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in archivio dal 22 mar 2010

Claudio Morgese

19 agosto 1992, Napoli - Italia
Mi descrivo così: Mi presento in qualità di presunto scrittore.

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  • 26 luglio 2010
    Il derby Roma-Lazio

    Mi han raccontato de qualcosa
    che han detto sia contagiosa,
    che t' entra nel core e nella testa ma
    senza preavviso, si manifesta.

    E mi han detto vai a Roma, bello
    lì certo che puoi prender sta malattia,
    sto morbo non fa male al cervello
    ma certo dal normale te porta via.

    Ma mi han consigliato, stai attento
    ce sò stati morti pè sto portento,
    eh si perchè è pur sempre na mania
    prima ti consola, poi te manna via.

    A, per chi sta malattia non c'è più
    per chi l' ama pure più de Gesù,
    per quando te senti pure un po' giù

    voglio dedicà st'evento speciale,
    perchè soltanto a Roma ce può stare,
    la malattia che te può solo consolare.

     
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  • 23 luglio 2011 alle ore 2:50
    Randle

    Come comincia: Si avviava il tramonto sulla vecchia penisola del Michigan. Il rosso candido serpeggiava tra le nuvole biancastre, giungendo fin dove il sole salutava a testa alta gli americani. Il vento soffiava ad ovest, aveva il sapore canadese tipico di Detroit e senza esagerare trasportava buste, plastica, microbi. Paesaggio sensazionale. Le persone si indirizzavano verso casa, la giornata era conclusa, non restava che godersi sulla spiaggia di Orleans Atwater l’immensa palla gialla rintanarsi dietro l’eterno orizzonte. Randle McMurphy faceva parte di quel 10% di irlandesi del Michigan, ma grazie alla madre, Rita, anche del 25% degli italiani e grazie al nonno, Irwin, dell’8% dei polacchi. La sua stanza puerile dal grattacielo di St. Vincent affacciava sulla Jefferson Avenue, la cui via adiacente era proprio Randolph Street ove, da un grattacielo situato venti chilometri prima, potevi scorgere l’inizio e la fine del sole. Le tende di nonna Gloria abbracciavano la finestra aperta che emetteva una fioca luce accompagnata da un piacevole venticello odoroso e canadese, quello che in California chiamano la ‘Mexican Symphony’. In casa non c’era niente e nessuno, neanche il cibo per un rifornimento prima della preziosa cena. Poteva avere tutta l’aria di essere un’atmosfera deprimente, ma non era così. Lì c’era tutto. Il vuoto era colmato dal silenzio, la solitudine aveva raggiunto il picco massimo tanto da diventare un’ebbrezza, un privilegio, che pochi possono avere. Randle si concesse un ulteriore capriccio dopo aver assaporato per cinque lunghi e torbidi minuti la delizia di Detroit al tramonto. Così prese una vecchia foto di Kim Basinger che aveva custodito tra ‘On the road’ di Jack Kerouac e la Bibbia. Con la foto rivolta verso l’alto ed i pantaloni calati, si dimenò nella masturbazione da lui sempre disprezzata, soprattutto da quando Priscilla cedette alle sue avances e si fidanzarono dopo quattro mesi di corteggiamento da pavone.

    Sul letto ricordò la sua prima ragazza, Olimpia. Era fantastica. La sua simpatia costrinse Randle a mutare la sua riservatezza in generosità, e fu talvolta persuaso nell’eseguire operazioni folli che prima proprio non digeriva. Aveva un viso che pareva quello di un pulcino, delle lentiggini che Randle adorava come gli americani adorano il burro d’arachidi, dei capelli lunghi e castani. Aveva il volto tipico anglosassone, quello che le radici di Randle premevano con tutta forza pur di conquistare. Il suo seno era enorme, ma ben proporzionato col fisico minuto e asciutto. La parlantina estrema e coinvolgente cambiò radicalmente Randle, fin tanto da farlo diventare ironico, brioso, come lui non si sarebbe mai aspettato. Ma soltanto fino a che Olimpia non lo lasciò. Amava un altro ragazzo, un certo Francis nativo del New Jersey. Si alzò dal letto e mise un cd del buon vecchio Muddy Waters, così tanto per, il momento lo richiedeva, il sole faceva a cazzotti con la luna, ed il blues, il vecchio blues del sud, non avrebbe tradito. Ricordò così nonno Joe, il quale gli raccontava la gloriosa Irlanda, i proverbi e le operazioni di guerra che condusse durante la Seconda Guerra Mondiale a capo dell’esercito inglese. Ascoltare nonno Joe non risultava mai noioso, ma bensì stimolante per un tipo curioso come Randle. Dal vecchio imparò tante cose, si fece le ossa, anche per via della morte improvvisa e prematura di papà Vernon. Fino all’età di tre anni, papà Vernon portava il figlioletto in giro per i parchi più belli ed interessanti di Detroit. La pesca, anche quella, aveva talvolta un ruolo predominante nelle uscite mattutine tra i due McMurhpy. E poi i pic-nic nel Campus Martius Park, o le gite in montagna nel lontano Québec. Il padre di Randle fu tanto importante quanto inutile per la sua vita, ma senza rendersi conto, il suo spirito combattivo, la sua espressione da ‘cacciatore dei boschi’, la sua astuzia da figlio di puttana, venne poppata proprio dalle avventure col padre prima che questo passasse a miglior vita. Randle si fece un giro per la stanza, pareva annoiato. Si affacciò dunque alla finestra per riosservare più da vicino il sole andarsene. Gli vennero in mente gli Scout. Mille esperienze con coloro che diventarono poi i suoi migliori amici, quelli con cui mangiava al Big Kahuna Burger, con cui giocava a baseball, con cui cercava di rimorchiare le francesine provenienti dal Canada. Randle sembrava davvero felice. Più che felice era soddisfatto del suo operato, della sua vita, ma soprattutto era consapevole che davanti a lui c’erano altri anni di gioia e conoscenza. Ricordò pure quando al liceo fu acclamato dall’intero corpo studentesco per aver compiuto un miracolo. Durante l’ora di educazione fisica di un tedioso mercoledì mattina, Randle saltellava in palestra insieme ai suoi compagni sotto gli ordini di Mr. Rudolph. Non vedeva l’ora di giocare a baseball nel cortile, tra i ragazzi si prefigurava una stuzzicante ed interminabile sfida. Quando Mr. Rudolph concesse loro l’onore, iniziò subito la partita, col solito dominio della squadra composta da Randle, Frank, Martin, Robert, Al e il resto della truppa contro i “pipponi” capitanati da Red. Quando la scossa di terremoto, che ogni mercoledì colpiva Detroit in quel periodo, giunse senza pietà, sorse il tragico imprevisto: un maestoso albero di dieci metri cadde sul tetto della scuola, che si frantumò generando grandi pezzi di cemento i quali schiacciarono il povero Red in fuga. Senza pensarci due volte, Randle si catapultò nell’impresa, scaraventando tutti i mattoni per l’aria. Red fu salvato e riportato nell’edificio, finché non venne l’ambulanza che lo trasportò in ospedale. L’avversario per antonomasia non smise mai di ringraziare l’amico Randle, avvertendolo ogni volta che ‘gli doveva la vita’. Così Randle fu acclamato da tutti gli studenti, professori, dal preside, fino a ricevere una medaglia dal sindaco di Detroit due giorni dopo. Quella medaglia l’aveva ancora, conservata tra le scartoffie dei suoi scritti e le foto delle donnine nude di playboy. Non l’avrebbe mai dimenticata.

    Il Michigan salutava anche quel giorno il sole, di cui si notava ormai solo un piccolo spicchio ma che illuminava con maggior potenza il tetto di Detroit. Così Randle McMurphy prese le sue vecchie scarpe che nonno Irwin gli regalò per il suo compleanno. Mentre allacciava queste, gli venne in mente proprio quel giorno. Fu tutto fantastico: ricordò quando gli eterni amici gli diedero in regalo una statua di marmo che raffigurava proprio Randle con la mazza da baseball in mano; o il viaggio a Londra che aveva sempre sognato, da parte di zia Uma e zio Jack, il quale fu successivamente condiviso con i suoi più cari amici. Per non parlare della Cadillac di nonno Joe. E poi le vecchie scarpe di nonno Irwin. Per lui avevano un valore affettivo inestimabile, forse più della statua, del viaggio e della Cadillac. Non le avrebbe scambiate con nessun altra cosa al mondo. D’altronde fu proprio nonno Irwin a salvargli la vita quando questi rischiò di non nascere. Due decenni prima, il ventre di mamma Rita sembrava scoppiare e Randle rimase incastrato tra la vita e la morte. La situazione degenerava ogni minuto, anche per la decisione di mamma Rita di abortire all’ultimo minuto, di cancellare definitivamente quello strazio per lei e per il bambino, che avrebbe potuto affrontare gravi problemi psico-fisici per tutta la vita. Per Rita sarebbe stata una decisione critica, di quelle che non hanno bisogno di mesi per giungere a conclusioni valide ma solo dell’istinto che in ogni arteria e in ogni vena del corpo le imponeva l’aborto. Per paura o forse per vergogna. Ma l’ostetrico del momento, nonno Irwin, la pensava diversamente e catapultò le sue dotte mani nell’utero di sua figlia per espellere un bambino avvolto completamente nel mistero. A distanza di due anni l’intera famiglia McMurphy si accorse che Randle brillava come una lucciola e non solo era normale, ma aveva doti di scrittura e d’animo che misero in imbarazzo la pudica scelta di mamma Rita. Randle non seppe mai la verità. Ma solo che il suo salvatore fu nonno Irwin, direttamente dalla Polonia.

    Cappello dei Lakers già pronto (i Los Angeles, la scelta di tifo che gli procurò non poche problematiche tra la compagnia di Detroit), camicia stirata, jeans Levi’s e giubbotto di pelle regalatogli anch’esso da nonno Irwin. Prima di uscire si affacciò nuovamente alla finestra, solo per accorgersi che tra i pensieri nella sua testa non figurava più l’addio dello splendido tramonto, sostituito dalla notte lunga e beata. Proprio quando si accinse ad aprire la porta della sua stanza, si accorse di aver dimenticato il portafogli nel cassetto. Aprendolo ritrovò documenti che non leggeva da tempo, come la sceneggiatura di qualche film (e di una sua opera incompiuta), il suo antico diario delle scuole medie (tra le tante dediche compariva quella di Mia Wallace, ragazzina divenuta donna-cannone cinque anni dopo e che per la quale Randle perse la testa prima e poi), l’oneroso scatolo di sigari cubani regalatogli da zio Patrick, una rara e preziosa foto con David Gilmour leader dei Pink Floyd di cui Randle andava pazzo, una penna stilografica, un album di Elvis Presley ed una raccolta di foto d’infanzia (ove compariva spesso una Rita estremamente perplessa ed un papà Vernon assai orgoglioso). Scontato che quindi in quel portafogli ci sia oro, da affiancare a così tanti bei ricordi. C’erano foto di suo padre e sua madre, di nonno Irwin e nonna Gloria, di nonno Joe e nonna Gladys più qualche dollaro da spendere al Big Kahuna Burger. La sua era una famiglia davvero unita. Randle, figlio unico, ‘si fece da solo’, tra i cantieri di Bates St. e le avventure a Washington Boulevard. La sua passione per il baseball e per il basket formò il suo carattere ed il suo possente fisico. Sarebbe potuto diventare un valido giocatore di baseball, se quel problema al braccio destro non lo avesse condannato alla sola scrittura. Le paure di Rita si concretizzarono solo in quel minuscolo difetto, di cui spesso andava addirittura fiera nelle conversazioni private con i suoi genitori per fornire una misera giustificazione alle sue scelte azzardate e timorose di due decenni prima. In quel tempo circolava addirittura invidia sulla vita di Randle. Molti dei suoi amici desideravano la sua stima e la sua reputazione, rara per un ragazzo di quell’età, ma soprattutto le amicizie e le sue avventure. Da vecchio irlandese figlio di puttana.

    Suonò una piccola sveglia deposta sulla scrivania di fianco al computer. Randle si accorse di aver fatto tardi all’impegno; il suono della sveglia avrebbe dovuto ricordargli che era già in ritardo di dieci minuti. Ma preso da tanta dolce sinfonia dell’inizio della notte e della fine dei suoi ricordi, scordò di aver selezionato la sveglia solo per un possibile - ed avvenuto - ritardo. Chiuse la porta della sua stanza e poi quella d’ingresso e corse subito verso l’ascensore. La sua pigrizia non gli consentiva di scendere cinque piani a piedi. Al piano terra una sorta di fluido candeggino attraversò il suo corpo, come liberazione dall’oppressione estenuante dell’ascensore. Visto da fuori il grattacielo di St. Vincent appariva come una delle meraviglie del mondo. Ma se poteva accontentare i cittadini di Detroit, venne proclamata ben presto come una delle meraviglie d’America. Così Randle raggruppò tutti i suoi pensieri, i suoi ricordi, le sue speranze, le sue ambizioni, la sua grinta, il suo vigore, la sua personalità, il suo nome e davanti alla Bmw Serie 1 del suo amico Al, che aspettava da quindici minuti il suo avvento, estrasse una 44 Magnum dalle mutande e si sparò un colpo in testa.

     
  • 23 luglio 2011 alle ore 2:47
    Cinquant'anni

    Come comincia:                                                                                                                                                                   Columbia (SC), 07/01/1999

    Mi chiamo Robert Life, nato nei pressi di Fulton St., Columbia nel South Carolina, l’8 Gennaio 1949. Mio padre morì quando avevo sei anni, fu colpito involontariamente da un proiettile vagante durante una sparatoria. Faceva il macellaio. Mia madre non faceva un cazzo oltre a ciò che fanno tutte le madri. Da bambino mi piaceva…

    Oh, al diavolo. Sono Robert Life e scrivo questa lettera come ultimo atto di un qualche cosa di meraviglioso. A dir poco. Sono passati cinquant’anni e guardandomi alle spalle, oggi, noto qualcosa che è sempre sfuggito alla mia mente, al mio cuore. Qualcosa che solo gli uomini i quali si trovano attualmente nella mia stessa situazione, possono notare. Proprio ora che dinanzi a me scorgo il buio, la luce entra di prepotenza nella mia testa. E ricordo tutto. Ricordo il mio primo regalo di Natale, uno dei primi, una chitarra. Non potrò mai dimenticare la mia felicità e le mie lacrime ed il sorriso di  mio padre. Ricordo il primo giorno di scuola, tra pianti e urla, mi mancava il mio papà, quasi come se già sapessi che dopo quel giorno non l’avrei più rivisto. Ho  vissuto nella merda e con astuzia sono sopravvissuto fino ad oggi. Ho sempre guardato le mie tasche, ragguagliato mia madre, difeso il mio fratellino e mangiato quello che c’era. E ricordo quando attraversavo quei bui e stretti vicoli, osservato anche dal cane randagio. E piansi, piansi per la scomparsa di colui che per sei anni mi ha amato, difeso, addestrato. Ma nel South Carolina non c’è tempo per piangere. Nella mia vita non c’era tempo per piangere.

    Non scordo il mio primo lavoro. Ero un fottuto lustrascarpe come quei negri figli di puttana. Ero il miglior lustrascarpe del Sud. Lustravo signori, ricchi, mafiosi. Era un lavoro di merda, ma mia madre era lì, povera ed indifesa, con due figli da sfamare anche con un dollaro a settimana. Li ricordo tutti quegli stronzi: Vincent Langella, Sonny Cady, Johnny “la roccia” Corrado, Michael Winnfield. E qualcuno si scopava pure mia madre. Ma io non ho mai aperto bocca. Non era mio compito farlo. E ricordo Kathleen, la mia prima ragazza. I miei primi baci, le mie prime scopate, le gelosie, le liti, l’amore. A vent’anni era già passata un’eternità. Ma avevo già fatto tutto, tutto per la prima volta. Ricordo tutto lo sporco ed il sudore per vivere, vivere bene. Gelataio, assistente barbiere, scaricatore di merci al porto, cameriere, commesso, salumiere, macellaio, prestigiatore, falegname, operaio, meccanico, cuoco. In tasca mi restava quel tanto che bastava per le sigarette. Ricordo tutte le birre scolate con Joe, Martin, Red, Jerry, il football, il basket, Jim Rice, Elvis, gli anni ’70. Ricordo tutte le mie donne, e mia moglie, Rita, ed i miei figli, Tom e Lisa, ed i viaggi a Los Angeles, Chicago, Dallas, Rio, Roma, Berlino, Londra.

    Si riaccendono i fari su di me e sento urla provenire da fuori. Gridano anche il mio nome. Ma intanto non posso fare a meno di pensare. Tutta la mia vita, adesso, sembra scorrermi nelle vene, accecandomi gli occhi. È strano il modo in cui un uomo come me si ritrovi così, ora, tra inferno e paradiso senza via di scampo, con un passato tanto vicino quanto la puzza del proprio sedere. Io non ho rimpianti, non ne ho mai avuti. E neanche rimorsi, mi sento di aver fatto tutto ciò che potevo fare, senza esagerare, senza rinunciare a quello che volevo. Ho giocato, ho vinto e perso; ho rischiato, ho inghiottito e vomitato. Ho riso, ho pianto, diavolo quanto ho pianto.

    Ricordo quando fui ferito: 19 Agosto 1991, non lo dimenticherò mai. Le circostanze furono simili a quelle tragiche di mio padre. Sparatoria, S. Gregg Street, come si suol dire in questi casi mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sembrava una maledizione. Rita era al corrente di ciò che successe a papà, i miei figli sapevano qualcosa, io vedevo la morte cogliermi impreparato. Il proiettile sfiorò il cuore, mio padre fu colpito alla testa. Le conseguenze di questa stronzata furono solo un po’ di compassione da parte di chi, sembrava, non mi conoscesse più ed un’eterna cicatrice. In questi lunghi e sporchi anni sono riuscito a farmi conoscere, a dettar legge – quando potevo –  a divertirmi, soprattutto. La vita non è una gara e non può essere interpretata con una filosofia. Necessita solo di essere vissuta. Amare ogni singola cosa che ci è accanto e scoprire che ci si può sempre sorprendere. Anche a cinquant’anni.

    Ricordo dieci minuti fa, quando né io né voi sapevamo di questa lettera. Per voi adesso, beh, sembra non essere cambiato nulla. Sentivo di scrivere queste parole, cercando di ricordare e capire se la mia vita ha avuto un senso. Ma credo che ogni piccola vita di ogni fottuto essere umano, abbia un senso. Qualsiasi cosa potessimo fare, qualsiasi sbaglio potessimo commettere sarà nostro, ci entrerà anche nel nostro più misero capillare e ci renderà quello che siamo, ad un secondo dalla morte. Non preoccupatevi, amici miei, di me. E neanche dell’invidia, della gelosia o della cattiveria! Consumereste vita come un vecchio incallito fumatore, per poi morire bruciacchiati e senza respiro.

    Tra cinque minuti verrò attraversato da duemila volt. Lì fuori è tutto pronto. Il pubblico attende, la sedia aspetta solo di sfogarsi contro di me. Sono pronte le catene, e la spugna. I secondini raccolgono cella per cella ogni animale, volgarmente, sputati e sbeffeggiati, perché forse per loro “animali” non è il termine giusto. Dopo Jack Weinstein, sarà il turno di Robert Life. Sento le urla. Sento l’approssimarsi progressivo di una morte troppo veloce e sofferente. Respiro con affanno, voglio una sigaretta. Le preoccupazioni, adesso, mi attanagliano. Ho paura. Quella notte mi trovai di fronte ad una carneficina. Non avevo mai visto così tante sagome immobili, con gli occhi trafitti dall’orrore, ancora impressionati da quell’immensa malvagità nei loro confronti. Il sangue sembrava non finire più, chiazze rossastre ovunque. Ed io ero lì, da solo, con una pistola a terra senza impronte. Potevano essere cinque, dieci, venti morti. Non ricordo. Mi voltai e vidi ambulanze, FBI, forse l’esercito. Capii che per la seconda volta nella mia vita mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Voci di strada mi hanno sempre insegnato che la fortuna non bussa mai due volte. Ebbi la conferma della mia fine quando un sopravvissuto senza braccia, magro, quarant’enne scapolo e medico, John O’Brian, un irlandese del cazzo, scorta la mia faccia mi accusò. Non ho mai capito perché l’abbia fatto. Forse neanche lui. O forse era convinto di aver pescato la persona giusta. Ogni uomo ad un certo punto del suo cammino si rende conto di quando sia veramente finita. Chi prima, chi dopo. Il mio percorso è stato talmente pieno che sento ancora parecchio vuoto da colmare. Non sono ancora pronto a morire. Ma il mio momento è arrivato. Weinstein ha tirato le cuoia. Ascolterò in prima persona la sadica sinfonia dell’uomo morto che cammina. Mi mancava quest’esperienza. Dicono che sulla sedia inizialmente si provi piacere. Un piacere irresistibile, prima del tramonto. Senza rendermene conto diverrò un pezzo di carne bruciato lungo un metro e ottanta, lontano da una moglie e due figli e dal mondo, dopo cinquant’anni. Soltanto cinquant’anni.

    Sento i passi del secondino avvicinarsi meticolosamente. Ancora dieci secondi per ricordare tutto. Ancora dieci secondi per un’ultima lacrima.

     
  • 22 marzo 2010
    La Cosa

    Come comincia: Esiste qualcosa che un giorno arriva, senza preavviso e senza indugi, arriva per chiunque. Puoi vivere in campagna, in ospedale, sotto un ponte o in qualsiasi metropoli o isola: non c’è Dio o fortuna che impedisca la venuta di questo tornado, potente e indiscreto, capace di stravolgere tutto, ma proprio tutto; e qualsiasi mezzo tu disponga, non servirà a niente per ostacolare la sua furia. Dare un nome a questo tornado: per capirlo, raggirarlo, indebolirlo, sottrarlo. Il nome eviterà che questo tornado agisca? O il suo estremo vigore, impavido e scortese non ha pietà per nessuno? Chi non lo conosce lo conoscerà presto. Chi l’ha affrontato saprà come eluderlo, ma non abbastanza per sconfiggerlo. Chi l’ha sconfitto avrà gloria ed onore, ma si renderà conto che le sue gesta non sono servite a niente. Il tornado arriva, per chiunque. È la passione, la smania, l’inquietudine, la frenesia. Di una “cosa”: chiamiamola così.

    C’è chi arde di bramosia per questa cosa. Il mondo e la vita quotidiana diventano monotoni dopo un po’. Si cerca ad est, si cerca ad ovest. La cosa si nasconde, tra insicurezza e paura, non vuole essere trovata. Ma l’uomo cerca, cerca senza sosta, nonostante la vita continui a scorrere inesorabile anche se qualcuno, sembra, l’abbia già trovata. Chi prima, chi dopo, quando il miraggio confonde la mente dell’uomo, quando l’illusione entra in scena, quando il sogno si avvicina prepotentemente alla realtà, sembra di essere riusciti a trovare la cosa. La brama e il desiderio aumentano sempre di più. Si pensa il modo con cui affrontare la cosa. Si fanno progetti, su come vivere la cosa. Si immagina la vita, con la cosa. L’uomo diventa pazzo, non conosce null’altro, meno che la cosa. Tutte le azioni del passato si sciolgono come zucchero nel latte e tutti gli oggetti che ci sono sempre stati intorno, diventano come lacrime nella pioggia. Adesso c’è la cosa. Non conta più niente. Ma era solo illusione. In realtà non era nulla. E si ritorna a cercare, cercare e cercare. Cercare quel ti amo, da qualche parte, convinti che ci sia, e stia aspettando solo noi. In capo al mondo, nell’Inferno, dal personaggio più crudele di questa terra, dall’amico più fidato e mai abbandonato. Si cerca, come acqua nel deserto. Pieno di miraggi, di illusioni, di inganni e allucinazioni. La passione s’è impossessata di noi, nulla ha l’abilità di cancellarla e rispedirla da dove è venuta. La testa diventa sempre più malsana, l’obiettivo sempre più cinico, le forze sempre più scadenti. Eccola, l’abbiamo trovata. È lei, ne siamo sicuri. Si è nascosta per bene stavolta. Non ci scappa. Ma una volta afferrata, questa cosa di ghiaccio si sbroglia nel deserto, ancora arido e minaccioso. Ma niente, non ci arrendiamo. Da qualche parte deve trovarsi questa cosa. E quel ti amo, quell’abbraccio, quel bacio, quel sapore di impeto, quel gelido amore. Si cerca solo questo, null’altro. Non si ha bisogno di niente. La vita non ha sapidità e nemmeno senso, senza la cosa. Così l’uomo ha programmato la sua esistenza. Dal più mingherlino al più coraggioso. Nessuno sfugge alla cosa. Tutti la cercano, tutti la vogliano. Chi fa finta di niente, ma in realtà è peggio di un leone alla ricerca della sua gazzella. Chi avvampa, brucia, soffoca, insistentemente non sa più dove pescare. Ma trova una via, uno sbocco. Qualcuno ha voluto dare un ulteriore opportunità. Bene, si cerca di sfruttarla. Ma niente. Era un altro miraggio. La rassegnazione fa la sua parte. La cosa è troppa furba, a volte riusciamo anche a trovarla, ma non era lei. Bensì qualcosa che la somigliava. Un ti amo falso e corrotto, un abbraccio freddo e schivo, un bacio bugiardo ed insignificante, un amore che non è mai stato amore. Ci guardiamo alle spalle. E vediamo tutto quello che abbiamo fatto e pensato.

    Abbiamo cercato per mari e monti, facendo bei sacrifici, e qualche sciocchezza di troppo. Ma la cosa, anzi la Cosa, non siamo mai riusciti a trovarla. Difficilmente la troveremo. Lei ha timore di essere scorta, la fuga è la miglior soluzione. Ma noi siamo troppo lenti ed attaccati alla vita, ai fatti, alla quotidianità. Poco propensi a volare, lassù dove puoi vedere tutto, anche la Cosa. Ma lei è sempre nella nostra mente. Cerchiamo di sostituirla, magari di scansarla, ma sappiamo che ci facciamo del male. Non troveremo mai quella Cosa, oppure riusciremo ad afferrare, qualcosa che possa avvicinarsi ad essa. Qualcosa che comunque possa sostituirla in qualche modo, da qualche parte, in qualche tempo. E ci accontentiamo. Troppo deboli, troppo sognatori, troppo fiacchi. Ma ricorderemo tutte quelle illusioni,  come momenti di massima potenza. Solo grazie ad esse siamo riusciti a sognare e stamparci un sorriso in faccia, convinti di essere riusciti a trovare la Cosa. E per quanto possano essere perfide ed ipocrite, ci hanno donato per un brevissimo attimo sensazioni che abbiamo sempre inseguito. Un brevissimo attimo che ci ha consentito di vivere come abbiamo sempre voluto, fluidificanti nell’aria, più leggeri di una foglia, più luccicanti di una stella. Ma sono state e saranno pur sempre illusioni. Illusioni le quali sostituiranno quel Ti Amo che non arriverà mai.