username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 09 mar 2006

Cleonice Parisi

17 aprile 1969, Napoli
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 30 maggio 2008
    Il Compiacere

    Chi troppo gli altri compiace,
    inver poco si piace,
    e per piacersi
    degli altri vuol avvalersi.

     

    Ma in uno specchio comprato,
    ci vedi solo quel che hai pagato.

     

    Cercati nel mare
    laddove
    l’ipocrisia scompare.

     
  • 30 maggio 2008
    Uomo Piccola Chiesa

    Uomo Piccola Chiesa,
    nel silenzio del tuo intimo pensiero,
    celebrerai la comunione col tuo profondo essere;

     

    Uomo Piccola Chiesa,
    camminerai nella sacralità della tua esistenza,
    attraverso il tuo semplice esistere;

     

    Uomo Piccola Chiesa,
    pregherai in ginocchio sull’altare innalzato al tuo pianto,
    il Sole che ne asciughi le lacrime;

     

    Uomo Piccola Chiesa,
    aprirai questo luogo sacro
    a chi ugual preghiera innalzerà canto
    ed insieme mano nella mano
    schiuderete al vivere le chiese del mondo.

     
  • Ciò che l’uomo produce, a se stesso resta.
    Nulla di ciò che pensi, navigherà lontano dal tuo animo,
    ogni pensiero ti accompagnerà dall’alba al tramonto
    e dal tramonto alla notte.
    Non creda l’uomo d’esser immune dai suoi stessi oscuri pensieri,
    i mali che lo affliggono altro non sono che i suoi frutti malati.
    Sempre grida i suoi affanni l’uomo afflitto,
    e della sua voce ne ha orecchie la montagna e il mare,
    ma delle sue colpe ne ha la certezza il cuore.
    Raccogli le tue lacrime e pesane il senso,
    raccogli i tuoi sorrisi e pesane il senso,
    la bilancia del vivere troverà sempre in se il suo equilibrio
    se a guidarla sarà stata la mano del tuo cuore.

     
  • 30 maggio 2008
    Disciplinati

    Tu sei il Generale del tuo esercito,
    Disciplinati.
    Sarai condottiero di malnati,
    se malnati avrai saputo allevare;
    O condottiero di eroi
    se eroi avrai saputo indottrinare.

     

    Tu sei il Generale del tuo esercito,
    Disciplinati.
    Comanderai un gregge di pecore,
    se per tali le avrai allevate;
    O uno stuolo d’aquile
    se nel giusto le avrai involate.

     

    Tu sei il Generale del tuo esercito,
    destati
    allinea le tue truppe
    impartisci i comandi
    e assesta la tua esistenza.

     

    Fornisci al tuo esercito
    il suo obiettivo
    e raggiungilo.

     

    Tu sei il Generale del tuo esercito,
    Disciplinati.

     
  • 30 maggio 2008
    Normale o Labile

    Profondamente emozionale
    è l’uomo “normale”;

     

    Schermato ed insondabile
    è l’uomo “labile”.

     

    Sii normale nell’ amare;
    Sii normale nel guardare;
    Sii normale anche se  fa male.

     

    Sii normale,
    apri le porte del cuore
    tra dolore e amore
    di te diverrai dottore.

     
  • 30 maggio 2008
    La selezione naturale

    Nella trappola ci devi  cadere,
    per poter davvero vedere,
    ma se ne esci,
    non ti convien allarmare i pesci.

     

    L’esperienza
    è del prossimo l’idoneo trono,
    lascia alla selezione naturale,
    reclutare l’esercito del domani.

     

    Il forzare,
    potrebbe cambiare il disegno primordiale,
    alla Vita lascia fare sa dove andare.

     
  • 30 maggio 2008
    Accasciati di più

    … Sei visto …
    … Sei pensato …
    … Sei sofferto …
    … Se pesato …

     

    “Chi non ti può vedere”
    …ti avrà talmente guardato
    da avere nel confronto il viso voltato;

     

    “Chi non ti pensa”
    …ti avrà talmente pensato
    da esserne ormai ossessionato;

     

    “Chi non ti può soffrire”
    …avrà talmente sofferto
    d’aver deciso di dare un taglio netto.

     

    “Chi non ti pesa”
    …sicuramente ti avrà già pesato,
    da saper persino, cosa hai mangiato.

     

    Se dal prossimo vuoi essere amato
    sii meno preparato,
    accasciati di più
    e avrai amici anche tu.

     
  • 30 maggio 2008
    Quanto sei fortunato!

    Puoi costruire castello
    o trascinare fardello
    dipende da te questo e quello.

     

    La vita è un cammino
    fallo a te vicino.

    La vita è un mare
    fattelo bastare.

     

    Dove sei nato
    ti ha già premiato
    pensa a chi non ha mai parlato
    a chi neppure si è svegliato,
    pensa a chi è malato
    pensa a quanto sei fortunato!

     

    Sii grato
    a quello che hai semplicemente
    trovato.

     

    E’ un reato
    non amare il creato,
    alla tua fortuna sii grato.

     
  • 30 maggio 2008
    Semina parola

    Nella ricerca di un mondo a misura d’Uomo

    Accasciati di più
    Stiamo a seminare
    il frutto non puoi trovare,
    patisce l’attesa
    solo chi questa cosa non l’ha compresa;

     

    Il mondo è terra arida e brulla
    da cui fiorisce il nulla.

     

    Di lavoranti c’è ne voglion tanti,
    duri come diamanti
    e della vita amanti.

     

    Stiamo a seminare
    lontano non guardare.

     

    Pensa ad ora
    questo è il tempo che ti sfiora,
    semina parola.

     
  • Il pensiero è un seme
    che sempre diviene,
    talvolta fiorisce,
    altre impigrisce e perisce;

     

    Il pensiero è un albero sano
    che vianda lontano,
    e tra le stagioni cambia spesso opinioni;

     

    Il pensiero è un sole
    che nasce e muore
    talvolta senza far rumore.

     

    Il pensiero vero
    cambia sentiero
    nel restar comunque sincero.

     

    Chi non cambia mai pensiero
    del viver non è foriero.

     

    Il pensiero che diviene
    realmente ti appartiene;

     

    Il pensiero costante ,
    è il frutto di un viver ignorante.

     

    Il pensiero non resta mai com’è nato,
    lo trovi sempre mutato.

     
  • 30 maggio 2008
    La mia ragione

    La ricerca della propria ragione a tutti i costi

     

     

    Aver  ragione non serve a niente
    se non a nutrire il proprio “IO” saccente;

     

    E’ già un perdente  chi
    asserve la propria mente
    ad un pensier  insistente.

     

    La ragione è un vento strano
    che ti entra nella mano
    e in un attimo è già  lontano;

     

    La ragione è un sentiero distorto
     che ha nel proseguir l’asfalto rotto.

     

    La ragione pura
    non esiste in natura,
    ma se proprio ragione vuoi  avere
    chiudi  gli occhi
    tappati le orecchie
    e mettiti  a sedere…

     

    La ragione costante…
    e del demente
    il diamante.

     

    La ragione è
    invero  quel  veliero
    che sa, di non sapere mai davvero,
    che  danza con pazienza
    sull’onda della propria coscienza,
    e gode della luce a intermittenza.

     
  • 30 maggio 2008
    Prova il resto

    Quando un pensiero ti è indigesto,
    forse hai mangiato qualcosa di diverso.


    Se ti vuoi correttamente alimentare
    il cibo devi saper variare.


    Tra varie pietanze
    tu saprai trarne
    le giuste sostanze,
    per imbiancar di luce
    le tue stanze.


    Quando un pensiero ti è indigesto,
    forse hai mangiato qualcosa di diverso.


    Lo digerirai presto,
    prova anche il resto.

     
  • 30 maggio 2008
    Cuore d'Artista

    Perché aprire porta
    se sai quel che comporta?

     

    Rimanda la diretta
    non serve avere fretta,
    l’attesa in questi casi
    lo sai riempie i vasi,
    e se travasa il vaso
    l’odore viene al naso.

     

    Perché aprire porta
    se sai quel che comporta?

     

    Prosegui nel cammino
    il traguardo ti è vicino,
    quando toccato lo avrai con mano
    da quella porta ormai sarai lontano.

     

    La guida sacra
    ti accende gli occhi e “la Vista”
    segui il tuo cuore d’Artista,
    ogni uomo ha in sé pista.

     
  • 30 maggio 2008
    Il Cuore Nano

    Guarda ovunque
    ma non dove dovrebbe
    l’uomo che brucia della sua febbre.

     

    Agli altri mira,
    ma a se stesso mai la testa gira,
    l’uomo che al cuore non vira.

     

    Cerca lontano
    per non guardarsi in mano
    l’uomo che ha il cuore nano.

     

    Ha parole d’oro o coralline
    a secondo delle sue mattine,
    volubile ed incerto
    è il suo concerto.

     

    Cerca lontano
    ma non nella sua mano
    il cuore nano.

     
  • 30 maggio 2008
    La dignità

    Non è questione di età
    la Dignità.

     

    La Dignità è corona
    di chi la vita dona;

     

    La Dignità è il sole
    di chi sa cosa vuole;

     

    La Dignità è il mare
    di chi sa dove andare;

     

    La Dignità è presente
    in chi la Vita sente.

     
  • 30 maggio 2008
    A luci spente

    Quando vorrai il male della gente,
    sappi:


    A loro non accadrà niente;

     

    Non c’è corrente
    tra la  tua e la loro mente;


    Tu penserai al danno,
    ma è a  te stesso che farai inganno;

     

    Tu confabulerai vendetta,
    ma solo in te non vedrai vetta;

     

    Tu brucerai di rabbia,
    ma è al tuo cuore che avrai messo gabbia;

     

    Quando vorrai il male della gente
    ricorda:

     

    "Non c’è corrente
    tra la  tua e la loro mente".

     

    Solo nel tuo cuor
    le luci saran spente.

     
  • 30 maggio 2008
    Nel dir

    Non invidio e non lodo
    chi nel dir
    non sa usar modo.


    La gentilezza è della lingua
    la carezza.

     

    C’è modo e modo
    nel dir
    non divenir chiodo.

     
  • 30 maggio 2008
    Ode all'Invidia

    L’invidia, l’invidia
    che bella invenzione
    il suo esister ti innalza
     a giusta ragione.

     

    Ti veste di allori
    ti dona tesori,
    ti rende l’essenza,
    ti da appartenenza,
    sa metter evidenza
    alla tua stessa esistenza.

     

    L’invidia, l’invidia
    che grande occasione,
    ti chiama per nome
    pretende ragione,
    è sempre presente
    ha eco veemente,
    intesse i suoi inganni
    son tanti i suoi affanni
    per farti dei danni.

     

    Ascoltami invero
    e segui il pensiero
    l’invidia ti sfida?

     

    Ma falla finita,
    l’invidia è del cuore
    l’altare ad onore.

     

    La prima partita
    che ha vinto la sfida.

     

    L’invidia, l’invidia che storia infinita,
    ti insegni la vita che senza l’invidia
    non vinci partita.

     

    L’invidia è certezza
    di raggiunta altezza.

     

    L’invidia non mente
    se sei veramente nel cor della gente
    seppur con invidia
    hai vinto la sfida.

     
  • 30 maggio 2008
    Frenati Bimba

    Ci vuol tempo per ogni cosa,
    matura mica il frutto se non riposa?

     

    E la rosa in boccio?…
    Lo so che ora ti scoccio:
    Fiorisce mica prima
    del suo naturale sboccio?

     

    Frenati Bimba
    non è ancora tempo per far la tinta
    e inutile far finta d’esser spinta;

     

    La vita ti rivestirà di tinta
    e tu saprai quando esser spinta
    non prima d’esserne Convinta.

     

    Ci vuol tempo per ogni cosa
    anche la nonna prima che sposa
    è stata “tosa”*.

     

    Frenati Bimba
    non l’avrai mica vinta
    se ti sarai spinta sotto la cinta;

     

    Ci vuole tempo per ogni cosa
    fa che sbocci la tua rosa.

     

     
    * Tosa = Ragazza (dialetto milanese)

     
  • 30 maggio 2008
    Finchè la donna è bella

    Finchè la donna è bella
    difficile è
    metterle sella.

     

    Quando è brutta
    un pò, ahimé, si butta.

     

    Brutta o Bella
    Sella o non Sella
    ogni donna nel cuor ha la sua stella.

     
  • La carità non va,
    offrimi dignità.

     

    Son povero e modesto,
    mi manca tutto il resto.

     

    La carità non va,
    offrimi facoltà.

     

    La fame non mi manca,
    però sperare stanca.

     

    Se avessi mani al fare
    potrei svuotarti il mare
    la carità non va
    offrimi dignità.

     
  • 30 maggio 2008
    Addormentata

    Nel sentiero della dipartita
    cammini spedita.

     

    Nulla più conta,
    del viver più non senti l’onta.

     

    Sorridi al varo,
    un nuovo faro
    ti fa il sentiero chiaro.

     

    C’è una luce che incanta
    e di pace te ne darà tanta.

     

    Quel che è stato è stato
    giusto o sbagliato
    che sia il prossimo a metter fiato.

     

    Ti culla un onda che ha altrove sponda,
    bimba increspata sei tornata.

     

    Il sentiero hai vissuto sino in fondo,
    portando sulle spalle il mondo,
    ed ora cullata dalla vita
    sarai sino alla dipartita.

     

    Si spengono le luci bimba increspata
    tra un po’ sarai fata,
    ma tu alla vita sii sempre grata
    anche nella morte ti ha amata.

     

    Addormentata.

     
  • 30 maggio 2008
    L'avallo

    Del reato si è macchiato,
    anche chi lo ha sol avallato.

     

    Se hai avamposto,
    prendi posto
    e lo scorrere fa composto.

     

    Tra un pensiero e una parola
    poi la spada vola sola,
    va nel fodero riposta
    prima che ci sia risposta.

     

    Rendi scevro il divenire
    e ricorda questo dire:

     

    Del reato si è macchiato
    anche chi lo ha sol avallato.

     
  • 30 maggio 2008
    La corrente

    La corrente accesa
    in vista di una presa
    non è quella che dal cor è attesa;

     

    La corrente della mente
    che fluisce in vista del niente
    quella serve veramente;

     

    La corrente accesa
    nell’illusione di una presa
    non paga del cor la spesa.

     

    Accenditi alla luce del nulla
    e muta la terra brulla in culla.

     
  • 30 maggio 2008
    Allora perché?

    Se non hai il comando in alcunchè
    allora perché cerchi altrove
    e non in te?

     

    Se del tuo pensiero non conosci il sentiero
    allora perché dell’altrui dire
    spesso hai da ridire?

     

    Se del tempo non ne comandi le lancette
    allora perché le giornate
    ti vanno larghe o strette?

     

    Se nel domani non potrai allungar le mani
    allora perché lo avvicini e lo allontani?

     

    Se della notte non hai il controllo
    allora perché spesso allunghi il collo?

     

    Perché non segui la tua vita
    e smetti di contar il tempo sulle dita?

     

    Se non hai il comando in alcunché
    allora perché?

     
elementi per pagina
  • 20 gennaio 2009
    Il seme della Stima

    Come comincia: Il seme della Stima
    Non conta chi tu sia per gli altri
    ma conta quel che sei per te.
    Non conta come verrai considerato
    ma conta come tu ti consideri.
    Non conta come ti vedrà il mondo
    ma conta come ti vedi tu.
    La Stima è un seme sano
    che crescerà dal tuo cuore non lontano
    Sarai Stimato
    solo se ti sarai Amato.
    Io sono il seme della Stima e voi chi siete?
    Non mi riconosci?
    Disse una voce spavalda e autoritaria.
    Io sono il seme dell’Orgoglio!
    Ed io sono la Vanità!
    Disse poi una voce suadente e allo stesso tempo penetrante, e questo piccolo è nostro figlio il Sogno.
    Benvenuto nella nostra terra!
    Aggiunse poi l’Orgoglio.
    Vostra terra?
    Disse colto dal dubbio la Stima, a me non risulta che questa terra vi appartenga, questa terra appartiene al suo cuore, noi ne siamo solo i semi.
    Modesto sei, cara Stima.
    Intervenne Vanità.
    Non hai ben compreso il ruolo dominante che invece abbiamo, meglio così, non mi entusiasmava molto dover intraprendere un’altra lotta. Addio!
    E poi rivolgendosi ad Orgoglio disse:
    Caro un nemico in meno sulla strada della vittoria, la Stima nasce già perdente.
    Ed entrambi incominciarono a ridere mentre si allontanavano spavaldi.
    La Stima che era appena arrivata su quella terra, ed aveva già avuto un accoglienza poco calorosa, riprese il suo viandare incominciando a guardarsi intorno, e vide la mano dell’Orgoglio e della Vanità aver già innalzato ponti e costruito strade, e camminando tra i sentieri stranamente deserti, incominciò a domandarsi dove fossero finiti tutti gli altri semi.
    Aiuto! Aiuto!
    Una vocina debole quasi come un soffio, chiedeva aiuto e la Stima prese a cercarla ovunque ma inutilmente, solo dopo tanto tempo capì che proveniva da sotto i suoi piedi, sepolta sotto metri e metri di terra.
    Cara calmati, sono qui.
    Disse con intenzioni eroiche la Stima, prese poi a scavare a mani nude procurandosi graffi e profonde ferite, ma non si fermò sino a quando non l’ebbe tirata fuori.
    Cara come ti chiami - Disse poi:
    Io sono l’Umiltà, a te la mia infinita stima e tu chi sei?
    Per l’appunto io sono la Stima.
    Rispose.
    Cavaliere per natura essendo io l’Umiltà, viaggiavo in questa terra nell’offrire il mio umile sostegno, ed un giorno fui attaccata da due creature Vanità e Orgoglio, che mi seppellirono sotto metri e metri di terra.
    Cieche creature!
    Disse la Stima, indignato, mentre portava al riparo l’Umiltà stanca e ferita.
    Cara riposati riprenderemo il viaggio insieme domani.
    Non appena l’Umiltà fu in grado di viaggiare, i due ripresero il cammino, la Stima con circospezione perlustrava millimetro dopo millimetro la terra di quel cuore, voleva portare il suo aiuto a chiunque fosse in difficoltà, e vide un seme marcire nello stagno putrido delle lacrime nere.
    Allungò la mano per tirarla fuori da quelle acque di morte, trascinandola in salvo.
    C’è speranza!
    Urlò Stima, pieno di soddisfazione per aver tratto in salvo un altro seme.
    Come ti chiami dolce creatura!
    Hai appena pronunciato il mio nome mio signore, io sono la Speranza, camminavo stringendo tra le braccia mio figlio Sogno, me lo hanno portato via due creature, sono disperata aiutami, Aiutalo.
    La Stima era oramai su tutte le furie, il bambino che stringeva tra le braccia la Vanità era il figlio della Speranza, non il suo. Accompagnato dalla Speranza e dall’Umiltà, s’incamminarono per quella strada alla ricerca del piccolo Sogno, e quando si trovarono di fronte Vanità e Orgoglio, la Stima disse:
    La terra del cuore non è campo di battaglia, non si uccidono i semi e non si prende il comando di niente, si convive semplicemente sotto il sole dell’amore, ma voi due avete fatto di questa terra un arida steppa, restituite Sogno alla Speranza.
    Nel frattempo Orgoglio aveva sguainato la spada dicendo:
    Quel bambino è mio figlio non lo avrai.
    Quel bambino non ti appartiene Orgoglio, la tua forza superiore nasceva dall’aver soffocato l’Umiltà e la Speranza, ma ora sono entrambe al mio fianco e ti dico che l’Umiltà è tua sorella e la Speranza vostra madre.
    Orgoglio senti un dolore lancinante allo stomaco come se due pugnalate profonde gli fossero state inferte, ma Stima non aveva neppure sguainato la sua spada.
    Voi tutti, siete i figli della Speranza, in voi i colori e le molteplici sfumature di questa immensa terra che attraverso voi fiorirà, in voi i suoi sentimenti, i suoi pentimenti, i suoi ardimenti…ma nessuno di voi tenti di attuare i suoi intenti, la terra del cuore non è terra di conquista.
    Ma se noi siamo tutti figli della Speranza tu Stima chi sei?
    Io sono il frutto della vostra comprensione, ma se voi non comprenderete d’essere tutti semi ugualmente preziosi nella terra del cuore, io non potrò mai vedere la luce.
    Io sono la Stima e nasco solo nella terra dell’amore dove l’armonia è sovrana.

     
  • Come comincia:

    Un antenna con la spina staccata, era alla vita ingrata, del mondo nulla poteva vedere e per questo si mise a tacere. Ma un giorno sereno e giocondo qualcuno attaccò quella spina al mondo, e l’antenna che prima era infelice, della vita divenne prima attrice. E dall’alto del suo tetto al mondo gridò questo detto: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Un sassolino fu raccolto dalla mano di un bambino, e lanciato in un lago vicino. Quel sassolino che nel prato non era ascoltato, nel lago gettato ebbe invece fiato. L’impatto creò uno strano fatto, e da quel tuffetto nacque più di un cerchietto. E da quel giorno il sassetto fece proprio il seguente detto: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Un ochetta chiacchierina che dell’ocaio era la più piccina, e le oche non eran poi tanto poche, poiché assai inquieta fu presto chiusa in una stanzetta segreta. Il suo ocheggiare prese ovunque ad eccheggiare, da muro a muro e poi da mare a mare e nessuno la seppe più fermare. E fu quello il giorno in cui l’ochetta che dell’ocaio era la piccoletta, venne liberata dalla buia stanzetta. E nell’uscir senza fretta disse: Quando la vita coce tu abbracciane la croce, non tutti i mali vengono per nuocere.

    Ci sono degli eventi che appaion tormenti, ma nel cor accendon fermenti, l’ antenna ammalata fu infine alla vita grata quando la spina le venne attaccata, il sasso piccino che del prato era l’ultimo arrivato, nel lago invece venne ascoltato, ed infine l’ochetta che nell’ocaio era la più piccoletta dalla sua buia stanzetta riuscì dal mondo a ricever la stretta.

    Quando la vita coce tu abbracciane la croce,
    non tutti i mali vengono per nuocere.

     
  • 15 dicembre 2008
    Due Occhi

    Come comincia:

    Due Occhi impauriti si schiusero al buio, dicendo:
    Dove sono?
    Sei nata!
    Rispose una voce da una croce.
    Che brutto posto, è l’inferno?
    Non è l’inferno.
    Ma e tutto buio, non vedo niente, posso tornare da dove provengo?
    E tu ricordi da dove provieni, e se fosse un posto ancora più brutto?
    Più brutto del buio? Non credo esista!
    Invece ti sbagli esiste qualcosa di più brutto del buio, il non esistere. Vedi il buio di certo potrà farti paura ma lo spavento è la prova tangibile che tu sia viva.
    Non esistere? Esistere…ma io non ricordo d’aver chiesto di esistere!
    Sei figlia della vita, mica l’albero chiede il permesso alle foglie prima di generarle?
    Vero, mica l’albero chiede il permesso alle foglie?
    Ripeté Due Occhi quasi in stato di trans, e poi aggiunse:
    L’albero non chiede, però dovrebbe, sarebbe giusto chiedere alle foglie: Scusa tu vuoi esistere? Cosicché loro possano poi scegliere se venire o meno alla vita. Mi sembra proprio il minimo. Mi spiego meglio e ti faccio un esempio se a me avessero chiesto: Scusa tu due occhi vuoi esistere?
    Io avrei detto no, tenetemi fuori da questa cosa, grazie.
    Due Occhi ma il chiedere presuppone che tu esista, ma se non esisti come te lo si fa a chiedere.
    Scusa voce sulla croce ora mi stai confondendo la mente. Comunque avrei detto non me lo fate questo regalo.
    La voce prese a ridere, due occhi era proprio una simpaticona.
    Comunque visto che ora sono qui, chiedimelo e facciamola finita!
    Due occhi non posso essere io a farti questa domanda, puoi e devi portela da sola, “Vuoi esistere?”.
    Ok me la sono fatta? Ho anche risposto. NOOOOOOOOOOOOOO ora cosa faccio.
    Semplice resta lì ferma e aspetta che venga il tuo momento.
    Che momento? Il momento di non esistere. Ma non posso assicurarti che giunga rapidamente, potresti aspettare anni e anni, ma scusa nel frattempo perché non usi questo tempo per fare qualcosa, tipo avanzare nel buio, è importante per chi verrà dopo di te.
    Davvero? Questa è un’altra novità, e perché sarebbe importante?
    Perché le nuove esistenze inizieranno il cammino da dove tu sarai giunta. Esempio se ti fermi lì, chi verrà dopo di te inizierà proprio da quel preciso punto.
    Ma questo posto è bruttissimo!!! Non è giusto sii benevolo quelli che verranno dopo di me falli nascere qualche passo più avanti.
    Se potessi Due Occhi, farei molto di più!!!
    Disse la voce tristemente.
    Ma io non posso mentre tu invece puoi? Su provaci tanto pure devi aspettare che venga il non esistere, tanto vale che occupi bene il tuo tempo.
    Ma voce e se poi sbaglio? Qui non si vede niente potrei fare dei passi falsi.
    Ma i passi falsi fanno parte del cammino, è normale quando non si vede dove andare, non ti preoccupare avanza.
    Voce ma io ho paura? Ho paura di sbagliare.
    Due Occhi ascoltami, hai paura a mangiare una mela?
    No, non ho paura di mangiare una mela!
    E perché non hai paura?
    Perché l’ho già saggiata!
    E allora perché non saggi la vita, prima di cedere alla paura?
    Ma è diverso voce, la mela è appetitosa, succosa, saporita, la vita è amara.
    Tu dici? Posso offrirti una mela?
    Disse la voce.
    Certo sono ghiotta.
    Dinnanzi a Due Occhi apparvero due mele, la prima marcia, quasi decomposta, la seconda piccolissima ed immatura.
    Due Occhi che fai ti ho offerto due mele, ma tu non ti sei servita, perché?
    Voce ma te piace scherzare non vedi che sono immangiabili, la prima è marcia, la seconda è acerba, si vede che ti mancano gli occhi per vedere, mentre io sono tutta occhi.
    Ed era appunto quello che volevo dimostrarti con questo piccolissimo tranello, non è la vita ad essere amara, sono le scelte sbagliate che la rendono tale, voi nel nascere non aprite solo gli occhi materiali, ma aprite anche quelli del cuore, la vita è un frutto dolcissimo e succoso solo se la sapremo vivere attraverso lo sguardo del cuore.
    Voce ma è come per le mele? I frutti più dolci sono sempre in cima all’albero?
    Si è la stessa identica cosa, che fai ora provi ad avanzare di qualche passo?
    Sono indecisa!
    Aspetta c’è una persona che ti vuole dire un cosa.
    Ed una vocina piccolissima, proveniente da molto lontano disse:
    Mamma… arrivo!
    Due Occhi prese a piangere commossa e poi disse alla voce:
    Certo che i trucchetti li conosci tutti, sei proprio furbo!
    Questa non è furbizia ti ho solo fatto conoscere l’erede del tuo cammino. Allora cosa hai deciso di fare?
    La voce non udì riposta Due occhi era già lontana e correva come una gazzella.

     
  • 29 ottobre 2008
    Quel che è

    Come comincia: Un povero mendicante camminava per la strada guardando mesto le vetrine a festa, di lì a pochi giorni sarebbe arrivato il Natale, occasione di festa e gaudio per tutti, ma per lui uomo solo e stanco, era il periodo più triste dell’anno, quello in cui la solitudine diventava una punta affilata pronta a trafiggergli il cuore.
    Non desiderava ormai più niente dalla vita, se non il tanto che gli permettesse di sopravvivere, un tozzo di pane gli era più che sufficiente, e mentre cercava l’elemosina come tutti i santi giorni per poter soddisfare la sua fame, un uomo dai lineamenti perfetti, elegante nel porsi e curatissimo nel vestiario lo avvicinò dicendo: “Vieni con me vorrei mostrarti qualcosa”.
    Il mendicante aveva a malapena la forza di sollevarsi da quell’angolo di strada, ma era talmente affamato che sarebbe andato ovunque, anche in capo al mondo, pur di mettere qualcosa sotto ai denti.
    Seguì lentamente quell’uomo ben vestito, sino ad una enorme carrozza, dove fu invitato a salire, e non appena il bel signore si fu accomodato al suo fianco la carrozza partì.
    Il mendicante sentiva i morsi della fame confondergli la mente, e con occhi annebbiati osservava l’uomo artefice di quella strana proposta.
    E fu allora che gli disse: “Gentiluomo non chiedo niente di più che un tozzo di pane, per calmare i crampi che mi percuotono lo stomaco”.
    Ma l’uomo l’osservava senza proferir parola.
    E il mendicante continuò: “Dove mi conduce codesta lussuosa carrozza?”
    Non ebbe neppure finito di parlare che la carrozza frenò bruscamente, i cavalli nitrirono all’unisono, colpa delle briglie che erano state tirate con molta forza, l’uomo elegante scese per primo e nel mantenere lo sportello aperto, fece segno al mendicante di scendere.
    L’uomo scese a fatica da quel veicolo e quando ebbe messo entrambi i piedi in terra, vide che non si era spostato di un passo dal luogo in cui era stato raccolto. Confuso più che mai, guardò il gentiluomo dicendo: “Non capisco, è lo stesso posto da dove siamo partiti eppure ho sentito nitidamente la carrozza partire, i cavalli correre e fermarsi, eppure siamo di nuovo qui, nello stesso identico luogo”.
    “No buon uomo” - rispose il bel signore – “non siamo nello stesso identico luogo, siamo nel presente, e tu eri fermo nel passato. Vedi la vita è quel cammino fatto tra “quel che è stato” e “quel che sarà”, ma troppo spesso ci dimentichiamo di guardare a “quel che è”.
    Questo luogo è “quel che è”.
    Restare legato a quel che eri ti ha reso insopportabile vivere il tuo presente, non immagini invece quanto tu sia prossimo al tuo divenire di luce”.
    Il povero mendicate… guardava l’uomo con comprensione, era elegante, intelligente, colto, danaroso, forse voleva solo provare un emozione diversa, quella di prendere in giro un poveraccio. Ebbene se quello era stato il suo intento gli era riuscito pienamente, e pieno di sconforto disse: “Buon uomo, chiedevo solo un pezzo di pane… non un sermone filosofico, vi ringrazio comunque, complimenti per la carrozza, la vostra eleganza e l’evidente ricchezza”.
    Detto ciò fece per andare via.
    “Mendicante, io sono te!” - disse il bel signore. Il mendicante si fermò di scatto a quelle parole, e girandosi indietro prese ad osservare meglio il volto dell’uomo, e come se la vista gli fosse ritornata improvvisamente nitida, vi scorse i suoi lineamenti..
    “Come può essere!”- disse pieno di meraviglia – “che tu sia me, guardami come sono ridotto, mi manca tutto, anche il necessario, mentre tu sei…”
    “Non ti manca il necessario, ma ti è mancato, oggi non sei quel che eri… sono venuto a prenderti per portarti nel tuo presente, il passato era la tua prigione”.
    Il mendicante era stranito, tornò al suo angolo di strada, dove era solito chiedere la carità, le persone erano intente negli ultimi acquisti di Natale, ma nonostante la frenesia del momento tutti nel passare lo ossequiavano in segno di grande rispetto.
    Il mendicante, fece per guardarsi riflesso in una delle tante vetrine e si vide vestito in modo impeccabile, con bombetta, guanti bianchi e bastone in vernice nera.
    Una voce lo chiamò: “Signore la carrozza è pronta”.
    E l’uomo con passo spedito si diresse sino alla sua carrozza.
    “Partiamo?” -disse il cocchiere.
    E l’uomo che ormai viveva il suo presente disse sorridente: “Sì, avanti, destinazione paradiso, ops… futuro”.
    La vita è quel cammino fatto tra “quel che è stato” e “quel che sarà”, ma troppo spesso ci dimentichiamo di guardare a “quel che è”.

     
  • 27 maggio 2008
    Le due campane

    Come comincia: Suonava lontana una campana e nessuno l’ascoltava, mentre la campana del paese suonava forte e l’uomo cortese, bene la intese.
    Quel suono turbante, lo prese all’istante e ancor frastornato ne rimase profondamente turbato. Col suon in testa, sentì nel cor tuonar tempesta, e conobbe l’ira funesta di quel che l’animo appesta.
    Suonava lontana una campana e nessuno l’ascoltava.
    L’uomo turbato, e ancor più disturbato dal quel suono insistente che gli rovinava la mente, prese a camminar lontano per dimenticar quel suono malsano. E mentre era tra gente altre parole gli tornarono a mente, e vide nel suo cuor scorrere luce fulgente.
    Voltandosi indietro sentì la campana suonare inquieta, e capì che di quel suono ne era stato preda.
    Lasciò il paese e con far cortese le sue orecchie ad altro suono tese, e di quel suono non cercò quiete, perché non accrebbe la sua sete.
    Tra due campane sempre l’uomo rimane, la prima assorda e l’altra gli ricorda, che l’ascolto umano sempre a due campane dovrà allungar la mano, perché se a entrambe non avrà rivolto ascolto della medaglia conoscerà solo un volto.
    Suonava lontana una campana e l’uomo accorto girò il suo volto.

     
  • 27 maggio 2008
    L’uomo e il suo peso

    Come comincia: Un uomo portava sulle spalle un peso, con grande amarezza e tristezza. Ma procedendo lungo il cammino, finì per accettarlo e nell’abituarsi quasi non lo sentì più.
    Un giorno un altro uomo lo raggiunse dicendo:
    Fratello ti ammiro, cammini su questo sentiero portando un così grande fardello.
    E l’uomo che ormai del suo fardello non sentiva più il peso disse:
    Fardello? Io non porto alcun fardello fratello mio.
    L’altro uomo lo guardò ammirato dicendo:
    E’ grande la tua forza fratello, ma non dimenticare mai che tu porti peso.
    “Non sottovalutare mai il tuo saper fare,
    esso è il frutto del tuo imparare.
    Sia sempre giusto il tuo valutarti.”

     
  • 16 luglio 2007
    Io sono la Vita

    Come comincia:

    Ti chiesi acqua e mi offristi veleno;

    Ti chiesi luce e mi offristi buio;

    Ti chiesi canto e mi offristi silenzio;

    Ti chiesi amore e mi offristi odio;

    Ti chiesi per ricevere e tu mi negasti amore, e tutto questo me lo chiami Vita?

    Vita nel tuo sentiero verso la luce, un calvario che porta croce, nel mio chiedere il tuo diniego, e nel mio dare accecato dal dolore, mano arida di chi da senza credere. Meriti tutto questo, tu che niente dai.

    Uomo la Vita è maestra di Vita, la tua ragione ti insegni il distinguo delle cose.

    Tu chiedesti acqua e la vita ti diede veleno, ma tu sapevi davvero cosa fosse l’acqua, prima d’aver saggiato veleno?
    Tu hai chiesto acqua, in virtù di una sete che non era la tua prima sete, ma la superficiale esigenza di un vivere materiale, la sete che divora l’uomo ha sede altrove.

    Tu chiedesti luce e la vita ti diede buio, ma tu sapevi davvero cosa fosse la luce, prima d’aver vissuto il buio?
    Tu hai chiesto luce, in virtù del buio che il tuo occhio umano scorgeva, ma la luce di cui avevi bisogno non doveva illuminare le stanze del vivere, ma il tetro teatro della tua anima.

    Tu chiedesti canto e la vita ti offrì il suo silenzio, ma tu avresti riconosciuto il canto se non reso dotto dalla lezione del silenzio?
    Tu hai chiesto canto, ma il silenzio colto dal tuo orecchio era menzogna, nella tua anima il canto d’amore che tutto sana, non ha mai smesso di intonare canzone.

    Tu chiedesti amore e la vita ti offri odio, ma quanto d’amore avresti saputo parlare, prima di conoscere l’odio?
    Tu hai chiesto amore, in virtù della sola visione umana del tuo vivere, ma l’amore che invero cercavi era l’abbraccio totale del tuo vivere visibile ed invisibile.

    Uomo a te che hai bevuto fiele, che hai respirato il buio intenso della notte, che hai sofferto del più grande silenzio, e che fosti trafitto mille volte dall’odio, il vivere ha offerto la più grande delle occasioni, quello che tu hai inteso come punizione divina era invece la divina promessa al cuore di ogni uomo.

    Voi vedrete la vostra luce, percorrete il sentiero del vivere e attraverso le sue irte vie giungerete a me, io sono la vita.

     
  • Come comincia:

    L’ipocrisia non è altro che la vostra consapevolezza allo stato primordiale.

    Coglimi!

    Disse la mela all’uomo.
    E l’uomo tese la mano per cogliere quel frutto meravigliosamente maturo, baciato dal sole, ma con la mano riuscì solo a sfiorarlo, senza avere poi il coraggio di prenderlo.

    Cosa fai, allunghi il braccio e poi non mi raccogli, uomo?

    Disse la mela.

    Tu non puoi sapere, cosa nei tempi lontani si scatenò per una semplice mela.

    So più di quello che il tuo limitato vedere possa oggi farti comprendere Uomo. Io sono quella stessa mela dietro la quale vi nascondeste un giorno per giustificare i vostri limiti. Io sono la mela che la parte sensibile, del vostro UNICO essere, colse per poi condividere.
    Lo chiamaste peccato originale, e di quel abito consunto vi siete vestiti per nascondervi ancora ai vostri stessi occhi. Quante volte ho dovuto sentire la vostra ipocrisia giungermi attraverso le parole.

    Cogli questa mela, ora che sei cresciuto, senza nasconderti dietro banali ipocrisie, la responsabilità del passo fatto e di quello non fatto è stata sempre, è sempre sarà solo vostra.

    Mela, non innervosirti ti prego, non fosti tu a trarci in inganno, ma il male che abitò il cuore di un serpente, ingannò la donna.

    Continuate a non capire, la donna è solo uno degli aspetti dell’umanità, incolpare lei per lavare metà del vostro corpo, non vi renderà comunque puliti agli occhi del vivere.

    Il vostro banale tentativo vi ha reso, invece, ancora più fragili nello spaccare in due l’essenza, e non vi ha tirato fuori dalla pozza di fango nella quale siete caduti.

    Iniziate con l’accettare che non esistono distinzioni tra i sessi, ma che siete ognuno una faccia di una stessa medaglia. E il serpente non è altro che il vostro diniego nascosto dietro l’ipocrisia. Ma quando lo capirete, quando vi assumerete la vostra unica responsabilità, vivete con coscienza.

    L’uomo guardò al cielo e come intimorito dai raggi caldi del sole, prese a nascondersi il volto con le mani nel dire:

    Il sole brucerà di nuovo la mia carne se io ti coglierò per la seconda volta. Ho paura!

    Concluse nel gridare.

    Accendi la luce della tua ragione figlio che ancora non vedi.

    Tu come padre nel mettere il tuo bambino affamato di fronte ad un pezzo di pane, seppur intimandogli di non toccarlo, quanta speranza avrai che il piccolo uomo, quando gli avrai voltato le spalle possa mantenere la promessa fatta.

    Nessuna!

    Rispose l’uomo sorridendo sereno.

    Non avrei nessuna speranza, avrei invece la certezza della sua disobbedienza.

    E tu lo puniresti per questo?

    Non lo punirei, non è responsabile dovrei essere piuttosto io a non farlo cadere in tentazione. I piccoli non sono ancora in grado di riconoscere ciò che è bene, da ciò che è male.

    E se tu piccolo uomo sei capace di capire ciò, quanto più potrà il creatore del cielo e della terra? Oppure ne stai sottovalutato la grande consapevolezza?
    A meno che quella mela, non fosse stata messa lì affinché voi la coglieste, e nel coglierla imparaste un’importante lezione!

    L’uomo restò sorpreso dal discorso fatto dalla mela, è provò a guardare di nuovo al cielo, stavolta non ebbe più paura dei suoi caldi raggi, e sentì sul viso una mano carezzevole sfiorarlo.

    E poi continuò nel dire come sorpreso delle sue stesse parole.

    Allora la mela era lì affinché la cogliessimo?

    Certo, la mela era lì per essere presa, siete stati messi alla prova, ed in questo lungo tempo di riflessione non avete fatto altro che alimentare la paura, seme che la vostra stessa mano ha impiantato nella terra del vivere.

    L’unico peccato commesso, se peccato si può chiamare è nato dalla vostra ingenuità, dall’immaturità dei tempi, dall’intraprendere il giusto cammino per poter giungere sino alla comprensione dei nostri giorni. Quel serpente a cui attribuiste la responsabilità dell’inganno era solo il frutto della vostra ipocrisia, il dito dietro il quale nascondervi. E l’ipocrisia non è altro che la consapevolezza allo stato primordiale. Solo chi avrà ben navigato in lungo e in largo nella propria essenza, non troverà più menzogne dietro le quali farsi scudo, ma la limpida e trasparente comprensione del proprio essere. Ricordate si nasce piccoli per diventare grandi, la consapevolezza diverrà innata solo quando l’avrete guadagnata.

    Su forza prendi questa mela e stavolta non sarà mano di donna o di uomo a coglierla, ma la vostra unica mano.La mela è il frutto della vita maturato al suo sole più bello, raccoglietela e mangiatene nella consapevolezza d’essere voi, l’umanità tutta, artefici del vostro vivere.

     
  • 01 febbraio 2007
    Il buio che accese il Sole

    Come comincia:

    Non creder che a un grande dolore corrisponda l'ira del cielo,
    talvolta è il contrario,
    si vogliono segnalare strade speciali a cuori meritevoli ma addormentati.
    Quando un’anima dorme,
    a svegliarla non saranno i falsi credo del vivere,
    che ne saprebbero solo prolungare il sonno all'infinito.
    A risvegliare i cuori scende il semplice dolore.
    Solo questo pungolo avvelenato,
    risveglierà
    il coraggioso condottiero addormentato nel tuo cuore.
    Solo attraverso il suo risveglio saremo in grado di vivere davvero.
    Prendi questa lampada.
    Disse una vecchia donna, alla giovane Lima.
    E sappi custodirne il tesoro, non esistono nel vivere preziosità uguali al suo inestimabile valore.
    Lima raccolse la piccola lampada e ridendo disse:
    Non sarà mica la lampada di Aladino, strofinandola viene fuori il genio?
    La vecchia donna non ascoltò neppure la sua domanda, e dandole le spalle sparì come ingoiata dalla fitta nebbia del sottobosco, portando con se la vecchia lanterna che Lima portava con se.
    Vecchina, vecchina, che fai, così mi lasci al buio?
    Non vedo nulla, non puoi fare così, ti sei presa la mia lanterna accesa, per lasciarmi questa vecchia lampada spenta. Aspetta...
    Disse urlando.
    E la voce della vecchina ormai lontana sussurò:
    Accendi la tua lampada.

     

     

    Lima, cercò nelle tasche un cerino per accendere la sua lampada, il buio era talmente intenso da farle mancare il respiro, ma le sue tasche erano vuote ed un profondo sconforto la colse.
    Immediatamente tre piccolissime lucine presero a girarle intorno, ed altrettante tante piccole voci incominciarono a parlarle:

     

    Lima, ciao sono Sara.
    Lima io sono Leda.
    Ciao Lima, io mi chiamo Forny.

     

    Erano talmente tante le voci che Lima invece di sentirsi rincuorata dalla compagnia e dalle lucine, prese a coprirsi le orecchie terrorizzata.

     

    Vedi si è spaventata. Disse Sara a Leda.

     

    Decidiamo chi di noi le parlerà, altrimenti invece di aiutarla finiremo per farla impazzire.
    Sono d'accordo disse Forny, parlo io sono il più adatto.
    No che dici, lei è una femminuccia le parlo io. Disse Leda.

     

    Basta! - urlò Sara - le parlo io! Fate troppa confusione finiremo solo per confonderla.

     

    La piccola Lima con un occhio aperto e l'altro chiuso si guardava attorno, mentre con le mani si copriva la testa confusa, proprio non riusciva a capire cosa stesse accadendo.

     

    Lima non spaventarti, siamo qui per aiutarti! Disse finalmente Sara, senza che le altre voci la coprissero.
    Chi siete, vedo solo delle piccole luci?
    Noi siamo quelle luci che vedi, ma non spaventarti siamo qui per mostrarti la via, seguici, non te ne pentirai.
    Io ho paura, non sono dove mi trovo, avevo una lanterna, ma una brutta strega me l'ha portata via con l'inganno, lasciandomi al suo posto questa vecchia lampada spenta.
    Me la fai vedere? Disse Sara curiosa.
    Certo! Rispose Lima, mentre la tirava fuori con grossa difficoltà dalla tasca del suo vestito.

     

    OHHHHHHHHH, dissero ammirate le piccole lucine.
    Ma tu... disse Sara fermandosi immediatamente, zittita dalle altre due lucine.
    Non puoi, stai zitta, sai cosa significa?

     

    E Sara si ammutolì definitivamente.

     

    Dimmi Sara, ti prego dimmi, ha qualche senso quello che mi è accaduto?

     

    Sara era alquanto titubante, si innalzò in volo alta sino al cielo dove a causa delle fitta coltre di nube non si vedevano ne stelle ne luna, e ritornò indietro dopo appena un secondo.

     

    Ebbene - disse tutta allegra - ho avuto una concessione posso parlare.
    Ohohohoho! Dissero in coro Forny e Leda.

     

    Si tratta di un’antica lampada, un tempo era custodita da un uomo molto prezioso, ed accesa emana una luce che non ha eguali. Ti è stata concessa una preziosità senza pari.
    Che farmene lucine, se non posso accenderla, che luce può fare una lampada spenta?
    Lima seguici ti porteremo sino alla casa del falegname, lì troverai un bel camino dove il fuoco è sempre acceso, e potrai accendere la tua lampada magica.

     

    Sì - disse contenta Lima - non vedo l'ora di vederla accesa.


    La strana comitiva incominciò il suo cammino, e Lima nel tragitto vide alla luce di quelle sue piccolissime amiche, un poco del suo amato mondo che sino ad allora era stato avvolto dalle tenebre.
    E giunti nei pressi della casa del falegname, scorse una flebile luce uscire da una finestra mentre tutto intorno era buio pesto.

     

    La porta si aprì e dentro Lima non trovò niente e nessuno ma solo il camino acceso. Prese un piccolo pezzo di legno usandolo come fiammifero e accese la sua lampada, qualcosa di meraviglioso prese ad accadere, la piccola lampada nell'accendersi non illuminò solo la stanza, ma accese a giorno il cielo di Lima, e fu allora che la giovane riconobbe in quella modesta dimora un castello e in quel mondo di luce tutti i suoi sogni.

     

    Non creder che a un grande dolore corrisponda l'ira del cielo, talvolta è il contrario, si vogliono segnalare strade speciali a cuori meritevoli ma addormentati.

     

    Quando un’anima dorme, a svegliarla non saranno i falsi credo del vivere che ne saprebbero solo prolungare il sonno all'infinito, a risvegliare i cuori scende il semplice dolore. Solo questo pungolo avvelenato risveglierà il coraggioso condottiero che dorme nel tuo cuore. Solo attraverso il suo risveglio saremo in grado di vivere davvero.

     
  • 19 dicembre 2006
    L'arcobaleno del cuore

    Come comincia: Quando tutte le prove del vivere saranno esaurite e il cuore dell'uomo gonfio d'amore salirà al cielo, le porte del paradiso si schiuderanno e Dio invierà il suo angelo.

     

    Altamente meritevole è colui che nel suo passo terreno incrocerà gli occhi della sua anima alta, le porte del vivere si apriranno al suo avanzare e del suo divenir rimarrà traccia. Perché sia di esempio, a chi ancora viaggia nel buio dell'anima, il suo sorriso consapevole e pieno di luce.

    Ci sono giorni speciali in cui il cielo sorride con i suoi figli, il vento diviene alito leggero e i cuori gonfi d'amore salgono alti come piccole mongolfiere.

    Amina, era sulla sua mongolfiera, il cielo che la illuminava era radioso come il suo sorriso, un soffio di vento le scompigliò i capelli, lasciando nell’aria un intenso profumo di fiori.

    Il mondo è mio.

    Sussurrò felice come non lo era mai stata, mentre due bianche colombe planavano leggiadre al suo fianco, portandole in dono di due ramoscelli, uno di ulivo e l'altro di pesco.

    Amina pianse di gioia nel comprendere cosa quei due esseri alati volevano annunciarle, la pace dell’anima e l’eterna primavera.

    Raccolse i ramoscelli col cuore grato, carezzò le piccole testoline delle colombe, che al suo saluto ripresero immediatamente a volare.

    Il suo volo era sempre più alto e cullata dalla divina promessa, fissava nell'attesa l'azzurrità del cielo, quando una strana pace la distolse dal suo osservare il cielo, trascinandola incontro al suo cuore, ed in quel preciso istante vide avverate quelle promesse tanto attese. Era davvero felice.

    Un movimento fece sussultare la mongolfiera e Amina si girò di scatto per vedere cosa o chi l'avesse fatta vibrare. Un altro ospite era planato sul suo abitacolo, una sorta di strano uccello, che non aveva mai visto, la fissava immobile.

    Chi sei?
    Chiese Amina.

    Sono il tuo angelo.

    Rispose l'uccello, parlando al suo animo senza usare le parole. Amina lo guardò con maggiore attenzione ora che sapeva.

    Sei strano, non ho mai visto un uccello come te, fin tanto ero sulla terra.

    Noi angeli alati non possiamo scender in terra, dovete salire voi in cielo, questo è l'unico modo che abbiamo per incontrarvi.

    Sono felice che tu sia qui, porta i mie saluti a Dio quando lo vedrai, e digli che a mio modo io lo amo profondamente.

    Amina, penso che la prossima volta lo vedremo insieme.

    Amina abbassò il capo e prese a piangere tutte le sue lacrime, tante da riempire il fondo della mongolfiera.

    Ho capito sei venuto a prendermi, sto per morire!

    No, come ti viene in mente.

    Rispose l'angelo.

    Io sono qui per restare con te, ed insieme percorreremo il cammino sino a Dio, un cammino di luce e di successo.

    Dai vieni, lascia questa mongolfiera sali sulle mie spalle, e voliamo alti insieme.

    Amina, salì sulle spalle dell'angelo ed insieme presero a volare alti, sempre più alti.

    Angelo, ma cosa c'entro io con te.

    Chiese Amina durante il suo viaggio.

    Amina, rispose l'angelo - Tu sei me.

    Ma dai non scherzare, io sarei un angelo? E che poteri avrei?

    Solo uno! Quello di toccare i cuori della gente.

    Speravo in qualcosina di più a dire il vero.

    E poi ridendo aggiunse:

    Me lo farò bastare.

    Basterà, credimi basterà a rendere speciale la tua esistenza.

    L'angelo e Amina presero a voltare sempre più in alto, tracciando nel cielo un meraviglioso arcobaleno sino al Sole, e quel bellissimo arcobaleno di luce, restò per sempre nel mondo a testimoniare la presenza di Dio nel cuore degli uomini.

    Quando tutte le prove del vivere saranno esaurite e il cuore dell'uomo gonfio d'amore salirà al cielo, le porte del paradiso si schiuderanno e Dio invierà il suo angelo.

    Altamente meritevole è colui che nel suo passo terreno incrocerà gli occhi della sua anima alta, le porte del vivere si apriranno al suo passo e del suo divenir rimarrà traccia.

    Perché sia di esempio, a chi ancora viaggia nel buio dell'anima, il suo sorriso consapevole e pieno di luce.


    Legenda

    Amina =  A m i n a = A n i m a
    Vento =  L'altra mano di Dio
    Colombe bianche = Messi celesti
    Ramoscello di Ulivo = Simbolo della pace
    Ramoscello di Pesco =  Simbolo della primavera
    Mongolfiera =  Leggerezza dell'anima
    Volo = Massima benedizione

     
  • 10 agosto 2006
    Invoca le ali

    Come comincia: Piccola farfalla non lasciare mai lo spazio attorno a quest'albero eterno che è il vivere, ogni suo fiore incanterà il tuo tenero cuore, ed ogni nuova farfalla riempirà il cielo di nuovi colori, insieme saremo l'arcobaleno del vivere, noi saremo l'orizzonte per quanti come noi intraprenderanno lo stesso faticoso cammino. Vedrai meravigliose metamorfosi trasformare fiori in farfalle e farfalle in angeli, e il cielo e la terra torneranno ad incontrarsi nella vita del mondo.

     

    Una formica che era salita molto in alto sul ramo di un massiccio albero, che non sapeva essere un  melo, alzò il capo e tra le molteplici foglie vide un grosso globo rosso e arancio, riflettere la calda luce del sole e pensò:


    Ho fatto bene a intraprendere questo lungo e faticoso cammino, non fosse altro che per vedere questo meraviglioso globo dai colori caldi del tramonto, la sola visione già mi riscalda il cuore, resterei qui per sempre ad ammirarlo.


    Le sue accorate parole furono ascoltate da un bruco che era da lì poco distante, il quale intervenne dicendo:


    Sempliciotta di una formica tu gioisci nel vedere un umile mela, e pare che quel niente riesca a sollevarti il cuore al cielo, non hai  capito che si tratta di un semplice frutto di questo grande albero e non di un miracolo, come la tua piccola mente ora ti suggerisce.


    E la formica senza staccar gli occhi dal meraviglioso globo,


    allungò le zampette come per sfiorarlo e poi con occhi colmi di lacrime di gioia, si rivolse al bruco dicendo:


    Comprendo le tue parole e son certa che tu abbia ragione, ma non mi interessa ciò che i tuoi occhi scorgono, mi interessa solo ciò che posso scorgere io, questa speranza nutrirà il mio cuore. Quella umile mela, come tu la chiami è per me  molto di più, è la mia speranza di un domani.


    Il bruco guardò la formica  quasi compiadendola, dicendo:


    Formica sei e formica resterai, la tua visione è talmente ristretta, e pertanto non sprecherò altre parole per indirizzarti al vero. Io oggi sono un bruco ma domani sarò farfalla, mentre la tua unica certezza è che oggi sei una formica e che domani sempre e solo una formica sarai.

     

    Quelle parole amare resero triste la piccola formica che continuò a stringere al cuore la sua piccola speranza, non  lasciandosi prendere dallo sconforto continuò a procedere verso il globo rosso.


    Altri giorni di lungo cammino si aggiunsero a quelli già fatti, e  finalmente la tanto agognata meta fu raggiunta. E guardando il globo da vicino, la piccola formica divenne preda di una profonda delusione, il globo rosso e dorato altro non era che una semplice mela, come già le aveva anticipato il bruco, razionalmente lo sapeva già, ma ora quella consapevolezza era giunta anche al suo cuore.


    Dopo qualche minuto passato a piangere, alle sue spalle planò una bellissima farfalla:


    Hai visto piccola formica imbottita di sogni, che il globo che vedevi altro non era che una mela di questo grande albero, e tu hai fatto tanto cammino stringendo a te una speranza,  giungendo sin qui solo per sfiorare una mela.


    Ch sei?

     

    Disse la formica, come sai del mio cammino?

     

    Io sono il bruco che qualche giorno fa, ti parlò col cuore.

     

    La formica guardò quella meravigliosa creatura:

     

    Sei di una bellezza che toglie il fiato. Ho fatto bene a intraprendere questo lungo e faticoso cammino, non fosse altro che per vedere questa meravigliosa creazione che sei tu farfalla.

     

    Il cuore di quella formica era una nuvola bianca, colma d'amore per il vivere, e la farfalla si sentì in difficoltà al cospetto di tanto cuore, lei aveva sì le ali ma quel essere insignificante aveva delle ali molto più rare, le ali del cuore.


    Poi  disse la farfalla:


    Di cosa sei alla ricerca?


    E la formica rispose:

     

    Di un motivo per vivere, laggiù in terra niente più mi attirava, ogni cosa non aveva più sapore e pertanto ho scelto di camminare per giungere alla vera vita.

     

    Ascoltami smetti di salire su quest'albero, non faresti altro che correre appresso ad altri globi ed una volta raggiunti ti renderesti conto che sempre di semplici mele si tratta, piuttosto metti le ali e vola libera nel cielo.

     

    Ma la mia natura mi vuole formica, non si è mai vista una formica con le ali a meno che non sia una formica regina, ma io sono nata operaia e non ho alcuna speranza di poter mettere le ali.


    Tu credi? Sappi che alcune ali sono invisibili sino all'istante in cui non le avrai invocate. Lanciati che altro hai da perdere, se possiedi le ali esse si apriranno per innalzarti in volo, se invece no, lasceresti questa vita che infondo nulla ti ha dato. Puoi scegliere o correre per una vita incontro ai globi della tua  fantasia, o tornare a vivere quella vita che ormai non aveva più nulla da offrirti. Lanciati!


    La formica aveva molta paura, quella farfalla l'aveva messa di fronte a una scelta difficile e lei colta da un profondo dolore cercò una risposta tra le mille parole che giungevano alla sua mente, dicendo:


    Io ho invocato quelle ali da sempre e non si sono mai aperte, forse non possiedo le ali che tu dici.


    Non mi sono spiegata non deve essere la tua voce ad invocare le ali,  ma il tuo cuore. Solo quando il tuo cuore le invocherà esse appariranno al vivere. Lanciati e scopriremo se sei una regina o una operaia.


    Io non voglio morire, ho camminato sin qui proprio perché amo la mia vita più di qualsiasi altra cosa, e non la rischierò in cambio di una possibilità. Preferisco continuare a inseguire i globi della mia fantasia, rimanendo qui.


    Ti ringrazio meravigliosa farfalla d'avermi aperto gli occhi, oggi grazie a te ho riscoperto in me il più meraviglioso dei  globi, l’amore per la vita, che seppure pesante e colma di illusioni rimarrà sempre la mia unica vita. Non mi spaventa la fatica, continuerò a camminare sino alla cima di quest’albero inseguendo le illusioni, e quando sarò giunta sino al cielo allora chiederò a Dio di darmi le ali.


    A quelle parole una luce intensa colpì la piccola formica che come per incanto vide aprirsi le sue ali, ma non due ali qualsiasi. Le sue ali erano grandi e dai colori dell’arcobaleno, tanto che la farfalla al suo cospetto s'intimidì facendosi da parte, e la piccola formica ormai divenuta una meravigliosa creatura dei cieli disse:


    Ora tutto mi è chiaro, l'amore per la vita ci renderà la grazia di vivere. Vedi il mio attaccamento al vivere mi ha condotta su un cammino faticoso che mi spronava a salire sempre più, tendendo la mano verso mete sempre più alte, ma al mio cuore è bastato affinché invocasse le ali.


    La farfalla era commossa da tanta beltà e con le lacrime agli occhi disse :


    Sei di una bellezza che toglie il fiato.


    L'essere celeste che aveva camminato tanto nel vivere per raggiungere i suoi sogni era divenuta meritevole del più alto dei doni: le ali.


    È con occhi nuovi mentre una meravigliosa luce traspariva dal suo volto disse:


    Piccola farfalla non lasciare mai lo spazio attorno a quest'albero eterno che è il vivere, ogni suo fiore incanterà il tuo tenero cuore, ed ogni nuova farfalla riempirà il cielo di nuovi colori, insieme saremo l'arcobaleno del vivere, noi saremo l'orizzonte per quanti come noi intraprenderanno lo stesso faticoso cammino. Vedrai meravigliose metamorfosi trasformare fiori in farfalle e farfalle in angeli e il cielo e la terra torneranno ad incontrarsi nella vita del mondo.

     
  • 07 agosto 2006
    Una mano al cielo

    Come comincia:

    Il mondo ci nutrirà sino a quando la nostra fame ci spingerà a cercare le cose del mondo. Solo quando ne saremo sazi, riusciremo ad ascoltare la voce del cielo, riconoscendoci  per quello che siamo, esseri di luce. E la pace regnerà nel mondo per sempre.


    Dammi pane, dammi pane!


    Disse un topo ad una bambina, e la bambina prese del suo pane e lo condivise con il topolino, e poi vedendolo più sereno ora che aveva il pancino pieno, gli disse:


    Sei disposto ad ascoltarmi? 


    E il topino disse:


    Certo mi hai dato pane ed io ti darò ascolto.


    Tu non sei un topino, come hai sempre creduto di essere, tu sei un essere di luce.


    Il topino incominciò a sbellicarsi dalle risate.


    Che dici bambina di una sola cosa sono certo nella vita e cioè quella di essere un topino roditore.


    La bambina prese dalla tasca della sua bianca veste uno piccolo specchio, e consegnandolo al roditore disse:


    Guardati!


    Il roditore guardò perplesso la sua immagine riflessa nello specchietto e restò senza parole.


    La bimba sorrise contenta, mise le ali e volò alta.


    Aspetta disse l’ex topino, ma allora perché ho sempre pensato di un topo quando invece sono un angelo?


    E la piccola nel volare disse:


    Siamo tutti angeli ma dobbiamo camminare molto per meritare la nostra lucente natura.


    Aspetta perché tu hai le ali ed io no?


    Per lo stesso motivo per il quale non avevi capito d’essere un angelo, le tue ali te le devi meritare, camminerai in terra sino a quando non sarai maturo per il volo.


    L’angelo nuovo, prese lo specchietto conservandolo gelosamente, ora sapeva che doveva fare. Salì su un palco e chiamò a se tutti i topini del circondario e disse:


    Mangiate e bevete e quando sarete sazi, avvicinatevi a me ho messaggio per voi!


    I topini si avvicinarono al grande buffet che l’angelo terreno aveva preparato e quando erano ormai sazi, gli corsero incontro, erano tanti e l’angelo non aveva uno specchio tanto grande allora disse seguitemi e lì portò alla riva di un grande lago e tutti insieme specchiandosi in quelle limpide acque riconobbero la loro natura.


    Il quel istante mille angeli nuovi misero le ali, volando insieme per il mondo a risvegliare i fratelli.


    E l’angelo roditore disse:


    Il mondo ci nutrirà sino a quando la nostra fame ci spingerà a cercare le cose del mondo, e solo quando ne saremo sazi, riusciremo ad ascoltare la voce del cielo, riconoscendoci  per quello che siamo, esseri di luce. La pace regnerà nel mondo per sempre.


    Era scritto che da quella mano sollevatasi al cielo ne sarebbero venuti tanti e furono quei tanti a cambiare il mondo.

     
  • 07 agosto 2006
    La fede dell'ombrello

    Come comincia: La vera fede non è un ombrello che vi ripara quando piove, la vera fede è un arcobaleno di colori, che nasce spontaneo dai cuori e il suo viver non teme le stagioni.

     


    Il buio più intenso alberga nei vostri cuori, e non nel cuore del mondo,  e poi cos'altro è il cuore del mondo se non la proiezione del vostro cuore…


    Tintinnavano le campane della chiesa al soffiare del vento, mille pecorelle pascolavano belanti nei pressi della sacra dimora,  nessuna di essa aveva mai osato varcare la soglia che conduceva al altare di Dio. Tutte ne avevano un grande rispetto ed un ancor più grande timore.


    Un giorno comune a tanti altri una strana pioggia incominciò a scendere dal cielo, era una pioggia acida che a lungo andare avrebbe sterminato l'intero gregge.


    Le pecore ne riconobbero il pericolo ed impaurite cercarono un posto dove ripararsi. Il pascolo non aveva alberi e neppure caverne nelle quali ripararsi, e  pertanto disperate rivolsero il loro sguardo alla sacra dimora, unica possibilità di scampo alla morte.


    Con passo veloce si diressero verso la grande porta, che era ben chiusa, e presero a belare implorando aiuto, la porta si aprì lentamente lasciandole entrare tutte e alle loro spalle si richiuse.


    La grande chiesa era buia, illuminata da migliaia e migliaia di piccolissime luci, e nell'entrare in quella tetra stanza, le pecorelle si sentirono ancor più spaventate.


    Con passo incerto presero a camminare verso una grande luce che s'intravedeva alle spalle del altare, e mentre si addentravano sempre più, una voce disse:


    Fermatevi nel passo, e non andate oltre!


    Le pecore tremanti si fermarono una vicina all'altra, ammucchiandosi per la paura, e col capo chino  per il terrore presero a piangere. La stessa voce aggiunse:


    Perché piangete, cosa vi spaventa in questo luogo?


    Ed in coro risposero:


    Il buio.


    Va bene, disse la voce, ora potete procedere.


    Perché di quella domanda?


    Chiese una delle pecore.


    Siete giunte qui spinte dalla paura, solo perché non vi era altro posto dove rifugiarvi. La paura  sa accendere e sa spegnere la volontà di ogni essere vivente, dipende solo da quali corde dell'anima sarà riuscita a toccare.


    Ma per giungere alla vera luce non basta, bisogna essere consapevoli del perché di ogni passo compiuto, non giungerà chi segue il corso della corrente senza essergli appartenuto.


    Ricordate la luce è comprensione, e sino a quando non avrete compreso il perché del vostro cammino, quella luce resterà a voi preclusa.


    La vostra fede è un ombrello aperto alla pioggia, ma nello stesso istante in cui la pioggia smetterà di cadere voi chiuderete l'ombrello. Ricordate non è quella la fede che vi congiungerà a Dio.


    La vera fede non è un ombrello che vi ripara quando piove, la vera fede è un arcobaleno di colori, che nasce spontaneo dai cuori e il suo viver non teme le stagioni.


    Il buio più intenso alberga nei vostri cuori, e non nel cuore del mondo,  e poi cos'altro è il cuore del mondo se non la proiezione del vostro cuore.


    La  fede che voi professate, è un ombrello che aprite e chiudete a secondo delle stagioni, ma la vera fede non cede ai mutevoli cambiamenti del tempo.


    Provate piuttosto a fermare la pioggia, prevenite le nuvole, smettete di seminar tempesta, perché un giorno continuando a raccogliere pioggia, avrete alimentato le acque di un mare profondo e buio, che non vi lascerà scampo, ed allora non ci saranno ombrelli da aprire.


    La vera fede è un ruscello spontaneo che nasce nei cuori, non una casa fatta di mattoni.


    Il buio del vostro cuore potrà indicarvi la via, ma giungerà solo chi avrà profondamente sposato il proprio dolore, solo chi riconosce l'oscura natura della propria ombra potrà poi superarla nel passo.


    Le pecorelle, ascoltarono la voce e con passo giulivo raggiunsero la luce, quelle candide pecore avevano meritato, ed insieme varcarono la soglia di un mondo diverso, dove il cielo era limpido e dove nessuna pioggia acida le avrebbe più perseguitate.


    La voce accese per loro il suo sole più bello, rivestendo il manto di ogni pecora di bagliori di luce, e le guidò nel mondo nuovo che aveva preparato per loro.

     
  • 19 luglio 2006
    Anche io ti sono figlia

    Come comincia: Un giorno giunse al mondo la speranza, e il Padre della Vita la guardò con grande tristezza, dicendole:

     

    Sei figlia degli uomini e come tale non ti rinnegherò, ma il tuo canto molto male farà.

     Rispose la speranza:

     Padre, sono adorna di candide vesti,  e il mio canto è dolce più del miele. Non sarò certamente io a far del male ai tuoi figli, se essi useranno con moderazione i miei sogni.

     Speranza, nel tuo dire riconosco le tue malefiche intenzioni, tu sai bene quanto è doloroso il cammino dell’uomo, e conosci anche la sua spasmodica ricerca di sollievo. Come può un uomo immerso nella sofferenza possedere lucidità e moderazione. Tu sei giunta per arrecare dolore, ma sappi che non esiste in vita elemento che sfugga al controllo superiore della vita stessa.

    Seppur le tue intenzioni sono buie come la più nera delle notti, grazie a te molti uomini apriranno gli occhi alla vita. Il tuo meschino gioco sortirà l’effetto contrario, l’uomo ti riconoscerà per quel che sei, e quel giorno tu non avrai più ragione di esistere e pertanto ti dissolverai.

     Padre, so che sei il creatore di tutto e che le tue parole sono legge, ma ti prego non mi lasciar morire anche io ti son figlia, lasciami una speranza?

     Speranza proprio tu che uccidi senza lasciar scampo, mi chiedi di darti una speranza?

    Ed io ti dico che morirai come danno, e risorgerai al vivere come figlia della luce. Quando l’uomo avrà superato il tuo inganno ti vedrà per quello che invero sei.

    Già posso scorgere la tua sconfitta, ma prima che ciò accada molti valorosi perderanno la loro vita, accecati dalle tue false promesse. Io raccoglierò goccia a goccia il sangue che tu avrai fatto versare ai miei figli, e il loro sacrificio non resterà vano, il loro dolore sarà l’unguento che sanerà i primi figli che ti vedranno per quello che sei.  E per loro mano tu sarai sconfitta.

    Speranza sei bella come un raggio di sole, ma sei una figlia disonesta, come tale non godrai della mia benevolenza finché mentirai e ucciderai.

     Padre mio ti prego.

     Disse nella più completa disperazione la speranza.

     Non scagliare contro di me la tua ira, che colpa ne ho, se sono così.

     Proprio in virtù di ciò, ti dico che conserverò in parte la tua essenza, ed un giorno quando l’uomo avrà riconosciuto il tuo inganno io ti concederò di unirti al vivere.

    Inizia a contare le tue ultime ore come nefasta creatura, un altro uomo ha scoperto il tuo inganno e molti ancora ti vedranno per quello che sei, spoglia del tuo abito candido, mostri un corpo devastato e corroso dal tempo.

    Speranza tu inietti negli animi il più lento e mortale dei veleni, accechi le tue prede conducendole sino alla fine del loro cammino.

    A quel punto non saprei chi di loro potrà dirsi fortunato, colui che morirà accecato, o chi comprenderà l’inganno un attimo prima.

    Figlia dell’uomo da lui generata, ricorda nulla di ciò che nasce ha un fine diverso da quello che IO ho stabilito.

    Non sono responsabile della mia malefica natura, son venuta al vivere innocente come un agnello, non farmi pertanto pagare le pene della tua ira, anche io ti sono figlia, dammi una speranza.

     
  • Come comincia:

    E se la Monotonia fosse la madre della Costanza, chi sarebbe il padre di tanta bellezza e chi la zia?

    Queste sì che sono domande essenziali?

    Riproviamo…

    Quando in una vita apparentemente Monotona nasce il sole della Dignità?

    Direi meglio  

     

    Monotonia era incinta, una gravidanza mal sopportata la sua, erano ormai cinque mesi che quel seme non voluto le si era impiantato in grembo.

    La donna non gustava più nulla della sua vita, ogni giorno era identico al precedente e alla vista del domani, il suo cuore non fremeva neanche più.

    Quante volte si era chiesta che senso avesse quella vita priva di ogni emozione, e la risposta era sempre la stessa: la sua vita non aveva alcun senso.

    I mesi trascorsero, tra un sì e un no, tra un forse e un ma, tra uno sbuffo ed un non so, tutti proferiti senza esser profondamente sentiti, ma come spesso si suol dire il suo parlare era solo di facciata al profondo scoramento che le devastava l’anima.

    Un mattino tra i tanti, giunse a farle visita sua sorella Pazienza rientrata da un lungo pellegrinare, e con lei restò sino al momento del parto.

    Il sole splendeva alto il giorno in cui Monotonia diede alla luce la sua splendida bambina, e il primo vagito della piccola la scosse tanto profondamente da ridestarla come da un sonno profondo.

    La bambina era figlia della luce e quando Monotonia la guardò per la prima volta in volto non ebbe alcun dubbio nel scegliere il nome:

    Ti chiamerai Costanza. – Disse Felice.

    Monotonia uscì dall’ospedale stringendo al petto la sua piccola Costanza, mentre Pazienza la precedeva facendole strada.

    All’uscita dell’ospedale un enorme mazzo di fiori ostruiva il passaggio alle due donne, che sorprese quanto infastidite tentarono d’oltrepassarlo, ma improvvisamente videro sbucare da dietro il padre della piccola Costanza, Dignità.

    Monotonia non credeva ai suoi occhi e tra le lacrime raggiunse Dignità, l’unico uomo che avesse mai amato, ed insieme stringendosi in un caldo abbraccio ricostruirono la loro tenera famiglia.

    Monotonia uscì dall’ospedale sotto al braccio di Dignità, mentre Pazienza al loro fianco cullava la piccola Costanza, e chiunque li vide camminare insieme non poté frenarsi nel pensare quanto fossero Felici.

    La Monotonia non potrà mai essere compagna della Dignità, sino a quando accompagnata dalla Pazienza non avrà generato la Costanza, solo allora Dignità e Monotonia potranno camminare per mano per le vie della vita.

    Pertanto quando tra le lacrime della Monotonia, scorgerai la luce della Pazienza, ricorda che:

    La tua Costanza ti renderà Dignità.

     
  • 03 maggio 2006
    A partire da te

    Come comincia: Un grande cielo, un semplice filo d’erba, che implora acqua per sopravvivere alla siccità del suo cuore. Ed una risposta inattesa, che lo delude:

    Bevi del tuo pianto! L

    Ma nel proferir del cielo non vi è improvvisata parola, il senso profondo appare a chi nel suo dir le labbra vorrà inumidir.

    Entra a far parte delle parole, leggi tra le righe e disseta la tua sete, non esistono verità che non ti appartengano già.

    Il mio pensiero.

    _____________________________________________________

     

    In piedi!

    Disse il cielo al filo d’erba.

    E il filo d’erba che era senz’acqua ormai da giorni, alzò un poco il capo, dicendo:

    Ho sete, tu sei cielo dammi l’acqua, e ti farò vedere come mi alzerò in piedi in fretta.

     

    In piedi!

    Ripeté il cielo.

    Tu non devi attendere l’acqua dal cielo, hai radici prendila dalla tua terra.

    E il filo d’erba stanco e debole con voce flebile disse:

     

    Ma che dici se non piove da giorni, che acqua prendo dalla terra.

     

    Bevi del tuo pianto.

    Disse il cielo senza sarcasmo.

    E il filo demoralizzato, rispose:

    Ho già bevuto sappi, e delle lacrime versate potrei dissetare il mondo intero.

    Cielo, ti pensavo dalla parte dei fili d’erba, da te il sole che ci fa belli, da te l’acqua che ci disseta, e tu ora mi dici di bere delle mie lacrime e del mio dolore, ti trovo malvagio.

    Si malvagio e la parola che più ti si addice.

    Bevi delle tue lacrime piccolo filo d’erba, in esse e solo in esse c’è l’antidoto al veleno che ti devasta il cuore, non c’è altra cura per il male che divora voi fili d’erba, il tutto è racchiuso nel vostro piccolo e complesso essere, e non fuori da Voi.

    Non chiedere al cielo di sanarti solo tu possiedi l’antidoto al tuo dolore.

    La mia acqua, disseta ma non ti sana.

    I lunghi periodi di siccità torneranno a martoriarti affinché tu sia costretto a bere delle tue stesse lacrime, solo attraverso il dolore potrai comprendere la via che ti conduce al benessere.

    Caro cielo il tuo fine è nobile, ed io seppur piccolo filo d’erba lo comprendo, ma non chiedermi più di non implorare acqua e troppa la sete che sento, e ripeto delle mie lacrime ho già bevuto.

    Piccolo filo d’erba è giunto il momento che ti sveli il senso finale di tutto ciò.

    Dimmi sono tutto orecchi come direbbe un uomo:

    La vita che ti è concessa è semplicemente un passaggio e come tale va vissuta, ma in questo breve passaggio molte cose dovrai fare,

    crescere e comprendere,

    vivere e protendere,

    morire e divenire.

    Quando il tuo breve viaggio sarà terminato,

    tu sarai ancora filo d’erba ma i tuoi campi saranno nei cieli e non in terra.

    Ma dimmi allora a che serve bere delle proprie lacrime qui in terra, per ritornare ad essere ancora filo d’erba nei cieli?

    Chiudi gli occhi, ed ora immagina, lunghe distese di pace, un cielo di luce ed un profumo semplice che da solo inebria, lo hai immaginato?

    Si ed è bellissimo? Questo è il paradiso in cielo?

    No, non è il paradiso, questa è la vita sulla terra se attraverso le vostre lacrime laverete il male che è nei vostri cuori, e quel giorno il cielo e la terra torneranno ad essere un solo giardino di fili d’erba, e non ci sarà più cielo e terra, ma la vita.

    Pertanto non ti stancare di bere delle tue lacrime, è in te la salvezza del tuo essere e attraverso lo splendore del tuo filo d’erba molti, altri saneranno il loro.

    Ricorda un solo giardino di luce, tutti i fili d’erba mossi da un solo vento insieme verso un mondo migliore, a partire da te.

     
  • Come comincia: “Meglio formica che leone nella comprensione”, disse un giorno una stella alla luna. E la luna incuriosita le chiese il senso delle sue parole, e la stella le raccontò una storia:

    La luna era alta e il cielo pieno di stelle, un Leone riposava a pancia all’aria soddisfatto del giorno trascorso, aveva divorato una gazzella e uccise altre due solo per il gusto di farlo, al suo fianco una piccola formica rossa stanca del suo incessante lavoro, rimirava anch’essa lo stesso cielo.

    “Come concepisci il creato” disse la piccola formica al Leone, il quale senza curarsi di guardare da dove provenisse la voce rispose con voce roboante:

    “Il creato è MOLTEPLICE é tutto da VIVERE”.

    E tu? Cosa ne pensi? - Disse il leone.

    E la formica rispose, ripetendo le sue stesse parole:

    “Il creato è MOLTEPLICE  è  tutto da VIVERE”.

    Il leone alla risposta si girò per guardare con chi stava interloquendo, e quando vide che a parlare  era soltanto una formica disse con voce offesa:

    Come ti sei permessa di rivolgermi la parola?

    Tu sei un essere troppo piccolo per meritare di vivere, sai che ti potrei schiacciare semplicemente con una mia zampata, e mettere fine ora in questo istante alla tua inutile esistenza?

    La formica prese a tremare per la paura, quel Leone che sino a qualche minuto prima le era apparso amichevole, ora le si era rivoltato contro.

    Non ti ucciderò. –  continuò nel dire il Leone –  Il tuo stesso ardire ti riconosce un animo coraggioso, ed io Leone, Re della foresta, nella mia grande magnanimità ti concederò di vivere, perlomeno qualche altra ora, sino a quando non mi sarò stancato di te.

    A quel dialogo arrogante ed insensato, aveva assistito una stella che girovagava da quelle parti, sotto forma di porcospino:

    Salve passavo per caso - disse la stella travestita - Ho ascoltato involontariamente le vostre parole ed avrei da dire una cosa: A te formica riconosco d’aver detto il vero, ma alle tue parole Leone attribuisco menzogna e falsità.

    Il Leone che aveva già tollerato a malincuore il suo interferire,  esplose di  ira.  Il suo ruggito di  rabbia  fu talmente potente che se il porcospino avesse avuto i capelli ricci glieli avrebbe fatti lisci, ma per fortuna il porcospino non aveva capelli, ma solo dure spine, e fu in virtù di quelle spine che il Leone lo risparmiò non divorandolo subito.

    “Sire” riprese a dire il porcospino “se ha superato l’ira che proprio ora l’ha resa più simile alle bestie che ad un essere pensante, completerei il mio pensiero. Sempre che il confrontarsi con le parole non le sia troppo difficile?

    Nel leone  si rifece vivo il  sentimento omicida, proprio non sopportava l’ardire di quel piccolo essere inferiore, ma adesso era in gioco il suo buon nome. La sfida lanciatagli dal porcospino era ben chiara, voleva confrontarsi su un terreno diverso da quello in cui solitamente era avezzo.

    Ebbene buon porco - spino parla pure dici. Disse il Leone sforzandosi.

    TI ASCOLTO  aggiunse immediatamente con voce già più grossa ed intollerante.

    La buona formica ha detto : “Il creato è molteplice, è tutto da vivere” e ciò è vero;

    Voi Sire avete detto: “Il creato è molteplice è tutto da vivere” e ciò è falso.

    Il Leone era sempre più convinto di doverlo uccidere prima che gli venisse un infarto per la rabbia, e stava cercando un sistema pratico per non ferirsi, ma nel frattempo decise di rispondergli:

    Tu che sembri tanto saputello, hai invece detto una sciocchezza, non vedi che sia io, che la formica abbiamo proferito e dico proferito (termine colto) le stesse parole?

    Come fai allora ad asserire  che ciò che ha detto la formica è vera, e quello che ho detto io è falsa?

    Vedi un Leone sa combattere anche su un terreno diverso che non sia la violenza, ammettilo ti ho schiacciato.

    “SCHIACCIATO ripeté stavolta nei suoi pensieri, forse è un idea quasi, quasi lo schiaccio sotto un masso così non mi ferisco neppure.”

    Ebbene Sire lei sarà pure il re della foresta ma in quanto a sensibilità posso assicurarle che è meno di protozoo. Vede è vero ciò che ha detto la buona e altruistica formica,  “Il creato è molteplice è tutto  da vivere” e lei conferma questo suo dire non solo nelle sue parole, ma anche nei gesti.

    Pertanto le sue parole sono nel vero.

    Menzognere invece le sue, seppur identiche non hanno ugual significato, perché nel suo vivere non vedo amore per il prossimo.

    Quel cielo immenso e costellato di stelle ha ispirato ad entrambi le stesse parole, ma non ne avete fatto tesoro in egual modo.

    Di voi Sire ho una gran pena, sarebbe stato meglio che foste nato formica, meno sarebbero stati gli ostacoli alla vostra comprensione. Invece…..

    Porco ormai hai toccato l’apice della mia benevolenza, mi hai stancato, sappi che la comprensione non mi riempie la pancia. Ritorna pure a scavare solchi in terra prima che decida di stroncare la tua inutile vita.

    Il porcospino guardò il leone con pietà, e poi disse:

    D’accordo vado via, è inutile la mia presenza qui, è troppo grande la vostra mania di onnipotenza, essa e come un manto buio che Vi limita nel vedere.

    Sire oggi lei appartiene ai grandi del vivere e la vostra dimora e su un alta torre, dall’alto della quale giudicate con senso di superiorità ogni cosa, ma faccia attenzione ai suoi passi da grandi che sono, potrebbero divenire piccoli, e la torre da voi costruita cadere in miseria, e credetemi cadere è già brutta cosa, ma cadere da una torre tanto alta  equivale a morire.

    Il porcospino girò le spalle per andarsene via e il leone colto da un profondo ed incontrollato odio, alzò la zampa tentando di schiacciarlo. La  razionalità che sino a quel momento lo aveva frenato, era crollata  sotto il peso dell’odio e del rancore, ed aveva compiuto un passo falso.

    Le spine del porcospino gli si conficcarono nel piede e da quel giorno il re della foresta divenne zoppo, e il suo passo piccolo, piccolo.

    Ti è piaciuta la storia disse poi la stella alla luna, e la madre del cielo disse:

    Non vorrei sminuire la tua conquista piccola stella, ma ricorda chi prima di te aveva già spiegato questo concetto:

    “E' più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!”

    Ricordi?

    E’ vero, ma  ho usato altre parole forse più vicine all’uomo di oggi, che dici mi avranno capita?

    Ti capirà solo chi avrà orecchie per sentire, per gli altri non ti crucciar altre stelle vegliano sul loro sonno.

     
  • 03 maggio 2006
    Il mendicante cieco

    Come comincia:

    L'amore è come un mendicante cieco,

    vaga per il mondo senza meta.

    Puoi riconoscerne il volto,

    ma solo chi gli andrà incontro

    lo guarderà negli occhi,

    per  ritrovarci  i suoi.

    L'amore non  scorge l'egoista, ne il generoso,

    accoglie nel suo abbraccio,

    chiunque ne abbia cercato lo sguardo.

    Ama in modo incondizionato,

    ama te stesso,

    e  il frutto dell’eterna pienezza,

    dimorerà per sempre nel tuo respiro.

    ***

    Un mendicante cieco dalla nascita, vagava attraverso gli  immensi spazi bui della vita, ascoltando addolorato, la voce della gente, le risa delle giovinette, le urla dei bambini, nell’immaginare che volto avesse quel insensato vociare.

    Tutto gli appariva insapore, ma non ci stupisca oltre questa sua buia visione della vita, perché laddove non vivono i colori, il mondo appare sbiadita ed insensata cosa.

    Un giorno una timida luce prese a creare un varco al suo vedere, e l'uomo inizialmente spaventato da quella miriade di ombre, nate al contrasto con la fioca luce, pianse per il terrore. Quando la  luce dell’amore si accende in un cuore, con essa s’infiammano ad una ad una le mille fiamme della conoscenza e al loro scintillare le ombre svaniscono per sempre. 

    Il povero mendicante ormai non più cieco, riprese a camminare per il mondo, stavolta i rumori della vita presero ad incarnarsi nelle persone, di cui sino ad allora aveva solo superficialmente ascoltate le voci. Ed in quel mondo nuovo, amò la gente, gridò con i bambini e rise con le giovinette.

    Un giorno molto lontano, quando il suo passato di cecità era ormai un ricordo, gli capitò di incontrare sulla sua via un altro mendicante cieco. Egli con il suo lungo bastone si faceva strada molestamente per la via, la sua cecità lo aveva reso avido ed arrogante. Con una violenza inaudita bastonava senza un minimo di attenzione qualsiasi cosa gli si facesse incautamente incontro. 

    L'uomo che aveva ritrovato nella vita, l'amore e la comprensione, vide nel passo incauto del mendicante cieco molto dolore per il suo prossimo. E pertanto gli strappò il bastone dalle mani, spezzandoglielo.

    Il mendicante cieco, che sino ad allora a causa della sua cecità aveva solo provocato dolore, aiutato anche dal suo bastone, si trovò improvvisamente senza bussola, e prese a gridare il suo profondo odio per la vita fermando il suo  procedere.

    Avvilito, impaurito e disorientato tese le mani in avanti alla ricerca di un aiuto, trovando ad attenderlo le mani dello stesso uomo che gli aveva spezzato il bastone.

    Talvolta nella vita sono necessari dei piccoli traumi, affinché l'uomo possa riconoscere in se l'umiltà, essa è una delle porte della conoscenza, è un varco, ma non un  filtro tra il vero e il falso. L’umiltà è un percorso difficile che schiaccia e solleva, talvolta assomiglia ad un maglione di lana tarlato, se lo indossi sempre sarai scambiato per uno straccione. Vestiti di umiltà solo quando é l’umile a chiedertelo, ma nel caso del mendicante cieco, l'umiltà era una porta che non aveva mai saputo aprire, ed ora un breve momento di dolore gli aveva aperto l’uscio, di una porta che gli apparteneva da sempre.

    L'uomo che nel passato era stato cieco, accolse il viandante, e lo guidò per mano sino al giorno in cui la sua piccola fiammella prese a brillargli intensamente nel cuore, e da quel momento lo lasciò andare per la sua strada.

     
  • 10 aprile 2006
    Il vino è cosa buona

    Come comincia: Un uomo che dalla vita aveva avuto molto, non riusciva ad essere felice. Si rivolse ad un santo eremita a cui erano state attribuite guarigioni spirituali, il quale gli disse:

    - Per tre giorni il tuo insegnante sarà il vino. Và e torna domani.

    L’uomo entrò in un’osteria, e dopo il primo bicchiere di vino sentì il freddo svanire, al secondo i pensieri diventare leggeri, al terzo una strana euforia coinvolgerlo in un ballo, al quarto si avventurò con una donna sconosciuta.

    L’indomani ritornò dal santo eremita, il quale gli chiese:

    - Cosa ti ha insegnato il vino?

    L’uomo rispose:

    - Il vino sa rendere alla vita quello smalto che talvolta perdiamo. Il vino è cosa buona.

    Il santo eremita lo congedò dicendo:

    - Và e torna domani.

    L’uomo incominciò a bere, un bicchiere di vino dietro l’altro con grande avidità, perdendo completamente il controllo delle proprie azioni.

    L’indomani ritornò dal santo eremita il quale gli fece la stessa domanda:

    - Cosa ti ha insegnato il vino?

    L’uomo visibilmente sconvolto disse:

    - L’eccesso rende anche qualcosa di benevolo come il vino, dannoso. Il vino è cosa buona.

    Il vecchio lo congedò dicendo:

    - Va e torna domani.

    L’uomo stavolta comprò delle bottiglie di vino, ma non sentì il desiderio di bere. L’indomani raggiunse il santo eremita, il quale gli chiese come ogni volta:

    - Cosa ti ha insegnato il vino?

     E l’uomo:

    - Il vino mi ha insegnato la moderazione, e che ogni cosa va presa con la stessa filosofia, tutti gli eccessi conducono alla distruzione.

    Il vecchio sorrise, dicendo:

    - Ora puoi andare, come vedi non sono io a dare le risposte alle domande della vita, ma è la vita stessa a rispondere.

     
elementi per pagina