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in archivio dal 15 feb 2013

Ciro Pinto

Napoli
Segni particolari: Dirigente di banca in libera uscita
Mi descrivo così: Amo scrivere
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  • 30 aprile 2013 alle ore 22:08
    Campo di terra rossa

    Come comincia: Terzo game: 0 2
    Come ho fatto a perdere il mio turno di battuta! Ho iniziato male, cazzo! Questo è il punto. Non posso attaccare con una palla così, senza grinta, senza convinzione. È come buttarsi giù dal settimo piano; devo concentrarmi, non sto giocando bene, non sono al meglio. Ma ora si riparte, devo fare un contro break e poi man mano riprendo in pugno il set. Calma! Il mio dannato avversario ha una palla sporca, molto ad effetto, gioca di polso lui; il maestro lo impiccherebbe in pubblica piazza. Non dovevo giocarci, fa palla corta e palla lunga, alza un’infinità di pallonetti, non è leale. E’ chiaro che vuole vincere a tutti i costi, se ne frega lui dello stile. Ma io che voglio? Perdere? No, assolutamente, dai Gianni che ce la fai, gioca il tuo tennis, non stargli dietro, non assecondarlo, e fai uscire questo maledetto braccio. Aprili i colpi, non trattenerli, se apri il giusto, la palla corre veloce e rimane in campo, lo vuoi capire?
    A un passo dal contro break, sul vantaggio esterno, per troppa foga butto in rete un rigore a porta vuota, una schiacciata a campo aperto, non è possibile! Vantaggio pari, ace, vantaggio interno. Ho le gambe molli, sono a sinistra, aspetto la sua battuta, non può azzeccarne un altro di ace, non può, butta la palla esterna; la seconda battuta, la forza e va lunga: vantaggio pari. Troppa grazia, non posso sprecarla: siamo pari, non devo pensare che prima avevo in mano il game, devo pensare che poi lo stavo perdendo e che ora siamo di nuovo al punto di partenza. Sì, ma sono sullo 0 2, se riesco a vincere questo game, poi ci sarà da sudare per pareggiare. Sconforto, la strada è lunga. Calma c’è tempo!
    Brutti pensieri, come nella vita: ogni volta che sto là a raccogliere il premio di tanti sforzi, qualcosa va storto, o semplicemente, non riesco a vincere. Come quando ero piccolo, che mi bloccavo e non riuscivo mai a reagire, e la notte sognavo di essere picchiato e di rimanere paralizzato con le braccia che restavano attaccate al corpo. Brutti pensieri, siamo al primo set e ci stiamo giocando il terzo game, siamo pari e se mi riesce il contro break, il peggio sarà passato!
    Non pensare Gianni, approfitta che lui deve allacciarsi una scarpa, raccogliti, concentrati. Soffio via dal naso un mare di muchi, sputo rabbia e tanta terra rossa, mi sfrego la fronte con il braccio: quanto sudore. Ma va bene così, il turno è suo, è lui che deve vincerlo questo game, gli altri due game non esistono più. Il tempo li ha fagocitati, di tutte le fatiche, le sofferenze, l’ardore e la delusione rimane un numerino freddo: 0 2 che per lui è un 2 0, che lo fa sentire un padreterno. Lo vedo ora che si appresta a battere che è tranquillo, questo me lo cucino facile facile, sta pensando. Mi prende una stretta allo stomaco, provo vergogna, forse lui è chiaramente superiore, forse non c’è partita. Lotta Gianni, niente vale la pena di essere lasciato, lotta come nella vita, slegati le braccia, staccale dal corpo, colpisci, colpisci, colpisci!
    Daniela, non ti ho mica lasciato per quello che tu pensi, io non volevo lasciarti, sono state le circostanze e poi tu non hai fatto niente per impedirmelo, tu hai fatto il tuo gioco, hai preso atto, mi hai rinfacciato un paio di cose e poi niente, ognuno per la sua strada.
    Noo, non posso pensare a Daniela in questo momento, sulla sua battuta ero inchiodato come una statua di marmo, fortuna che è andata lunga, ma sulla seconda devo stare attentissimooooo.
    Reggo: dopo due battute siamo ancora vantaggio pari, so che questo game è topico, chi vince questo dopo va in discesa, com’è stato per te, Daniela. Dopo che ci siamo lasciati, ti è andato tutto alla grande, sei in gran forma e ancora più bella, sei sempre in tutti i posti che contano e tutti ti leggono in faccia che ora stai meglio e che in fondo con me eri sprecata.  Cazzo, Daniela, sei tu che l’hai voluto, con la solita saggezza sorniona delle donne hai semplicemente aspettato. Quello che arranca sono io, come in questo fottutissimo game, sempre a rincorrere, a disperarmi per un misero punticino, com’è stato con te Daniela.
    Ora lo capisco: ti ho lasciato ma ci ho perso io. È come se dicessi al mio dannato compagno di singolo che sono stufo, che mi ha rotto le palle con le sue pallette colme di effetto, il suo tira e molla con i giochetti di polso, che per me il tennis è libertà, sfogo, colpi veloci, intensi e ampi e tanta corsa, tanta foga, senza furbizie, sport puro senza cattiveria. Come se ora, che è di nuovo vantaggio suo, lo lasciassi solo su questa maledetta terra rossa a inzupparsi la maglietta di sudore e argilla, dicendogli: basta, non mi piace più! Sei più forte? Ok sei più forte ma non è la mia partita. Hai vinto? Bravo! Ma io me ne vado! Risultato: ho perso, ho perso te e questo malefico terzo game.
    Non dovevo pensare a te, il mio istinto suicida si è rifatto vivo come al solito.
    Cambio campo
    « Cazzo, si suda, Gianni»  mi dice Aldo col fiatone, felice di sbracarsi sulla panca per qualche attimo.
    « Fa caldo ancora, è vero»  bevo tutto di un sorso, « 3 a 0, mi stai massacrando!»
    « No, è che mi stanno entrando un po’ di colpi e tu oggi mi sembri distratto.»
    « E’ vero. Non sono rilassato.»
    « No problem, Gianni, l’importante è divertirsi.»

    Quarto game

    Mah! È lui a divertirsi, gli va tutto bene, siamo già 0 15, se perdo anche questo, rischio il cappotto. Il 6 a 0 lo saprebbero tutti domani in ufficio e ci starei male, male. Non posso consentire che le cose vadano avanti così: Daniela, sono due mesi che ci siamo persi, io ti ho lasciato, ma ora mollami tu, lasciami andare!
    0 30, sono trascinato da quest’andazzo, come quando sei alla guida da ore e ore e ogni tanto ti senti affievolire in un dolce sopore e vorresti farti trasportare, te con la tua macchina, in un mondo dolce e ovattato, dove distendere le gambe, chiudere gli occhi, affidare il volante a un angelo benevolo e farti trasportare in un luogo soffice, dove l’aria ti carezza, la terra ti accoglie morbida sotto i piedi, e tutti ti sorridono.
    Ma cazzo! Io odio Aldo, la sua fottutissima pancetta, la sua calvizie e gli occhi bovini, le sue performance da leccaculo in ufficio, la sua terribile famigliola e i suoi spregevoli riti: lavarsi sempre i denti dopo il break, avere sempre una bottiglia d’acqua non gasata sulla scrivania, possibilmente non molto fredda, tenere il condizionatore a basso regime, massimo 22 gradi. E votare a destra, perché è più sicuro, perché i comunisti fanno paura! Vaffanculo Aldo, vaffanculo pure te Daniela. Ci voglio morire su questa terra rossa, mi voglio riempire i polmoni di questa poltiglia, voglio sputare sangue ma lo 0 4 non te lo concedo.
    Piazzo 3, proprio 3, ace e mi riporto in vantaggio e poi chiudo, sì chiudo, di volée, un attacco furibondo e finalmente faccio il mio primo punto e ora cara Daniela sull’ 1 a 3 ce la giochiamo!

     
  • 26 aprile 2013 alle ore 23:10
    Il concorso

    Come comincia: Eravamo seduti tutti in prima fila su delle seggiole abbastanza scomode, davanti a noi una pedana con su un lungo banco e dietro loro due, i nostri giudici.
    L'imponente palazzo della cultura nello stile architettonico dell'epoca  fascista  era ormai annerito dallo smog e aveva molte sale chiuse e in disuso.
    La manifestazione a cui partecipavamo si svolgeva in una grande sala, piena di drappi rossi e affreschi alle pareti, ma il pavimento era logoro e la polvere copriva ogni cosa.
    Il tema della competizione era chiaro e scarno: rappresentare un soggetto marino, ognuno di noi aveva ricevuto un tappo di sughero grande più o meno come il pollice di una mano adulta, uno stuzzicadenti e un piccolo fogliettino quadrato di stagnola, di colore azzurro, con i lati della stessa lunghezza dello stuzzicadenti, infine uno scatolino di colore grigio che aveva l'unica funzione di fare da contenitore del nostro lavoro.
    Eravamo in sei, ammessi a quel concorso sulla creatività in virtù dei nostri scritti, con i quali avevamo superato la prima prova, che aveva bocciato più di una trentina di partecipanti.
    Ero fiero di essere lì ma anche molto perplesso: con quegli  strumenti a disposizione non c'era stato dato molto spazio per creare.
    Avevamo avuto un’ora di tempo per il nostro lavoro, quando finimmo, ci guardammo in silenzio, sistemammo le nostre opere nel contenitore ed aspettammo che i due professori giudicassero i manufatti.
    Il Prof. Antinolfi aprì la seduta, salutando noi e i pochi astanti e ci pregò di portare i contenitori sul banco, mentre il Prof. Calvi puliva con ostentazione i suoi occhiali con la montatura di tartaruga.
    Eravamo tutti molto emozionati, vidi che la mia vicina di seggiola aveva addirittura un tremolio continuo al labbro.
    I due professori iniziarono ad aprire i contenitori e a porre i lavori in fila sul banco, parlottando tra loro, molto compresi di sé e con uno sguardo perennemente severo.
    Tre lavori rappresentavano una barchetta, il sughero era stato la-vorato come uno scafo, lo stuzzicadenti fungeva da albero e la stagnola infilzata nel medesimo, da vela. I Prof si dilungarono a lungo sulla finitura del tappo, in particolare su una delle tre barchette, dove il sughero era stato semplicemente appuntito ad una estremità per simulare la prua, senza alcuna altra modifica. Il Prof. Calvi ci vide una grossa ricerca sui temi del realismo e intuì una seria analogia con il lavoro del Tosi, che citò con ossequio.
    Il quarto lavoro rappresentava un soggetto che pareva un uomo, il sughero era stato lavorato come un busto senza gambe, la stagnola faceva da mantello e lo stuzzicadenti da lancia, per il partecipante doveva essere il dio Nettuno ma il fatto che lo stuzzicadenti non avesse le tre punte fece storcere le labbra ad Antinolfi.
    Il quinto era un pesce, così sembrava dalla forma che aveva il sughero, era adagiato sulla carta azzurra, un po' increspata a simulare un mare agitato e lo stuzzicadenti era ficcato nel sughero come un arpione. Calvi pareva interessato, era originale, troppo violento ma originale. Antinolfi disse solo che il pesce arpionato prima o poi sarebbe affondato, per lui era un'opera effimera.
    Il sesto, il mio lavoro, fu l'ultimo ad essere esaminato, la carta stagnola era molto increspata con lo stuzzicadenti adagiato su, il titolo era: naufragio.
    Antinolfi disse scandalizzato:
    « Qui non si sono rispettate le regole, qui manca il tappo!»
    E in aula cadde un silenzio da sala operatoria.

     
  • 26 aprile 2013 alle ore 23:03
    Editing

    Come comincia: Rossi mi stressava, seguivo le sue mani piccole piccole sottolineare, tratteggiare, cerchiare.
    Vedevo la sua penna rossa scrivere ai lati del foglio: questo non va, questo toglilo, per noi non esiste, la nostra casa editrice questa cosa non te la stampa, etc., etc. Insomma un calvario!
    Avevamo già fatto incontri sulla coerenza, sulla compatibilità, Rossi aveva già fatto le sue segnalazioni sul climax, sull’aderenza degli stili alle varie situazioni, controllato che questi fossero in linea con quelle descritte. Pensavo fosse finita, ma quella mattina nel suo ufficio successe l'irreparabile.
    Eravamo ad un piccolo tavolo tondo, di lato alla sua grossa scrivania ricoperta di libri, fogli A4 battuti a computer , manoscritti attaccati con grosse spille, libri, depliant e due computer, uno portatile e uno fisso, due cellulari e un telefono a spina, una calcolatrice, un vaso di fiori vuoto, due tazze di caffè anch'esse vuote ma sporche di zucchero raggrumato sul fondo, due cornici con foto di bambini, un cavalluccio a dondolo di ferro che si manteneva per miracolo su un'asticella per via di un contrappeso.
    Per cui la scelta di sederci l'uno affianco all'altro al tavolo e non di fronte non era dovuta ad ospitalità, non era stata fatta per farmi sentire più a mio agio, era semplicemente l'unico ripiano vuoto del suo ufficio, perché ovviamente i mobili, le mensole e quant'altro erano ricoperti di carta, di una enorme quantità di carta, scritta, rilegata, piegata.
    Ci eravamo infognati, già poco prima mi aveva detto che la tensione non attanaglia, ma al massimo invade, per cui dovevo cambiare la frase. Ok, va bene, gli avevo risposto.
    Ci eravamo infognati su quel che accadde, accadde: non gli piaceva, lo trovava ripetitivo , quasi cacofonico, andava sostituito con un soggetto e un solo verbo, tipo: quel fatto, quella cosa, l'evento accadde.
    « Ma perché? A me piace così, che differenza fa? Mi piace, crea movimento, il pensiero vi si aggancia e il lettore segue  meglio il percorso...»
    « Ma che dici, cambialo!»  Si alzò, anche quel giorno avevamo finito senza finire tutto, si avanzava lentamente.
    Mi sentii sfibrato e prese a montarmi la rabbia, sentivo che lui ci godeva a rompermi i coglioni, il potere che aveva lo ingigantiva, lui che era quasi un nano.
    Sbottai: « Vaffanculo Rossi, tu saresti capace di editare anche un elenco telefonico, pensi di sapere tutto, ma chi cazzo sei?» Me ne andai sbattendo la porta.
    Per le scale mi prese lo scoramento, e ora? Pensai: cavolo era un anno che aspettavo di pubblicare quel cazzo di romanzo, ci avevo speso soldi e rimessoci quasi la salute e mettersi contro Rossi era stata una vera stronzata!
    Gli telefonerò per scusarmi, conclusi, ma non riuscivo a rasserenarmi, la verità vera era che non mi andava di sottostare a tutto quello, che ero stufo che la gente rovistasse nelle mie cose, che mi mettesse le mani in bocca per individuare denti malati che malati non erano e piazzarmi denti finti, costosi che non erano i miei.
    Fu per strada che mi folgorò un'idea, quando vidi una ragazzina distribuire volantini, affrettai il passo, dovevo attrezzarmi.
    La mattina dopo mi piazzai all'angolo della strada dove erano gli uffici dell'editore, avevo stampato una cinquantina di copie delle prime due pagine del mio romanzo, ripreso nella sua versione originale, quella solo mia.
    Avevo già essiccato la cartuccia della stampante ma poco male, ero contento.
    Avevo scritto a stampatello, bello grande, a margine del primo foglio, sopra il titolo:
    se ti piace, torna domani a prendere altre due pagine, io sarò qui, dove mi hai trovato oggi.
    Incominciai a distribuire i fogli, avevo solo cinquanta  possibilità , occorreva scegliere bene, non potevo mica sperperare tutti i miei risparmi in cartucce da stampante e risme di A4. Perciò cercai di dare i fogli a chi mi pareva potenzialmente più interessato al mio racconto, ma era una roulette russa.
    Quando finii, tornai a casa pieno di dubbi, forse avrei fatto meglio a mettere il mio lavoro su un sito in internet, ma era come imbucarlo in una bottiglia e buttarlo a mare, certo  in rete c'era un mare di persone, non di acqua, ma temevo lo stesso effetto.
    Arrivai al terzo giorno, avevo ancora le cinquanta copie delle pag 3 e 4, intatte: nessuno era tornato. Cominciava a fare caldo e nessuno tornava. Quello fu un brutto pomeriggio, pensai che l'indomani avrei fatto l'ultimo tentativo, poi sarei andato da Rossi a chiedergli scusa e mi sarei lasciato stritolare dalle sue manine piccole piccole.
    Ma l'alba del quarto giorno rischiarò la mia vita, due ragazzi, tenendosi per mano, si avvicinarono.
    « Allora è vero, ci sei! Ci dai le altre due pagine?»
    Li baciai sulle guance, forse sembravo un barbone, ma due persone erano coinvolte dalla mia storia. Mentre li vedevo allontanarsi, gonfiai il petto e mi dissi: allora quel che accadde, accadde piace a qualcuno e rimasi speranzoso ad aspettare qualche altro ritorno.

     
  • 26 aprile 2013 alle ore 22:38
    Davanti al mare

    Come comincia: Notte fonda, mare intenso che risucchia la battigia sino a metà spiaggia e mi scava l’anima ogni volta scuotendola. Sono stato lì tutto il giorno a scavare dentro di me, ogni centimetro esplorato portava a niente, eppure ero sicuro di trovare qualcosa. Stringevo la sabbia tra le mani impotenti a trattenerla eppure il tuo volto non mi sfuggiva, mai!
    Non senti gli umori del tuo corpo se non ti accucci tranquillo in riva al mare per estrarre dal suo rumore imperioso (sempre!), lento e ritmico delle notti di bonaccia, fragoroso nelle impervie di una notte burrascosa, dei piccoli ami dove attaccare le tue sensazioni per riporle un attimo, tenerle fuori da te, affidarle al comando del mare, strappandole al terremoto inquietante che ti
    logora l’anima.
    Puoi scrivere mille volte e mai riporti le tue sensazioni vere, come se esse, uscendo da te, s’inquinassero nel breve tragitto che le porta davanti ai tuoi occhi. Meglio pensare ad altri, meglio affidare i tuoi tormenti a persone splendide, gemelli inappuntabili delle tue voglie di successo, che ti rappresentino nel migliore dei modi, con il viso fresco, l’abito migliore che hai nel guardaroba e l’anima candida di chi non ha travaglio, ma sa e si muove come sa.
    Difficile contrastare l’aria gelida che ti prende in faccia e ti squarcia il petto, se non sei attrezzato a ingoiare, a bere tutto quello che ti offre una notte gelida davanti al mare.
    Come puoi vivere senza rimettere in scena te stesso ogni volta che percorri le tue strade, che segui il tuo filo, che pure rinneghi sempre? Non puoi mica alzarti e far finta di niente? Sarebbe
    sconcertante ripiegare il mare o addirittura accartocciarlo e buttarlo via, dai, sarebbe osceno!
    Non ti trovo, scavo dentro di me e non so in quali anfratti dell’animo ti sei rifugiata o dove io ti ho sepolto per distruggerti o proteggerti, tanto è lo stesso, troppo amore uccide persino un figlio.
    Non puoi presentarti con quel viso struggente, foriero di chissà quali sogni e startene lì immobile davanti a me, senza mai permettermi di toccarti, di riuscire a immaginare il tuo corpo, di riconoscerlo come il mio e di portarti con me, fuori e dentro di me e che tutti lo vedano, lo sentano, e infine lo riconoscano.
    Strano resistere sulla spiaggia a onde così violente e non lasciarti andare, non farti entrare l’acqua dentro per unirla ai moti perenni del cuore e placare l’angoscia, affidando alla risacca tutti i dubbi che ti tormentano sino a restare inerte e muto, placato per sempre.
    E’ una lotta che il mare amplifica, ognuno porta dentro di sé la sua vittima e il suo carnefice, ognuno espande quello che vuole di sé o quello che può, o più semplicemente quello che sa, ci si può affidare all’acqua per traghettare i pensieri, le emozioni su un punto fermo, immutabile, che testimoni l’avvenuto, il pensato, per sempre?
    Sfuggire, sì, a se stessi è pratica costante e comune, ma chi ha il nostro assillo deve lottare ancora più duramente.
    Chi vuole scrivere ha due nemici, il suo racconto interiore e la proiezione sul foglio bianco che come il mare cancella continuamente tutto quello che gli affidi.

     
  • 15 aprile 2013 alle ore 15:26
    Il mondo tra le mani

    Come comincia: Ho imparato a toccare le cose da quando non vedo più.
    Solo da allora ho toccato le cose, prima no, prima le prendevo, le riconoscevo quasi tutte, le usavo e ciò mi bastava.
    Da quando non vedo, devo prima toccare ogni cosa per riconoscerla, per prenderla, impugnarla, usarla, riporla nel modo giusto.
    Per me impugnare un coltello, significa innanzitutto individuare il manico, perché stringerlo dalla parte della lama non è conveniente, devo poggiarci  la mano leggera, senza pressione, come quando camminando sugli scogli, devi farti leggero e non far pesare il tuo corpo per attutire il dolore che le sporgenze puntute possono provocare ai piedi.
    Se prendo un bicchiere, devo prima verificare se è vuoto, se prendo una sedia devo toccarla tutta, carezzare la sua seduta, individuare se vi sono poggiate altre cose, capire che cosa sono, poi rimuoverle e infine, sempre toccandola, mi ci posso sedere.
    Se devo infilare un pullover, devo palparlo, per capire se è messo nel verso giusto, se non è alla rovescia, toccando le  cuciture posso capire se sono all'interno o all'esterno, devo seguire il perimetro del giro collo, capire dove l' ovale è più ampio, quel lato lì va davanti, solo più tardi ho pensato che bastava cercare l'etichetta: quello è il lato posteriore.
    Per arrivare a un interruttore devo carezzare il muro finché  il leggero rilievo più freddo e liscio mi dice che sono arrivato alla placca e che quindi un po' più in là c'è il pulsante, ma è un'operazione che faccio di rado, solo quando ho qualche ospite.
    Per mangiare un frutto, una mela per esempio, devo carezzarla a lungo per scovare la parte bacata, e se c'è, occorre poi mantenerci vicino un dito,con l'altra mano cercare il coltello, carezzarlo per impugnarlo, portarlo in prossimità della parte marcia e sperare di tagliarla tutta e bene.
    Alcune volte mi basta annusarla per scoprire se è integra, questo mi capita da un po', da quando il mio olfatto distingue sfumature che prima nemmeno immaginavo.
    Con il naso sento moltissime cose nuove, ad esempio capisco se la pasta è cotta, se è salata il giusto, se il vino è di 12 o 15 gradi, e tutto questo senza assaggiare.
    Anche l'udito mi aiuta, quando friggo, per esempio, il friccichio  nella padella, il livello di rumore che ne viene, mi dice se sto rischiando di bruciare e buttare tutto.
    Ma sono le mani che mi aiutano tanto a vivere, carezzare le forme dei molteplici oggetti che riempiono la mia vita mi arricchisce.
    Le forme tonde, motore invariato di sensazioni erotiche, gli spigoli acuti, puntuali nell'asprezza del contatto, il calore diverso che viene da ogni materiale, il livello di morbidezza o di durezza di ogni cosa.
    Tutto, passando sotto le mie mani, nasce continuamente e continuamente muore.
    Certo sono limitato ma sono soddisfatto.
    Toccare per me è  prima di tutto riconoscere, le mie percezioni sono innanzitutto tecniche e questo forse mi porta a non soffermarmi sulle altre percezioni, limitando la mia immaginazione.
    Ma vivere a occhi chiusi mi fa immaginare tutto, senza bisogno di scomodare i moti dell'animo.
    Eppure mi sento limitato.
    Spesso penso a cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi mai visto, a quali enormi orizzonti avrei avuto sotto le mie mani. Avrei avuto a disposizione solo un nome, una descrizione, inculcatemi da qualcuno, ma la mela sarebbe stata solo mia, un frutto di forma e colore esclusivamente pensato da me e così tutto il mondo.
    Se io non avessi mai visto, avrei un mondo tutto mio, inedito che potrei raccontare agli altri, ignari.

     
  • 06 aprile 2013 alle ore 21:23
    Prigioniero

    Come comincia: La mia perversione è nata quando mi hai lasciato, in quel preciso istante in cui hai stretto gli occhi e nelle fessure che sono diventati ci ho letto l’indifferenza e il tuo viso è restato immobile come un fotogramma inceppato, allora ho capito che per me iniziava una lunga prigionia.
    Ogni attimo successivo a quel momento l’ho speso a ricostruire il ricordo di te, incessantemente! e tutto il resto della mia vita è divenuta un corollario, un fastidioso accessorio che ingombrava il presente e intralciava il flusso dei miei pensieri rivolti a te.
    Meticolosamente ho incominciato a ricostruire il tuo corpo,  cellula per cellula, ho ripercorso tutte le pieghe della tua pelle, ho accarezzato tutta la rotondità del tuo seno, ho risentito la dolcezza disperata del tuo sesso, ho indugiato a lungo sull’esaltante sfericità delle tue  natiche e sempre più spesso mi sono rifugiato con gli occhi nei tuoi occhi, tenendo le mani giunte tra le tue cosce strette e ho poggiato la fronte sotto i tuoi seni e il naso nell’incavo del tuo ombelico.
    Ricordo tutto della nostra vita insieme eppure sono impegnato spasmodicamente a catturare ogni attimo, in una ricostruzione frenetica e fanatica di ogni secondo, sbobinando ogni minuto in tutte le sue frazioni, come una moviola impazzita, facendo del tempo una matriosca, un’implosione così dettagliata da arrivare al niente, come uno zoom che avanza fino a non far distinguere più nulla.
    La mia perversione è nata quando ho deciso di sezionare te e il ricordo di te fino alla millesima parte, frantumarti in una miriade tale di pezzi da annientarti. Volevo creare un puzzle non più ricostruibile, volevo cancellarti.
    Ho tentato in tutti i modi di rivederti e non riconoscerti, di incontrarti e non vederti, ho speso milioni di speranze e miliardi di energie, ma rimani indelebile nella mia mente in tutta la pienezza della tua immagine, del tuo essere.
    Allora a  questa mia perversione, vana e fatua, si è aggiunta l’ossessione, l’ossessione violenta di possederti senza averti, di vivere con te senza di te. Volevo sganciarti da te e prenderti con me, strapparti dal di dentro e lasciarti floscia e spenta sul ciglio di una strada, muta testimone di un amore ormai andato.
    Quest’ossessione mi ha portato sempre di più a riconsiderare te: ora sei diventata piccola, inetta, troppo debole rispetto all’immagine che ho di te, il tuo corpo troppo imperfetto rispetto al ricordo che vivo ogni attimo del corpo che ho coltivato nella mia mente.
    Ma non sono riuscito ad annientarti!
    Toccare il pensiero di te, carezzare il tuo ricordo, non è carezzarti, non appaga come sentire il sapore della tua saliva diventare il mio, immaginare il tuo fiato non è respirarlo.
    Purtroppo possedere il ricordo perfetto di ogni cellula del tuo corpo non equivale al semplice sfiorarti con un dito, stringere sotto le lenzuola la pulsante voglia di penetrarti con la forza della rievocazione non vale nemmeno il guizzo accattivante dei tuoi occhi all’accenno di un improvviso erotismo che un’occasione inattesa poteva regalarci.
    Come il confine dell’universo ripiegato fino a congiungersi, divenendo una linea di circonferenza, così il flusso dei miei pensieri gira infinitamente, sempre su un percorso ormai noto e mi riporta sempre e comunque al punto di partenza.
    Vivo in questa ossessione con la mia perversione di avere te senza di te e nemmeno le lenzuola pesanti e lorde dei miei fallimenti possono più sopportare la disperata contorsione nelle mie notti insonni.

     
  • 15 febbraio 2013 alle ore 13:28
    La Fabbrica della Coscienza

    Come comincia: Mi chiamo Otan e non sono nato, passo molto del mio tempo (?) con Otrom, che è più avanti di me negli anni o meglio in quegli anni che avrebbe vissuto se fosse nato e che da tempo sarebbero presumibilmente finiti, ma lui non è morto.
    Viviamo una non-vita a dire il vero piacevole, non siamo stressati, anche se non abbiamo mai tempo per niente: tantissime incombenze impegnano le nostre giornate, eppure non ci stanchiamo.
    La vita è fatta da innumerevoli sliding doors, porte scorrevoli dove passi o non passi, io e Otrom non siamo passati in quella fondamentale, nella madre di tutte le porte scorrevoli, cioè quella che ti mette al mondo e Otrom neppure in quella che ti toglie (dal mondo)!
    Vivere in questo spazio di cose non successe, nel negativo della vita reale, all'inizio mi portava sconforto, amarezza. Mi sentivo un grumo di potenzialità inespresse, un seme abbandonato che non era riuscito ad attecchire in un centimetro di terra e il vuoto che avevo d’innanzi agli occhi mi terrorizzava.
    Fu Otrom a darmi una mano, a farmi capire che la nostra dimensione era popolata da infiniti esseri come noi e che la nostra esistenza aveva una logica ben precisa e niente affatto effimera.
    «Senza di noi non esisterebbero le nostre alternative, capisci che ciò sarebbe davvero disastroso» mi disse appena mi conobbe, nella semioscurità del nostro sito.
    «Non capisco davvero cosa cambierebbe per noi?»
    «Cambierebbe tutto, non esisterebbe niente, la prima originaria porta scorrevole dell'universo si sarebbe aperta e chiusa invano, capisci?»
    «Continuo a non vedere la differenza» risposi piuttosto seccato, l'ostinazione di Otrom e la sua ottusa sicumèra mi procurarono fastidio.
    Ma Otrom non aveva torto, non per niente aveva molta più non-vita di me e pian piano imparai da lui tante cose e così le mie giornate incominciarono a riempirsi sempre di più!
    Infatti, dopo pochissimo non-tempo, mi svegliò all'alba e mi disse che era giunto il momento di attivarsi, sì, disse proprio così: attivarsi. Vagammo lungo un sentiero ancora immerso nell'oscurità per un bel po' fino a quando ci trovammo d’innanzi a un enorme edificio che lui chiamò Stabilimento. Mi disse di seguirlo e varcammo insieme l'entrata. All'interno una moltitudine di nostri simili si dirigeva verso dei loculi, che assomigliavano vagamente a un posto di lavoro. Molti di costoro mostravano di conoscere Otrom, qualcuno lo salutava con una certa familiarità e lui di tanto in tanto mi presentava qualcuno.
    Da quel giorno mi reco allo Stabilimento ogni mattina insieme a lui. Nell'edificio ognuno di noi ha un piccolo posto, composto da una sedia, un tavolo e un computer. Ognuno di noi è abbinato alla sua alternativa vivente e ogni giorno raccoglie tutte le linee morte, così le chiamiamo, cioè tutte le alternative scartate dal nostro assistito. Le raccogliamo tutte e sono tantissime, ma non è un lavoro molto duro, perché appunto sono linee morte che non essendo scelte praticate, non hanno alcuna ramificazione. Le raccogliamo e le archiviamo nel nostro computer, segnaliamo incongruenze, impulsività e tutte le note di commento che l'assistito, cioè il vivente, esprime nelle sue riflessioni.
    Ma il nostro lavoro fondamentale consiste nel creare collegamenti continui, riportiamo sul nostro schermo una maglia fittissima di eventi e non- eventi, come un tessuto a maglia stretta.
    Noi creiamo l'archivio delle non-scelte dei nostri alternativi.
    I più anziani di noi, come Otrom, lavorano sulla trasmissione genetica di questo tessuto, andando a impattare sui successori dei loro esseri alternativi, che invece sono già morti.
    Lo stabilimento si chiama Fabbrica della Coscienza e la sua mission è scritta a grosse lettere luminose nell'enorme sala dove ci raccogliamo per il pasto: NOI SOSTITUIREMO LA CASUALITÀ CON LA COSCIENZA.
    Il principio che ispira tutto il nostro progetto è quello che stabilisce che tutte le scelte non avvengono mai per caso o per impulso ma sono sempre il frutto della storia, del cumulo di esperienze che i nostri assistiti vivono, e che finiscono con influenzare le loro decisioni anche inconsciamente. Lo stesso destino, o il caso, è frutto di un’esperienza endemica collettiva.
    Archiviare l’infinita casistica delle porte scorrevoli dei nostri alternativi e trasmettere loro la coscienza di tutto ciò sono la nostra ragione di non-vita. Un progetto ambiziosissimo ma in molti ci credono e incomincio anch'io a farlo.
    L'altra sera, dopo una giornata di lavoro intenso, Otrom mi ha detto che era proprio contento di me a tal punto da farmi una confidenza che ha riacceso la speranza nel mio cuore.
    Mi ha detto che stava lavorando nei ritagli di tempo a un'ipotesi formidabile: nella trasmissione genetica aveva trovato una strana combinazione che aveva subito attirato la sua attenzione.
     Gli occhi gli si sono illuminati quando mi ha detto:
    «Se i miei calcoli sono giusti, potrei lavorare a una funzione straordinaria che potrebbe consentire a entrambe le alternative di vivere, contemporaneamente» e rimase a fissarmi per studiare la mia reazione.
    «Vuoi dire che potremmo vivere anche noi?»
    «Sì, hai capito perfettamente!»
    Ci siamo abbracciati e abbiamo riso, quanto abbiamo riso!
     
     

     
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  • Come l’autrice stessa ama definirlo, questo racconto breve è "solo una proiezione pallida e crudele della luna". Ma ogni proiezione lunare è affascinante.
    La prima cosa che ti appare nitida appena cominci a leggere è la visuale. Infatti la storia è narrata da un soggetto esterno che pare osservare, scrutare e interpretare come chiunque osservi un quadro. Non formula mai concetti e pensieri definiti, lascia sempre spazio al dubbio, all’interpretazione, direttamente correlati all’angolo di osservazione. Ovvio che l’approccio narrativo è influenzato dall’origine artistica di Anna Cibotti, cioè la pittura.
    A prima vista lo si definirebbe... lo si sarebbe detto... così spesso narra l'A. Insomma una serie di ipotesi, poi confermate nella storia, che ti fanno avvertire l’avvicinarsi dello sguardo... come un grandangolo che via via ingigantisce i dettagli.
    Uno stile asciutto, quasi scarno ed essenziale, utile però a far distinguere toni e forme in quella nebbia grigia e pesante che avvolge la scena e finisce col riempire l’animo di chi legge.
    Un incrocio dove tutto si blocca, dove alcune persone sono costrette dalle auto in panne a fermarsi, a pernottare in un luogo di fortuna, raggiunto solo per merito di un contadino, semplice e un po’ grezzo.
    La semplicità, ecco, l’ordine basico della natura che smonta le sovrastrutture della mente, che apre gli animi e spinge l’individuo a riflettere e a rivivere le sue scelte, la sua vita.
    Fatti inspiegabili, o forse no? O forse solo rievocazioni inconsce di eventi che non si è voluto approfondire, di ragioni che non si è potuto prendere in carico, che si è preferito rimuovere o semplicemente far sprofondare negli anfratti più nascosti dell’anima.
    Un incrocio dove in una catarsi piena e sincera ognuno può ritrovare le ragioni più intime della sua esistenza e riconciliarsi con lei o dove continuare a brancolare nella nebbia se non si ha l’umiltà di riflettere e di comprendere.

    [... continua]