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in archivio dal 19 ott 2011

Daniela Arcangeli


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  • 19 ottobre 2011 alle ore 12:00
    Noi piccoli uomini saggi ....breve assaggio

    Come comincia: Oggi è arrivato il giorno!! I saggi hanno ormai deciso! Come ?Dove? Quando? Chi? Ecco fatto! Il libro della vita sarà consegnato al mondo, ad ogni abitante del pianeta…proprio oggi!
    In questo libro saranno inseriti i capitoli per vivere felici.
    Ogni capitolo conterrà un aspetto importante che ognuno svilupperà a modo suo, seguendo il proprio estro.
    Coinvolgerà le persone, facendo apprezzare loro il piacere di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, il gusto che si prova nello specializzarsi, il piacere di acquisire maestria in qualcosa che dà soddisfazione e rende liberi.
    Gli uomini ritorneranno ad emozionarsi, impareranno a motivarsi meglio, si impegneranno fino in  fondo.
    Capiranno inoltre che la morte è parte della vita, che ogni giorno il giorno muore per farne nascere uno nuovo l’indomani. Sapere ciò fa apprezzare ciò che si ha e stimola a proteggerlo e a non trascurarlo.

    §  § §

    E fu così che…
    Tutto capitò all’improvviso…

    La libreria

    Era una fredda giornata di novembre e pioveva a dirotto. Era quasi impossibile vedere attraverso i vetri delle finestre. Tutto ad un tratto sotto i portici della piazzetta di via Milano, apparve una ragazza piccola e grassottella di circa vent’anni;gli occhi molto vicini le davano un’espressione eternamente sorpresa e sognante; il sorriso rivelava un carattere lievemente infantile.
    Capelli neri corvino le ricadevano bagnati sul viso, lo spolverino era completamente madido di pioggia.
    Era sconvolta, era appena uscita come una furia dal posto di lavoro. Il suo capo, un uomo sulla quarantina, era talmente isterico e accentratore che le faceva perdere l’autocontrollo.
    Silvia, questo era il suo nome,si trovava ora trafelata  davanti ad una vetrina di una libreria, così, a guardare fissa nel vuoto.
    Quando tutto ad un tratto, spalancata la porta con violenza entrò in quella stanza con tanti scaffali, piena di libri di ogni genere.
    La sua passione non era altro che la lettura, non c’era niente di meglio che la facesse tranquillizzare, rasserenare.
    Era lì davanti alla parete piena di libri e tra essi ne vide uno. La copertina era di pelle color verde, ma il libro era senza titolo.
    Non vi era dubbio che era venuta lì proprio per quel libro, perché le apparteneva da sempre.
    Mentre leggeva le prime parole, udì una voce dal suono gentile, delicato. Si girò intorno per capire da dove proveniva il suono, ma non servì a nulla, perché la voce le risuonava dentro, nell’anima. E allora,lasciate cadere le braccia ciondoloni lungo le spalle, si mise ad ascoltare ciò che la voce le sussurrava :
    “….E’ da tanto tempo che ti chiamo, ma tu non mi senti.”
    “Ma com’è possibile?” disse lei. “Ho sentito una voce provenire dal libro? “…” Sì, sì sono proprio io, il libro!’’, esclamò la vocina con forza.
    Sotto i suoi occhi le pagine incominciarono a svolazzare.
    La ragazza era sconvolta dall’apparizione del libro ma  si sentiva nel profondo del cuore come cullata  da onde che sprigionavano serenità.
    E la voce proseguì : “….Non è difficile comprendere che le azioni malvagie degli uomini ci sono perché dietro di esse esiste una conoscenza incompleta del mondo, della realtà circostante, piuttosto che un intento malvagio.
    La gente agisce con cattiveria nei confronti  degli altri perché non vede alternative. Non percepisce gli altri come se stessi. C’è chi danneggia le altre persone per proteggersi, perché sente di non avere scelte o di non poter comprendere la prospettiva dell’altro.
    Silvia rimase irrigidita all’ascoltare quelle parole. E nello stesso tempo non poteva fare a meno di rivedere davanti a sé le scene che le erano accadute in quei giorni al lavoro.
    Lavorava come assistente alle vendite per una fabbrica di gioielli molto pregiati, molto nota in Italia ed anche all’estero.
    Aveva un capo burbero e arrogante, il suo modo di camminare risultava altero agli occhi degli altri. Stava tutto irrigidito, quasi portasse lungo la schiena un correttore di legno per la spina dorsale.
    Si muoveva con fare irrequieto. Silvia non lavorava in ufficio da sola, era circondata da numerosi colleghi in un  ufficio adibito ad open-space, ma sempre e immancabilmente il suo capo si rivolgeva solo a lei.
    Si vedeva che era nervoso, perché in lontananza emergeva dal suo volto il famoso tic, denominato da tutti i dipendenti ‘’il tic dello gnomo ’’. Azionava un movimento continuo degli occhi e del naso che arricciava all’unisono. E da quel momento con fare minaccioso iniziava con il chiederle sempre dov’era questa o quella pratica del cliente X o Y. E sempre si ripeteva la stessa scena fino a farla esasperare. Si domandava cosa mai facesse di male? Eppure era riuscita ad instaurare un buon rapporto con tutti in ufficio, tranne che con il suo capo! Con i suoi occhi interessati , Silvia rifletté un po’ e poi esclamò :
    “ E’ interessante ciò che dici, sembra che si rifaccia alla mia situazione lavorativa”.“Puoi spiegarti meglio?” chiese incuriosita.
    “Certamente. Si  impara a capire la prospettiva dell’altro quando si rende solida la propria.
    Bisogna mettersi in ascolto di sé e degli altri per capire cosa si sta comunicando senza perdere il proprio pensiero.
    Vedi, la parola ascolto vuol dire rispetto, reciprocità, comprensione.
    …Se l’altro parla con te è perché vuole comunicare con te. Non devi interromperlo, ma iniziare ad assecondarlo per capirlo meglio e devi metterti nei suo panni per capire cosa pensa, cosa vuole, perché agisce in quel determinato modo.
    Ti racconto una storia,la vuoi sentire?”, chiese il libro.
    “Va bene, sentiamo”, replicò Silvia.

    Una volta lo Zoo di Denver  voleva comprare un orso polare. Il direttore, un vecchio signore dalla chioma canuta e la lunga barba bianca, aveva un debole per gli orsi  polari.
    Provava una profonda soggezione di fronte al loro corpo grande e muscoloso e ne rispettava la primordiale intelligenza che vedeva chiaramente rispecchiata dalle loro movenze lente ma eleganti e dall’acutezza dello sguardo.
    Ma amava di più di ogni altra cosa lo loro pelliccia candida, pura e spessa, così simile alla barba che ornava il suo volto.

    Per questa particolare affinità che avvertiva nei loro confronti decise che gli orsi polari dello Zoo di Denver dovevano avere la gabbia più ampia e più simile al loro habitat naturale di quella di ogni altro animale.
    Mise quindi al lavoro i suoi progettisti, tecnici e manovali poiché  costruissero un recinto tanto grande e tanto realistico nella rappresentazione delle magnificenze del paesaggio artico, da non avere  rivali anche tra i maggiori zoo del mondo per maestria di esecuzione e costo.
    La costruzione del recinto era giunta soltanto a metà, quando al direttore si offrì l’occasione di fare un  affare con l’acquisto del più bell’orso polare su cui avesse mai posato gli occhi.
    Di fatto, esaminandolo, aveva avuto quasi l’impressione d’essere di fronte ad uno specchio mentre fissava l’animale che gli ricambiava lo sguardo dondolando lentamente la testa.
    Siccome  non capita tutti i giorni di fare un buon affare  con un orso polare il direttore decise di comprarlo ugualmente, anche se il recinto non era  ancora pronto.
    L’animale fu addormentato con un sonnifero e al risveglio si trovò rinchiuso in un’angusta gabbia di sbarre metalliche, che era stata posta al centro del grande recinto naturale in costruzione e nella quale doveva rimanere sino a che questo non fosse stato terminato.
    Le esigue dimensioni della gabbia gli permettevano di fare circa quattro passi  prima d’essere fermato dalle fredde sbarre di metallo.
    Non avendo nient’altro da fare nella sua piccola abitazione, l’orso prese ben presto l’abitudine di passeggiare nel minuscolo ambiente.

    Faceva quattro passi in una direzione, si alzava sugli arti posteriori, eseguiva una lenta conversione di 180° con la convinzione di cui solo gli orsi sono capaci, faceva quattro passi nella direzione opposta, si rialzava ancora e si rigirava sollevando in alto gli anteriori.
    Per l’intero giorno continuava a passeggiare adagio avanti e indietro nella gabbia, osservando attentamente gli operai al lavoro nell’immenso cantiere.
    Finalmente dopo mesi di duro e coscienzioso lavoro, la costruzione della nuova abitazione dell’orso polare fu ultimata.
    L’animale fu di nuovo addormentato e fu tolta la piccola gabbia metallica che per molti mesi era stata il suo mondo.
    Attorno all’enorme recinto si radunò una gran folla ,composta da visitatori, da tutto il personale dello zoo, dagli operai che lo avevano costruito e naturalmente dal fierissimo direttore, tutti in ansiosa attesa delle reazioni dell’orso di fronte al suo nuovo, bellissimo ambiente.
    L’orso polare si svegliò, si drizzò con cautela sulle gambe e scosse dalla testa i residui del sonno provocatogli dal sedativo.
    Il direttore aveva quasi l’impressione di sentire lui stesso l’eccitazione che stava certamente crescendo nel petto dell’animale che si accingeva ad esplorare il suo ambiente meraviglioso, così realistico.
    Era al colmo dell’impazienza quando vide l’orso fare quattro passi lenti ma sicuri, poi alzarsi e girarsi per  fare altri quattro passi nella direzione opposta, poi alzarsi e girarsi per  fare altri quattro passi nella direzione opposta, poi rialzarsi ancora per rigirarsi e ripercorrere i quattro passi di prima, rialzarsi….

    “A volte si pensa di capire le altre persone credendo di conoscerle alla perfezione, ma forse non è così…
    Ti sei forse sforzata di metterti nei panni del tuo capo?
    Per comprenderlo, per sintonizzarti con lui, bisogna aver allineati cuore,mente e anima.
    Solo così si è in grado di entrare in contatto con gli altri, di capirli,di comprenderli, di intravedere il loro punto di vista.”
    La ragazza si mise a leggere e rileggere quelle righe e  si domandò cosa poteva fare per  rendere solida la sua prospettiva nei confronti degli altri . Infatti fremeva all’idea di conoscere nuove abilità. In quei giorni il libro infatti le stava offrendo nuove opportunità e nel contempo la faceva sempre più rilassare,perché era molto ansiosa. Infatti il suo respiro diveniva sempre più profondo.
    Le pagine incominciarono a girare vorticosamente . E la risposta fu subito data.
    Silvia vide svolazzare le pagine e aprirsi a metà del libro. Vi lesse incredula dunque queste parole:
    “Puoi controllare ed , eventualmente, influenzare il tuo sviluppo personale e vivere la tua vita come vuoi che sia, oppure puoi ignorare questo potere e sopravvivere, facendoti sballottare come una barca sulle onde dell'oceano.”
    Un  grande filosofo affermava: "E' stata una grande scoperta per me l'aver notato che la maggior parte dei difetti che rilevavo negli altri erano soltanto il riflesso della mia stessa natura".
    Molto spesso avere difficoltà di comunicazione con un’altra persona non è altro  che avere problemi con l’immagine  di se stessi riflessa nell’altro, di come ti relazioni con te stesso o con quella parte di te che ti piace o che non ti piace.

    Non è realmente l’altra persona il problema o la soluzione al problema. Quando si riesce a capire tutto questo, gli altri smettono di essere nemici e si trasformano in alleati. Non fanno altro che farci un favore, poiché ci permettono di vedere ciò che non vogliamo osservare di noi stessi.
    Nella frase che Gesù disse ai suoi discepoli :" Amate i vostri nemici" vi è il proposito di far comprendere al mondo che gli altri non possono far altro che farci da specchio, sia dei nostri lati positivi sia dei nostri lati negativi.
    Silvia divenne sempre più curiosa.
    “ Come si fa più concretamente a vivere la vita come tu vuoi che sia ?”, chiese.

    “…Bisogna partire dal principio che  gli stati d’animo li crei tu . Le emozioni non capitano per caso. Una depressione, spesso, accade perché  la si crea mediante specifiche azioni mentali, fisiche.
    Bisogna vedere per esempio la propria vita in un certo modo, bisogna dirsi determinate cose in un certo modo, con un tono di voce particolare, con un certo modo di camminare, stando curvi per esempio, parlando con un tono di voce triste, creandosi immagini negative, ecc.

    Seneca diceva “Ognuno è tanto infelice quanto crede di esserlo.”