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Autore

Cristina Mosca

in archivio dal 20 nov 2006

14 ottobre 1980, Giulianova (TE)

segni particolari:
Nel Comitato dei Lettori dal 2011. Curiosa.

mi descrivo così:
Scrivo, amo vivo.

19 dicembre 2006

Il rumore che fece l'anello scagliato fu accecante

Intro: Può un profumo, un aroma, un’essenza cambiare la vita di un uomo? L’autrice se lo chiede e riesce anche a dare una sua risposta a questa domanda.

Il racconto

Le provette tintinnarono allegre mentre Marco le spostava nel loro contenitore da un piano all’altro dello scaffale. La stanza bianca e asettica lo aiutava a mantenersi controllato e pacato, a rispondere alle domande a voce bassa ma soprattutto a concentrarsi sugli odori. Il pensiero di quel nuovo profumo al muschio bianco non gli dava pace; i suoi vestiti e la sua pelle erano ormai impregnati dei vari tentativi, ma forse proprio per questo non riusciva mai a trovare la fragranza giusta. Ora troppo aggressiva, ora troppo dolce. Sarebbe mai riuscito a crearne una che non risultasse troppo femminile? La sua azienda voleva allargare l’utenza agli uomini, lanciare una sorta di elisir d’amore che seducesse le donne sognatrici – target principale – e allo stesso tempo facesse sentire forti i maschi. Gli odori continuavano a sfuggirgli dispettosi mentre cercava di dare un nome ad ognuno di loro. Soluzioni troppo alcaline, troppo acide, troppo neutre. Troppo... soluzioni. Periodaccio. E Alba, con quel discorso strano. Quando c’è qualcuno che dice “Ti devo parlare” non si respira mai aria buona. Alle cinque lei era lì, di fronte all’uscita. Nella sua Micra metallizzata quella sera Alba sembrava più piccola del solito. Sembrava tutta rannicchiata, seduta un po’ gobba al posto guida, come se avesse voluto sparire. Piccola, ha freddo, pensò Marco. Forse si è vestita troppo leggera come al solito, pensò ancora, con la sua solita insolenza verso l’autunno che era arrivato già da un pezzo e che tuttavia lei continuava ad ignorare. In realtà Marco avrebbe dovuto prendere l’autobus per tornare a casa, quel giorno: la sua Yaris era a fare revisione e lui aveva dovuto servirsi dei mezzi pubblici. Marco diede per scontato che Alba fosse lì per dargli un passaggio. Aprì la portiera del passeggero sorridendo e la salutò cercando le sue labbra. Alba rispose, debolmente. Marco si accomodò, ma non sentì il rumore dell’accensione. Si voltò verso la sua ragazza, la guardò in volto: stava piangendo. Lacrime lunghe e scomposte, silenziose come solo quelle che vengono spremute dal cuore sanno essere. Incontrollabili. Sentì salire un moto d’ansia che partì dal fondo dello stomaco, gli agguantò le ossa del bacino e salì su lungo la colonna vertebrale fino a bloccargli la mascella. Cos’era successo, dunque? «Cos’hai?» riuscì a chiederle cercando di mantenere la voce calma. Respira, Marco, respira come ti hanno insegnato al laboratorio teatrale. Le mani di Alba erano flosce, senza vita, sulle sue cosce, inutili prolungamenti di cui in quel momento non sapeva che farsene. Alba in quel momento parlava con le lacrime... ma stavolta Marco non riusciva a leggerle attraverso. In quegli anni insieme c’era sempre riuscito, più o meno, a prevedere e interpretare i suoi silenzi, e i suoi occhi, e i suoi cenni. Presto si era illuso di poter davvero comprendere cosa le passasse per la mente semplicemente guardandola in faccia. Quel pomeriggio, invece, quel pomeriggio quasi invernale in cui l’inverno scendeva improvviso a congelargli i pensieri, Alba e Marco erano improvvisamente distanti un’età siderale. «...Amore...?» provò ad insistere il ragazzo. «Marco...» disse lei. Una voce che veniva dall’oltretomba; ma anche l’ultima volta che si erano sentiti per telefono era così giù? Marco non riuscì a ricordarlo. «Marco... ma tu.... non senti niente?» Domandò Alba, tirando su con il naso. Come se non sento niente, pensò Marco. Ma se è il mio lavoro, sentire! E per qualche attimo la sua mente vagò fra le provette che quel giorno gli avevano dato tanto poca soddisfazione. Poi capì. «...Non senti che è finita?», disse Alba. A quelle parole Marco sentì davvero qualcosa, qualcosa fece crac e lui la sentì, distintamente, senza ombra di dubbio. Forse era il suo cuore, o forse il suo cervello, o forse la sua anima stessa. Forse la sua anima si era incrinata. Non avrebbe saputo dirlo: qual’è quella parte del corpo con cui si ama una persona? Bé, quella parte aveva fatto crac. «Perché dici così?» le chiese. Lei sospirò, gli occhi arrossati, lo sguardo fisso in basso. Le mani cercarono sicurezza fra le curve del volante, tastandole e percorrendole ansiose come topi in gabbia. Una moto sfrecciò accanto a loro, facendo un grande rumore di marmitta truccata e sporcando quel silenzio che arriva sempre ad annebbiare le cose quando ci sono due che si lasciano. «Ma non vedi... Non senti? Non ti sei accorto che sembriamo una coppia di cento anni? Non parliamo... Non senti che non parliamo? Si arriva alla sera che si è troppo stanchi e il cervello si disattiva... Sembra che non ti interessi più sapere come sono fatta, che non ti cambia molto quello che posso pensare o come posso stare. Possibile che a te vada bene tutto questo? Non ci pensi al futuro?» Certo che mi interessa come sei fatta, le rispose mentalmente. E certo che ci penso al futuro. Ma io guardo oltre. Non senti anche tu? Non mi leggi anche tu dentro? Si possono scavalcare le stanchezze, basta volerlo. Ci si stende insieme e ci si racconta la propria giornata, ci si dilunga su opinioni, dettagli, incertezze... ci si consiglia a vicenda, magari sì, con qualche divergenza di idee, è vero, ma non sarebbe normale né stimolante dirsi sempre di sì. Facciamo così da una vita, non mi starai mica dicendo che improvvisamente non ti va bene più, e che ti lasci buttare giù da qualche serata andata storta. ... O forse adesso passerai al “ti amo troppo per restare con te”, “non sei più lo stesso di cui mi sono innamorata” e agghiaccianti frasi del genere? Chi sei tu, in realtà, adesso? Dove sei stata cos’hai fatto mai... «Marco, mi rispondi?» Marco le aveva risposto solo dentro di sè, così come le aveva detto “ti amo” tantissime volte, ma sempre in silenzio. Quando le raccontava la sua giornata ne lasciava degli spezzoni per sé, quelli che riteneva non interessassero ad Alba, segregata anche lei per ore in un ufficio e quindi – Marco aveva sempre ritenuto – con più voglia di vagare con la testa che di ascoltarlo ciarlare di provette e conti che non ridanno. Cosa poteva interessare ad Alba della sua caccia ad un profumo? Il lavoro era lavoro... Alba cominciò a piangere come Marco non le aveva visto mai fare. «Non ti interessa... Non fai caso più a nulla...ed ora non sai cosa rispondere... Non lo sai più cosa c’è dentro di te.. ma perché amore... perché...» «No... non è così....» provò a difendersi Marco. Ma il resto delle parole si congelò in gola, e non seppe aggiungere altro. In mente aveva l’immagine di una provetta sullo sfondo asettico del suo laboratorio, ed un cuscino vuoto. Sto bene con te, le avrebbe voluto rispondere, cos’altro vuoi sapere, cos’altro dovrei dire? Ma la frase gli suonava estremamente spontanea e al tempo stesso terribilmente superficiale. Alba tirò su con il naso e sfilò le mani da sotto le cosce, dove le aveva tenute fino ad allora per tentare di riscaldarle. Con un gesto lento, si tolse la fedina dall’anulare destro e glielo tese. Marco restò immobile, allibito. «Che... che fai?» La guancia di Alba fu solcata dall’ultima lacrima. I suoi occhi arrossati sembrarono troppo secchi per esprimere nuovo sconforto. «Non sono più sicura che il mio amore basti per affrontare di nuovo... tutto questo.» Marco si sentì come di fronte ad un muro che gli stesse crollando davanti in orizzontale, contro ogni legge della fisica. Ma cosa stava succedendo? «Tutto questo... cosa?» riuscì a chiederle. Cosa c’era che non andava e che lui non era riuscito a vedere? Non si rideva forse spesso insieme? Non ci si consultava forse sui problemi quotidiani? Non ci si confidava forse la propria stanchezza e i propri malumori? E allora, allora cosa poteva esserci di così insopportabile? «Questo silenzio. Questa superficialità. Questo dare le cose per scontato. Questa noia.» Una statua di pietra sarebbe stata più espressiva. Il cervello di Marco stava per andare in corto circuito. Le sue mani rimasero immobili e i suoi occhi fissi in avanti, sul cruscotto dell’auto. Non riusciva a guardare Alba, perché teneva il suo anello con la punta del pollice e dell’indice e glielo porgeva. Non avrebbe preso quell’anello. Alba lo posò di fronte a lui, sul cruscotto leggermente polveroso. Non aveva mai avuto una grande cura della sua Micra. Marco non resistette, e come se fosse stato espulso dall’auto aprì lo sportello di scatto e schizzò fuori, senza un saluto, un bacio, uno sguardo. Carico di amarezza e di furibondo stupore. Attraversò la strada senza voltarsi indietro e con le mani tremanti cercò le chiavi del laboratorio. Le orecchie ritte individuarono il motore della Micra in avvio: una scintilla uguale a quella che accende una sedia elettrica. Sentì l’aria spostarsi insieme all’auto e trascinare via con sé i suoi progetti, i suoi sentimenti, la sua vita. Entrò nel laboratorio sbattendo la porta dietro di sè, arrivò alla sua postazione a grandi passi, come se la soluzione a tutto fosse sul suo tavolo. Si fermò. Si appoggiò alla superficie in modo da specchiarvisi. Volle guardarsi in faccia, magari avrebbe visto il motivo per cui era stata messa fine alla sua storia d’amore. Magari avrebbe conosciuto l’aspetto della vigliaccheria, o dell’inettitudine, o avrebbe fatto una bellissima scoperta e avrebbe scrutato in volto il mostro più orribile della terra. Invece niente, c’era solo lui, e accanto a sé le sue provette, riflesse. Tutti i tentativi che aveva fatto nel cercare l’unico profumo di cui aveva davvero bisogno. L’unico profumo... Il suo respiro si bloccò. Marco non conosceva l’odore di Alba. Non vi aveva mai prestato attenzione, e nonostante lui con l’olfatto ci lavorasse, per amare non lo aveva mai usato. Eppure in un profumo ci sono così tanti segreti. E ricordi. Quale profumo aveva Alba? In cosa l’avrebbe potuta cercare, adesso? O, se l’avesse voluto, come avrebbe potuto evitare quello che l’avrebbe condotto a lei? Perché non ricordava l’odore della persona che più amava sulla faccia della terra? Davvero aveva dato tanto per scontata la sua presenza da non tenere per sé nulla che gliela ricordasse? Prese in mano la provetta su cui aveva lavorato tutto il pomeriggio, fino a neanche un’ora prima. Il tintinnio che la fedina al suo dito fece contro il vetro gli provocò un fortissimo senso di nausea, tanto forte che lasciò cadere la provetta, rovesciandone il liquido tutt’intorno. Si sfilò rabbiosamente l’anello dal dito e lo scagliò sul tavolo. Il rumore che fece fu accecante.

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