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in archivio dal 11 giu 2012

Daniel Sher

13 agosto 1948, Vigevano (PV) - Italia

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  • 11 giugno 2012 alle ore 20:56
    La profezia di Einstein - Parte I

    Come comincia: Giaffa, 15 aprile 1920

    Poste, Telegrafi e Telefoni della Palestina

    Avviso di chiamata

    A: Yakov Chomsky, Derech Rabbi Bonfil 
    N° 34, Giaffa

    Da: Klara Klein, Gerusalemme

    Per le ore: Subito

    In altre circostanze, Yakov si sarebbe
    forse chiesto se quella ragazza che spendeva allegramente i soldi del telefono
    non fosse troppo invadente. Quella chiamata invece gli fece solo piacere. Si
    precipitò fuori e, per far prima, si fece portare in canna sulla bicicletta del
    fattorino. Davanti alla porta dell’ufficio postale balzò a terra e si presentò
    al bancone, mostrando l’avviso.

    “Alla
    due” rispose l’impiegata accennando a una cabina libera e iniziando il
    collegamento con la collega di Gerusalemme dove Klara era in attesa.

    Non
    era mai stata così nervosa. Tirò un sospiro di sollievo quando la telefonista
    le indicò una delle cabine libere. A un suo cenno, portò il ricevitore
    all’orecchio e sentì Yakov che le chiedeva del viaggio.

    La
    sua voce calda la fece subito stare meglio.  Glielo disse, avvicinandosi al microfono. Ma
    quello che aggiunse non era ciò che Yakov si sarebbe aspettato. Si capiva che
    era sconvolta, non si capiva perché.

    “Non
    posso parlarne al telefono. Ti prego. Dobbiamo incontrarci subito. O qui o lì.
    Ti prego!”

    La
    perplessità all’altro capo del telefono era tangibile.

    “Non
    riesco a capire” rispose Yakov titubante. “Dimmi qualcosa di più. Non stai
    bene?”

    “Yakov,
    è un fatto politico… è un fatto militare… è gravissimo! Dobbiamo fare
    qualcosa.”

    “Ma
    tu sei coinvolta?”

    “Per
    ora no, ma non posso starne fuori.”

    “Raddoppia?”
    la voce della centralinista si inserì per annunciare che il tempo era scaduto e
    la telefonata sarebbe costata di più.

    “Si”
    rispose Klara, mentre quell’intervento ricordò ad entrambi l’opportunità di non
    dire nulla che non volessero fosse ascoltato da altri.

    “Yakov,
    ti prego, vieni qui subito” lo implorò.

    L’angoscia
    era reale e sincera. Non la supplica di una squilibrata. La sofferenza di Klara
    gli era insopportabile, soprattutto se aveva il potere di alleviarla.

    “Vengo.
    Stai tranquilla. Prenderò il primo treno della mattina, quello delle cinque” la
    rassicurò.

    “Sarò
    in stazione ad aspettarti” promise Klara

    “Aspettami
    sotto casa” suggerì Yakov, ripetendo per sicurezza l’indirizzo che lei gli
    aveva dato.

    “È
    meglio di no. Qualcuno potrebbe vederci. Verrò in stazione” insistette Klara.

    “Ti
    amo” disse Yakov

    “Anch’io”
    rispose Klara augurandogli la buona notte.

    Klara
    rientrò a casa, stanca e senza appetito. I genitori erano a tavola e la
    guardarono con aria di rimprovero. Klara li salutò freddamente e augurò la
    buonanotte senza aggiungere altro. Andò a letto senza cenare.

    Ormai
    conosceva bene la strada per la stazione. Avrebbe dovuto alzarsi molto presto.
    Sarebbe uscita ancora al buio, poco prima dell’alba, ma sapeva che le strade si
    sarebbero presto riempite di gente.

    Aveva
    davanti a sé una notte breve e una giornata impegnativa. Dormì poco e male, un
    sonno agitato e senza sogni, rivoltolandosi nel letto. Quando la sveglia suonò,
    aveva la sensazione di non avere dormito affatto. Si vestì rapidamente senza
    fare rumore e, altrettanto silenziosamente, uscì in strada e si incamminò lungo
    il marciapiede alla debole luce dei lampioni della Via dei Profeti.

    Con
    il capo coperto da un ampio foulard, proseguì senza esitare fino alla stazione,
    mentre il primo sole illuminava i tetti e poi le strade. C’erano solo arabi in
    giro. Erano appena usciti dalle moschee e si accingevano ad iniziare la
    giornata.

    Nella
    piccola sala d’attesa era sola. Si aggiustò il disegno delle labbra con l’aiuto
    del piccolo specchietto che teneva sempre in borsa. Il treno non era ancora
    stato annunciato. Quando arrivò, Yakov fu l’unico a scendere. Si fecero
    incontro con passo veloce e si abbracciarono.

    Yakov
    si accorse che tra le sue braccia l’ansia di Klara si stava sciogliendo. “Vieni
    che ti tolgo il rossetto” disse lei dopo aver estratto dalla borsa un piccolo
    fazzoletto ricamato. Ora sorrideva. Yakov era preoccupato, ma non volle
    incalzarla con le domande. La prese per mano e la condusse nuovamente verso la
    sala d’attesa, il posto più confortevole che si potesse trovare nelle
    vicinanze.

    “Sono
    felice che tu sia qui. Quello che ho sentito ieri mi sembra ancora incredibile”
    esordì Klara mentre prendevano posto, iniziando a riferirgli quel colloquio
    parola per parola.

    Erano
    seduti uno di fronte all’altra ed erano soli. Yakov ascoltò in silenzio. Alla
    fine rimase ancora un po’ a riflettere, continuando a stringerle le mani,
    finché Klara lo scosse dai suoi pensieri: “Non possiamo permetterlo!”

    “Dobbiamo
    impedirlo” affermò Yakov con decisione.

    “E
    come possiamo fare?”

    “Non
    lo so ancora, Klara.”

    “Devi
    dirmelo. Sei tu l’uomo” disse Klara toccandogli la fronte con un dito,
    delicatamente.

    “Non
    è il momento di scherzare” la rimproverò Yakov.

    “Possiamo
    denunciarli agli inglesi” disse la ragazza, pur consapevole dell’ingenuità
    della proposta.

    “Gli
    inglesi non farebbero niente. Proprio niente” affermò Yakov con sicurezza.

    “Gli
    inglesi non potranno accettare questa situazione” ribatté Klara, ma senza
    convinzione.

    “Ti
    sbagli, Klara. Gli inglesi devono salvarsi la faccia. Si limitano a fornire
    pistole e fucili. Ma saranno ben contenti di sapere che i loro amici hanno
    anche l’esplosivo”

    “Allora
    cosa possiamo fare?”

    “Avrei
    un’idea, ma dobbiamo agire noi stessi, tu ed io. Non possiamo fidarci di
    nessuno. Ed è molto molto pericoloso” continuò Yakov, scartando la proposta di
    Klara.

    “Io
    sono pronta. Dimmi cosa stai pensando.”

    Odessa,
    1910

    1° maggio del calendario
    gregoriano

    23 di Nissan del lunario
    ebraico

    18 aprile del calendario
    giuliano, Pasqua Ortodossa

    Come tutti gli anni a Pasqua Anton Korolenko,
    manovratore, era in chiesa per la Messa del mattino. Accanto a lui la moglie, con
    la spilla d’oro appuntata sull’abito. In braccio il piccolo Vitalij, incantato dalle
    musiche, dalle luci, dallo splendore della festa.

    Le Ferrovie del Sud avevano costruito a Odessa
    due grandi officine di manutenzione. Quei ferrovieri godevano di molti
    privilegi: meno di sessanta ore di lavoro alla settimana, cure mediche
    gratuite, stabilimento balneare riservato. Potevano addirittura mettere da
    parte qualche risparmio.

    Questo relativo benessere si rifletteva nelle
    opinioni politiche di Anton che odiava i monarchici ma diffidava dei
    rivoluzionari. Se tutti si fossero impegnati onestamente nel loro lavoro, il “progresso”
    avrebbe portato con sé una pacifica transizione alla repubblica, la
    distribuzione delle terre ai contadini, la scuola obbligatoria per tutti, la
    conquista delle libertà democratiche, il benessere a ciascuno secondo le
    proprie capacità.

    Per ora i Korolenko abitavano nelle case della
    ferrovia. Pagavano un affitto poco più che simbolico. Quelle case però erano
    miseramente strette tra le fabbriche e gli ultimi caseggiati di Perèsyp, il
    nuovo distretto periferico affollato di ebrei. Il più grande desiderio di Anton
    era una piccola casetta tutta per sé. L’esempio dei suoi compagni di lavoro più
    anziani era lì a dimostrare che quel progetto poteva realizzarsi.

    Dai suoi sogni lo scosse la moglie
    scuotendogli il braccio. Fu lei la prima a notare il brusio tra la folla in
    uscita dalla chiesa e a richiamarlo alla realtà con voce preoccupata.

    Anton volse lo sguardo e si lasciò sfuggire
    una esclamazione volgare: “Quello è un capo delle Centurie Nere” disse in tono
    sprezzante, fissando un giovane dai capelli cortissimi, senza barba né baffi:
    “Stanno preparando un pogrom.”

     “Avremmo
    dovuto capirlo subito” sussurrò al compagno che gli si era avvicinato. Il Pope aveva
    inveito contro il popolo deicida come non faceva da anni.

    “Andiamo?” 
    gli chiese il compagno.

    “Andiamo” rispose Anton.

    Anton non aveva nulla né contro né a favore
    degli ebrei e non avrebbe voluto immischiarsi. Odiava però quelle bande
    reazionarie e i pogrom ripugnavano
    alla sua coscienza democratica. Senza partecipare allo scontro fisico avrebbe
    fatto il possibile per ridurre i danni.

    “Andate a casa” disse alla moglie, consegnandole
    il bambino che aveva ancora in braccio “per voi non c’è pericolo, ma è meglio che
    non stiate tanto in giro”. I Centurioni avrebbero prima portato le loro bande a
    ubriacarsi. Lui e i suoi compagni sarebbero andati a prendere le proprie icone.

    A casa di Anton, i pope non erano benvoluti, ma anche lì in un angolo del soggiorno
    pendeva una icona. Le si accendeva un cero davanti alla vigilia delle feste
    comandate. Oggi quell’oggetto avrebbe finalmente potuto rendersi utile.

    Si schierarono così, Anton e i suoi compagni:
    ciascuno reggendo una icona davanti a uno dei caseggiati ebraici di Perèsyp,
    per segnalare che lì abitavano solo cristiani. Passasse oltre, quella feccia
    umana, andassero a smaltire la sbornia altrove.

    In un’epoca in cui la lotta politica reclamava
    vite umane, Anton, modesto eroe democratico, non rischiava molto con questa
    azione. Ma intanto aveva lasciato la moglie in trepida attesa e nulla ne
    avrebbe ricavato, se non la soddisfazione di avere un po’ rovinato i piani di
    quelle odiose bande reazionarie.

    Gli ebrei di Odessa avevano subìto il grande pogrom del 1905 e quelli dei due anni
    successivi. Fu allora che ebbe inizio il grande esodo verso l’America. Masse di
    profughi miseri e malnutriti iniziarono a stabilirsi nelle città più
    importanti, sempre tenuti a distanza dai loro correligionari mitteleuropei che,
    partiti prima e benestanti all’origine, avevano già raggiunto posizioni di
    prestigio, ed erano ormai bene inseriti nella società locale.

    Questo processo aveva però solo sfiorato gli
    abitanti della zona di Perèsyp. Da quei pogrom
    infatti erano usciti quasi indenni e da allora avevano vissuto abbastanza
    tranquillamente.

    La settimana prima, le famiglie ebraiche si
    erano riunite per il Seder. Ora, al
    termine della settimana di Pesach, si stavano preparando a riprendere
    pienamente l’attività.

    Il caseggiato al numero undici di Via Odaria,
    a Perèsyp, comprendeva tre piccole costruzioni. Lì vivevano sette famiglie,
    poco più di trenta persone inclusi vecchi e bambini, che frequentavano la
    sinagoga del quartiere. Il proprietario del caseggiato era uno shochèt, un macellaio rituale,  che
    possedeva anche la propria bottega di carni e pollame. Tra gli affitti e la
    rendita del commercio, poteva considerarsi più che benestante e infatti viveva in
    centro e frequentava la lussuosa sinagoga che i macellai si erano costruiti in
    Via Malaya Arnautskaya. In una di quelle case abitava sua figlia con il marito
    e i bambini. 

    Uno degli inquilini più rispettati era Hermann
    Blumenfeld, un piccolo negoziante, la cui bottega era situata proprio
    all’angolo. Poi c’era Joshua Rawnitzki, l’assistente di un merciaio, con la
    moglie e quattro figli.

    Mikhail Chomsky era un ragioniere. Teneva in
    ordine la contabilità di alcuni commercianti. Per questo lavoro più prestigioso
    veniva pagato a prestazione e così guadagnava quanto Joshua o poco più e non
    mancava di scherzarci su amaramente. Sua moglie Sonia gli aveva dato un figlio,
    Yakov, ma dopo questo primogenito nessuna delle gravidanze successive era
    andata a buon fine.

    Gli altri abitanti erano Solomon Ben Abraham
    Beim, commesso in un negozio, con moglie e tre figli; Isaac Andreyevich
    Chatzkin, che non era sposato e aveva una bottega di falegname dove impiegava
    tre assistenti; e infine Sarah Godovich, una vedova che gestiva un banchetto di
    frutta e verdura al mercato: non al mercato vecchio dalle parti della stazione,
    ma al nuovo mercato, più vicino, in Via Torgovaya.

    Nessuno di quegli ebrei era benestante,
    nessuno eccessivamente povero. Gli ebrei poveri abitavano più in là. Il
    proletariato ebraico abitava vicino alle fabbriche. Solo nella Manifattura
    Tabacchi erano più di duecento gli operai ebrei: quasi la maggioranza.

    Quegli ebrei invece che passavano il tempo
    immersi nello studio del Talmud, lasciando che la moglie si occupasse di
    allevare otto o dieci figli vestiti di stracci e affamati, quelli vivevano
    nelle zone più vecchie di Odessa, non a Perèsyp: molti anche nella Moldavanka,
    fianco a fianco con altri ebrei malavitosi, ladri e protettori.

    Gli abitanti di Via Odaria vivevano tranquilli
    tra ucraini, russi e greci e sicuramente bisticciavano di più tra di loro che
    non con i loro vicini, ai quali vendevano merci e servizi conservando rapporti
    di buon vicinato.

    Fino alla domenica della Pasqua Ortodossa del
    1910.

    Verso le dieci di mattina era venuto un poliziotto
    ad avvisarli. Era un poliziotto ben noto nel quartiere, che diceva di essere umanamente
    preoccupato, e forse veramente lo era, per la sorte degli ebrei.

    Questo Sergej consigliò loro di chiudersi in
    casa e di non farsi vedere in strada. Gli dettero ascolto. Si barricarono
    dietro a porte e cancelli. Chiusero finestre e persiane. La piazza antistante
    fu presto avvolta nel silenzio, come trattenesse il respiro nell’attesa
    angosciosa di un male terribile e ineluttabile.

    Intanto erano arrivati Anton e i suoi
    compagni, ma erano troppo pochi. Alcuni caseggiati furono protetti dalle icone.
    Altri, tra cui Via Odaria 11, restarono sguarniti.

    La folla arrivò protetta da due pattuglie di
    soldati. I soldati erano ufficialmente in servizio di ordine pubblico, ma non
    fecero nulla. Non potevano intervenire perché “non avevano ordini”.

    Una trentina di persone si portò davanti alla
    bottega dei vini. Alcuni entrarono, gli altri restarono fuori in attesa,
    minacciosi. “Trenta rubli! Trenta rubli o sei morto!” urlarono al proprietario
    ebreo che, dopo averli consegnati, si nascose comunque alla vista degli
    aggressori abbassandosi dietro al banco, mentre le botti venivano rapidamente
    scolate.

    L’alcool eliminò le ultime barriere. Gli
    organizzatori occulti ebbero buon gioco nell’evocare la bestialità che covava
    sotto il sottile strato di apparente civilizzazione mostrato poco prima in
    chiesa.

    Giovani e meno giovani, uomini e qualche
    donna, qualcuno con lo sguardo allucinato, la folla tutta era ormai posseduta
    da istinti selvaggi e si abbandonò senza freni alla violenza più gratuita e
    odiosa. Tra le urla di tutti, il grido di alcuni “A morte gli ebrei!” spiccava
    chiaro e sonante ed evocava risposta “A morte! A morte!”

    Il caseggiato di Via Odaria 11 divenne il
    principale bersaglio. Cominciarono dalle cose e in pochi minuti la piazza fu
    ricoperta di frammenti di vetro, pezzi di mobili, detriti di ogni genere, cuscini
    e materassi in brandelli, piume. 

    Mikhail, con la moglie Sonia e il figlio
    Yakov, erano appena tornati e non avevano fatto in tempo a rifugiarsi in casa.
    Si nascosero in un capanno nel cortile. La porta non si poteva chiudere
    dall’interno e comunque tutta la costruzione era poco più resistente di una
    scatola di cartone. L’unica speranza era che non li scoprissero.

    La folla era sempre più eccitata. Ormai per
    scaldare gli animi non c’era più bisogno di quegli agitatori di professione che
    vi si erano mescolati all’inizio. Le due pattuglie di soldati stazionavano
    passivamente a nord e a sud della piazza, sempre “in attesa di ordini”. Le
    finestre erano tutte distrutte. Le stufe venivano portate in piazza. Le pagine
    dei libri sparse ovunque.

    E in mezzo alle grida di terrore si risvegliò
    improvvisa la sete di sangue.

    Gli ebrei cercarono scampo, correndo avanti e
    indietro come topi in trappola, inseguiti dalle grida degli aggressori. Un
    gruppo di assalitori consentì a qualcuno una via di scampo: partecipavano al
    pogrom per il piacere di esserci, di distruggere, di saccheggiare, non di
    uccidere. Ma i fortunati furono pochi. Eliezer il vetraio cercò di fuggire
    fuori dal caseggiato e fu accoltellato sul portone. Un russo dette un calcio al
    gabbiotto nel cortile, scoprì gli ebrei nascosti, afferrò Mikhail e lo trascinò
    fuori. Sonia e Yakov lo trattennero finché poterono, poi Sonia lo lasciò
    andare. I suoi occhi incrociarono gli occhi neri del russo che fiammeggiavano,
    iniettati di sangue, sopra la barba ispida.

    E il russo cedette a quello sguardo
    supplichevole.

    Forse nei giorni successivi si pentì della
    violenza commessa. O forse si pentì di questo momento di debolezza. Ma fu
    inutile. In due presero il suo posto e percossero Mikhail sotto gli occhi affranti
    della moglie e nonostante la coraggiosa, disperata e inutile difesa tentata dal
    figlio, bloccato da altri due energumeni e costretto a terra, impotente di
    fronte al martirio del padre.

    A questo punto si sparse la voce che “gli
    ordini” attesi erano arrivati e i soldati sarebbero intervenuti per ristabilire
    la quiete. I soldati non dovettero far altro che annunciare l’ordine di
    ritirarsi. Non fu necessario neanche sparare un colpo in aria. Mazze e bastoni
    sparirono rapidamente, raccolte dagli stessi agitatori che le avevano
    distribuite al termine della messa.

    Anton e i suoi amici lasciarono le loro
    postazioni all’ingresso dei caseggiati che avevano protetto e si unirono agli ebrei
    giunti dalle strade vicine per prestare soccorso. Eliezer fu portato all’ospedale
    ebraico in Via Myasoedovskaya e medicato. La sua ferita non era grave. Mikhail
    era ancora vivo. Si risvegliò e chiese acqua. Gli dettero da bere e cercarono
    di trasferirlo su una lettiga per il trasporto all’ospedale. Spirò tra le
    braccia dei soccorritori.

    Furono tanto efficienti i soldati “in servizio
    di ordine pubblico” che la sera stessa notificarono agli ebrei l’ordine della
    municipalità di sgombrare la piazza dalle macerie e di riparare immediatamente
    le loro case, a pena di una multa di tre rubli per finestra.

    Il funerale di Mikhail fu celebrato il giorno
    dopo. Non c’era più posto nel vecchio cimitero ebraico, in centro. Lo
    seppellirono nel cimitero nuovo, nel distretto di Lustdorf, vicino alle
    trecento vittime del pogrom del 1905.

    “Come faremo adesso?” chiese Yakov alla madre
    uscendo dal cimitero. Gli ebrei di Odessa parlavano generalmente in russo con
    gli ucraini, e in yiddish tra di loro. Da un paio d’anni però, Yakov aveva
    preso il vezzo di chiamare la madre ima,
    in ebraico.

    “Non parliamone ora, Yakov. Lasciamo passare
    questi giorni” rispose Sonia, dispiaciuta anche perché non riusciva ad essere
    rassicurante come avrebbe voluto.

    Quando rientrarono in casa, erano accompagnati
    da una folla di  parenti e amici. Nei giorni
    successivi i vicini aiutarono a rimettere in ordine la casa dei Chomsky e se ne
    fecero carico. Recuperarono mobili usati e biancheria. Trovarono anche un
    grande specchio che fu subito coperto con un lenzuolo bianco per i primi sette
    giorni di lutto stretto.

    Al ritorno dal cimitero, si lavarono le mani,
    accesero il lume che avrebbe brillato per sette giorni e si sedettero su due
    bassi sgabelli. Il profumo dei cibi freschi e dei dolci portati dagli amici li
    rincuorò, non perché avessero appetito, ma per l’affetto da cui si sentirono
    circondati. 

    Ogni tanto di notte si sentiva il debole
    pianto di Sonia. Yakov invece non aveva pianto e non piangeva. Dolente
    nell’anima e nel corpo per i colpi ricevuti, si agitava scosso da scatti
    involontari delle braccia e delle gambe. Ma non piangeva. Solo al momento della
    sepoltura, quando per primo tra i presenti aveva gettato le tre rituali
    manciate di terra sulla tomba del padre, si era sentito sopraffare dalla
    commozione e non era riuscito a controllare le lacrime.

    Suo padre aveva accettato di iscriverlo a una
    scuola moderna e se ne mostrava orgoglioso (anche se non perdeva occasione per
    lamentarsi degli insegnanti come Chaìm Biàlik[1],  che facevano parlare i loro allievi
    in ebraico invece che in yiddish). Tra un anno, finita la scuola, gli avrebbe quasi
    sicuramente consentito di andare all’Università. Ora invece il progetto doveva
    essere cancellato e a questo rimpianto, alla preoccupazione e all’angoscia del
    sentirsi senza protezione, si aggiungeva il senso di responsabilità verso la
    mamma, ormai sola.

    Voleva vendetta. Ma contro chi? Il
    governatore? Il ministro? Il famigerato Viacheslav Plehve, il ministro dello
    zar che aveva organizzato il terribile pogrom
    di Kishinev, era stato ucciso da una bomba un paio di anni dopo. Ecco. Lui
    avrebbe fatto lo stesso. Non solo: avrebbe anche ucciso lo zar. Accarezzando
    questa idea assurda si addormentava pensando a come avrebbe sparato allo zar,
    alla zarina, a Rasputin. Si, anche questo verme era responsabile della morte di
    suo padre e ne avrebbe subito le conseguenze. Così si addormentava, inseguendo
    fantasie infantili e trovandovi consolazione.

    Poi, al termine della prima settimana, giunse
    il momento di riprendere in parte la vita normale, osservando solo il mezzo lutto
    per il resto del mese.

    “Come faremo adesso?”

    “Sarah ha bisogno di aiuto al mercato. Non
    guadagnerò molto, ma almeno avremo da mangiare. Tu piuttosto dovrai farti
    forza. Ormai sei  capofamiglia.”

    Yakov finora frequentava il Primo Collegio
    Ebraico, all’angolo tra via Richelevskaya e via Tritskaya. La maggior parte
    delle scuole ebraiche di Odessa erano scuole religiose e non vi si insegnavano
    materie secolari. In questo collegio invece i programmi comprendevano anche lo
    studio di russo e tedesco, matematica e biologia, storia e geografia,
    computisteria e diritto.

    “Cercherò un lavoro”

    “Ti dispiace molto?”

    A Yakov non dispiaceva cominciare a lavorare.
    Lo addolorava separarsi dai compagni di scuola. A Sonia si strinsero gli occhi.
    Yakov rifletté un momento, poi continuò: “In due o tre anni prenderò il diploma
    come privatista”

    “È un peccato che tu non sia già diplomato.
    Avresti potuto continuare a lavorare con i clienti di papà.” Il suo grande
    desiderio sarebbe stato che Yakov potesse continuare gli studi all’Università a
    Kiev e magari diventare medico, ma se questo era quasi impensabile prima, ora
    era del tutto impossibile.

    “Andrò a cercare un lavoro al porto. Lì c’è
    sempre bisogno di braccia.”

    Cercò di dissuaderlo. Ne apprezzava la buona
    volontà, ma se avesse cominciato a fare il facchino avrebbe fatto il facchino
    per tutta la vita. Non era questa la strada da intraprendere.

    “Non voglio perdere giorni andando in giro a
    cercar lavoro. Al porto c’è sempre da fare.”

    “Ma non occorre che tu cominci a lavorare
    subito. Tuo papà ci ha lasciato qualche risparmio. Con un po’ di apprendistato,
    ci sono tanti lavori che potresti fare qui vicino a casa.”

    “Ho quasi diciassette anni. Voglio lavorare
    con le mie braccia subito. E poi voglio allontanarmi da qui, almeno durante il
    giorno, almeno in questi giorni.”

    Davanti all’insistenza del figlio Sonia
    acconsentì: “Per me è una stupidaggine – ribadì – ma non ti può far male. Ti
    preparerò il mangiare cashèr da
    portarti dietro ogni mattina.”

    Poi, per la prima volta, affrontarono insieme
    l’argomento del pogrom: perché era
    successo, come era possibile che esistesse tanta crudeltà?

    “Certi ucraini sono delle bestie. Papà mi
    aveva parlato tante volte del grande pogrom
    di cinque anni fa e poi me lo ricordo anch’io. Perèsyp era stata risparmiata solo
    per caso, diceva papà. Lui comunque dava la colpa del pogrom al governo, che aveva perso la guerra con il Giappone e
    aveva bisogno di un capro espiatorio per far sfogare la gente.”

    “Papà era sempre così. Invece che dare la colpa
    alle persone dava la colpa al governo. Adesso non c’entra il Giappone, eppure
    lo hanno ucciso. Perché odiano gli ebrei. Perché sono cristiani. Gli ebrei
    hanno sempre sofferto da quando sono stati cacciati dalla terra d’Israele”.

    In parte pensava così anche Yakov, ma gli
    sembrava di dover cercare anche un’altra spiegazione. Un gruppo di ebrei di Perèsyp
    si era recato in delegazione a portare i ringraziamenti della comunità ad Anton
    e ai suoi compagni che si erano esposti al pericolo per proteggerli. Yakov
    voleva capire, voleva risposta a una domanda che lo tormentava: perché di quei
    cristiani qualcuno li aveva attaccati con i bastoni e qualcuno invece li aveva
    difesi con le icone?

    “La gente soffre. Lavorano come dei dannati e
    non guadagnano abbastanza per vivere. Quelli che erano servi della gleba fino a
    pochi anni fa, il governo li tiene ignoranti, li usa come carne da macello e
    usa noi ebrei come bersaglio della loro rabbia.”

    ...Continua