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Recensioni di Claudio Volpe

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  • Gaia Conventi nell'opera "Novelle col morto" conferma grande maestria e sapienza tecnica nella costruzione del giallo.
    Il libro si compone di due racconti lunghi che, ognuno a suo modo e con la propria storia, tengono il lettore col fiato sospeso e la mente protesa a comprendere le evoluzioni della storia. Sempre presente è la chiave di lettura umoristica e sagace, approccio che si riverbera sullo stile col quale è scritta l'opera nel suo complesso e che scolpisce in modo incisivo personaggi, sentimenti, vicende e luoghi della narrazione. Lo sguardo saggio e preciso dell'autrice coglie particolari della psiche dei personaggi consegnandoli al lettore in tutta la loro forza.
    Il primo racconto, "Quarti di vino e mezze verità" prende le mosse dalle vicende di un personaggio inventato dall'autrice, tale Leonetto, che viene immaginato come figlio del noto e discusso Niccolò Terzo d'Este, marchese di Ferrara famoso per le sue numerose relazioni adulterine. Il secondo racconto, "La locanda del giallo", si svolge in un immaginario festival letterario tenutosi ad Arginario Po nel quale verranno premiati alcuni autori polizieschi e dove il ritrovamento del corpo della vittima sembrerà fornire un ottimo strumento per pubblicizzare l'evento.
    Il tessuto narrativo costruito dalla Conventi è fitto e intenso, ricco di contenuti ed elementi caratterizzanti che riescono a coinvolgere per la loro tangibilità e il loro realismo. L'umorismo imperante nelle storie raccontate intrattiene e diverte conducendo il lettore alla scoperta dell'evoluzione delle vicende in modo veloce e fresco. Il risultato è quello di un testo avvincente che corre spedito fino all'episodio delle storie senza omettere l'approfondimento psicologico dei personaggi e la contestualizzazione della narrazione.
    Un'opera che dunque potrà essere apprezzata non solo dagli amanti del genere giallo ma anche dai profani in materia che troveranno un ottimo spunto per iniziare a conoscere questo genere letterario.
    La Conventi, già autrice di numerose altre opere, alcune delle quali edite anche da Mondadori, ci regala un nuovo testo degno di lettura e di attenzione.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • "Ballata di ogni artista" è il nuovo romanzo di Bruno Panebarco, nel quale l'autore, come recita la quarta di copertina, ci conduce per le strade di Porta Palazzo e del "Quadrilatero romano" a Torino, oltre che attraverso le gallerie d'arte che popolano questa città.
    Una dimensione spaziale ben delineata dunque, che lascia immaginare scenari e atmosfere precise. Il romanzo è percorso da nervature proprie del genere giallo che costituiscono lo sfondo della storia la quale ruota attorno alla figura dell'artista e della sua esistenza. In un'ottica universale dove l'artista diventa paradigma della ricerca di un proprio posto nel mondo. Il bisogno di essere visti, riconosciuti, apprezzati in modo tale da poter avere una sicurezza emotiva ed economica tale da potersi dedicare con tutto se stessi alla propria attività artistica: è questo il grido dell'intera storia. Il personaggio principale, Ruben, è un giovane uomo dal cuore puro che crede nelle idee e che si scaglia contro la mercificazione del mondo dell'arte, un mondo fatto di affaristi e di persone che mercanteggiano materia e oggetti invece di celebrare il valore dell'arte. Metafora dunque dei nostri tempi dove dell'arte e della cultura si è fatta una merce cui dare un prezzo e con cui lucrare. Ruben è un girovago anticonformista e contestatore che cova nel suo passato un dramma profondo. Non è disposto a lasciarsi sottomettere dai giudizi di critici d'arte poco propensi all'onestà intellettuale. Questo coacervo di rabbia, sfiducia, rancore e furore lo condurranno a seguire strade complesse e turbolente all'insegna della propria affermazione e realizzazioni artistiche. Abbandonando progressivamente ogni relazione umana si ritroverà in una dimensione di solitudine. Una solitudine in cui coltivare il mito del genio folle e incompreso (l'autore in un'intervista parla di "delirio di onnipotenza"). Un romanzo dunque diretto, immediato e intrigante dove suspance e narrazione i troppe trova si fondono in un crescendo di incisività.

    Il testo presenta attente descrizioni.

    "Piazza della Repubblica, meglio conosciuta come Porta Palazzo, era più affollata di un centro commerciale all'ora di punta. La gente si aggirava vociante tra i banchi del mercato all'aperto, dai quali si levavano le caratteristiche urla di venditori ambulanti. I corridoi delle due strutture coperte che ospitavano le rivendite di abbigliamento, calzature e articoli sportivi da una parte e il mercato del pesce dall'altra, erano, se possibile, ancora più intasati e caotici. Per decenni, da prima che la grande distribuzione con i suoi mega centri colonizzasse la periferia cittadina, Porta Palazzo, aveva attratto migliaia di avventori, per la grande varietà del prodotto offerto e per la possibilità, piuttosto rara in una città così lontana dal mare come il capoluogo piemontese, di acquistati pesce fresco. Arrivava gente perso dalla Francia."

    Le descrizioni lasciano poi posto a immediati dialoghi:

    "Ballarini era solo un pervertito, un porco libidinoso che meritava di essere schiacciato come uno scarafaggio!"
    "Eppure, se sei riuscito a fare qualcosa, ad arrivare dove sei arrivato, lo devi a lui. Perché lo odiavi tanto?"
    "Ma che cazzo ne sai tu, di come stavano le cose? Delle umiliazioni che mi infliggeva, del disprezzo che aveva nei miei confronti. Mi trattava come una pezza da piedi, peggio! Come uno schiavetto che doveva accorrere e sottometterai ad ogni suoi capriccio, soddisfare tutte le sue perversioni, le sue deviazioni, le sue schifose voglie sessuali!"
    "È per questo che lo hai ammazzato?"
    "Sì. Doveva crepare quel bastardo! Doveva pagare per il male che mi ha procurato e che mi hanno fatto quelli come lui. Non avevo dieci anni quando cominciavano a mettermi le mani addosso, quelle bestie schifose. Eliminarlo dalla faccia della terra era un mio sacrosanto diritto!"

    Un romanzo, insomma, da scoprire pagina per pagina.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Sul quarto di copertina de “Il problema di Ivana” si legge: “Il problema di Ivana è un romanzo magistrale, straordinario esordio di un autore dallo stile elegante e inconfondibile. Andrea Torreggiani, giovane dirigente milanese di un’azienda in crisi, è anche scrittore per passione. Approfitta di un breve soggiorno a Cetona, nelle valli senesi, per terminare il suo romanzo. Lì cercherà di dar riscontro a un’immagine che esiste solo nella sua mente e che potrebbe risolvere il problema di Ivana. Lì incontrerà un nuovo amore, vero quanto difficile”.
    Ho voluto riportare questa sintesi perché credo esprima in modo perfetto la storia narrata nel romanzo senza svelare troppo o troppo poco e dando il giusto valore ad un romanzo ben costruito e ricco di colpi d scena. Con questa storia l’autore attua un’indagine accurata sui profili antropologici e sociali del vivere moderno, scandagliando le tormentate anime dei personaggi e costruendo figure nelle quali molti lettori potranno rivedersi. Il punto di forza del romanzo di Torregiani sta nella lingua diretta, immediata ma comunque musicale e ricercata che denota un’attenta ricerca di metafore e sinuosità linguistica. Per rendersene conto è sufficiente leggere il passo che segue:

    “Abbandonò il suo corpo per un po’, lo lasciò flaccido e informe, che pure era così bello e fiero, sul divano rosso e vagò senza timori nel parco che dal metrò la portava a casa, ogni sera di ogni giorno di lavoro. Scrosciavano applausi di riunioni dominate, di platee domate, occhi famelici e perversi la scrutavano mansueti, le leccavano il corpo, i bellissimi seni le scendevano sin nell’incavo del ventre, le carezzavano le pieghe più intime tra le cosce. Le sue natiche tonde, piccole armoniose, bersaglio di desideri impellenti, sognate ogni notte da uomini veraci, carezzate all’infinito da tutti gli sguardi catturati alle sue spalle. Ivana nel parco, tornando a casa, non pensava più alle sue rivincite, al lavoro che cavalcava come un’amazzone indomita… () Le capitava di nuovo di compiacersi sotto lo scroscio della doccia, lavandosi aveva ripreso a carezzarsi il seno giovane, turgido, perfetto, e a rabbrividire di sottile piacere nel passarsi la schiuma tra le natiche e le cosce, e qualche volta indugiava, fremendo. Ivana era molto bella, lo sapeva, era vogliosa, ma solo quando le andava. Ivana stava guarendo, almeno così le era sembrato fino a ieri. Ma poi tutto era svanito, e ora il suo pensiero vagava di nuovo tra le pieghe dei suoi stati d’animo, rimbalzava da un sintomo all’altro.”

    Da tali versi emerge una grande sensualità nelle descrizioni, nel dipingere ogni anfratto del corpo e della mente tanto che la sensualità stessa sembra essere tangibile, abbandonare le pagine e investire in pieno il lettore rendendolo partecipe di una forte sensazione di coinvolgimento. Il ritmo verbale è fitto e serrato, le immagini ben costruite così come la psiche dei personaggi. “Il problema di Ivana” è stato definito come “un thriller romantico dove non esistono morti e sangue  ma il mistero e il desiderio di dipanarlo rendendo difficile sospendere la lettura, staccarsi dalle pagine.” L’eleganza narrativa è un elemento costante e denota una grande padronanza della parola e di tutte le sue sfumature, parola che in un buon romanzo deve sapersi fare materia, segno, figura, pietra che batte sulle cose. Una storia, insomma, da leggere e da cui lasciarsi catturare.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • "Ciò che è gratuito è stato pagato da un altro"
    Questo aforisma, tratto dall'opera "Il re del proprio mondo" di Federico Basso Zaffagno mi ha emozionato e sconvolto per la sua semplicità e al contempo importanza. Appena incontrato nella lettura, a sua volta ricca di massime e riflessioni acute e raffinate, non ho potuto fare a meno di fermarmi, rileggere e rileggere ancora, chiudere il libro e riflettere.
    "Ciò che è gratuito è stato pagato da un altro". In questo aforisma è rappresentato il senso pieno del nostro vivere "moderno", il vivere di noi uomini che sempre più spesso crediamo che tutto ci sia dovuto, che esistere non costi sacrificio e che la nostra felicità non debba tener conto della vita degli altri. In realtà, quello che questo aforisma sembra voler dire è proprio l'opposto, cioè che la nostra felicità inizia dove inizia quella dell'altro, che quello che oggi siamo e abbiamo la fortuna di poter essere, le parole che possiamo pronunciare, le opinioni che possiamo esprimere sono state pagate a caro prezzo da chi, prima di noi, ha lottato sacrificando la propria vita per conquista diritti oggi sviliti, derisi, dati per scontato o ancora peggio, rifiutati. Il diritto di voto, ad esempio, il diritto di pretendere il riconoscimento del diritto alla libertà di amare, il diritto ad un lavoro o il diritto all'espressione del pensiero sono il dono più grande che ci è stato fatto, dono dunque gratuito per noi ma pagato pesantemente da altri. Ogni aforisma dell'opera di Federico Bassi Zaffagno offre al lettore un nuovo spunto di riflessione e lo fa in modo sagace, critico, talvolta ironico, talvolta lirico.
    Le parole si inseguono, si incontrano e con esse i pensieri, le riflessioni, così che ogni aforisma finisce per diventare una piccola finestra sul mondo e sull'essere umano. Essere umano colto nel suo poliedrico essere e divenire, nei suoi vizi, pregiudizi, paure, incertezze e bellezze.
    "Durante la vita tante persone e avvenimenti si dimenticano involontariamente, perché il tempo costruisce nuovi visi e palcoscenici, ma questo non corrisponde a dimenticare se stessi".
    "Nei rapporti umani, più di tutto, rallenta la diffidenza, che è ben diverso dal riporre una fiducia gratuita. Ad ascoltare non c'è nulla da perdere, rivelare può essere una scommessa premiata, ma chiudere alle somiglianze lascia al punto di partenza"
    "Se un qualunque essere umano potesse provare un minuto della felicità che si accumula dentro da quando impari a riconoscerla, invece che ricercarla, allora potrebbe tranquillamente morire all'istante".
    Questi e tanti altri sono gli aforismi che compongono "Il re del proprio mondo", opera che decide di parlare al lettore con il linguaggio antico ma estremamente attuale della massima che, immediata e veloce, riesce a giungere a destinazione per colpire, incuriosire e commuovere. Un'opera da sorseggiare e da usare come spunto di riflessione sui diversi temi della realtà e i diversi modi di essere della vita.

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    recensione di Claudio Volpe

  • “Transudore” di Mirna Rivalta e Marco De Mattia è un’opera complessa ed elaborata. Gli scritti che la compongono assumono il sapore di significati che possono essere soltanto intuiti pagina dopo pagina, parola dopo parola. Le parole danno vita a un’opera visionaria e a tratti dal forte tono lirico. L’unione di prosa e componimenti che si possono definire poetici crea interesse e stupore, la scorrevolezza del testo gonfia le vele della curiosità e spinge ad avanzare nella lettura velocemente alla ricerca di quel senso che trasuda da ogni parola in modo misterioso e celato. La trasfigurazione dei concetti crea immagini efficaci e nitide così come le foto che sono riportate all’interno dell’opera, immagini taglienti che si soffermano su particolari ben precisi esaltandone l’anima e la bellezza e che concorrono a scolpire una complessità strutturale e semantica che affascina. È possibile osservare un marciapiede lungo e bagnato e un paio di piedi in lontananza, al limitare dell’immagine che sono raffigurati nell’atto di camminare. L’ombra riflessa sullo stesso sembra il prolungamento della persona cui appartiene e riempie la scena nonostante questa sia quasi del tutto occupata esclusivamente da un marciapiede. Più avanti nel testo incontriamo la foto della vetrina di un negozio, tre paia di jeans esposti, appesi e l’immagine della città che si estende sulla vetrina creando singolari giochi di riflessi. Il linguaggio dell’opera, scandito costantemente dall’alternanza tra parole e foto è, nella parte letteraria, intenso e diretto.
    “Immagino Dio come un immenso occhio/ invisibile, nero su nero, bassorilievo sull’intero universo/ Solo ad intervalli infinitamente lunghi, solleva la palpebra,/ in uno sguardo brillante e diffuso/ Se lo cogli, ti coglie”. Parole precise che spalancano porte e aprono mondi interpretativi singolari e che non rinunciano a fornire spunti critici di riflessione riguardanti l’attualità.
    “Loro, gli elettori, sono contenti, perché lo sanno, e vorrebbero essere al tuo posto; e prima o dopo qualcuno dell’altra parte ci riuscirà, a farsi eleggere, prendendo tanti voti aiutato da qualcuno, da qualche corporazione, da un industriale, da persone che credono in lui, che lo fanno salire, su qualche poltrona. Io ho fatto così. Dopo ho lasciato il posto a qualcun altro, per completare, dirigere, completare, inveire ma, soprattutto…indignarsi.”
    È questo un passo estremamente significativo al giorno d’oggi, nell’era dell’antipolitica e l’ironia con il quale è costruito rende la critica acuta e idonea a stimolare una riflessione approfondita.
    Nella prefazione all’opera, Silvia Denti fa notare come “Transudore” sia un testo pieno di richiami metaforici che storidscono e donano una rinascita vera. Numerose sono infatti le metafore le quali tendono fortemente all’allegoria e che come tali richiedo un forte impegno del lettore nel calarsi pienamente dentro ogni singolo verso.
    L’opera è dunque tagliente, corrosiva, fulminante e la complessità che la caratterizza non può che suscitare profondo interesse e tanta curiosità. Un’opera, quindi, che si allontana totalmente dall’eccessiva semplicità e, talvolta, banalità dei testi che popolano le nostre librerie e che merita di essere letta.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “Storia d’amore” libro di Paolo Goglio è un racconto avvincente e accattivante che suscita interesse e curiosità per l’innovazione stilistica e la tematica erotica trattata. Così l’autore definisce la sua stessa opera: “Un personale esperimento di narrativa romantico-erotica. Il mio obiettivo? Andare oltre la narrazione, oltre il racconto, oltre le emozioni… giungere realmente al cuore, all’orgasmo…”. E in effetti dalla lettura ciò che emerge è il tentativo di Goglio di sedurre, conquistare, ammaliare con parole sinuose, sensuali, ricche di allitterazioni che scivolano lente e pacate come una mano che accarezza un corpo conosciuto per ricoprirla di brividi. Anche la disposizione del testo concorre a costruire una dimensione di magia e di sensualità. Le parole sono disposte in modo tale da dar vita ad un linguaggio figurativo che è in grado di condurre il lettore lungo lo stesso ritmo di lettura e di respiro dell’autore. Parola dopo parola, il testo si compone, verso dopo verso il disegno erotico prende vita, goccia dopo goccia la tela viene dipinta. E il colore unico che domina è un rosso acceso che cerca di spingersi sempre un po’ oltre fino a giungere a punti di vero e proprio erotismo, acceso e vibrante. Il linguaggio appare scorrevole e il ritmo cadenzato, le parole mirate, pensate sono loro e non altre. L’intero testo sembra un dialogo diretto col lettore, un contatto di corpi che si uniscono, si combattono, si toccano, si sfregano l’uno contro l’altro per cercare un piacere che prima ancora che fisico e intellettivo. “Amata, adorata, una notte di baci ti attende… annegata di dolcezza, amore, dolcezza e amore… la luna è sottilissima… nulla è per caso e quando cerchi la luce è inutile aprire un cassetto e cercare la candela o i fiammiferi, la cosa più semplice è dirigersi verso il sole o verso la luna… dipende se hai bisogno di calore o di amore…” (pag 91). Il testo è cosparso di brevi pennellate di parole che creano un collegamento diretto con la sfera istintuale di ognuno di noi: “ti tocco, ti respiro, ti bevo…”. Una storia dunque a tratti molto dettagliata, che indugia nei particolari, una narrazione che crea respiri diversi, prima ampi e distesi, poi frenati e interrotti, affannati come se si stesse correndo la lunga corsa dell’amore. Un testo interessante rivolto, come dice la copertina, alle sole donne maggiorenni e che sembra aver raggiunto il suo obiettivo: trasformare la parola in un corpo pulsante e sensuale che palpita e vive di energia propria, energia fatta di carne, sangue e respiri.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “L’eredità dei copri” di Marco Porru (finalista Premio Calvino) è un romanzo che ti entra dentro come un chiodo picchiato da un martello. Il chiodo si conficca nell’anima, il martello inizia a battere e lui entra sempre più dentro costringendoti a pensare, a riflettere, a solidarizzare con Gabriele, Raniero, Rosaria e persino con l’abominevole Cesare. Perché nel leggere questo romanzo ci si addentra pagina dopo pagina in una storia di dolore e di sofferenza non ostentata ma sottile, acuta, complessa, una storia di difficoltà e di continua scoperta, di sconfitte e di rinascite, di amicizia e di paura. Raniero e Gabriele sono due ragazzi adolescenti della contemporaneità rappresentati con tutte le insicurezze e le problematiche dell’età, impacciati davanti alla grandezza della vita eppure sempre così desiderosi di godere appieno della bellezza del mondo. Accanto a loro, come tanti personaggi alla ricerca di se stessi, la zia Rosaria, i genitori fragili di Gabriele, Gilla, la madre problematica di Raniero, anime dolenti che si aggirano nella propria esistenza come burattini rimasti ingarbugliati nei loro stessi fili, uomini e donne che si trovano a dover fare i conti con l’eredità del proprio corpo, del proprio passato, dei propri errori. Tutta la storia sembra correre verso un punto d’arrivo che finirà poi per rivelarsi un nuovo punto d’inizio e che assume la forma di una nuova consapevolezza del proprio valore di esseri unici e irripetibili. “L’eredità dei corpi” è sicuramente un romanzo di formazione che, con una prosa incisiva e magnetica, descrive il processo di crescita di due ragazzi comuni che riescono a percepire l’importanza più che dell’accettazione di sé soprattutto della comprensione della propria identità perché non può esservi accettazione del proprio essere, inevitabilmente imperfetto, se non vi è prima una profonda comprensione di quello che realmente si è. L’imperfezione, sembrano dire le parole di questo romanzo, lungi dall’essere qualcosa di negativo, è ciò che riesce a dare un senso al modo complesso nel quale si dispongono gli eventi della vita divenendo un valore profondo che porta alla riscoperta della propria umanità. In una Sardegna magnificamente descritta si snoda dunque una storia d’amicizia complessa e universale fatta di desideri, pulsioni, incomprensioni, senso di appartenenza, senso di rifiuto e di protezione reciproca. Un’amicizia che passerà attraverso una dolorosa scoperta della propria sessualità, quella sessualità che passa proprio attraverso i corpi cui allude il titolo e che, riguardando la sfera più intima e profonda di ognuno di noi, chiama in causa ogni essere umano.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • " Le corde di Eros", silloge poetica di Alessandro Moschini, è un'opera di straordinaria intensità che convince e cattura in ogni singola poesia, ogni singolo verso, parola, suono o concetto. Notevole è la sensibilità che emerge leggendo versi così altamente poetici e ricercati che sono al contempo perfettamente fruibili da un pubblico vasto e differenziato assumendo così quel carattere di universalità che rende grande un'opera. Totale è la propensione tematica dell'autore per l'amore, sentimento descritto in tutte le sue sfaccettature, dalla sua dimensione erotica e carnale a quella puramente platonica e intellettuale passando per quell'indissolubile sentimento che è l'amore materno. Ogni singola parola trasuda un forte senso di erotismo e di amore, un amore che potremmo definire universale, forte, infinito, imperituro, privo di condizioni o limiti. Un amore dunque che sembra assurgere a ruolo di archetipo del vivere umano, condanna e salvezza dell'essere umano. La felicità è racchiusa nell'amore reciproco sembra dire l'autore con quella che tra le espressioni dell'arte letteraria è forse la più pura e arcaica e per tale ragione connaturata nell'animo umano. Forte e suadente è la musicalità dell'opera, dei versi, dei suoni che staccandosi dalle parole inondano l'anima del lettore. La poesia nasce nella tradizione orale per essere ascoltata e Alessandro Moschini ne è pienamente consapevole, tanto che della musicalità fa il perno attorno al quale ruota la possibilità di universalità della sua opera. Costante è la presenza di metafore che si prestano a plurime interpretazioni, permettendo così ad ogni lettore di trovare una parte di se e del proprio vissuto in ogni singola lirica. Lungi dallo sfiorare minimamente la volgarità, l'autore descrive  ed elogia la figura femminile colta nella sua più profonda essenza e manifestazione. Quanto detto risulta evidente dalla lettura di una poesia in particolare, " Aria". " Respirami/ fino a quando il sole non avrà più aria/ ed esausto chiuderà i suoi occhi/ all'arrivo del crepuscolo. Amami/ togliendomi il respiro e facendolo tuo/ fino a quando soffiando l'aria all'unisono/ spazzeremo via le tenebre di questa notte. Sognami/ fino a a quando l'aurora sarà colma d'aria/ da respirare insieme/ all'arrivo del nuovo giorno". Con un linguaggio incisivo e figurativo dunque l'autore ci consegna un'opera destinata a scuotere e sedurre gli animi.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Il romanzo “La mongolfiera, il monte Tambura e il tappeto volante” di Fernanda Raineri si legge come una favola che scorre veloce, liscia come un racconto fantasioso ed interessante che affascina, interessa e cattura. La storia, complice la semplicità e pacatezza del linguaggio, conduce in un’altra dimensione, in un mondo immaginato ma abilmente reso coerente dall’autrice e dal suo racconto. Quattro sono i personaggi principali della storia raccontata dalla Raineri: Stella, Glenda, Rebecca  e Frank, quattro giovanissimi eroi alle prese con un viaggio stravagante, incredibile e mozzafiato. Lo sfondo della vicenda è dato dalle Alpi Apuane nonché dal particolarissimo monte Tambura e da un bosco fatato dove essi si ritroveranno fortuitamente. Da qui, in un crescendo di colpi di scena, stravolgimenti, paure, sorprese e avventure i quattro ragazzi daranno vita ad una storia sorprendente, a tratti divertente e assolutamente emozionante dove la vena poetica dell’autrice emerge con forza. Stella è una ragazza con una forte passione per la scrittura. Una gita su una mongolfiera che coinvolgerà lei, sua sorella e i due loro amici, sarà proprio l’occasione che darà vita, a causa di un imprevisto incidente, a tutta la meravigliosa avventura narrata. Lo stile della Raineri è caratterizzato da una scrittura fluida, vivace e ritmata, le parole utilizzate sono perfettamente in grado di condurre avanti una storia avventurosa e movimentata ma con una grande moderatezza in modo tale che tale romanzo risulti essere perfettamente adatto sia a un pubblico di adulti che che di piccoli sognatori. “La mongolfiera, il monte Tambura e il tappeto volante” ha la non comune capacità di accomunare e unire nella lettura un pubblico estremamente vasto, persone diverse per sentire e per età le quali abbiano come denominatore comune un forte desiderio di perdersi nella trama complessa di un’avventura esaltante. Giunti alla conclusione della lettura non ci si può che augurare che questo romanzo possa fornire l’occasione per una lettura condivisa tra genitori e figli: ognuno di loro ne uscirà arricchito soprattutto umanamente. Nella costruzione della storia, l’autrice non rinuncia assolutamente ad utilizzare le parole come veicolo di diffusione di valori e messaggi profondi e il tutto con una semplicità tale da rendere comprensibile il concetto anche, se non soprattutto, ai giovani ragazzi cui, presumibilmente, l’opera si rivolge direttamente. Si prenda come esempio quanto segue: “Per quanto riguarda il tesoro erano contenti che fosse rimasto sepolto, chissà quanta gente aveva sofferto a causa di quell’oro e sicuramente molte persone erano state uccise. Meglio dunque che nessuno mai potesse entrarne in possesso”(pag 142). Una lettura dunque, sicuramente formativa e divertente, consigliata per alleggerire lo spirito e farlo volare appunto come una "mongolfiera".

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “Cronache di un cittadino qualunque” è l’opera prima di Fabio Petrella. Si tratta di un’acuta e interessante raccolta di racconti dove protagonista unico è un generico Cittadino qualunque, un uomo normale e comune nel quale chiunque, leggendo i racconti, non farà fatica ad identificarsi. Il cittadino qualunque viene dipinto come proteso a evitare gli ostacoli numerosi e complessi che la società odierna sembra introdurre nella vita quotidiana per disincentivare la piena realizzazione personale come uomini e lavoratori.  È una società reale e difficile quella descritta da Petrella, una società costellata di file alle Poste, centri commerciali straripanti di persone frenetiche, discoteche affollate dove confondersi tra la mischia per dimenticarsi di sé e dei propri problemi. Costante è il senso di insoddisfazione e di disadattamento che viene evidenziato nell’opera, insoddisfazione e disadattamento che sembrano oggi essere divenuti costanti della vita di ogni uomo. “Quando il lavoro non crea impedimenti, il buon lavoratore va sorridente a lezione. Ancora non può immaginare la pesantezza mortale di quattro ore filate di filosofia presocratica. Vestito come un figlio dei fiori pensa di integrarsi facilmente con i giovani che frequentano il corso. Presto diventa lo zimbello dell’intera facoltà”. Con queste poche parole l’autore rende perfettamente l’idea del bisogno, che a tratti sfocia nella frustrazione, di far parte di una collettività e di sentirsi accettato anche se, per fare ciò, si dovrà rinunciare alla propria individualità per abbracciare la più totale omologazione. E ancora: “Il Natale, festa delle feste, dovrebbe essere un periodo di amore, pace e serenità. Non è così per il Cittadino che si vede costretto dalla perfida moglie a numerosi viaggi interstellari per centri commerciali, barbose visite ai parenti e stressanti partite a carte che nemmeno il più cupido giocatore d’azzardo sognerebbe di organizzare”. Neanche il Natale si salva, e giustamente direi, dalla critica dell’autore il quale con prosa asciutta e incisiva evidenzia come anche la festa e il senso di religiosità e solidarietà umana si stiano trasformando in un momento di puro consumo e calcolo utilitaristico. I cibi che dovranno essere preparati, i regali da acquistare, gli addobbi luminosi sembrano aver preso il posto del dialogo e del confronto. “Il Cittadino è stato coinvolto in una cerimonia di beneficenza in discoteca. L’appuntamento per il secondo sabato del mese. La moglie, per non sfigurare con le compagne dei colleghi, si preoccupa di curare lo shopping nei minimi dettagli. A fine giornata la famiglia è sull’orlo di una crisi economica; in confronto il Giovedì Nero è solo un’impressione storiografica”. Anche da questo passo risalta fortemente il senso critico, a tratti corrosivo, di un autore che, con un linguaggio ironico e diretto, scandaglia la società moderna che moderna poi non sembra esserlo veramente. L’uomo moderno, in definitiva, ne esce al contempo vittima e carnefice: vittima della sua stessa alienazione e carnefice di quella dei suoi simili. “Cronache di un Cittadino qualunque” è dunque un’opera che invita, anzi costringe alla riflessione perché, nonostante tutti i subdoli meccanismi di costrizione psichica che ci obbligano all’assuefazione e all’accettazione passiva di un mondo che si costruisce da sé e sembra ignorarci; noi uomini possiamo ancora fare la differenza.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Quando si inizia a leggere “ E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco”, romanzo della scrittrice Eva Clesis edito da Newton Compton, si ha l’impressione che le parole che si stanno leggendo abbiano una forza particolare e intensa in grado di catapultarti in una dimensione diversa, altra rispetto alla realtà quotidiana seppur fortemente ancorata al mondo che sei abituato a vedere. Si ha la sensazione, dapprima timidamente accennata e poi progressivamente sconvolgente, di vivere la vita dei due personaggi principali della storia attraverso un’immedesimazione così forte che finisci per confondere la tua vita con quella di Manuel e Valeria, di vivere attraverso le loro sofferenze e i loro dubbi, di percepire le loro inquietudini. Come equilibristi sospesi su un filo sottile che se ne sta appeso troppo in alto per non incutere paura, i due adolescenti sembrano pendolare nel buio delle loro esistenze imperfette alla ricerca di quella normalità che nell’età adolescenziale, è il più grande problema e al contempo il principale desiderio. Manuel, ragazzo stravagante ed eccentrico che più o meno consapevolmente si trova a dover fare i conti con quella dimensione misteriosa e problematica che è l’orientamento sessuale e Valeria, anima fragile imprigionata in un corpo obeso e tutt’altro che attraente: sono i due eroi del romanzo della Clesis. Eroi perché in un mondo come quello che ci circonda, dove l’uomo fa di tutto per riempire la propria vita di falsi miti e di falsi valori, l’essere semplicemente se stessi e la ricerca del proprio percorso di crescita in modo schietto e spontaneo rappresentano valori intrisi di eroismo, un eroismo tragico come quello delle migliori tragedie greche dove i personaggi sono perennemente di fronte ad un bivio fatto di percorsi che apparentemente conducono entrambi al fallimento. Ma la capacità della Clesis sta proprio nel riuscire ad esprimere questo profondo senso di tragicità e questo velato ma determinante male di vivere attraverso la lente dell’ironia, del sarcasmo. L’autrice riesce a piegare i suoi personaggi all’intento lodevole di incarnare i problemi e i dolori di un’intera umanità così che ogni lettore, leggendo questa storia, potrà rivendere un pezzo del proprio esistere e trovare conforto nel senso di coralità e solidarietà che ne rappresenta lo sfondo. Il lettore viene chiamato costantemente e attivamente in causa con la propria coscienza e le propria capacità di riflessione in modo tale da divenire quasi un vero e proprio personaggio del romanzo. Con una prosa fluida e incisiva, l’autrice dipinge nel più realistico dei modi un mondo scolastico fatto di ragazzi a volte fragili, a volte violenti, spesso incompresi, sempre bisognosi d’ascolto e di insegnanti che si trovano alle prese con una società dove l‘istruzione sembra essere rilegata agli ultimi posti e dove ci si è dimenticati che il compito dell’insegnate stesso è quello di educare (dal latino e - duco: condurre fuori) e cioè quello di valorizzare la ricchezza interiore del ragazzo. Di questo è ben consapevole Eva Clesis che con un’espressione profonda e lirica scrive nel suo romanzo: “Il mondo fuori aveva occhi così grandi che vedevano più in la di lui e lingue che su di lui la dicevano lunga. Il mondo fuori era una faccia liscia e senza rughe che non sapeva commuoversi” (pag 129). L’invito che l’autrice rivolge al lettore e che è in realtà estendibile all’essere umano nel suo complesso, all’intera umanità, è quindi quello di emozionarsi.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “A volte un bacio”, romanzo d’esordio di Walter Lazzarin è uno di quei romanzi che ti proiettano in una dimensione onirica, complessa, ambigua, misteriosa, una dimensione fatta di personaggi simili a uomini reali ma dotati di quella carica di follia in più che ne fa soggetti destinati a restare impressi nella memoria. Lazzarin riesce perfettamente, mediante un sapiente utilizzo dei personaggi e un’attenta costruzione della storia, nel tentativo di dipingere gli atteggiamenti umani più particolari ed eccentrici, accentuandoli, deformandoli e rendendoli così universali e sempre attuali, come quelli rappresentati nelle migliori commedie, dove l’assurdo e il volutamente esasperato si fanno incisività e tecnica di comprensione dell’essere umano nelle sue più varie declinazioni. La storia è ambientata in un luogo di fantasia, Guado, capoluogo di un’isola singolare, popolata da individui spesso incomprensibili e retta da leggi inverosimili ma non troppo. Il romanzo è strutturato sottoforma di racconto epistolare. Troviamo infatti un Lui scappato di casa e approdato oltre oceano, che scrive a una Lei tanto amata. Una Lei che si chiama Giulia e che, per tutto il corso della storia, brilla intensamente come una stella sempre troppo lontana. In un’escalation di colpi di scena e di vicende che si intrecciano e che culmineranno in un finale inaspettato, l’autore dissemina fruttuosamente nel testo diversi spunti di riflessione che fanno dell’opera un testo intenso e profondo. “I personaggi dei libri sono molto più interessanti: nella vita hanno uno scopo, che inseguono insegnando a me chi sono io. Alcuni di loro sembrano capaci di leggermi dentro e ci dialogo in modo costruttivo” (pag 34): così l’autore esprime quel forte sentire che tutti gli scrittori esistiti ed esistenti hanno provato almeno una volta senza, forse, essere in grado di comunicarlo, quella sensazione magnifica per la quale si comprende di scrivere affidandosi ad un viaggio verso l’ignoto, dove sono parola, scrittura e personaggi a guidare l’autore e non viceversa. “ E continuai la passeggiata pensando a quante impalcature si costruisce la gente per arrivare al divino, ma il divino è già in noi: è Dio chi sta scrivendo una cosa che gli sembra geniale, è Dio lo scienziato che ha avuto un’intuizione, è Dio l’atleta che festeggia correndo per il campo ed è Dio chi si sente l’entusiasmo addosso, chi ha voglia di espandersi e conoscere, come chi sta viaggiando senza alcuno scopo tranne il viaggiare” (pag 86): quale migliore manifesto dell’immensa bellezza dell’essere umano se non proprio queste righe dove l’uomo viene innalzato a livello di Dio e dove Dio stesso parla attraverso la complessa meraviglia di quegli uomini che hanno come unico obiettivo del proprio esistere, un continuo peregrinare alla ricerca di un senso inafferrabile? “A volte un bacio”, insomma, è un romanzo che coniuga magistralmente una storia ritmata e interessante con una profondità di pensiero resa assolutamente fruibile da un linguaggio semplice e diretto. Lo stile di Lazzarin, almeno quello utilizzato in questa sua opera, è esilarante, a tratti ironico e corrosivo, che cattura l’attenzione. Un romanzo, come si può ben intuire, che parla di noi e della nostra umanità. Un romanzo che indaga nelle pieghe dell’essere.

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    recensione di Claudio Volpe

  • "Farid non ha mai visto il mare, non c'è mai entrato dentro. L'ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta". E' fatto di colori e di odori e di sensazioni concrete e tangibili l'incipit luminoso dell'ultimo romanzo della Mazzantini. Sono i colori, gli odori e le sensazioni di una fiaba moderna, di una storia tragicamente reale e attuale. Farid e Jamilia in fuga dalla guerra e dalla distruzione da una parte, Vito e Angelina alla ricerca di un'identità perduta o forse mai conosciuta dall'altra. L'essere madre e l'essere figlio, il mare e il deserto, la Sicilia  e l'Africa, Lampedusa e Tripoli, la pace e  la guerra, la fuga e l'approdo, la morte e la vita: punti lucenti di una storia universale e attuale. La Mazzantini descrive in modo lirico e poetico il lungo viaggio della speranza di un popolo, carne umana abbandonata dal mondo, verso la salvezza, verso quel paese, l'Italia, così vicino eppure così distante, irragiungibile. Quell'Italia che custodisce in sè il miraggio della sopravvivenza, di una felicità che ha più il sapore della non sofferenza che quello della gioia assoluta e incondizionata. Siamo tutti pezzi di una stessa umanità, sembra dire la Mazzantini con questo suo romanzo breve, siamo tutti esseri umani alla ricerca della propria identità e della propria libertà. L'orrore dell'emarginazione, della distinzione tra cittadini e stranieri, tra uomini giusti e uomini sbagliati, uomini buoni e uomini cattivi, zampilla con proprompenza dalle parole visionarie della scrittrice e si uniscono per comporre un canto di speranza, un canto di dolore e rabbia, universale come tutte le cose belle del mondo. Sconvolgente è, come sempre, l'intensità comunicativa e letteraria della Mazzantini, intensità che tocca picchi altissimi e di rara bellezza proprio liddove la semplicità e l'asciuttezza della prosa diviene poesia. "Mani in superficie. Polmoni scoppiano piano senza fare rumore. Corpi calano verso il fondo, basculano come scimmie su perdute liane. Creature di sabbia gonfie di mare, sbrindellate dalla fame dei pesci" : la morte dei profughi abbandonati su barconi in mezzo al mare. "Vito ha raccolto la memoria. Di una tanica blu, di una scarpa. Qualcuno ne avrà bisogno un giorno. Un giorno un negro italiano avrà voglia di guardare indietro il mare dei suoi antenati e di trovare qualcosa. La traccia del passaggio. Come un ponte sospeso" : la memoria salvata dalla distruzzione e nella distruzione. In un crescendo di riflessioni sulla dignità umana  e sul senso del dolore, una consapevolezza importante e preziosa chiude la storia come un lucchetto d'amore e che ottunde e vanifica il male: "La memoria è calce sui marciapiedi del sangue". Come a dire il male genera male se non lo facciamo morire in noi, se non riusciamo ad evitare di trasmetterlo ad altri, neanche al proprio aguzzino, al proprio dittatore. Come a dire chi non serba il ricordo della storia dell'uomo, è povero di tutto. Ricco di nulla.

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    recensione di Claudio Volpe

  • "Pietro, vetraio esule in Francia, cerca di tornare nella sua Venezia assediata dalla peste. Nella sua mente, un'immagine continua: una donna imprigionata in una lucerna di cristallo; una donna che Pietro vuole a tutti i costi liberare".
    E' questo ciò che si legge sul quarto di copertina di "Spirito di Lucerna", romanzo estremamente incisivo di Aurora Prestini col quale l'autrice si addentra in un'attenta e profonda analisi di Venezia e del misterioso mondo che questa città rappresenta. E queste poche righe sono già sintomatiche della lodevole complessità dell'intera opera.
    Una frase, tratta dal testo del romanzo, appare emblematica di tutta ragione di fondo che domina la storia: "L'idea di essere legata a tante persone le provocò un disagio profondo", dice la voce narrante. E in effetti quello che emerge dalla lettura è proprio la presenza di una fitta ed intricata rete di rapporti tra i numerosi personaggi della storia (il vetraio Pietro, la bella Lucerna e la sua amica Lucrezia, Alvise, Cecilia, Zane...); rapporti che come fili di una meticolosa ed efficiente ragnatela, irretiscono il lettore e instaurano sottili parallelismi tra le diverse e complesse esistenze degli stessi personaggi, in virtù di un'escalation di avvenimenti sorprendenti. Notevole è il modo col quale l'autrice fa percepire al lettore Venezia, città dove l'influsso dell'arte bizantina e la presenza di specchi d'acqua che la circondano da più parti, danno luogo ad uno dei più emozionanti spettacoli di luce ed architettura riflessa. Con una prosa incisiva e figurativa, la Prestini ci consegna un romanzo avvincente e misterioso dove il lettore viene catturato completamente dalla vicenda di Lucerna, dal mistero, svelato poco alla volta nell'avanzare della storia, che caratterizza la figura della stessa e dallo stretto ma imprevedibile rapporto che la lega al vetraio Pietro. Un romanzo, dunque, per chi voglia intraprendere un viaggio dentro il mistero, all'insegna di continui colpi di scena. Un romanzo che tiene col fiato sospeso e regala emozioni reali e tangibili.

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    recensione di Claudio Volpe

  • “E il cagnolino rise” è una di quelle opere che ti tengono con la mente intenta a pensare per tutto il tempo della lettura. Più di duecento pagine di pura sagace e acuta complessità. Si tratta di una raccolta di racconti scritti per omaggiare un racconto che in realtà non esiste, un perfettamente riuscito elogio all’indimenticabile scrittore John Fante e al suo romanzo “Chiedi alla polvere”. “E il cagnolino rise”, nonostante ciò che si potrebbe pensare leggendo il titolo, non parla affatto di animali né tantomeno di un cane che ride. I racconti si snodano lungo una storia che non c’è e sono tenuti insieme da un sottile filo conduttore che consiste nel dover ruotare attorno al tema centrale di un cane e del suo ridere, e nel doverlo fare trattando di tutt’altro, di storie dove il cane stesso viene solamente citato, lasciato sullo sfondo per incuriosire il lettore. Questo narrare una storia il cui elemento centrale è un cane che ride, dovendo al contempo divergere completamente da esso, è un’impresa davvero complessa che lascia il lettore incuriosito e alla perpetua ricerca di un senso unitario  e complessivo. La dinamica esistenziale che fa da sfondo ai racconti è quella di una vita precaria e tortuosa, dove l’uomo deve fare i conti con la fragilità delle proprie certezze, nonché quella dell’incomunicabilità che sembra ritornare di continuo nelle storie narrate, incomunicabilità tra i personaggi che richiama però, un’altra forma di incomunicabilità, quella vissuta dagli autori dell’opera nei confronti di una narrazione che deve trattare di tutto e di nulla allo stesso tempo, di una storia che deve inerpicarsi lungo i sentieri della libera fantasia e della pura divagazione. Questo è quanto accade, ad esempio, nel racconto di Gordiano Lupi dove, fin dalle prime righe, emerge il paradosso di un funerale non celebrato, di un’anziana zia morta che riceve la benedizione soltanto, e non un vero funerale, perché non credente, come se il riceve una benedizione non fosse già di per sé un atto destinato a colui che crede. Di grande effetto è poi anche lo stile letterario adoperato dai vari autori. Il racconto di Eva Laudace, ad esempio, sembra costruirsi su un nuovo linguaggio estremamente incisivo e “sonoro”. “Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi”. Sempre a tal riguardo si consideri pure: “E il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino”; oppure: “Profumavo borotalco”.  È dunque evidente come “E il cagnolino rise” sia un’opera complessa e affascinante sia per quanto riguarda il contenuto sia per ciò che concerne la sperimentazione di nuovi e accattivanti linguaggi. Un’opera che va letta, metabolizzata e amata.

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    recensione di Claudio Volpe

  • “E il cagnolino rise” è una di quelle opere che ti tengono con la mente intenta a pensare per tutto il tempo della lettura. Più di duecento pagine di pura sagace e acuta complessità. Si tratta di una raccolta di racconti scritti per omaggiare un racconto che in realtà non esiste, un perfettamente riuscito elogio all’indimenticabile scrittore John Fante e al suo romanzo “Chiedi alla polvere”. “E il cagnolino rise”, nonostante ciò che si potrebbe pensare leggendo il titolo, non parla affatto di animali né tantomeno di un cane che ride. I racconti si snodano lungo una storia che non c’è e sono tenuti insieme da un sottile filo conduttore che consiste nel dover ruotare attorno al tema centrale di un cane e del suo ridere, e nel doverlo fare trattando di tutt’altro, di storie dove il cane stesso viene solamente citato, lasciato sullo sfondo per incuriosire il lettore. Questo narrare una storia il cui elemento centrale è un cane che ride, dovendo al contempo divergere completamente da esso, è un’impresa davvero complessa che lascia il lettore incuriosito e alla perpetua ricerca di un senso unitario  e complessivo. La dinamica esistenziale che fa da sfondo ai racconti è quella di una vita precaria e tortuosa, dove l’uomo deve fare i conti con la fragilità delle proprie certezze, nonché quella dell’incomunicabilità che sembra ritornare di continuo nelle storie narrate, incomunicabilità tra i personaggi che richiama però, un’altra forma di incomunicabilità, quella vissuta dagli autori dell’opera nei confronti di una narrazione che deve trattare di tutto e di nulla allo stesso tempo, di una storia che deve inerpicarsi lungo i sentieri della libera fantasia e della pura divagazione. Questo è quanto accade, ad esempio, nel racconto di Gordiano Lupi dove, fin dalle prime righe, emerge il paradosso di un funerale non celebrato, di un’anziana zia morta che riceve la benedizione soltanto, e non un vero funerale, perché non credente, come se il riceve una benedizione non fosse già di per sé un atto destinato a colui che crede. Di grande effetto è poi anche lo stile letterario adoperato dai vari autori. Il racconto di Eva Laudace, ad esempio, sembra costruirsi su un nuovo linguaggio estremamente incisivo e “sonoro”. “Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi”. Sempre a tal riguardo si consideri pure: “E il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino”; oppure: “Profumavo borotalco”.  È dunque evidente come “E il cagnolino rise” sia un’opera complessa e affascinante sia per quanto riguarda il contenuto sia per ciò che concerne la sperimentazione di nuovi e accattivanti linguaggi. Un’opera che va letta, metabolizzata e amata.

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    recensione di Claudio Volpe

    • Acciaio
    • 26 settembre 2011 alle ore 15:42

    "Acciao" è la storia di due ragazze sulla soglia dell'adolescenza, Anna e Francesca, che vivono in una Piombino operaia e difficile. Tra i casermoni popolari di una fantomatica via Stalingrado, le due ragazze si cercano e si trovano come attratte da una forza inspiegabile, quella dell'amicizia , forse, oppure quella del desiderio di rivalsa, di riscossa, di felicità. Il romanzo segue le vicende relative alla vita delle due adolescenti, dalla scoperta di un corpo che cambia, di esigenze che mutano e di consapevolezze acquisite, alle intrigate dinamiche dell'amicizia e della crescita. E saranno proprio tali dinamiche a dividere momentaneamente i destini di Anna e Francesca. Le due ragazze seguiranno infatti strade diverse, amori differenti nonché percorsi di vita opposti anche se entrambe serberanno dentro di sé l'esigenza impellente come un fuoco che brucia, dell'amicizia dell'atra. Attraverso lo sguardo delle due ragazzine, Silvia Avallone, al suo esordio letterario per quanto concerne il genere del romanzo, descrive un'Italia che soffre per l'assenza di un'identità ferma e precisa, un'Italia dove anche la possibilità di sognare va conquistata e dove la classe operaia sembra non aver più coscienza del proprio ruolo sociale. "Acciao" è dunque un romanzo di formazione dove depressione collettiva, desiderio di fuga e disillusione fanno da palcoscenico ad una storia che nella sua quotidianità trova la propria grandezza. Il tutto viene rafforzato dalla presenza di un linguaggio fortemente descrittivo, corposo e denso che rende credibile ogni vicenda. Via Stalingardo viene ad esempio definita così dall'autrice: "da una parte c’era il mare, invaso di adolescenti in quell’ora bestiale. Dall’altra il muso dei casermoni popolari. E tutte le serrande abbassate lungo la strada deserta. Il mare e i muri di quei casermoni sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlavano contro. Non c’era niente da fare: via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria". "Acciaio" è dunque un romanzo destinato ad appassionare tanto gli adolescenti in cerca di quella cattiveria rappresentativa che è propria delle età di passaggio, quanto ad un pubblico adulto e attento alla realtà sociale dell'Italia di oggi.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Era da tempo che la letteratura italiana non veniva sconvolta dall'interno, nel suo apparato fondamentale: la scrittura. Questo è quanto ha fatto Viola Di Grado, scrittrice di origini siciliane, che col suo "Settanta acrilico trenta lana" ha modificato in modo innovativo e singolare i parametri dello scrivere. La sua scrittura è infatti del tutto nuova: è una scrittura forte, decisa, a tratti violenta che lungi dall'annoiare il lettore, coinvolge e catapulta letteralmente nella storia che la Di Grado racconta. Camelia è una giovane ragazza che vive a Leeds con una madre che fotografa buchi e vuoti, chiusa nel silenzio più totale, conseguenza della scoperta del tradimento dell'ormai defunto marito, traduce manuali di istruzioni per lavatrici e cerca di instaurare un nuovo linguaggio comunicativo fatto di silenzi, di sguardi e di gesti. Camelia conoscerà Wen, un ragazzo cinese che le insegnerà il linguaggio degli ideogrammi e di cui lei si innamorerà.
    "Settanta acrilico trenta lana" mostra una maturità linguistica  e narrativa sorprendente che, con le sue sinestesie, iperboli, allitterazioni, fa del linguaggio un qualcosa di plasmabile e malleabile. E con grandi risultati. Viola Di Grado si pone nella letteratura italiana con grande forza e immediatezza. Immediatezza, soprattutto, che pone le proprie radici nella giovane età della scrittrice e nella voglia di catturare il lettore, irretendolo e piegandolo con la forza delle proprie parole e delle proprie idee. Il romanzo di Viola Di Grado, è una sfida lanciata al lettore di ogni età. Una sfida che impone di fare i conti con il dolore sottile che pervade le nostre vite e che spesso ci conduce ad assumere comportamenti inaspettati e, perciò, bizzarri.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Ci troviamo difronte un romanzo che sussurra al cuore con la dolcezza e la delicatezza di una favola ma con la forza di un racconto di vita doloroso e sofferto.
    E' la storia di una bambina brutta, la storia di un'emarginazione familiare e sociale, la storia delle difficoltà e dell'assenza di prospettive future di chi non rientra nei canoni della bellezza comunemente accettati. Rebecca è la protagonista del romanzo. E' una bambina brutta che non riesce a trovare conforto nei suoi genitori: la madre non le ha mai dimostrato il suo affetto e si è chiusa in un ermetico e lungo silenzio, mentre il padre non è mai riuscito ad evitare che la vita della figlia scorresse anonima e passiva. Rebecca troverà conforto e comprensione nella bella e prorompente zia Erminia nonché nella tata Maddalena, che la ama senza mezze misure.
    "La vita accanto" racconta il dolore e la difficoltà di accettazione che caratterizza la vita di ognuno di noi. E' il racconto di un'esistenza timida che sembra non avere i requisiti per poter sbocciare e conquistare il mondo, divenire partecipe della sua bellezza. In un susseguirsi di vicende poeticamente costruite, la Veladiano conduce Rebecca in un viaggio alla scoperta di se stessa, della propria unicità e della propria bellezza, bellezza che se non è reperibile nel mondo, va ricercata dentro di sé.
    Il titolo stesso del libro è emblematico: esso può infatti alludere sia alla vita che ognuno di noi ha "accanto" - cioè alla vita degli altri, di coloro che ci circondano e influenzano il nostro agire, - sia alla nostra vita, che può talvolta scorrerci "accanto" senza che noi riusciamo a rendercene conto o ad afferrarla per goderne tutta la meravigliosa importanza. Il romanzo della Veladiano è dunque un'opera di rara bellezza che, con una prosa pacata e scorrevole, parla dell'inquietudine di ogni essere umano.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Amore, famiglia, aborto: sono questi i temi fondamentali che hanno reso immortale l'ormai universalmente conosciuto romanzo di Oriana fallaci "Lettera a un bambino mai nato".
    L'opera è un monologo di una donna che si trova a ragionare sul valore della gravidanza e che vive la maternità come un atto non dovuto ma responsabile e cosciente. La donna, protagonista del romanzo e della quale non è dato conoscere nome, età, aspetto, riflette sull'opportunità di mettere al mondo un figlio in una realtà ostile e violento dove disonestà ed opportunismo regnano sovrani. Al lettore sarà immediatamente percepibile la sofferenza interiore della donna di fronte all'inaspettata gravidanza, tanta è la capacità della Fallaci di descrivere le inquietudini esistenziali della stessa. A tal riguardo è da evidenziare come commovente sia il fatto che la donna, nel suo sentito monologo, si rivolga al figlio che ha in grembo, mettendolo a conoscenza dei propri pensieri e dei propri pesanti turbamenti. Ambivalente è il rapporto che la donna ha con figlio: da una parte ci sono amore, legame, complicità e dall'altra paura, rabbia, distacco, tutto in virtù di quella simbiosi indissolubile che lega ogni madre al frutto del proprio sangue. Il libro della Fallaci ha il pregio di toccare tematiche fondamentali dell'etica (che senso ha la vita? quando la vita può considerarsi tale? fino a che punto la vita di un essere appena abbozzato può prevalere su quella di chi è già in vita?) senza mai prendere una posizione. La Fallaci si veste di dubbio mentre procede nel suo viaggio attraverso le spine dell'esistenza, di quella condizione cioè, che dovrebbe caratterizzare ogni essere umano che voglia definirsi soggetto critico e pensante.

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    recensione di Claudio Volpe

    • E disse
    • 23 settembre 2011 alle ore 12:26

    In "E disse" Erri De Luca narra e spiega uno dei principali episodi della storia ebraica attinente alle vicende vissute da Mosè.
    Nel romanzo vengono infatti descritte la fatica, la sofferenza e al contempo la forza di un uomo che è stato incaricato da Dio di guidare un intero popolo verso la fuga. "E disse" è l'espressione, il verbo potremmo dire, col quale Dio detta e manifesta la sua volontà, volontà che ha il potere di fare e disfare ogni cosa. Con questo romanzo, Erri De Luca, si conferma nuovamente come autore di sterminata cultura e sensibilità, nonché come autore in grado di attualizzare in maniera impeccabile i personaggi del proprio racconto. Quegli stessi personaggi che egli piega ad un progetto più grande e preciso, quello di disseminare nel presente valori immortali e basilare per l'umanità quali la libertà dell'essere umano. Per comprendere la grazia che caratterizza la scrittura di questo strepitoso autore italiano si legga il passo di seguito riportato, tratto proprio dal romanzo "E disse":

    "Lo raccolsero sfinito sui bordi dell'accampamento. Da molti giorni disperavano di vederlo tornare. Si preparavano a smontare le tende, inutile cercarlo dove lui solo osava andare. Contava di farcela in un paio di giorni. Era allenato, rapido, il migliore a salire. Il piede umano è una macchina che vuole spingere in su. In lui la vocazione si era specializzata, dalla pianta del piede era risalita al resto del corpo. Era diventato uno scalatore, unico nel suo tempo. Qualche volta si era perfino arrampicato scalzo".

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    recensione di Claudio Volpe

    • Tre
    • 21 settembre 2011 alle ore 17:52

    In "Tre", Melissa Panarello, autrice del romanzo cult "Cento colpi di spazzola", descrive il triangolo amoroso tra una poetessa, Larissa, e due ragazzi (Ghunter, allevatore di pappagalli e George, fotografo). Larissa, donna assediata da una madre che sembra volerla fagocitare, e un matrimonio fallito alle spalle cercherà con tutte le sue forze di trovare il proprio equilibrio esistenziale, equilibrio che le sembra possibile solo in un rapporto a tre, un rapporto cioè fatto di tre anime diverse che si inseguono, si cercano, si schivano, si temono e si amano. Il racconto viene condito da descrizioni dettagliate e articolate nonché da continui riferimenti astrologici (di cui Larissa è esperta) che possono, ad una prima lettura, sembrare leggermente eccessive nonché distogliere dalla lettura. La storia avanza lentamente poiché la scrittrice, in questo romanzo, predilige la dimensione introspettiva e la descrizione dei conflitti interiori ed emotivi dei personaggi. Il lettore viene reso partecipe delle sofferenze e delle inquietudini dei tre protagonisti del romanzo e viene catturato dalle intrigate e articolate, quasi inverosimili, vicende, erotiche e non, che la Panarello costruisce. "Tre" si pone dunque come romanzo interessante in un'ottica di ripensamento dei canoni e delle convenzioni sociali che caratterizzano i rapporti erotici della nostra società ma, forse, carente nella trama. Un po' di plot in più non avrebbe potuto fare altro che rendere la storia più interessante.

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    recensione di Claudio Volpe

  • "Il catino di zinco" è il primo, indimenticabile, romanzo di Margaret Mazzantini nel quale l'autrice fa i conti con un pezzo della sua vita, del suo passato e della sua infanzia. Protagonista indiscusso del romanzo è Antenora, nonna della Mazzantini e personaggio di indiscussa forza. La descrizione che ne viene data è, infatti, quella di una donna decisa, coerente e coraggiosa a tal punto da divenire l'eroina di un mondo arcaico. e saranno proprio tali caratteristiche intrinseche che permetteranno alla donna di affrontare con dignità le vicende più drammatiche della sua esistenza come la guerra, il fascismo, il dopoguerra senza mai abbandonare quel lume di fiducia che rappresenta il tratto saliente della sua personalità. Il racconto si apre con la morte della nonna e tutto il romanzo si rivolge al ricordo che la scrittrice ha di lei, ricordo rafforzato e reso reale e tangibile dalla perfetta descrizione delle dinamiche sociali, culturali e tradizionali del tempo nel quale la vita di Antenora si snoda. Altro grande protagonista del romanzo può essere considerato il linguaggio che la Mazzantini ha utilizzato nella scrittura. Quello de "Il catino di zinco" è infatti un linguaggio complesso, cesellato, minuzioso, quasi impossibile a volte. Un'impossibilità, però, che da valore alla storia e sprona il lettore ad industriarsi per ricostruire significati nascosti e per percepire a pieno l'intensità delle vicende narrate. La scrittura della Mazzantini, anche in questo che è il suo romanzo d'esordio, è portatrice di una melodia profonda che rende il racconto molto simile ad una canzone o a una poesia, di difficile comprensione, a volte, ma proprio per questo ancora più potente. Una potenza e una complessità dalle quali il lettore di oggi sembra voler fuggire senza rendersi conto che l'arte, qualunque forma essa assuma, non può non essere dotata di una certa dose di difficoltà, complessità e follia. E che questo non fa altro che valorizzare il lettore: è un elogio delle sue capacità.

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    recensione di Claudio Volpe

    • Zorro
    • 20 settembre 2011 alle ore 10:08

    "I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca. Perché forse ci manca quell'andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell'orologio. Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità." 
    E' questo l'incipit folgorante di "Zorro. Un eremita da marciapiede" , monologo teatrale scritto da Margaret Mazzantini. Zorro è un barbone, un uomo che ha deciso di abbandonare la civiltà, di spogliarsi di tutte le sovrastrutture, della zavorra rappresentata dalla società. Zorro prende la parola e ci racconta di sé, del suo passato, della sua infanzia, del suo primo cane, della sua prima difficile amicizia. L'autrice parla attraverso il personaggio e il processo di immedesimazione è così perfetto da far quasi "sentire" la voce del barbone, una voce violenta, fatta di rabbia, di disillusione e di odio per un destino che ti cade addosso e ti schiaccia. "Zorro" è il racconto di un barbone che impersona metaforicamente l'essere umano, l'uomo dei nostri giorni che si sente solo anche in un mondo dove sembra non mancargli nulla. E' un percorso di vita quello di "Zorro", un breve e veloce viaggio di un uomo che, dal punto più lontano della società, dal selciato dell'esistenza, guarda alla vita con occhi diversi e pericolosamente profondi. Perché la profondità in una società fatta principalmente, se non solo, di superficie è un pericolo. E "Zorro" lo sa.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

    • Manola
    • 20 settembre 2011 alle ore 8:48

    In "Manola", Margaret Mazzantini, mette a confronto due diversi prototipi di donna, due identità completamente contrapposte di femminilità: Anemone, solare e vitale e Ortensia, depressa e oscura. Infelicità esistenziale contro vitalità assoluta, paura contro coraggio, luce contro buio in un crescendo esilarante di piccoli monologhi dove le personalità divergenti delle due sorelle divengono l'emblema della schizofrenia della nostra società. Protagonista indiscusso dell'opera è il complesso essere femminile, ricco di sfaccettature di paradossali sfumature. Sagace è l'ironia che pervade le parole delle due sorelle e acuta è la capacità dell'autrice di creare piani paralleli che finiscono progressivamente e silenziosamente per mescolarsi, fondersi, sovrapporsi, invertirsi come a voler evidenziare che nella vita non esistono ruoli predefiniti o scontati ma solo diverse manifestazioni dell'essere e che ognuno è al contempo luce e tenebre. 
    Ecco un evidente confronto tra le due sorelle e i loro contrapposti universi.

    Ortensia: "L'inizio. Il problema e l'inizio. Ho tante cose da raccontarle , Manola. Sono così piena. E' una pienitudine piuttosto dolorosa, mi creda. Lo so, basterebbe buttare lì il primo sassolino, a caso. Temo che verrebbe giù una irrefrenabile slavina".

    Anemone: "Sono in ritardo? Io sono sempre in ritardo, però detesto i ritardi, detesto quelli che si approfittano del mio tempo, come se fosse meno prezioso del loro. In quanto al tempo degli altri, non è colpa mia, ma non riesco proprio a stargli dietro".

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe