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Autore

Cristina Tarabella

in archivio dal 12 mag 2006

24 marzo 1965, Lucca

segni particolari:
Tralcio di foglie tatuato su braccio e mano destra.

mi descrivo così:
Una che lavora molto. Oltre a gestire la mia cartolibreria insegno latino, greco, italiano, etc. Leggo molto e studio molto.

16 marzo 2009

Il nostro tempo,

Intro: La protagonista di questa storia si rende conto che il tempo scorre veloce, a volte più veloce dei suoi pensieri. Ingaggia una feroce lotta per riappropriarsi del tempo perduto, ma invano…

Il racconto

Inizialmente non consideravo il fatto con grande attenzione.
Mi sfuggivano i giorni uno dopo l’altro e un po’ mi imbarazzava questo impetuoso susseguirsi, ma solo quel tanto da dar adito ad una fugace riflessione sul tempo che se ne fugge…
Vivevo normalmente, come fanno tutti, un po’ angosciata da qualcosa di indefinito, ma vivevo.
Poi un fatto ci fu, che cambiò radicalmente il mio modo di prendere coscienza di ciò che è la vita; la mia vita ed il mio tempo.
Me ne stavo in cucina, scrivendo una lettera ad un’amica. Arrivai ad un punto morto nella narrazione di ciò che le raccontavo, così vagavo con lo sguardo sulle pareti per ritrovare un’idea.
Lo sguardo si posò su un ritratto. Una foto in bianco e nero. Un primo piano del mio volto. Quante volte al giorno vedo quella foto, l’ho sempre davanti agli occhi, ma la vedevo sempre senza guardarla. Quella volta però lo sguardo vi si fissò. Dapprima incosciente, poi consapevolmente studiò quel volto ritratto: il mio. Inizialmente colsi le caratteristiche tecniche: una bella foto, pensai. Mio padre, che l’aveva fatta e stampata, è proprio un bravo fotografo, pensai nuovamente. Cominciai poi a confrontare quel mio volto con quello di ora. Nel ritratto avevo capelli molto lunghi e anche ora cominciavano ad esserlo nuovamente, anzi, mi toccai i capelli: lo erano già molto lunghi. Eppure poco tempo prima li avevo tagliati cortissimi. Poco tempo prima?, quanto tempo prima? Un anno?, no di più! Due anni? Dovetti fare grossi sforzi che, in effetti, li avevo tagliati tre anni prima. Tre anni. Erano già passati tre anni!, ed io che credevo fosse l’anno scorso! In effetti, pensai, quando mi ero tagliata i capelli cortissimi era il Solstizio di Primavera dell’anno in cui compii 21 anni, e adesso è quello in cui ne compio 24!
Un brivido mi percorse la schiena. Ero esterrefatta. Quello non mi sembrava un lasso di tempo di tre anni, mi sembrava molto più corto!
Abbastanza sconvolta da questa presa di conoscenza riportai lo sguardo e l’attenzione sulla fotografia con il mio volto.
Allora quella fotografia, quando me l’aveva fatta mio padre? Non riuscivo proprio a ricordarlo.
La presi in mano per averne più direttamente coscienza, ma non mi venne in mente alcuna data lo stesso. Andai in bagno con il ritratto in mano e lo confrontai con la mia immagine nello specchio. Studiavo a fondo le due immagini. I due volti erano simili, certamente: ero io.
Ma la foto ritraeva un viso un poco più grassoccio di quello nello specchio. Però per il resto mi sembravano uguali quei due volti.
No. C’era ancora qualcosa di diverso.
Non focalizzavo, ma qualcosa c’era.
Ecco, sì, erano gli occhi. Lo sguardo.
Gli occhi della foto erano più ridenti, forse?
Un poco più vivi?
Ma che cos’era quella sfuggente differenza?
Mi guardai con attenzione nello specchio; guardai gli occhi e poi subito quelli nella foto. lo specchio mi ritornava una tristezza corrugata, nella foto invece…
Mio Dio!, pensai, qui forse sta giocando a mio svantaggio l’aver letto il ‘Ritratto di Dorian Grey’ di Wilde. Forse mi sto autosuggestionando.
Tornai in cucina con un mezzo sorriso beffardo dentro di me, pensando a quanto potesse la suggestione.
E comunque non ero ancora riuscita a ricordare di quando fosse la fotografia. L’avevo ancora tra le mani, senza sapere cosa farci. Decisi di riappenderla al muro. Prima però la girai, così, per curiosità, quasi con un gesto meccanico.
Sul dietro della cornice c’era una dedica: “A Cristina. Da tuo padre”. e sotto, molto piccola c’era la data! Mi assestai gli occhiali sul naso per leggere meglio.
“8 Giugno 1981”. Pensai di aver visto male. Mi premetti gli occhiali sul naso e avvicinai gli occhi. “8 Giugno 1981”. Avevo letto giusto: “1981”.
Rimasi lì per un attimo incapace di fare il conto poi chinai gli occhi e vidi imprimersi nella mia mente un numero: “8”: erano passati otto anni, quella foto era stata fatta otto anni prima, otto anni! Ah!, mi sembrò un’enormità, una cosa impossibile. Eppure era lì: “8 Giugno 1981”, non si poteva sbagliare. Io in quella foto, allora, quanti anni avevo? Ero in preda alla confusione; mi ci volle un po’ per fare il conto. In quella foto avevo sedici anni!!, e ora, pensai, ne ho ventiquattro. Mi sembrava che mi risucchiasse un abisso. Che cosa avevo fatto in quegli otto anni?, come mai erano trascorsi senza che io me ne accorgessi? Eppure erano anni, formati da giorni, scanditi da ore, che io avevo vissuto. Che io avevo riempito con la mia vita, con i fatti quotidiani…
Quegli anni erano stati riempiti di avvenimenti, di cose accadute, di esperienze fatte, di sensazioni provate. Erano stati riempiti da me! Ed io li avevo vissuti così, senza coscienza di starli vivendo. Senza sapere che si accumulavano.
Senza rendermi conto che mi allontanavo sempre più dallo scatto di quella fotografia. Senza sapere che me li lasciavo alle spalle e che non avrei mai più potuto avere i miei sedici anni, dopo quello scatto di fotografia…
Mi sembrava di avere stipato in un cassetto migliaia di indumenti messi solo una volta con noncuranza e mai più presi.
Mi sembrava di avere inghiottito grossi pezzi di cibo senza averne assaporato il gusto.
Che spreco!, pensai, come ho potuto vivere tutti questi anni senza assaporare ogni ora; senza guardare retrospettivamente i miei giorni.
Perché ho agito così stoltamente, chiesi a me stessa, senza però trovare risposta alcuna. Fui assalita da un senso di vuoto abissale che mi strappò un lamento. Ed ora che me ne faccio, pensai, di questi otto anni che non sembrano nemmeno un giorno. Avevo, infatti, sincopato questo tempo in un recesso così piccolo di spazio nel mio cervello, al punto che questo tempo si era accorciato così tanto, da sembrarmi adesso, non più di un battito di palpebre. Lì avevo sedici anni; qui ne ho ventiquattro. Il tempo in mezzo sembrava non esistere.
Avevo passato otto anni senza accorgermene, senza soffermarmi mai a considerare il nascere e il morire di ogni giorno. Senza considerare l’avvicendarsi di ogni compleanno in termini di spazio e di tempo. Senza vedere in ogni successiva stagione un’epoca nuova. Un altro anno che si aggiungeva al precedente, non che vi si sostituiva. Era come se non mi fossi mai ‘mossa’, sentendomi dentro una cornice statica, dove ogni colore, giorno, anno è unicamente uguale a se stesso.
Mio, solo mio era lo sbaglio, perché nella realtà il tempo si avvicenda e muta ogni cosa al suo passare. Scorre inesorabilmente verso l’esterno.
Io per otto anni mi ero privata del suo contatto, cieca alle sue evoluzioni, così mi ero privata anche di otto anni di vita, poiché ormai erano trascorsi, senza che io li avessi vissuti con un minimo di coscienza.
Ma il Tempo è inesorabile. Egli non aspetta certo chi lo ignora!, Egli deve scorrere..
Mi ritrovai con il mio ritratto ancora tra le mani e, mi resi conto, con otto anni perduti!
Ad un tratto capii che cosa era quella sottile angoscia che mi portavo dentro; era la non-consapevolezza del mio tempo che scorreva. Il mio tempo, il mio unico tempo. La mia unica possibilità di passaggio nella vita. L’unica mia vita, che stavo vivendo così superficialmente da non considerarne il susseguirsi inesorabile che porta alla Fine..
Quello che avevo perduto era grande cosa, ma ormai niente me l’avrebbe reso, nemmeno il prenderne coscienza adesso.
Mi angosciai all’inverosimile.
Ormai però potevo solo riacquistare qualche frammento di ricordo, poche sensazioni e sparuti sprazzi di vita di quegli otto anni così malamente buttati nella non-coscienza.
La mia mente vagava alla ricerca di un po’ di conforto. Mi soffermai a pensare a quando, ogni tanto, mi stupivo di come i giorni si susseguissero impetuosamente e a ritmi sempre più frenetici, tanto che mi ritrovavo sempre a domenica; sempre ad una domenica di una qualche settimana, di un qualche mese.
Io non avevo avuto considerazione cosciente del tempo. Lo avevo lasciato scorrere da solo, senza scandirlo io stessa, con la mia vita, con le mie azioni. Per questo ogni giorno era simile al precedente ed al successivo.
Io avevo scisso da me il tempo; esso quindi si portava avanti senza essere fissato nello spazio, da azioni, sensazioni, avvenimenti.
Mi resi conto che il Tempo deve essere riempito da noi stessi, altrimenti si perpetua nel suo corso da solo e vuoto.
In questo modo il Tempo ci appare ‘accorciato’, perché, pur essendo riempito all’inverosimile di tutto, ci dimentichiamo dei contenuti nel suo essere cui fare riferimento.
Riappesi il quadro al suo posto, adesso guardando quel volto, il mio volto, con tanta nostalgia. E non nostalgia di otto anni di giovinezza passata, perduta, bensì nostalgia di otto anni accorciati quasi a zero.
Mi guardai intorno fortemente cosciente di ciò che avevo capito.
Passai gli occhi ora qua, ora là. Il divanetto, il carrello rosso, la libreria: la mia casa: La mia casa! Ancora mi resi conto di essere dentro il mio sogno realizzato e di averlo vissuto superficialmente. Erano già cinque mesi che ero sposata e che avevo e vivevo in massima libertà nella mia casa con l’uomo che amo. E ancora capii che quei cinque mesi erano trascorsi troppo in fretta.
Eppure non mi sembravano passati già cinque mesi; mi sembrava pochissimo.
Ma i cinque mesi erano lì che mi ammiccavano agonizzanti dal calendario. Mi indussi a pensare a prima del matrimonio. L’angoscia e la tristezza che mi avevano dilaniato per cinque lunghi anni, perché non potevo vivere sempre con l’uomo che amavo. La disperazione di non avere uno spazio nostro, qualcosa che fosse solo mio e suo e di nessun altro. La rabbia di doverci dividere dopo ogni incontro. La frustrazione ed il vuoto che provavo standogli lontana.
Ed ora erano già cinque mesi che vivevo il nostro sogno; la nostra più grande aspirazione!, ed io li avevo vissuti esattamente come tutti gli altri momenti. Senza prendere coscienza di ogni giorno che veniva, senza capire che ogni mese si avvicendava. Che assurdo spreco!
Ognuno di noi ha ricevuto il suo Dono: il proprio Tempo, capii, e sta a ciascuno goderne i frutti. Mi sforzai di pensare a chi, fra coloro che conosco lo facesse.
Dopo aver passato in rassegna tutti i conoscenti, gli amici, i parenti, non ne avevo trovato nemmeno uno che sapesse sfruttare il suo Dono!
Ognuno di noi dedica tutto il proprio tempo ad escogitare qualcosa per tenersi ‘occupato’. Chi lavora, chi studia, chi legge, chi guarda la televisione. Ognuno tende comunque fortemente a ‘riempire’ di una miriade di attività il Proprio Tempo. Mai nessuno che si fermi su una poltrona a fare niente altro che rendersi conto del passare del Tempo! Nei momenti che noi chiamiamo impropriamente ‘di riposo’, facciamo, in realtà, sempre qualche cosa. Ci sediamo su una poltrona e leggiamo un giornale. Ci aggiriamo per casa inconcludenti e corriamo a mangiare una mela, ad accenderci una sigaretta.
Quando non siamo al lavoro, o occupati nello studio, usciamo per andare ‘a giro’, a ‘divertirci’. Andiamo in un Locale, ad un Cinema; in palestra, a fare una partita di tennis.
Mi girava la testa nel constatare che in realtà nessuno di noi si ferma mai un momento!
Facciamo di tutto per ‘riempire’ e ‘stipare’ di cose  il Nostro tempo.
Ma così non lo viviamo. In questo modo riusciamo solo ad annientarlo, ad azzerarlo, nel vorticoso e spasmodico singulto di attività frenetiche. Siamo noi che ci alieniamo il Nostro tempo: tutto quanto! non ne lasciamo libero nemmeno una piccola, piccolissima, infinitesimale parte. Lo riempiamo tutto quanto.
Per questo ci sfugge; perché non lo consideriamo.
Perché non ne siamo coscienti.’
E adesso che di anni ne ho quarantaquattro, che ho ritrovato questi fogli ingialliti da un tempo che è sicuramente trascorso, ma di cui ho ancora meno coscienza di prima, ho solo passato altri venti anni, così, come un battito di ciglia, come un ‘niente’…
La tristezza non è nemmeno più adeguata a descrivere lo sconforto.
Forse c’è anche un senso di vergogna adesso.
Ma le cose stanno ugualmente così.
Venti anni mi separano da questo scritto, ritrovato su fogli vergati a mano, ripiegati e ‘vecchi’. Venti anni dispersi nel nulla di un quotidiano sempre uguale e pure sempre diverso.
Di cose ne sono successe, certo.
Ho adottato un figlio andandomelo a prendere in Amazzonia Equatoriale; undici anni fa… e aveva solo 18 ore, quando l’ho avuto. Ora ha undici anni e mi domando dove sono questi suoi undici anni…
Ho avuto un cancro, cinque anni fa… Cinque anni fa!
Tante cose sono accadute, ma tante davvero, e, ciò non ostante, sono ‘volate’ via, disperse sulle ali del Tempo, così, leggere come foglie…

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