
    “Da quanto tempo state insieme?”
    “Da due mesi.”
    “Il tempo da cui non ti ho più visto!”
    “Esattamente!”
    “E dove vi siete incontrati..”
    “Qui.”
    “Qui?”
    “Non dentro lo studio..”
    “Ah! E dove più precisamente?” non stava più nella pelle. Mi analizzava cercando di denudare una benché minima debole espressione che potesse far crollare la sicura scorrevolezza del mio narrare, ma non ve né trovò. Poggiò il gomito sulla gamba mentre la mano reggeva il mento, e notai vacillare la sua professionalità nell'incertezza. Poi mi ripeté la domanda: “E dove precisamente?”
    “Chi?” sghignazzai.
    “Lui, il tenero amante.”
    “Nell'entrata del portone del tuo stabile. Diciamo che ci siamo scontrati e lui mi ha chiesto in che piano fosse la psicologa.”
    “Bene.. bene e tu che gli hai risposto?”
    “Ovvio al quarto piano!”
    “E lui?”
    “Mi ha chiesto se potevo accompagnarlo, era la prima volta. -mi sistemai un ciuffo di capelli che mi copriva la vista - Risposi di sì. Prendemmo l'ascensore e mentre salivamo notai una perplessità sul suo volto, gli chiesi cosa lo turbava e lui disse di non essere sicuro di voler andare avanti. Dissi di non temere, che sei molto brava, che ti conoscevo e quindi lo rassicurai riguardo a.. cioè..”
    “Cioè? Prosegui.”
    “Non è così semplice andare da uno psicologo e aprire il proprio cuore con annessi. Anche se si è coscienti che ci si ritroverà davanti a una figura professionale e che essa manterrà privato tutto quello che dici, nasce il dubbio se sarà all'altezza di comprenderti o se ti prenderà per pazzo, se invece di ascoltarti penserà a tutt'altro. Poi ti presenterà il conto e ti ritrovi oltre l'insofferenza che dilania il tuo animo, la parcella da saldare. Magari ti riempirà di farmaci per addolcirti.. - dissi queste ultime parole a voce bassa, ricordando quando fu proprio lei a chiedermi perché facessi uso di antidepressivi. - Magari è più pazzo di te, oppure ti guarderà con disprezzo.. Le ipotesi si concatenano una dietro l'altra e a volte finisce con il sopravvento all'abbandono di quel gesto che ti portò fino alla porta dove a destra c'è una targhetta con scritto Dott. ecc ecc. Stai per schiacciare il pulsante che avvertirà della tua presenza, ma la mano si appesantisce e senti di non potercela fare. Guardi fisso quell'etichetta immobile e sublime sul muro che ti mette in soggezione e che se la tira con tutta la sua sobrietà; riprendi il gesto con la mano e di nuovo ti avvicini al campanello. A volte riesci ad andare fino in fondo, altre te né torni indietro con il cuore gonfio e la mente stanca.
    “E' questo che è successo a lui?”
    “Sì.”
    Siamo tornati indietro e ci siamo infilati in un bar. Abbiamo preso un caffè.. e pensa anche a lui piace berlo come a me lungo e macchiato caldo.”
    “Questo non dice niente.”
    “Mi ha chiesto se volevo cenare con lui.”
    “Ci avrei giurato.”
    “A lui piace la cucina cinese, ah ah! Come a me!”
    “Anche questo non è rilevante.”
    “Siamo andati al cinema scegliendo un film di fantascienza, sai quel genere futuristico che tanto adoro.” esitai un attimo prima di continuare, percepivo la sua curiosità crescere e toccavo l'impazienza che avvicinandosi mi scuoteva spingendomi al dunque. Saziai nettamente la sua bramosia pronunciando le fatidiche parole: “Mancavano pochi minuti alla fine del film, quando lui adagiando il suo sguardo languido e ricco di speranza sui miei occhi, mi ha detto che dal primo momento che mi ho visto, ha sentito che la sua vita stava prendere una svolta. Gli ho domandato se era un presagio positivo e lui mi ha risposto che se anche non lo fosse stato avrebbe corso il rischio.
    “Non dirmi che ti ha detto ..”
    “Sì. - risposi beata in un’immensa felicità - Mi ha detto di amarmi.”
    “Non è possibile!”
    “Perché?”
    “Non ci si può innamorare in un giorno! Dai! Ancora credi alle favole!”
    “Sì, se può servire a respirare.. sì. E poi che c'è di male!”
    “Dunque sei innamorata?”
    “Sì.”
    “Né sei convinta? E sei sicura che anche lui lo sia?”
    “Sì.”
    “E ora che pensi di fare?”
    “Di amarlo e di farmi amare che domande!”
    “A proposito.. come si chiama?”
    “Giusto non te lo ancora detto!”e mi volsi ad ammirare il cielo che sembrava disegnato a tratti da un pennello convulso alla ricerca di pace.
    “Allora?”
    “Già.. Si chiama Otello.”

  • 16 giugno 2014 alle ore 20:27
    Uomini in vetrina

    Come comincia: “Buongiorno, posso?”
    “Dica, dica.”
    “Vorrei un’informazione.”
    “Dica, dica.”
    “Ehm.. dove posso trovare un uomo?”
    “Come lo vuole?”
    “AH! Posso scegliere?”
    “Sì, certo!”
    “Ehm.. dunque.. vediamo..”
    “Vuole dare un’occhiata al catalogo?”
    “Eh! Si!”
    “Prego, vada avanti e vedrà sulla destra trova un reparto, dove potrà scegliere uomini di razza bianca e sulla sinistra uomini di razza nera, si accomodi.”
    “Scusi.”
    ”Dica, dica.”
    “Mi sembra di scorgere un reparto centrale..  dove c’è molta gente e lì cosa c’è?”
    “Eh.. c’è una via di mezzo.”
    “Ossia?”
    “Mah.. non saprei definire, tra un uomo e una donna!”
    “Ah! Grazie per la gentilezza.. allora vado.”
    “Prego, vada vada!”
    “Bene, signorina ha scelto?”
    “Direi di si!”
    “Dica dica!
    “Ehm..”
    “Non sia timida, sono qui apposta, dica..”
    “Sì, dico!”
    “Allora?”
    “Avrei scelto Luca: ”
    “Codice d’identificazione?”
    “Q.l.2.”
    “Vediamo.. dunque, razza bianca, dolce.. i..l..m..n..o..p.. ecco Q.. 1..oh!Mi dispiace è esaurito.”
    “Noo!”
    “Si.”
    “Se vuole andare a dare un’altra occhiata. ”
    “Ehm no guardi, veda se c’è L.R.5.”
    “Subito! Allora, razza nera, super  dotato, arrabbiato.. I..L.. no.. mi dispiace è fuori serie.”
    “E perché?”
    “Perché era troppo arrabbiato.”
    “AH!”
    “Se vuole, può dare un'altra occhiata più avanti potrà disporre di varie etnie.”
    “Faccio subito.”
    “Vada vada.”
    “Bene signorina, stavolta spero di accontentarla.”
    “Speriamo. Dunque avrei deciso per P.E.4.”
    “Allora vediamo razza indiana, schiavo prestante e voglioso .. R..P.. Mi dispiace. Ma sa che lei è proprio sfortunata?”
    “Eh si!”
    “Allora cosa vuole fare?”
    “E che ci sono talmente tanti uomini, e non so chi scegliere e poi quelli che voglio i non ci sono..”
    “Perché non prova sulla terza strada più avanti.”
    “Cosa c’è la.”
    “E’ un nuovo negozio, si chiama Robotmen.”
    “Interessante.”
    “Già, e le dirò di più, se non fosse per il nostro reparto centrale, avremo già chiuso.”
    “E allora perché me la consigliato?”
    “Tanto l’avrebbe visto.”
    “Scusi..”
    “Dica dica.”
    “Ma di cosa si tratta?”
    “Di uomini meccanici.”
    Ma.. sono robot?”
    “Venga più vicino..”
    “Sì..”
    “Sono più veri degli uomini veri.”
    “Eh.. davvero? Ma lei come fa a saperlo?”
    “Prima che quel negozio aprisse, io ero un uomo sposato.”
    “E poi?”
    “Mia moglie mi ha lasciato per Duca Robot 3!”
    “Eh! Ma non è possibile, non è un uomo..”
    “Guardi.. io non lo so non ci sono andato, ma quello che posso dirle che se lei ne incontra uno per strada non riconosce un robot ma vede un uomo.”
    “Ma così dicendo perderà la clientela.”
    “Che ci posso fare, anche mia figlia ha preso un Robtmen e l’ha sposato!”
    “No!”
    “Sì, e le dirò di più, non ho mai visto mia figlia così felice!"
    “E sua moglie?”
    “Mi dispiace ammetterlo, ma anche lei è felice.”
    “Mi ha convita! Allora vado!”
    “Vada vada.”
    “Beh.. è stato un piacere.”
    “Piacere mio.”
    “Spero che lei non debba chiudere!”
    “Beh.. finche c’è richiesta nella corsia centrale andiamo avanti!”
    “Sì, sicuramente lì la crisi non c’è!”
    “Sa qual è il problema o meglio la mia paura?”
    “Qual è?”
    “Spero che non facciano Robot unisex!”
    “E già, non ci avevo pensato..”
    “Anche perché otre ad aver pagato a mie spese e lei intende ciò che voglio dire..”
    “Sì..”
    “Nessuno si è mai lamentato di aver acquistato un Robotmen!Che tempi!Eh la tecnologia si sta impossessando di noi, fra un po’ il mondo sarà di loro e noi saremmo rottamati!”
    “Sì ha proprio ragione..  scusi sa vado.. non vorrei trovare chiuso.”
    “Sì, vada vada.”