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in archivio dal 04 dic 2007

Cristina Censi

09 aprile 1988, Roma

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  • 04 dicembre 2007
    Schegge di cuore

    Come comincia: - Sarah, Sara...?-*

     

    La mamma non mi ha mai detto come si scrive il suo nome.
    Cosa ti frega del mio cazzo di nome. Sono tua madre e questo  ti deve bastare, mi ha sempre detto fra un uomo e l'altro, da fuggiaschi quali eravamo.

    E grazie tante.
    Sono passati dieci anni, dieci maledetti anni da quando ho iniziato a... Beh, lo sapete.
    A vivere. Si, ma si, diciamo così. Il dolore è la mia vita, per lungo tempo ho desiderato di annullarmi in esso, di perdermi per sempre.
    Di salvarmi.

    Peter Pan ama ancora la vertigine sottile nei miei confusi sogni di bambino cresciuto troppo in fretta
    e desidera lo stordimento impareggiabile procuratogli dall'ago veloce di Wendy fra la pelle e il respiro,
    fra l'ombra e la carne.

    Colpevole.

    Stamattina ero quasi felice della mia colazione, di quella improponibile tazza d'acqua colorata di scuro fattami passare per caffè nel fast food all'angolo, il misero  fast food  che lei mi ha costretto a usare per poter venire fin quaggiù così all'improvviso. Non avrei mai pensato di rimettere piede in un posto del genere, mi ero giurato che non lo avrei mai più fatto, da quando lei non c'era più...Invece eccomi qui. Alle spalle di questo sudicio buco fumoso, c'è ancora il parcheggio pullulante di 'lucertole', lucciole o come si vuol definirle. Non credo che in questo stato esista un fast food senza uno di questi ''parcheggi per camion'' alle spalle. Se esiste, io non l'ho mai visto.

    Poi la chiamata. L'ospedale. Mia madre agonizza da quasi un anno. Questa mattina sono davanti alla sponda di ferro oltre la quale langue quel corpo pulsante.

    Forse è l'ultima volta.  Almeno, così ha detto la voce dell'infermiera, con quel suo tono irrimediabilmente afflitto, profondamente addolorato, come se
    conoscesse sin dalla nascita questa donna ridotta all'osso.

    Ho detto forse perché Sara ha una faccia che non ci si apetta di vedere ad una persona morente. Ma ha insistito per avere un'altra sigaretta con la sua voce roca ma ferma, testarda.
    ("Una cazzo di sigaretta almeno, porca troia!")  Il suo viso è pallido, color della luce diafana che entra dalla finestra malinconica, aperta sul cortile sporglio subissato dal cemento, con le poche
    panchine isolate. Ha gli occhi venati di giallo, i capelli un tempo biondi sono sbiaditi, quasi bianchi o grigi, le iridi blu non hanno più un colore, soltanto una velatura indistinta che rende vacuo il suo sguardo, vacuo e duro. Non come una volta. Non sono occhi luminosi i suoi. Non si volta verso di me e non mi sorride con il sorriso come tanti pezzi di vetro al sole... Non mi prende neppure in giro con quella bocca rossa, sarcastica di un tempo.
    Prima che fossi iniziato alla 'sacra' malizia dell'artifizio, credevo che la bocca di Sarah fosse un taglio rosso, obliquo, del tutto naturale,una fornace maligna aperta su perfette perle abbagliaglianti.
    "Allora, ragazzino. Che mi dici, sto morendo. Lo vedi, cazzo, che sto morendo?"

    Forse delira.
    Mi fissa con il fantasma di quel sorriso tagliente sul viso scavato, scabro. Vedo il suo teschio profilarsi, diafano come un'immagine di morte destinata a concretizzarsi.
    Non riesco a provare il minimo dolore, il minimo senso di abbandono.
    Lei è Sarah, una donna che non mi ha mai permesso di chiamarla 'mamma'.

    Dopo tutto, lei non mi ha mai chiamato neanche 'Jeremiah'. Il mio cazzo di nome,  come diceva.
    Ma  adesso mentre non so che rispondere a quella sua domanda, a quel rivolo inconsistente che è la sua voce, il pensiero  non mi provoca il risentimento che dovrebbe. Non sono arrabbiato con lei. Non provo il bisogno di buttare all'aria il suo piccolo patetico letto sudicio. Sento i piedi freddi nelle scarpe, nelle All Star mezze impolverate di appena due mesi prima. (Le prime che non abbia fregato a qualcuno da molto, moltissimo tempo...)
    Il sangue è freddo, non mi riconosco quasi.

    Il tumore la sta mangiando lentamente da dentro. E' inziato tutto due mesi fa. La ventola del lampadario si muove pigramente, gettando ombre sbiadite sulle pareti. Sarah, mia madre, emette un colpo di tosse cavernoso.

    Sputa: "Cazzo... siamo arrivati al capolinea, eh."
    Gli ultimi sussulti della tosse mutano in una risatina catarrosa.
    Pena.
    Provo un senso acuto di pena, a anche schifo, per quello scheletro nell anonimo camice immacolato di degenza.
    Ricordo i suoi seni, come una visione rosa, nella mia infanzia sommersa. E il modo che aveva di bagnarsi i capelli d'estate, quando il deserto che attraversavamo era troppo caldo, e ci stavano alle calcagna... Quelle sue unghie laccate di rosso.
    "Finalmente. Finalmente ci sei."

    Mi fissa per un attimo da sotto in su, fulminea, l'antico lampo che le fa rifulgere gli occhi di azzurro.
    Il braccio magro freme come se volesse muoversi.  Il polso nodosa si contorce. E' troppo debole per muoversi.
    Non mi muovo. Resto a guardarla.
    Da fuori, il rombo del traffico cittadino si fa soffocante. Ci eravamo arrivati con l'idea di partir subito. Lei non aveva nemmeno saputo di tutte quelle cose che facevo di nascosto, di tutti quei miei piccoli perversi passatempi. Non importa. Una notte si era messa a vomitare sangue. E tante grazie. Avevo dovuto iniziare a guadagnarmi il pane da solo, senza di lei, coi soliti mezzi.

    Ma stavolta sapevo che qualcos'altro era dalla mia parte. Ormai avevo l'età sufficiente per farlo, no?
    E  il ragazzino affidato a quella squinternata figlia del sudicio riccastro baciapile, la quale l'aveva avuto a quattordici anni appena, ormai era cambiato, e di molto, si, troppo per essere riconosciuto. Adesso capisco davvero tutte quelle cose che facevamo con la mamma. Scappare, scappare e ancora scappare.

    Ma che cazzo di importanza ha ora?
    Lei sta morendo.
    Mi guarda.
    Quello che ho detto forse l'ha sconvolta, ma non ne sono sicuro, non ci ho mai capito niente con lei, questa è la verità, me ne rendo conto, ora. Però,giurerei che é dispiaciuta.
    "Non ti sforzare a parlare." Dico mollemente, quando vedo che la pelle cerea attorno alla sua bocca si tende...

    "...Non ti sforzare, troia."


    Assaporo lo sguardo sperduto che si dipinge in quei suoi occhi.
    Il suo corpo scheletrico si delinea di traverso nel camice tutto pieghe. Cerca di mettersi a sedere.
    "Jeremiah!"
    "Che cazzo vuoi?"
    Insisto. Lei non può dirmi più nulla, ormai. Non più scene nei supermercati, ne' atteggiamenti da povera mammina indifesa... Non più corse in macchina e schiaffi dietro il collo. Non più sudici parcheggi dietro fast food illuminati a neon. Ne' bugie, le dolci, terrificanti bugie. Sento una sorta di nostalgia malata pungermi acre, traditrice, nel fondo del petto. Mista alla rabbia, emerge. Sale come mille aghi dolcemente strazianti...

    nel cuore.
    "Apri il cassetto. Sbrigati. O loro me le fregheranno ancora"
    Guaisce. Alzo gli occhi verso il suo comodino di metallo, squallido e vuoto. Lo sguardo cade sulle tende sporche in alto sul gancio di ferro e sull'armadietto chiuso.
    "Perché?" Lo chiedo più a me stessp che a me. Infatti, senza attendere risposta tiro il gancio. Il cassetto è vuoto, tranne che per un rotolo di carta stagnola e plastica.
    "Che cos'è?"
    "E' qualcosa di meglio del fottuto 'cristallo', tesoro. Sono soldi. Tanti."
    Non parlo.
    Fisso il rotoletto compatto che ho in mano.
    Non riesco a spiegarmi la sua presenza.
    Vedo la mia mano lanciarlo sulla coperta del suo letto.
    "Non mi serve questa merda" Rispondo senza cattiveria.
    La mia voce è calma, soave. Quei soldi mi avrebbero fatto comodo appena un po' di tempo fa. Adesso non me ne frega. Guadagno abbastanza. Ho il mio giro...E soldi a palate. Anche se non me ne frega poi più di tanto. E me ne sto al caldo quasi tutte le sere, lontano da li, da quella pulciosa cittadina. Ho un attico a Los Angeles adesso. Vengo li solo perchè lei ha insistito per restare in quel buco in cui aveva inziato a vacillare.
    E poi, oh, e poi... "Serviranno per il tuo funerale." Aggiungo.


    Lei cerca di dire qualche cosa, ma un accesso di tosse schizza lunghe strie di un sangue nerastro sulla coperta e sulle sue  mani.
    Resto lì, a guardarla sobbalzare e piegarsi, come incantato da quel ritmico senso di perdita, dalla sua schiena che rabbrividisce e si torce, sussultando.
    Indietreggio.
    Mentre l'infermiera accorre, Guardo il suo viso appannarsi. Ancora più indietro.
    "Je-re-miah!"
    Sillaba, in un sussurro quasi senza alcun tono.
    Il pomeriggio getta una luce calma, rassicurante su di lei e l'infermiera armata di flebo  al suo fianco.
    Lei mi da le spalle, tutta assorta nel suo lavoro. Sara, mia madre, continua a guardarmi.


    "Fottiti."


    Le dico prima di uscire.

     

    * Questo racconto è ispirato al romanzo di Le Roy ''Ingannevole è il cuore più di ogni cosa'', pertanto personaggi e situazioni di riferimento sono di proprietà del legittimo autore. Questo racconto autoconclusivo  vuole essere solo un piccolo ed imperfetto tributo da parte mia alla vivida impressione suscitata dalla crudele bellezza delle situazioni create da Le Roy.