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in archivio dal 17 apr 2012

Daniela Domenici

16 dicembre 1957, Palermo - Italia
Segni particolari: Nel Comitato dei Lettori dal 2012. Docente di lingua e letteratura inglese, correttrice di bozze ed editor, recensore di libri, critico teatrale, autrice di due libri, uno sul mondo trans dal titolo "Fabiola storia di una trans" e uno sul pianeta carcere dal titolo "Voci dal carcere".
Mi descrivo così: Spontanea, sincera, solare, positiva, propositiva, energica, sintetica, logica, romantica, tollerante, paziente, amorevole, accogliente, amicale.
Mi trovi anche su:

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  • 01 settembre 2012 alle ore 18:01
    Miracoli

    Se ti fidi, ti affidi e confidi
    in Colui che è “l’Amor
    che move il sole e le altre stelle”,
    se ti fai deserto
    lasciandoti suonare
    come arpa
    dalle Sue mani,
    allora i miracoli
    accadono:
    le montagne si sgretolano,
    i muri crollano,
    i rancori si dissolvono…
    l’Amore agisce,
    accende e muove le stelle…
    e tutto diventa
    Luce e Gioia.

     
  • 31 agosto 2012 alle ore 12:40
    Pioggia

    Cielo di piangente pioggia,
    vestito grigio grondante,
    tamburellante ticchettio
    su suoni soffusi,
    propagati profumi
    a lungo sepolti e sopiti,
    sete saziata,
    la terra torna
    a sorridere serena,
    il cielo cambia
    veste velocemente:
    arriva l’arcobaleno.

     
  • 28 agosto 2012 alle ore 10:04
    Libellula

    Sospesa sul mondo
    come lieve libellula,
    volteggiando, vedo
    l’alienante affannarsi,
    il nulla come meta;
    ma ammiro ammaliata
    le piccole preziose creature
    Magicamente create,
    i paesaggi pennellati
    da Luce che illumina,
    trasfigura e trasforma...
    …libellula, aliena e leggera…

     
  • 28 agosto 2012 alle ore 8:42
    Gratitudine

    Mi vesto
    col soffuso chiarore
    dell’alba,
    roseo inizio
    di una partitura
    tutta da interpretare,
    alba sempre nuova
    di un giorno vergine,
    attimi da cogliere
    con sempre grata gioia
    di esistere
    e di avere gli occhi,
    fisici e dell’anima,
    e il cuore aperti
    all’infinitamente
    meraviglioso.

     
  • 27 agosto 2012 alle ore 12:53
    Attesa

    Aria di attesa,
    sento uno strano
    suadente silenzio,
    profumo di pioggia
    preme alla porta,
    vita che va e che
    viene velocemente,
    esplosiva elettricità
    empie l’etere:
    sta per scatenarsi
    dirompente,
    deflagrante
    diluvio dilavante…
    la terra attende, esitante
    d’esser dissetata dal cielo,
    antico amante.

     
  • 27 agosto 2012 alle ore 12:52
    Tempo d'estate

    Temporale:
    tempo d’estate
    dilavato e disciolto,
    autunnale assaggio,
    preludio di
    stagione nuova,
    catarsi e cambiamento,
    vita vergine da inventare,
    foglio bianco in attesa:
    germoglia gioia…

     
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    • Eclissi
    • 04 febbraio 2013 alle ore 8:24

    Quando avviene un’eclissi di sole tutto si oscura, la vita si mette in standby in attesa che torni la luce a dare vita e colore al mondo: è quanto accade al protagonista di questa stupenda storia d’amore, Riccardo, quando viene a mancargli il grande amore della sua vita (e non vi diciamo come per non farvi perdere neanche una goccia del pathos e della commozione), Alessandro.
    Sì, perché “Eclissi” è una struggente e bellissima storia d’amore omosessuale scritta da un giovane autore sardo, Francesco Mastinu, e pubblicata da Lettere Animate editore in cui viene trattato, in modo delicato ma con fermezza, anche il tema dei diritti delle coppie di fatto quando uno/una delle due parti della coppia si ammala e deve essere ricoverato/a in ospedale.
    Come avrete capito dagli aggettivi che ho usato, il libro di Francesco mi ha “rapito” e avvinto sin dalla prime pagine e ho “dovuto” finire di leggerlo in ogni momento libero che ho avuto lasciandomi dentro un’emozione indicibile di fronte a questo amore così perfettamente descritto sia nei momenti belli, dall’innamoramento alla convivenza, che in quelli dolorosi del dopo”, come viene detto in quarta di copertina “un ritratto accorato che ci insegna cosa significhi per due persone, ancora oggi, amarsi senza avere tutela del loro legame”.
    Perfetta l’idea che ha avuto Francesco, per mantenere alta l’attenzione e la suspense su questa storia d’amore, di alternare i capitoli del “prima” e del “dopo” e infatti si capirà solo alla fine cosa sia davvero accaduto a Riccardo e Alessandro e al loro rapporto “…rimase lì, cingendolo, baciando l’aria che lo circondava, respirando piano il profumo del suo compagno. L’eclissi si rischiarava. Riccardo ebbe la certezza che qualcosa ancora fosse rimasto di loro…”

    [... continua]

  • Sottotitolo “Reazione Attiva Interiore” e in copertina una foto dell’autore su uno sfondo nero. In quarta, poi, Goglio scrive: “Non vi chiedo di condividere ciò che leggerete: so perfettamente che non è questo l’obiettivo. Vi chiedo di ascoltare la vostra emotività e apprezzare, se lo ritenete, la variazione di stato d’animo indotta dalla lettura…”: un bell’impatto, non c’è che dire, come minimo incuriosisce e fa venir voglia di provare questa R.A.I. che Goglio considera molto importante nell’interpretazione “di alcuni stati d’animo tra cui la depressione, lo stress emotivo, la sfiducia, la mancanza di autostima, la non-realizzazione, l’infelicità cronica, l’inappagamento, il senso di inadeguatezza”.
    L’autore parla per esperienza diretta, dichiara di essere stato un depresso e chi meglio di lui può, allora, raccontarci cosa prova e di cosa ha bisogno una persona depressa…”il depresso non è morto, vive e sa perfettamente che il suo stato a volte di assenza, rifiuto, chiusura o arroccamento è dovuto alla mancanza di una luce interiore, di una risposta, di un input che faccia partire la scintilla…”
    Ed ecco perché vuole sperimentare un nuovo linguaggio con racconti diversi che mirano a “entrare emotivamente nella psiche, a dipingere immagini, sogni, toccare le corde del cuore e quelle dell’anima…” e per fare questo utilizza varie tecniche che vanno dalla narrazione con diversi caratteri di stampa per evidenziare col grassetto o con la grandezza o meno delle lettere il concetto che vuole esprimere; con foto e disegni tutti rigorosamente in bianco e nero, con quadrati vuoti, soprattutto nell’ultima parte.
    Goglio dedica questa sua opera a tutte le persone che “soffrono inutilmente, gratuitamente” perché abbiano “l’energia di uno stimolo, una scintilla di luce, una spinta emotiva a reagire e affrontare la vita anziché subirla…” e conclude con un paragrafo che mi trova perfettamente concorde, che per me vale non solo per le persone depresse ma per qualunque essere umano: “amore, quello sì, funziona sempre, amore per noi stessi, per il mondo, la vita, la natura, la terra e le stelle, il fuoco e il ghiaccio, amore per l’amore, sempre e ovunque…”: grazie Paolo.

    [... continua]

  • Dove sono le radici del cielo?
    Ci risponde direttamente l’autore di questa silloge, Mario Vassalle: “…affondano nell’anima umana. E’ lì che trovano l’humus su cui prosperare. Dove le sensazioni diventano emozioni e le emozioni passioni. E’ lì che si agitano aspirazioni, desideri, slanci, convinzioni, sogni, sofferenze e gioie senza le quali non vi può essere il cielo…”
    Mario Vassalle, nella vita, è un medico, originario di Viareggio, che vive e opera da anni a New York dove insegna Fisiologia e Farmacologia con un’attenzione particolare allo studio dei fenomeni elettrici del cuore.
    Chi meglio di lui, quindi, conosce i meccanismi che regolano le sensazioni che diventano emozioni e poi passioni: l’organo principe di tutto questo è il cuore “collaborato” dalla mente, no doubt, che gli manda gli input.
    E nella poesia “La tenda di lino” ce ne dà un primo assaggio quando dice:

    …Hai paura
    che le tue emozioni
    improvvisamente
    si ritirino
    nei loro recessi
    remoti,
    scoprendo
    lo spettacolo
    che più temevi:
    te stesso,
    privato
    delle tue illusioni.

    Oppure quando in “La porta serrata” dichiara:

    Sono i miei sentimenti,
    eppure
    mi tengono prigioniero…
    …mi rifiutano la chiave
    del mio cuore
    e tengono serrata
    la porta
    che condurrebbe
    alla mia libertà…

    o ancora in “Tre giorni” dice:

    Per tre giorni
    vorrei non essere
    me stesso.
    Per vedere
    da fuori
    il mio involucro esterno,
    come se fossi
    un’altra persona.
    Per ascoltare
    da fuori
    il linguaggio
    della mia anima,
    come lo intendono
    gli altri…

    Ma in questa silloge trovano spazio anche poesie dedicate alla natura e ai suoi fenomeni, a personaggi da lui conosciuti, al suo amato conterraneo Giacomo Puccini e tanto altro ancora.
    A conclusione del suo libro Vassalle dedica una poesia anche alla sua professione di docente universitario e di ricercatore con parole che colpiscono e commuovono:

    … la lunga lotta
    per decifrare
    il codice segreto
    dei fenomeni elettrici
    del cuore.
    L’infinita meraviglia
    ispirata
    dal comunicare
    con la straordinaria
    opera di Dio.
    Il fremito
    dell’avventurarsi
    nell’ignoto.
    La sfida che
    aguzza l’ingegno
    e stimola la volontà…”

    Lo ringraziamo sia per averci regalato queste sue creazioni poetiche che per aver messo in pratica, nella sua professione, quello che ha dichiarato in questa sua ultima poesia.

    [... continua]

  • Un altro di quei libri che mi “ha chiamato” come mi accade spesso; eppure leggendo la biografia dell’autore non mi sarei mai aspettata un’opera simile: Pier Luigi Celli dirige una celebre università, è laureato in sociologia, ha occupato posti di rilievo in grandi aziende italiane compresa la Rai, un manager insomma, da cui ci si potrebbe attendere un saggio, una dotta dissertazione, tutto, comunque, fuorché questa sua splendida opera prima.
    E’ una storia che avvince, commuove, che prende totalmente e ti fa trattenere il fiato fino all’ultima riga; insomma, uno di quei libri da assaporare e dal quale lasciarsi avvolgere, grazie anche alla straordinaria capacità di Celli di analisi introspettiva di ogni protagonista di questa sua storia, che si dipana tra Otranto, Roma, Bologna e Parigi e il cui protagonista è Guido, un chirurgo, attorno al quale si muovono una grande varietà di persone, soprattutto donne: ex moglie, figlia e fidanzate varie, su cui “domina”, però, l’amico del cuore, Max, detto Dumbo per la sua mole. Sempre presente in ogni momento della sua vita, soprattutto in quelli più dolorosi, e che viene descritto con un affetto e una simpatia che commuovono e che lo rendono il personaggio più accattivante della storia.
    Il leit motiv, quasi un denominatore comune di tutte le storie che si dipanano e s’intrecciano in questo libro, è la difficoltà a portare avanti un rapporto d’amore o un legame familiare, si tende spesso a fuggire per paura, per vigliaccheria, per disagio e le conseguenze di queste “fughe”, di queste “rotture” di ripercuotono, inevitabilmente, su chi sta intorno ed è, quasi sempre, incolpevole; inoltre questi rapporti non conclusi, interrotti bruscamente, lasciano degli strascichi di non detto, di non risolto che colorano di grigio, come una cappa di smog, i cuori di coloro che ne sono stati, in qualche modo, protagonisti. Ma “Il cuore ha le sue ragioni”, come dice Celli, e allora scopriamole per dare nuova linfa vitale a questi poveri cuori maltrattati.

    [... continua]

  • La mia inesauribile e infinita curiosità mi ha portato a leggere il mio primo libro di fantasy alla “verde” età anagrafica di 54 anni, questo genere mancava all’appello degli innumerrevoli che hanno arricchito e colorato, e continuano a farlo, la mia “carriera” di lettrice da più di otto lustri.
    Ed è stata una piacevolissima sorpresa scoprire che il mio animo bambino, che coltivo con cura, si diverte e apprezza questo genere di narrativa che è un mix di magia e fiaba a cui devi credere da subito se vuoi pienamente immergerti e lasciarti incantare dalle storie intrecciate di “Oltremondo l’orizzonte delle dimensioni”, secondo libro della saga immaginata da Marta Leandra Mandelli, autrice che vive e lavora a Milano.
    E’ un libro di oltre 600 pagine con un andamento che definirei inizialmente lento e che poi, man mano che le vicende si evolvono e si chiariscono, prende un ritmo vorticoso e travolgente che ammalia il lettore o la lettrice (dall’animo bambino) che vuole sapere quale magia inventerà Siobhan, la Prescelta, Rowan, la Strega, Ian, il Guaritore, Selwyn, il gemello di Siobhan e, soprattutto, rimane affascinato da come possano convivere, come solo nelle fiabe accade, umani, divini e animali, ognuno con un proprio compito e con il proprio speciale potere magico. Bellissima la descrizione, tra tutte, dell’incontro nel deserto tra Rowan e i serpenti che diventeranno suoi amici o quello tra Siobhan e le schiere di angeli e demoni che, dopo essersi combattute a lungo, grazie a lei faranno pace e diventeranno suoi ottimi collaboratori e protettori. Commovente e vera la descrizione della storia d’amore tra Siobhan e Adrian e quella tra Ian e Rowan ma anche ottimamente descritta la metamorfosi di Tyler da cantante rock a veggente ma non voglio darvi altri particolari perché non renderei il giusto merito all’autrice e al libro che, come avrete capito, merita davvero di essere letto senza farvi intimorire dalla mole.

    [... continua]

    • Sex
    • 05 luglio 2012 alle ore 8:46

    Il titolo lascia un attimo interdetti: sarà un libro porno, sicuramente, che altro? Se leggete il titolo originario, “The bone” (l’osso), lo sconcerto aumenta… di cosa parlerà quest’opera di Bedri Baykam, eclettico artista turco che oltre ad essere un celebre e precocissimo pittore ha studiato arte drammatica  e ha scritto 19 libri tra narrativa, saggistica d’arte e politica?
    “Sex” non è un libro “facile”, non si legge tutto d’un fiato, ha bisogno di un pubblico adulto sia per le molte scene di sesso, descritte nei più minimi particolari che, soprattutto, per le innumerevoli descrizioni scientifiche che abbondano: “Sex” è un melange di splendida fantascienza alla Orwell o alla Huxley e di sesso, il tutto in salsa turca nel senso che il libro è un ininterrotto inno alla propria terra da parte di Baykam.
    Il protagonista di quest’opera, che è assurta agli onori della cronaca perché l’autore ha immaginato l’attacco dell’11 settembre con dieci mesi d’anticipo e con una straordinaria somiglianza di particolari e che ha anche subito la censura per le troppe scene di sesso, è un fotografo, Selim Targan, di cui viene descritta la vita intensa e piena di incontri, amicizie e amori fino alla morte, imprevista e violenta.
    Dal miliardario Zozi alla scienziata Narciye, dalla fidanzata Funda alla cugina Pelin, queste e tante altre persone entrano nell’esistenza di Selim per arricchirla e lasciare una traccia nel bene e nel male; in Selim probabilmente Bedrì ha voluto descrivere un po’ se stesso, certo è che il suo libro non lascia indifferenti ma, d’altra parte, da un artista così eclettico com’è lui non potevamo attenderci niente di meno.

    [... continua]

  • “Quello che scrive Giulia ha un po’ la forma del ricordo, un po’ del racconto ma è anche autobiografia, è anche favola. Ricordi che sembrano favole, favole che raccontano di storie vere. Giulia in giro per il mondo oppure nella sua casa ad accogliere e nutrire il mondo. Nella sua stanza dove la vita risuona…”: queste parole tratte dalla bella prefazione di Teresa Domenici, che ha arricchito questa raccolta anche di un postfazione davvero avvincente che trae origine dall’affettuosa amicizia che la lega da tempo all’autrice, ci danno un’idea di cosa siano questi 39 racconti che Giulia Daneo Lorimer ha scritto nel corso della sua vita così intensa e particolare.
    Alcuni dati biografici tanto per darvi un’idea: un nonno francese, una nonna del Costarica, una madre americana, un padre piemontese, Giulia nasce in Svizzera, passa l’infanzia in Bulgaria, trova poi marito negli Stati Uniti e, tornata in Italia, “colleziona” undici figli. Per anni la sua casa in Toscana, vicino a Firenze, è il punto d’incontro di musicisti, poeti e artisti provenienti da ogni parte del mondo ed è in questo clima che nascono i “Whisky Trail”, il gruppo di musica irlandese con cui Giulia canta e suona e con i quali ha pubblicato undici dischi.
    Da tutta questa “vita” nascono questi bellissimi racconti che affascinano come fiabe che fanno sorridere e riflettere come quando scrive: “questa mattina la matassa di pensieri si scioglie e una lunga treccia morbida si allarga sul mio grembo. Li pettino i pensieri: chiamandoli via via con un nome mi aiutano a passare il tempo…” oppure “ci sono 680 scalini. Sapere il numero di scalini aiuta, la conoscenza aiuta sempre. E’ il non sapere che spaventa… ho sempre amato le grotte. La natura intera, completa: uomo-donna. Ermafrodito creato da secoli di gocce che si offrono alla madre terra-caverna…”o ancora “… credo che la vita sia un immenso gioco dell’oca. Tiri i dadi e vai avanti al casello che ti tocca. C’è un bel disegno e te lo godi, a volte ti fermi per alcuni turni oppure tiri i dadi e devi tornare indietro, ricominci da un punto diverso e le cose le vedi da un’angolatura diversa. A volte il casello di arrivo è brutto, contiene istruzioni minacciose, dolorose, ma non sono mai definitive e questa è la cosa consolante del gioco dell’oca. Dolore, gioia, indifferenza, c’è di tutto ma basta sopravvivere e il gioco continua fino alla fine…”

    [... continua]

    • Sin
    • 13 giugno 2012 alle ore 8:43

    Un titolo brevissimo, una sola parola di tre lettere, per un libro di 654 pagine, una scelta quasi ossimorica, un contrasto tra l’estrema brevità di “Sin” la cui pronuncia inglese colpisce come un proiettile e la corposità del volume che può intimorire, a un primo impatto anche per i colori scelti per la copertina, il rosso del titolo sul grigio scuro dell’immagine, ma che invece si rivela una lettura affascinante e attraente a tal punto che ti dimentichi quante sono le pagine e t’immergi in questa storia, che l’autore Alessandro Vizzino ha immaginato, per riemergerne solo alla fine.
    “Sin” è un’opera, come dice la quarta di copertina, “corale…in cui ciascuno è protagonista e nessuno è comparsa… che non disdegna molteplici punti d’analogia con importanti lavori della letteratura thriller noir o del cinema…”: a questo aggiungerei anche della televisione perché la prima analogia, la più evidente secondo me, è quella con la trasmissione “Il grande fratello”; la differenza fondamentale tra il libro e la trasmissione è che mentre in quest’ultima le persone scelgono volontariamente di entrare in quell’appartamento, in “Sin” i protagonisti ci si trovano senza che lo desiderino e se ne rendano conto, costretti da una volontà superiore, e questo fa già la prima differenza. L’analogia invece è che, in entrambi, il pubblico determina il vincitore ma non posso dirvi altro su questo, perché è qui il nocciolo vero di “Sin”, il suo fascino segreto.
    Un’altra analogia che mi è venuta in mente leggendolo è quella con un capolavoro della letteratura inglese, 1984 di Orwell, che lo scrisse una quarantina di anni prima della data del titolo, nel 1948; anche Vizzino ha immaginato che questa sua storia si collochi in un futuro abbastanza prossimo, nel 2052, tra quarant’anni e lo ha “colorato” di tutte le novità informatiche che la sua preparazione specifica nel campo riesce a immaginare.
    Da appassionata numerologa quale sono, mi ha colpito positivamente la scelta dell’autore di usare il 10 come numero dei protagonisti di questo suo thriller noir, cinque uomini e cinque donne, 10 come i comandamenti dati a Mosè sul monte Sinai (notare l’assonanza con “sin”) che saranno la chiave di volta per dipanare la matassa, per tentare di capire la successione degli eventi, per dar loro una ragione plausibile da parte degli abitanti della casa che man mano impari a conoscere e amare, quasi, come se fossero persone conosciute e questo è un altro valore aggiunto da parte di Vizzino, che ha saputo delinearli così bene sia fisicamente che psicologicamente sia, soprattutto, grazie ai dialoghi che ce li rendono vivi, quasi tangibili, e ognuno di noi è portato per mano, senza rendersene conto, a fare una selezione tra di loro, a scegliere con chi si sente più in sintonia.

    [... continua]

  • Non avevo mai sentito parlare di Yoko Agawa, lo ammetto, e ho scoperto, leggendo la quarta di copertina, che ha scritto e pubblicato una ventina di libri ed è considerata una tra le più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, tradotta e pubblicata un po’ dovunque: sono felice di aver fatto la sua conoscenza con questo libro a cui, credo, ne seguiranno altri.
    Amo la matematica, profondamente, visceralmente, da sempre, come potevo non essere chiamata, come dal canto di una sirena, da “La formula del professore”.
    E’ la storia di un’amicizia straordinaria, nata imprevedibilmente, tra un professore di matematica che, per colpa di un incidente stradale, ha perso buona parte della sua memoria, della sua governante e di suo figlio. La passione per i numeri del professore è infinita, incontenibile e riesce a trasmetterla, a comunicarla, con inconsapevole naturalezza, nonostante questa disabilità (la sua memoria dura esattamente ottanta minuti) a queste due persone entrate nella sua vita per accudirlo.
    In pochi mesi la passione comune per lo sport del baseball, l’affetto imprevedibile e dolcissimo che nasce verso il bambino che lui ribattezza Ruto, che in giapponese vuol dire “radice quadrata” (il perché di questo nome lo scoprirete leggendo il libro…), la curiosità brillante di quest’ultimo e la semplicità dei gesti quotidiani di sua madre creano un legame, tra di loro, che dà un nuovo colore alle loro vite, un’intensità inaspettata.
    “…così come nessuno sa spiegare perché le stelle siano belle, è altrettanto difficile esprimere in che cosa consista la bellezza della matematica…”

    [... continua]

  • Una new entry nell’olimpo delle women-thrillers, delle gialliste internazionali, questa autrice turca, Esmahan Aykol, col suo “Hotel Bosforo” nella traduzione di Emanuela Cervini.
    Ma non è una giallista come le più celebri Elizabeth George, P.D.George, Minette Walters o la russa Marinina: la Aykol si è divertita a creare il personaggio di Kati Hirschel, una donna turco-tedesca che gestisce una libreria che vende solo thrillers a Istanbul, la città in cui ha scelto di vivere, che conosce e ama visceralmente; Kati si diverte a essere una novella Miss Marple ma lo fa con un’ironia, una goffaggine e una simpatia davvero travolgente e quando all’hotel Bosforo avviene un omicidio con modalità alquanto particolari e di cui non si riesce a trovare l’autore, Kati inizia le sue personalissime indagini travolgendo, con le sue domande dirette e impertinenti, un commissario di polizia, un boss e un avvocato e tanti altri personaggi che incrociano la sua strada.
    Forse i puristi del giallo doc non ameranno molto questo libro, ma alla sottoscritta che, molto umilmente, può vantare una discreta “thriller culture” è invece piaciuto per la sfacciataggine sorridente della protagonista che, immagino, somigli molto all’autrice la quale, come si evince dalla biografia, ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi durante i suoi studi di giurisprudenza; che conosca bene l’ambiente dei mezzi di comunicazione, e in particolare quello della carta stampata, è evidente dalla corrosiva e divertente descrizione di alcuni giornalisti che Kati incontra durante le sue indagini sui generis.

    [... continua]

    • SolEros
    • 31 maggio 2012 alle ore 8:54

    Già non è facile scrivere un libro di poesie erotiche, se poi l’autore è addirittura una donna la sfida diventa ancora più difficile ma, allo stesso tempo, più intrigante.  Lady P riesce, e questa è la sua cifra distintiva, a non essere mai né volgare né banale.
    L’autrice di queste splendide liriche è esattamente come le sue poesie, raffinatamente erotica, femminilmente sensuale, mentalmente intrigante.
    E in questa elegante e raffinata silloge tutto è intrigante, sensuale ed erotico, iniziando dalla copertina che, giocando sul contrasto tra grigio e rosso, colore per antonomasia della passione, ritrae un corpo nudo di donna appena velata per attrarre il nostro sguardo, per ammaliarci,  prima di immergerci nelle onde calde e inebrianti, nei velluti morbidi e avvolgenti, nei colori accesi e brillanti, nei cinque sensi scatenati e intrecciati delle sue poesie.
    Gli splendidi disegni di due artisti contemporanei che arricchiscono ogni lirica sono il valore aggiunto di questa silloge che la rendono, se ciò fosse possibile, ancora più raffinata.
    Anche lo pseudonimo sotto cui si nasconde l’autrice, Lady P, che è uno dei nomi con cui il suo compagno ama chiamarla, lascia immaginare, percepire, rispetto, venerazione, amore verso la propria donna e amante.
    E per finire il titolo dato alla raccolta, “SolEros”, una parola abilmente composta con quella E maiuscola per sottolineare che si parlerà di Eros, Solo di quello.
    Accogliamo, quindi, con immenso piacere, Lady P nel ristretto olimpo delle poetesse erotiche.

    [... continua]

  • Coinvolgente, emozionante, commovente, vero: questi aggettivi e tanti altri ancora caratterizzano quest’opera prima di Franco Di Mare, volto noto della televisione, giornalista con un palmares di tutto rispetto soprattutto dalle zone di guerra più calde del pianeta; raccogliendone i ricordi ha costruito uno spettacolo teatrale che è poi diventato un libro dal titolo “Il cecchino e la bambina”. “Non chiedere perché” è il suo primo romanzo e se il buongiorno si vede dal mattino, Franco Di Mare ci regalerà ancora altri “gioielli” come questo.
    …“serve un pizzico di follia per inseguire, nella vita, quello che a tutti appare un sogno irragionevole”: questa storia, ispirata a vicende realmente accadute, ruota attorno a un bellissimo atto d’amore che, a dispetto delle bombe e della burocrazia, si è potuto compiere grazie all’aiuto provvidenziale di due donne e alla determinazione incrollabile di un uomo che torna a Sarajevo nel 2005 per salutare un amico che sta morendo e la trova completamente cambiata da com’era nel 1992 quando per tre settimane ci ha vissuto come inviato. E’ l’occasione per rivivere quegli anni in un lungo flash back.
    Un sorprendente talento narrativo quello di Franco Di Mare che avevamo potuto già apprezzare nel delizioso racconto breve “Casimiro Rolèx” ambientato nella “sua” Napoli e che qui ha potuto trovare lo spazio adeguato per parlare di una guerra, a due passi dall’Italia, di cui pochi di noi hanno percepito la gravità e la vastità, come dice l’autore “l’assedio più brutale e sanguinoso avvenuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale”.

    [... continua]

  • “…Ricordati, Cal, il sesso è biologico, il genere è culturale…” Middlesex è il nome di una delle tante abitazioni in cui la lunga storia si svolge, ma è anche un nome simbolico scelto, secondo il mio parere, dall’autore per definire la situazione ambigua in cui viene a trovarsi Calliope, splendida protagonista di questo libro. Alla nascita è una bambina come le altre o almeno così credono tutti e viene allevata come tale fino all’adolescenza, quando si viene a scoprire “che nel suo DNA si nasconde un gene misterioso che attraversa come una colpa tre generazioni della sua famiglia e ora si manifesta in lei. Callie è colpita da un’eccentricità biologica che fa di lei un raro ermafrodito. E da qui ha inizio la sua odissea”. Calliope è anche la musa della poesia epica e significa “che ha una bella voce” e questo libro, con cui l’autore ha vinto il prestigioso premio Pulitzer nel 2003, è una storia davvero epica, un’odissea appunto, che abbraccia quasi un secolo di storia seguendo le vicende di una famiglia greca partendo dai nonni di Calliope, Desdemona e Lefty, che lasciano la Turchia del crollo dell’Impero Ottomano negli anni 20, per approdare sul suolo americano, a Detroit, in pieno proibizionismo e continuando attraverso il loro figlio Milton e la moglie Tessie (nomi greci americanizzati) e ai loro figli, Chapter Eleven e Calliope, appunto, la protagonista, femmina prima e maschio poi col nome di Cal, di questo bellissima e appassionante opera narrativa. E’ un libro sulla diversità e sulla difficoltà a viverla con la “volontà di essere artefici di se stessi, di dar voce ai proprio desideri, alla propria sessualità, ai propri sentimenti”.
    "... Gli ermafroditi esistono da sempre, Cal. Da sempre. Secondo Platone l’essere umano originario è ermafrodito. Lo sapevi? In origine la persona era composta da due metà: una maschile e una femminile. Poi sono state separate. Per questo tutti sono sempre alla ricerca dell’altra metà. Tutti tranne noi che le abbiamo già tutt’e due. Certo, in alcune culture veniamo considerati mostri. Eppure in altre è vero il contrario. I navajo hanno una categoria di persone ch chiamano berdache. Fondamentalmente si tratta di una persona che cambia genere, che adotta un genere diverso da quello biologico. Ricordati, Cal, il sesso è biologico, il genere è culturale. I navajo lo capiscono. Se una persona vuole cambiare genere glielo permettono. E non la denigrano, anzi, la onorano. I berdache sono gli sciamani della tribù. Sono i guaritori, i grandi tessitori, gli artisti...”

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  • Un libro-gioiello sin dalla copertina, deliziosamente naif, che ci dà già un input per capire chi saranno i protagonisti di questa dolcissima storia che si volge tutta nel reparto di terapia intensiva di un ospedale: un medico chirurgo e un bambino. L’autrice Giovanna Zucca, conosce molto bene questo ambiente perché lavora come infermiera strumentista e aiuto-anestesista in una sala operatoria; di lei sappiamo ancora che è piemontese di nascita e veneta d’adozione e che tra un turno a l’altro si è laureata in filosofia.
    E’ un perfetto melange di ironia e commozione quest’opera prima della Zucca, che riesce magistralmente ad alternare le voci di tutti i protagonisti e i loro punti di vista, adottando un linguaggio ad hoc per ognuno di loro. Raggiunge il top quando a parlare è il piccolo grande Davide, il bambino attorno a cui ruota tutta la storia: lì la Zucca è semplicemente perfetta, ci fa sorridere e commuovere e dimostra di conoscere profondamente il mondo dei bambini. Ottima anche la descrizione psicologica e il modo di parlare di Patti, il personaggio femminile chiave della vicenda, e perfetta anche la descrizione del cambiamento radicale che fa il chirurgo, Pier Luigi, grazie proprio a Davide e a Patti.
    Sono 250 pagine che si leggono tutte d’un fiato innamorandosi di Davide, naturalmente, ma anche di tutti gli altri personaggi che si ritrovano uniti davanti alla sofferenza; uno splendido romanzo d’esordio con una morale che ci trova totalmente consenzienti: chi guarisce il prossimo guarisce se stesso.

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  • Già dal titolo, ”Così in terra, come in cielo”, si può avere un’idea di che tipo sia questo straordinario sacerdote genovese, ha rovesciato una frase della preghiera più amata, il Padre Nostro a suo uso e consumo per mettere subito in chiaro da che parte sta: dalla parte degli ultimi, sempre, che siano extracomunitari, drogati, prostitute, senzacasa, disabili mentali e psichici, lui è sempre con loro; scegliendo di rimanere all’interno della chiesa cattolica ha combattuto e continua a combattere, dall’interno, per loro con una meravigliosa testardaggine unita a un’ironia infinita che è il suo lasciapassare per arrivare a “colpire” lasciando il suo “marchio di fabbrica”.
    Grande don Andrea in questo suo secondo libro, dopo “Angelicamente anarchico” del 2005, scritto insieme a Simona Orlando e pubblicato dalla Mondadori, che splendida vitalità ha questo ottantenne strenuo difensore di chi non ha voce; questo suo libro si legge tutto d’un fiato intriso com’è di amore, ironia, sorriso, riflessioni che entrano dentro e germogliano come questa, per esempio:
    “... la follia è una condizione umana, è presente in noi come lo è la ragione. Chi è pazzo e chi non lo è? Il pazzo è un malato fisico o è afflitto nello spirito? Spesso il pensiero e la sensibilità hanno in cima la follia. Spesso il matto è un saggio e un sognatore, uno che vive i suoi assoluti. E’ un fuorilegge che agisce in contrasto con la classe sociale a cui appartiene, che soffre della discordanza fra la vita logica e la vita affettiva, fra l’interno e l’esterno. Ancora più spesso è una persona delusa e sola. Cos’è la ragione? Spesso è una pazzia condivisa come nel caso della guerra. La poetessa Alda Merini è l’emblema delle risorse che un pazzo può offrire se gliene viene data occasione. Disse: “io sono un dono di Franco Basaglia.”
    Grazie don Andrea, prete anarchico, discusso, amatissimo.

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  • Un viaggio per mare, come Ulisse, per ripercorrere a ritroso la propria vita, il proprio viaggio esistenziale: è quello che fa la protagonista del romanzo breve “La regina rossa” di Augusta Bianchi che, dopo aver esordito nel 2007 con una silloge poetica dal titolo Ombre nello specchio, si cimenta ora in questa nuova forma narrativa.
    Giulia, la protagonista, è l’alter ego della stessa autrice, che dopo una visita ai campi di sterminio decide all’improvviso di scrivere, nonostante la non verde età, perché la memoria è un dovere, va salvata, perché il ricordo di quelle atrocità deve servire alle generazioni future a non commettere gli stessi errori.
    E in questo suo cammino a ritroso Giulia-Augusta rievoca tutte le tappe della sua vita, il dopoguerra con il boom economico, il Sessantotto e la contestazione con i figli dei fiori, il femminismo, il ruolo della donna all’interno della famiglia rispetto a quello dei suoi nonni e qui troviamo la descrizione affettuosa e commossa dei nonni della protagonista, il nonno anarchico da lei ricordato con affetto e la nonna chiamata “la regina rossa”; e poi l’amatissima Viareggio con le sue spiagge, la sua pineta, le sue Apuane, il salmastro di questa città in cui trascorreva le sue vacanze in contrasto con le nebbie di Milano e il cielo terso di Monza dove ha passato l’infanzia.
    Augusta Bianchi, per dare una maggiore varietà alla sua narrazione, inserisce molto spesso alla fine dei capitoli alcune sue liriche e talvolta anche qualche pagina di diario che ci regalano l’immagine di una donna libera, fuori dagli schemi ma che si è dovuta assumere, comunque, le sue responsabilità di moglie, madre e impiegata in un lavoro che non le piace e che la fa sentire perennemente insoddisfatta.
    Un bell’esordio narrativo, l’attendiamo ora alla prova del romanzo più lungo e concludiamo con le sue amare parole tratte dalla quarta di copertina: “possibile che la memoria sia così labile e l’uomo non abbia ancora acquisito la capacità di analizzare la propria storia e i propri errori?”.

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  • Ancora una volta ho fatto il percorso al contrario, da un libro più recente a uno precedente dello stesso autore, da La formula del professore a L’anulare, nella traduzione di Cristiana Ceci, dell’autrice giapponese Agawa Yoko, definita una delle “ragazze terribili” della nuova letteratura nipponica il cui universo “ossessivo, feticista e straniato... si impone con soave autorevolezza e l’ingannevole trasparenza della sua scrittura ci inchioda a queste pagine da cui nessuno potrà uscire indenne”. Agawa ha attratto e affascinato ancora una volta la sottoscritta.
    E’ un breve racconto di poco più di 100 pagine i cui protagonisti, il signor Deshimaru, che gestisce un segreto, misterioso, enigmatico laboratorio e la sua giovane impiegata, di cui non viene mai detto il nome, vivono una vita, “fuori” dalla vita, in cui avvengono cose che l’autrice descrive come banali ma che sono invece “straniate” e lasciano nel lettore un lieve senso di disagio, la scrittura trae in inganno descrivendo situazioni assolutamente patologiche con un linguaggio da cronaca di fatti quotidiani “normali”.
    Ancora una volta traspare la passione che l’autrice dimostra di avere (e che condivide con chi scrive) per i numeri visti, però, in questa storia, come simboli di ripetizioni ossessive: anche le due uniche abitanti delle stanze sopra il laboratorio vengono definite solo con il numero della loro camera.
    Straordinaria la descrizione del terzo personaggio di questa storia, lo definirei il lustrascarpe-filosofo, anch’egli non ha un nome come nessun altro in questa storia a parte il proprietario del laboratorio; nei due momenti in cui s’incontra con la giovane impiegata, una prima volta al laboratorio quando lui porta un oggetto per farne un “esemplare” e una seconda quando lei lo va a trovare nel luogo, anch’esso simbolico, in cui fa il suo mestiere avviene uno scambio di frasi tra di loro che sembra talmente vero e reale che il lettore ne rimane avvinto e ci crede.

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  • Il mondo di noi “bipedi” visto con gli occhi di un cane: già questo potrebbe stimolare la voglia di immergersi in questo originalissimo libro di Frauke Scheunemann tradotto magistralmente dal tedesco da Helen Verardo e Maria Pia Smiths-Jacob e pubblicato da Sperling & Kupfer col titolo, che riecheggia una nota canzone di Conte, “Con quello sguardo un po’ così”.
    Se il cane protagonista è pure un bassotto e se poi, ancora, non è di razza purissima ma, comunque, porta un nome blasonato e altisonante come Carl-Leopold von Eschersbach, allora capirete che la storia ha davvero una marcia in più, l’ironia è assicurata e non riuscirete a riemergere dal libro se non all’ultima delle 272 pagine, rimanendo col sorriso stampato sulle labbra  e nel cuore per il lieto fine che il bassotto Carl-Leopold, che però viene chiamato Ercole dalla sua padroncina Carolin che l’ha scelto in un canile e che, quindi, ignora la sua storia araldica, ha contribuito a far sì che accadesse.
    Sì perché il fido Ercole-Carl Leopold vorrebbe che la dolce Carolin, che di mestiere fa la liutaia insieme al suo amico Daniel, avesse un po’ di serenità in amore dopo la fine del burrascoso rapporto con Thomas e fa di tutto per trovarle il vero principe azzurro, aiutato in questo dal formidabile gatto-psicologo Signor Beck che, dopo qualche iniziale malinteso, diventerà il suo amico del cuore e suo consigliere in quanto conosce noi “bipedi” meglio dell’inesperto bassotto. Dopo varie peripezie in cui Ercole si esibisce come un consumato attore di teatro per aiutare Carolin la sua costanza viene premiata con, appunto, il lieto fine tra Carolin e... non vi dico chi, per non togliervi il piacere di divorare questo divertentissimo libro, in cui l’autrice dimostra di conoscere profondamente la psiche canina e di amare questi animali tanto quanto la sottoscritta: oggettivamente, però, in conclusione, non facciamo una bella figura agli occhi di questi nostri amici a quattro zampe, vero Carl-Leopold e Signor Beck?

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    • Ichnusa
    • 07 maggio 2012 alle ore 8:31

    Un libro che ho molto a cuore perché l’autore mi ha onorato della sua amicizia dopo averlo conosciuto alla presentazione della sua opera prima “La libellula”, bellissimo libro ambientato nel periodo del ventennio fascista in Italia. Tratta con delicatezza, ma anche con molta verità, due forme d’amore e di sessualità che raramente trovano spazio nei romanzi: quello tra due persone omosessuali e quello tra un disabile e una normodotata.
    A condire tutto questo il fatto che Bert D’Arragon abbia immaginato e creato una sorta di “thriller archeologico” in una terra magica che lui conosce e ama profondamente, la Sardegna, il cui nome antico in lingua fenicia, uno dei tanti popoli che hanno abitato quest’isola, è appunto Ichnusa, il titolo di questa sua seconda opera.
    Protagonisti principali di “Ichnusa” un sacerdote alquanto atipico e una giovane archeologa, Federica, direttrice dei lavori per il restauro di un’antica cappella, attorno ai quali ruotano tutta una serie di personaggi abilmente descritti dall’autore che ce li rende sapientemente vivi sia grazie alla perfetta introspezione psicologica che all’ottimo uso dei dialoghi, che alle descrizioni geografiche così dettagliate e piene di amore per questa terra magica in cui Bert D’Arragon, che è laureato in Storia dell’Antichità, ha trascorso vari anni per lavoro.
    Ichnusa vi affascinerà e vi ammalierà, fidatevi.

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  • Un romanzo storico ma anche una grande storia d’amore, anzi tante storie d’amore, di vita, di dolore, di lotta intrecciate: uno splendido romanzo corale come da tempo non ci capitava di leggere, una polifonia in cui ogni personaggio, ogni situazione, ogni evento trova la sua giusta collocazione e contribuisce così alla perfetta musicalità dell’insieme, come un’orchestra in cui ogni elemento è importante per la magica riuscita di un concerto.
    L’autore, un signore tedesco di origini spagnole ma da anni residente in Italia, laureato in Scienze dell’Antichità, dimostra una tale conoscenza dei più minimi elementi del periodo storico da lui preso in esame, il ventennio fascista dal 1924 al 1944, da poterli padroneggiare con sapiente perizia riuscendo a intrecciare, in modo da non far mai annoiare il lettore (cosa che succede spesso con un libro storico), documenti dell’epoca con fogli di diario, lettere private e narrazione di questa storia d’amore che è solo lo spunto per parlare di un momento storico così cruciale per la nostra nazione e non solo.
    Bert d’Arragon segue, con discrezione ma anche con affetto partecipe, la fuga di due ragazzi, Pietro e Giovanni, dalla natìa Montepulciano verso Roma e poi nuovamente in Toscana narrando, parallelamente, tante altre storie di personaggi che vengono in contatto, per i motivi più vari, con questi due giovani che hanno un elemento fondamentale che li lega: si amano, sono omosessuali e lo sono nel ventennio fascista; alla fine prenderanno strade diverse sia in campo affettivo che di scelte politiche e lavorative continuando a combattere, ognuno a proprio modo e con i suoi mezzi, quella “bestia famelica” che è stato il fascismo. Per questo, come giustamente sottolinea Roberto Barontini, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea che ha pubblicato il libro, nella sua introduzione “rendere il giusto tributo alla sofferenza e alle esperienze del passato rappresenta un ineludibile dovere civile e una grande opportunità per il presente”.
    Concludiamo con un’affermazione che sappiamo già ci attrarrà gli strali di buona parte dei critici letterari, ma di cui mi assumo la piena responsabilità: questa “opera prima” di Bert d’Arragon può essere paragonata, per tutti i motivi sopra descritti, a un capolavoro come La storia dell’indimenticata Elsa Morante.

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  • Ho avuto modo di apprezzare Andrea Bajani qualche anno fa quando è venuto a Zafferana, alle pendici dell’Etna, per ritirare il premio Brancati per il suo libro Se consideri le colpe; lo ritrovo oggi con “Ogni promessa”.
    E’ un’opera che definirei, musicalmente, ad “andamento lento” con un’attenzione ai particolari assolutamente inusuale e un uso dello “stream of consciousness”, il flusso di coscienza stupendo segnalato graficamente con l’iniziale maiuscola della prima parola del pensiero: un escamotage perfetto.
    Dalla seconda di copertina che mi trova pienamente concorde: “Sono i ricordi degli altri che dentro di noi non trovano appiglio come promesse tradite dal tempo. Con una scrittura tesa e tersa fino alla poesia Andrea Bajani ci racconta la responsabilità e la difficoltà di ricordare…”. Il protagonista di questo libro, Pietro, si fa carico di dare un volto e una voce ai ricordi di Mario e Olmo che hanno vissuto come soldati  la tragedia della seconda guerra mondiale in Russia, facendo un viaggio là dove il loro dolore è iniziato cambiando la loro vita; ma è anche un percorso interiore di Pietro per capire meglio i silenzi di Sara, sua moglie, e rivivere la sua infanzia e adolescenza con flashback che si alternano alla realtà vissuta al presente.
    Pietro prende la decisione di andare a Rossos sul Don dopo che all’inizio dell’estate proprio l’ultimo giorno di scuola (lui è un insegnante) la sua vita è colpita da due addii imprevisti: Sara lo lascia e suo nonno Mario muore. E’ un viaggio a ritroso per ricordare e riempire i vuoti  della memoria, riallacciare i fili e trovare un senso che, forse, si annida tra le mancanze e le omissioni, il non detto: forse finalmente nasceranno risposte impreviste a domande mai poste.

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  • Sono davvero felice di aver fatto la sua “conoscenza” letteraria leggendo il suo ultimo “Occhi negli occhi”, una storia di quasi 300 pagine in cui l’autore mescola, con molta perizia, alcuni elementi di un thriller con varie storie d’amore e con straordinarie descrizioni dell’Australia che lasciano trapelare una sua profonda conoscenza ma, intuisco, soprattutto, un grande amore per questa terra.
    Ciò che colpisce di più, però, sono le descrizioni psicologiche dei vari personaggi, in questo Perrone merita un dieci e lode, ognuno di loro viene caratterizzato con pochi tratti salienti che ce lo fanno perfettamente visualizzare; soprattutto il protagonista Sebastiano, giornalista come l’autore, che da Milano viene mandato, appunto, in Australia per seguire le tracce del suo più caro amico, Michele, e durante questo viaggio, che non è solo geografico ma interiore, Sebastiano ripercorre tutte le tappe della sua vita e le persone che ne hanno fatto parte: colleghi, donne e amici, dall’infanzia in cui, in un modo alquanto rocambolesco, ha incontrato per la prima volta Michele fino al momento catartico, perdonatemi il termine, la conclusione della storia, che non è assolutamente scontata e che, per questo, non vi dirò ma, credetemi, è un libro da leggere tutto d’un fiato intriso com’è dei grandi “amori” di Perrone: gastronomia, calcio e viaggi.

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  • “Le cose spaiate si devono appaiare. Le cose rotte si devono aggiustare. E quelle che fanno soffrire si devono curare. Si fa così. Io questo lo so”. Queste frasi riportate sulla quarta di copertina e tratte dal capitolo finale del libro sono una sintesi perfetta delle tematiche di questa storia che, come prima caratterizzazione, definirei “corale”. L’autrice riesce a seguire le vicende di due nuclei familiari che vengono travolti da un evento traumatico mortale, dando voce a tutti i protagonisti senza mai far perdere il filo, riuscendo a utilizzare lo “stream of consciousness” di Joyciana memoria con un’abilità magica e perfetta: ogni personaggio si esprime in un suo modo caratteristico, è subito riconoscibile, specialmente le tre bambine, Matilde, Caterina e Beatrice, e Irene, la mamma di Francesco (i capitoli più belli secondo il mio modesto parere); a questi flussi di coscienza l’autrice alterna momenti di dialoghi che fanno da “link”, da collegamento, alle varie storie.
    L’altra caratterizzazione sono le stupende e minuziose descrizioni geografiche dei luoghi in cui si svolgono le vicende, la città di Torino e alcuni ambienti montani della Val di Susa, che la Cibrario, di origine fiorentina ma da anni residente a Torino, mostra di conoscere perfettamente ma, soprattutto, di amare visceralmente. Permettetemi un accostamento che forse vi sembrerà azzardato, quello con la Barcellona di cui Zafon ci fa percepire ogni angolo, ogni profumo, ogni suono.
    Terza e ultima caratterizzazione di questa seconda opera della Cibrario l’accurata analisi psicologica di ogni personaggio coinvolto nella storia che dimostra una preparazione dell’autrice in questo campo e che emerge chiaramente dalle parole con cui si esprimono i vari protagonisti, bambini e adulti.

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  • “Anna Martin alterna ad arte storie di cani e di uomini e le fa confluire l’una nell’altra in un finale che ci lascia commossi e appagati” scrive Kirkus Reviews e aggiunge Publishers Weekly “Gli amici degli animali di tutte le età ameranno questo romanzo”. Faccio parte di questa categoria e sono rimasta commossa, divertita e intrigata da questo libro in cui tre vite, quella di un padre, di un figlio e di un cane s’intrecciano in una storia che parla di incontri e separazioni, di abbandono e di rinascita, della morte e dell’irrinunciabile ricerca della felicità che accompagna la vita perché, come sostiene una frase della quarta di copertina che mi trova totalmente consenziente, “i cani e coloro che li amano hanno un modo speciale di trovarsi”.
    Anna Martin è autrice di libri per ragazzi che hanno venduto milioni di copie nel mondo e prima di questo “Tutto per un cane”, titolo originario “Everything for a dog” tradotto da Valentina Zaffagnini; la casa editrice Salani aveva pubblicato il suo “Memorie di un cane randagio”.
    Il cane al centro della storia della Martin cambia nomi nel corso della sua vita come ci racconta perché alla nascita la madre lo ha chiamato Bone, Osso, e la sua sorellina, da cui poi sarà separato, Squirell, Scoiattolo. La prima coppia di persone che lo trovano e lo adottano lo chiamerà Simon e dopo un lungo e doloroso peregrinare incrocerà il suo percorso con quello di un bambino, Henry, che gli darà il nome di Buddy e, soprattutto, tanto amore e voglia di ricominciare a credere negli esseri umani.
    Splendida e perfetta anche la foto di copertina che ritrae un cagnolino dallo sguardo dolce e fiducioso: Bone-Simon-Buddy parla al cuore di chi ama tutti gli animali, e i cani in particolare, senza bisogno di altre parole.

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  • E’ un commovente inno alla Sicilia.
    E' un toccante inno all’amore materno.
    E' un ininterrotto inno all’amore in tutte le sue forme senza barriere né di sesso né di censo.
    E' un convinto inno alla forza di volontà che ti fa emergere se hai le qualità a dispetto delle tue origini.
    E' uno splendido inno alla libertà di pensiero sempre e comunque.
    E' un magistrale resoconto di un periodo storico che abbraccia anche il ventennio fascista.
    E' tutto questo e molto altro “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, un libro di più di 500 pagine che ti affascina, ti commuove, ti prende e non ti lascia andare fino all’ultima riga. Per tutte le notizie bibliografiche inerenti il sofferto iter che questo capolavoro, così lo ritengo, di Goliarda Sapienza ha dovuto vivere per vedere la luce rimando alla documentata prefazione di Angelo Pellegrino; vi invito, poi a prestare una particolare attenzione, ma solo dopo che avrete finito di leggere tutto il libro, alla bellissima ed emozionante postfazione di Domenico Scarpa.
    E’ stato paragonato al capolavoro di Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo ma per la sottoscritta, che non teme di sentirsi tacciata di esagerazione, “L’arte della gioia” è molto “più capolavoro” del suddetto, è un libro da far leggere nelle scuole superiori sia per l’analisi del periodo storico che per far imparare ai giovani l’apertura al “diverso” sia come ceto sociale che come oggetto d’amore che, ancora, per insegnare il rispetto e l’amore verso i genitori e gli anziani in genere e per capire cosa possa essere la vita in carcere e l’antifascismo.

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