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Racconti di Daniela Iodice

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  • 06 settembre 2016 alle ore 15:07
    Trittico Morale

    Come comincia: C'era una volta un Dio celeste che un giorno si scocciò dell'uomo e decise di estirparne la razza; voleva che la sua gloria macchiata dal sangue per mostrare la propria magnificenza.

    Tutti morirono felici e contenti.

    Fine

    -

    La volpe si sentiva troppo furba e, per questo, un giorno non riuscì a scansare una trappola e ne morì sgozzata.

    Morale: mai essere troppo sicuri di se.

    Fine.

    -

    L'usignolo su di un ramo improvvisò una melodia per la sua compagna non notando, però, che l'aquila affamata sorvolava la chioma dell'albero. 
    Attirata dal canto, l'aquila si avventò sull'usignolo mangiandone il corpo.
    La compagna, divenuta vedova, si trovò, nel tempo, un altro usignolo.

    Morale: se troppo vuoi parere, riguardati da chi è contrario. 

    Fine.

  • 21 marzo 2016 alle ore 20:34
    Pauline

    Come comincia: “Forse, se ti avessi accanto, tutto quello che ho fatto non farei,
    se decidessi di tornare ad essere un uno invece che un io o tu,
    il mondo sarebbe terribilmente più onesto ma non sarebbe realtà;
    se per grazia divina degl’astri dovessimo spingerci nuovamente uno nel cuore dell’altro,
    saprebbe di amaro il resto che ci circonda;
    se il mio dito fosse legato al tuo in eterno,
    non vi sarebbero più vite da mettere al mondo;
    se tornassi ad amarti come quando, increduli e curiosi di tanta bellezza eravamo stati un tempo,
    io non sarei io e tu non saresti tu.
    Saremmo un essere perfetto, quasi vicino al divino e insieme saremmo disposti ad annullarci come il bianco nel bianco e il nero nel nero.
    Potrebbero le mie mani desiderarti ancora,
    come le labbra che bruciano se rimembrano il fuoco della saetta della tua lingua,
    e s’annoda il grembo e s’inonda il petto per quel così delizioso peccato da cui nasce il nostro amore;
    amore, amore mio.
    Forse, se ti avessi accanto non sarebbe più tutto questo
    ma semplici granelli di un intera sabbia desertica in cui non v’è più acqua né vita.”
     
    Così mi lasciò Pauline; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.
    Credere nel non più esistente darebbe un senso più profondo al perché certe cose finiscono e io l’avevo capita quando, guardandola negl’occhi vitrei di un mare in piena, aveva smesso di amarmi.
    Ricordo perfettamente con quanta delicatezza le coloravo con la pittura i capezzoli duri, posti all’angolo della stanza nelle lunghe sere d’estate.
    Dopotutto, nessuno ci aveva mai visto insieme, nessuno ci aveva sentito chiamarci amorevolmente nelle vie della strada o ai tavolini di un bar; nessuno aveva visto il nostro amore.
    Arrivai ad un punto che, forse, nemmeno io l’avevo veramente visto; come fosse stato tutto frutto di un immaginazione furtiva che amava prendersi beffe del mio cervello in pezzi.
    Pauline aveva amato qualcosa che non ero io ed io avevo amato Pauline perché era Pauline; senza domande, ne risposte, ne desideri di sapere ne senza il senno di capire.
    I nostri incontri erano solo tra quattro mura bianche e spoglie, come quelle lenzuola o come le mie tele ancora da imbrattare; ed il suo corpo bruno era una meraviglia quando veniva percorso dal colore del mio pennello.
    A disegno finito, le scattavo delle foto; giusto per conservare quei pochi quadri che riuscivo a fare ed era meraviglioso poter ammirare le mie opere più grandi su d’uno sfondo tanto bianco quanto l’essenza del colore stesso inciso su Pauline.
    Era la mia tela e come ogni opera andava accantonata, come ogni tela v’è il momento che essa abbandoni il suo pittore riposta, poi, in chissà quale stanza bianca aspettando il prossimo che poteva ammirarla.
    Avevo perso la mia opera migliore senza farmi troppe domande; ma se avevo creato potevo anche distruggere e nel momento in cui decisi di farlo, Pauline mi lasciò così; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.

  • Come comincia: Una volta, mi ricordo che stavo passeggiando lungo la costa di non so che posto avvolto nei miei pensieri e scrutando il mare tumultuoso che con le sue alte onde si scagliava contro la scogliera fredda e grigia.
    Mi sedetti su d’una panchina più riparata e avevo un piccolo isolotto proprio di fronte alla mia postazione fermo, immobile e silenzioso.
    Ero lì intento ad assimilare il tutto quando caccio dalla mia tasca il mio pacchetto di Marlboro rosse tutto stropicciato; prendo una sigaretta, la porto alla bocca e le do fuoco.
    Al secondo tiro di sospiro misto al fumo, mi si siede accanto un vecchio di paese dall’aria trasandata e cupa; mi chiede una sigaretta, io glie lo porgo e pone il suo sguardo verso l’isolotto posto di fronte a noi.
    Tra il fumo e l’odore del mare, il vecchio mi inizia a parlare esordendo col dire:
    “Lo sai, una volta di tanto tempo fa, quando ero giovane quanto te, venni qui a schiarirmi un po’ le idee. Lo sappiamo entrambi che quando un uomo ha bisogno di capirci qualcosa, si rifugia in paesaggi come questi. Mi sedetti qui, presi le mie sigarette dalla giacca a quadri ed iniziai a guardare il mare in burrasca, proprio come oggi. In quel momento non mi accorsi che accanto a me c’era seduto un uomo, vecchio quanto me ora, che ad un certo punto mi racconta una storia bellissima.
    La sua storia parlava di una gabbianella e di un mare in tempesta; mi disse più o meno così:
    C’era un mare perennemente impetuoso che non acquietava mai le sue acque; in paese era famoso per questo suo tumultuoso agire. Creava molti danni con questo suo caratterino e piano piano corrodeva le pareti delle scogliere consumando il paese. Tra gli scogli più nascosti di una delle conche che aveva creato, un giorno approdò una gabbianella piccolina che si era avventurata per sfuggire ad una brutta tempesta. Due giorni e due notti stette a riparo nella conca per riprendersi dal lungo viaggio ma il mare burrascoso non le permetteva alcun riposo. Allora, presa dalla disperazione parlò al mare invitandolo a tacere, ad acquietarsi ma il mare non diede ascolto alle sue parole; era arrabbiato perché gl’uomini del paese l’avevano sporcato di petrolio e tutti gli abitanti marini che conteneva erano stati invasi dal male nero e a poco a poco stavano morendo. La gabbianella, allora, s’innamorò del mare per quel gesto d’amore verso i suoi sudditi morenti e decise di restare lì per sempre. Ma il mare non smise mai quel vortice tempestoso e le acque sue infette non potevano sfamare la gabbianella che, tempo dopo, iniziò a soffrire la fame. Allora il mare la invitò ad andare ma lei voleva restare e il mare s’innamorò della gabbianella. Ma un giorno di giorni dopo, la gabbianella morì di fame ed il mare ne fu profondamente addolorato tanto da inondare metà paese. Al chè gl’uomini capirono il suo dolore e ripulirono il petrolio dalle sue viscere. Così tornò pulito ed i suoi abitanti furono salvati, ma la gabbianella era già morta e non poté mai abbracciare le sue acque.
    I due si erano amati per tanto tempo senza mai toccarsi e il mare non trovò motivo di smettere di arrabbiarsi ma la bontà della gabbianella l’aveva reso triste e smise di abbattere le pareti dell’isola con le sue onde. L’unica parte in tempesta di tutta l’isola è la conca che ha ospitato la gabbianella e ogni volta che qualcuno v’imbatte in quella conca si può ben udire il dolore del mare che riecheggia in tutto luogo.”
     
    Bella storia. Rimasi assai stupefatto dal modo con il quale me l’aveva raccontata.
    Terminato il racconto, il vecchietto spegne la sigaretta e si congeda; d’un tratto sull’isola di fronte alla mia postazione v’era il sole ed il mare s’era acquietato e, come mi aveva ben detto, da un angolo spigoloso di una conca, il mare ardeva disperato riecheggiando in tutto il suo splendore.  
     

  • 30 gennaio 2016 alle ore 16:24
    Will ed Io

    Come comincia: E nulla; fu così che m’isolai.
    Ero partito con tanti buoni propositi e, per quanto avessi vissuto anni difficili, alla fine male non stavo.
    Ma poi un giorno, così, dopo tante attese e illusioni mistiche, quello che avevo cercato mi era stato tolto (come sempre, potrei aggiungere). Alla fine, poi, di colpe ne avevo anch’io se la vogliamo mettere su questo piano anche se, a dirla tutta, erano colpe più che lecite se si mettono in conto tantissime cose.
    Non mi va di stare qui ad elencarle o a farne un dramma; in tanti anni sono stato come una fenice e di certo non mi butto giù per così poco (per dei pezzi di merda, se posso permettermi).
    Allora ad un certo punto ero lì nel mio totale isolamento e poi boh, qualcosa piomba nella mia frastornante solitudine; non c’è molto da spiegare nemmeno in questo.
    E’ come quando sei in strada e cammini, cammini poi uno ti tocca per sbaglio, ti chiede scusa, tu annuisci e vai via. Si, peccato che non sono andato via! Ci sono rimasto con quel qualcuno che ti ha toccato per sbaglio. Ci parli un po’, ti fai un sorriso, metti a fuoco e poi, senza accorgertene, t’è entrato pure nel cuore.
    E vabbè, ragazzi allora, che si fa? Uno non può stare tranquillo nel proprio casino che dietro l’angolo ci si tuffa nel mezzo anche quello.
    Sono anni che vivo da solo col me stesso nella valigia, con l’altro me nella tasca e l’anima nel portafoglio; non a caso ho sempre rifiutato ogni qualsiasi forma di contatto per non sporcarmi al resto soprattutto quando non v’è nessun interesse.
    Poi boh, sarà la stupida solitudine che ti tira il braccio o ti mette lo sgambetto a farti ricordare che, poi, dopo tutto, brutto non sei, soli non si può stare e bam! T’innamori del mondo.
    Perché capita sicuro quando passi troppo tempo da solo e là le opzioni son due; o fai il pezzo di merda rude e freddo o perdi il capo ad ogni angolo che svolti.
    Ed i segnali del corpo, a volte, sono molto chiari ma il dilemma sta in quello: che fare? Dare ascolto o tacere? Spingere o sfuggire? Illudersi o amare?
    Alle volte mi viene sempre in mente un grande mare sul quale mi affaccio a luci spente; mi viene alla mente una città lontana lasciata al caso del passato, le note di canzoni smielate che percorrono la brezza fino alle orecchie sorde di una persona che non è più quella persona e allora mi dico “Per quanto quel mare lo conosca bene, le particelle d’acqua che la compongono sono diverse sia quelle vicine che quelle lontane. E se mi sono perso in quelle vicine, chissà cosa potrei trovare in quelle lontane.”
    E quindi poi spunta un faro che illumina l’orizzonte perso dei miei pensieri; poi m’illudo che il faro sono io e invece è solo quello che faccio che lo illumina all’improvviso.
    Così tento di afferrarlo per diventarne padrone e lo chiamo anche Will! Ma più cerco di afferrarlo più mi allontano io.
    Allora non v’è soluzione che sedermici accanto, Will ed'io, con la speranza che, mano nella mano, possa giungere all’origine di quel mare senza vederne il passato od il futuro, stare serenamente lì a guardare quello che ne sarà chiudendo gl’occhi per sentirne il profumo. 

  • 05 dicembre 2015 alle ore 15:57
    Trattato Sociale Cognitivo

    Come comincia: Il cambiamento avviene grazie ad una quantità di nozioni che una persona riesce ad immagazzinare in un determinato arco di tempo, breve o lungo che sia.
    L’effetto che ha la società circostante, gli usi, i costumi, linguaggi e tecniche di sopravvivenza che spingono un singolo a mutare se stesso sia in forma psicologica che fisica, sono una serie di fattori dominanti.
    Altri fattori che interagiscono, seppur messi in secondo piano, sono: il vissuto precedente allo stato di mutazione e le conseguenze sullo stesso.
    In sociologia, si cerca di dare più importanza al fattore sociale come impulso principale del mutamento ma, in campo psicoanalitico, gli stessi fattore hanno eguale importanza.
    L’individuo viene scelto e posto in un determinato ambiente. Nell’evoluzione umana, egli inizierà ad adattarsi alla realtà in cui nasce e vive per un fattore di tempo indeterminato.
    Dopo l’assimilazione della psicologia locale, se provassimo a spostare l’individuo (fisicamente e non, consenziente o meno) in un altro luogo, noteremo quanto egli si troverà spaesato e confuso trovandosi in una realtà che non è la “sua”.
    In verità, dire che non gli appartiene quella realtà nuova, non è del tutto vero.
    Come per gli animali che, a seconda delle esigenze fisiche e morali, mutano il proprio corpo in base alle proprie funzioni, anche l’uomo, sradicato dall’unica realtà che conosce, muta se stesso in base alle esigenze prodotte dall’ambiente circostante.
    Ed è qui che avviene il cambiamento.
    La mutazione interiore ed esteriore dell’uomo, dunque, varia; il suo spaesamento, lo porta in uno stato di confusione fisica e mentale dai quali scaturiscono una serie di informazioni e input cerebrali a cui egli non riesce a dare risposte o, quanto meno, non riesce ad avere ben chiara la situazione circostante.
    Sa che dovrà accantonare tutto ciò che conosce della sua realtà precedente per iniziare ad accettare ed interagire in quella proposta.
    Si può parlare di mutazione dell’essere solo quando, dopo una serie di analisi e stati d’animo altalenanti tra dolore e piacere, coscienza e incoscienza, egli arriva ad accettare in modo abbastanza ferreo e concreto quello che vede. Dall’accettazione, egli attiva le sue cellule neurali allo scopo di dover sopravvivere in una terra sconosciuta.
    In che modo?
    Mettendo alla prova se stesso basandosi sugli impulsi che arrivano al cervello che sono, per i primi periodi, dettati dai bisogni primari; mangiare, bere, dormire (come nell’età primitiva).
    Muovendosi sul territorio con solo la preoccupazione di mantenere alte le percentuali di riuscita in ogni singolo bisogno, a livello psicologico egli è costretto ad un sovraddosaggio di stress mentale che conduce, lo stesso ,ad elaborare ideologie, teorie e ragionamenti diversi da quelli a cui era sottoposto nel luogo natio.
    E’ appurato che vi è un’alta percentuale di cambiamento mentale negli individui che sono predisposti a spostarsi spesso da un luogo ad un altro.
    Flessibilità mentale e motoria; soggetti predisposti al movimento sia fisico che interiore dal quale egli estraggono i punti salienti delle loro più intime ricerche sul fattore interiore della vita stessa.
    Dal punto di vista psicologico e filosofico, egli maturano e metabolizzano quante più nozioni possibili per avere una visione più ampia dello stato psicosociale contemporaneo; sta poi al singolo modo di essere come classificare, assimilare e maturare tali nozioni.

  • 31 ottobre 2015 alle ore 0:07
    La Gatta

    Come comincia: C'era sempre dell'astio quando guardavo i suoi occhi; ad un certo punto, mi veniva sempre in mente la storia del gatto nero (il mio con precisione), quel gatto che avevo tanto amato e che se n'era andato così, il due di ottobre, mandandomi segnali nei sogni per poi stendermi il morale completamente. 
    Tutt'ora, se sono in compagnia di gatti, ripenso sempre a quegl'occhi e così mi ritorna alla mente quella storia che tanto cerco di dimenticare.

    Il fatto è che mi capita sempre quando guardo i miei di occhi, e penso spesso che i miei ed i suoi sono stati così vicini ed uguali che, un pezzo della storia, l'abbiamo vista insieme; lei la mia e io la sua.
    Poi faccio finta di nulla, il sipario cala e cambio pensiero. E' un pò così che va la vita, no?
     

  • 10 ottobre 2015 alle ore 22:32
    Ad Un amico

    Come comincia: I momenti andati, sono andati; lo dice la parola stessa.
    A volte, li si pensa sorridendo come per incanto, quando basta un attimo per ricordarsi delle difficoltà del momento dell'epoca e di tutto il resto. Poi, ora, il tutto il resto è già passato; ora hai un altra concezione del tutto il resto che quasi ti spaventa sapendo che sei già dentro.
    Il tutto e il resto è l'aria che si fonde al mio corpo ogni istante, come fossi sempre un ombra in corsa. 
    Il tutto e resto è quello che scorre, giorno per giorno, ieri come oggi è già domani. Poi ti fermi e in quell'attimo rifletti su tutto questo una sera nel calore dell'ebbrezza notturna scrivendo ad un amico sperando che stia bene e tutto il resto.

  • 10 settembre 2015 alle ore 23:36
    Run

    Come comincia: Una canzone triste, rotta, invade il mio spirito stasera.
    Tutto quello che tenta invano di toccare con delicatezza va, pressappoco, in frantumi dissolvendosi nel vento.
    Mio caro, le mie mani cercano ininterrottamente di afferrare le ali nere del tuo essere che, sfuggente, vola tra granelli di marmo su treni in corsa quasi impazziti al sol pensiero di venir sfiorati.
    Schivo, sfuggente, ma gl’ occhi non mentono mai, giovane guerriero nero.
    E se vero è quello sguardo che porti per i miei scuri tasselli di granito, allora prendimi; fa si che le tue nere ali ardano con le mie bianche piume che per la strada perdo mentre canto una canzone malinconica per la tua andata.
    Non so se mai più i tuoi occhi si congiungeranno ai miei occhi o se le nostre ali potranno sfiorarsi ancora; ma un mio pensiero per te vola e mai mi lascerà, per ora.
     

  • 24 luglio 2015 alle ore 18:27
    Fiore Rosso

    Come comincia: Concatenazioni di spazio e di tempo, mio dolce fiore rosso.
    Non so cosa farmene di parole che regalo gratuitamente a persone di tutto il mondo, per il mestiere che porto. Guardare la luna e dedicartene un pezzo, scorgere una lucciola nel buio ed avvicinarla alla tua ombra, prendere tra le mani la sabbia e vederti specchiata in ogni singolo granello puro e cristallino.

    Oh sì, dolce fiore rosso; potei darti tutte le parole che vuoi sentirti dire, nessuna esclusa. Ma siamo sicuri che la tua ricerca possa perdersi in tali frivolezze terrene da oscurarti da sola i passi e il cuore, non scorgendo la persona che ti ama?
    Dolce fringuello di candide ali da libellula, tu illumini il cielo di questa piccola e immensa terra, abbracciando il sole e sposando la luna inerme lì nel nero limpido di chi ci governa. Sei negl’occhi di chi guarda; ed io, potrò stare nei tuoi di occhi?  

    Fantasie; ingenui fantasie di un docile amatore che per anni ha dovuto trovar mille modi per dir sempre lo stesso; ma le mie emozioni necessitano di più forme per essere espresse, per non essere dimenticate, tanto meno per essere capite.
    E il tempo punisce simil cose scagliando schegge aguzze di stalattiti nel centro dell’africa più nera!
    Pueril inganno, potrei dire; non so se ho più predisposizione all’inganno o che sia oggetto dell’inganno stesso.
    Fatto sta che ogni giorno, splendido ed oscuro che sia, c’è sempre qualcuno o qualcosa che m’inganna gl’occhi o son io che, con tali occhi, inganno il mondo?  

    Chi può dirlo.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:12
    Portostelle

    Come comincia: L’ombra del momento che si scontra con il nero della notte, vige sul mare quieto di una zona che dorme. Ho guardato attorno a me; quiete, mare, la luna che manca, parole, luci, fumo. Tutto il tormento interiore che si muove, contamina gl’altri organi, il giusto o non giusto; ma chi se ne frega! Bella amico mio! Un buon colpo, ti sei meritato il posto del mese tra gl’invitati alla mia pazzia! Una bella sensazione, Johnny; meritevole sicuramente. Quante stelle volavano sulle nostre teste intenti a rompercele. Mi vien da ridere ancora se solo ci penso. Alla fine a noi basta il mare, la luna e la buona compagnia. Belli fatti.

  • 22 luglio 2015 alle ore 14:44
    My Dear Elliòtt

    Come comincia: Elliòtt, ho poco tempo. Forse dire poco tempo è relativo, sarà un fatto di giorni quindi un tempo finito, volendo. E’ strano come avvengono le cose; più le si ricerca, meno risultati positivi hai; perché? Ho passato gli ultimi tempo a spostarmi senza sosta, senza mai stancarmi; ma poi la stanchezza viene, piano piano, ti assale e ti irrigidisce. Quando trai conclusioni e decidi, poi, di fermarti su quella tale conclusione subito di fianco ti si apre un varco con altre possibilità; perché? La vita beffarda ci rompe un po’ il cazzo e tu, nella tua magnifica bellezza, per un attimo mi hai fatto credere che un motivo ci potesse essere per abbracciare la conclusione iniziale; ma poi i bisogni primari si fanno sentire, non posso non dare loro ascolto. Baby, ho poco tempo ma, all’alba di ciò, se in tale momento il tuo bisogno è misto al mio sarebbe uno schiaffo bello forte a chi non credeva non fosse il momento. Alla fine i momenti siamo noi a crearli; è quello che faccio sempre perché per chi non ha tempo adesso non può passarlo a pensare quanto lo stia sprecando. E’ sempre stata una lotta continua, la mia. Presto, corri, il tempo scorre, tic tac, vai lì, fai così, su, giù, non ora, più in la blablabla fottute parole! Odio e temo il tempo; la paura di venir punito per le colpe di adesso negl’anni che verranno. Già provata come cosa; un po’ cruda ma realmente vera. Elliòtt, cara fanciulla; potrà il tuo sguardo misto alle mani preservar se stesse? Tu, bella seduta nel tuo mondo, attendi che esso possa smettere di far del male ma, ahimè, sbagli! Signorina dalla domanda sempre pronta e dal sospetto che vige dietro l’angolo; meritevole scoperta, desiderata scopata.   Ti bacio, dolce Elliòtt; spero di vederti al fianco mio stasera. In un tempo piccolo ma meravigliosamente grande.

  • 23 giugno 2015 alle ore 14:13
    A Night In Rome

    Come comincia: Blondie passeggiava per le vie di Roma in compagnia di Marì; ebbre d’alcool e voglia di far festa, le loro risate riecheggiano tra i viottoli ed il Tevere col suo scorrere quiete e silenzioso.
    Si fermano in un bar del posto (né troppo vicino né troppo lontano); si accomodano, cinguettano tra loro e miagolano di calore alla ricerca di prede da spolpare in una notte stellata dal titolo “Divertimento”. Accanto a loro, due tre tavolini più in là, Martine con quattro amici a birrecchiare.
    Tra una chiacchiera di Blondie, un occhiatina del bello Martine, gli sguardi si scontrano ed ecco l’approccio. Lui si alza va da lei, lei sorride e si presenta; vino, schiamazzi e mezze parole alimentano una passione che inizia a nascere. Dopo qualche oretta di pura conversazione, Martine invita Blondie a passar per una serata in un locale della zona.
    Pensieri, indecisioni, Martine lascia il proprio nome alla ragazza con annesso l’indirizzo del locale presso il quale recarsi nel caso, nel pensier di lei, volesse, poi, raggiunger lui.
    Occhiate, sorrisi maliziosi e imbarazzo sul viso, i due si salutano con la promessa di ribeccarsi l’ora dopo.
    Martine svanisce nel buio della notte con al seguito gli amici da tavolo; Blondie convince Marì ad accompagnarla alla serata proposta dal giovane amico.
    Partono alla ricerca del posto; camminano, sghignazzano, battute a luci rosse volano tra gl’alberi della strada arrivando al locale e scoprire, poco dopo, che di serate non v’è n’erano e che aveva anche chiuso da poco.
    Con sgomento per la sorpresa, le ragazze decidono di avviarsi verso casa e, alla fermata dell’autobus (che sembra non passare già da ore), chiedono informazioni ad un ragazzo lì accanto.
    Nel chiedere delucidazioni in merito a quale strada percorrere per arrivare all’abitazione, Blondie scopre che la zona in cui erano sbarcate era il covo di gigolò per bene; lungo i marciapiedi quattro o cinque giovani ragazzi gironzolavano lungo e in largo alla ricerca di prede. Con la tristezza sul viso di entrambe le ragazze nell’aver scoperto che la zona deserta in cui erano finite ospitava solo giovani ragazzi che davano piacere per soldi, tracciano una linea di pensiero nella mente riguardante il giovane Martine conosciuto al bar ore prima; la domanda posta era la seguente “Probabile che Martine fosse anche lui un giovane gigolò alla ricerca di compratori del suo sesso?”
    Probabilmente nel loro divertimento in cui l’obiettivo era carne fresca per una sera, il gioco aveva invertito i ruoli; da cacciatrici eran diventate prede.
    Che beffarda la vita.

  • 18 giugno 2015 alle ore 13:10
    Confession

    Come comincia: Era il massimo; il massimo che ci si potesse aspettare dal vuoto e dall’orrore di quella cosa che si chiama speranza (maledetta mietitrice di illusioni e ipotetici stati benefici).
    Iniziavo ad odiare tutto, qualsiasi cosa; oggetto, persona, paesaggio, animale.
    Com’è possibile arrivare a sfiorare livelli di follia così frequenti?
    In qualsiasi luogo andassi, era uguale; sempre tutto maledettamente uguale.
    Le paranoie, le ansie, l’umore ballerino, gli istinti suicidi, le belle parole buttate nel cesso di un epoca che fa cagare amaramente.
    Quante cose siamo costretti ad inventare per un bene comune? Quante fandonie, bugie, strategie effimere e beffarde saremo ancora costretti a edificare, indurire, produrre, per non essere giudicati, mal visti, non considerati, maledetti od oggetto di inquisizioni?
    Il mostro che aleggia dentro di noi, ormai, è a portata di mano; in pugno, sempre pronto agguerrito, a insorgere, evadere, aggredire o aggredirsi da solo.
    Culturalmente parlando, potrei fare del mio vissuto interiore un lavoro a tutti gli effetti; ma non si campa di questo, non ti pagano per professare il giusto o non giusto, quello che è stato e non sarà.
     
    Inizio ad odiare tutto, tutto quello che di bene o male possa esistere (quindi il tutto può tranquillamente includere il mondo).
    Possono l’odio ed il rancore spingere una persona ai limiti della sopportazione esistenziale propria e quella del resto? Certamente.
    C’è qualcosa nella testa che non funziona più, che non ha mai funzionato o mai esistito.
    La quiete manca da parecchio, amico mio, troppo tempo!
    E ogni volta è sempre tutto uguale, uguale a ieri, come oggi, sarà anche domani.
    Meritocrazia per il bene fatto? Nessuna.
    Non esistono né Dio, né la bontà, misericordia, fede, speranza.
    Invenzioni dell’uomo per fingere a se stesso che qualcosa di superiore c’è; si, sicuramente, noi stessi.
     

  • 11 giugno 2015 alle ore 15:44
    Deseo

    Come comincia: La guardai negl’occhi; tempesta nera di fragile illusione in quelle nere pupille indemoniate. Quella bocca a mò di ghigno prelibato; seccamente eccitante.
    Sguardi fugaci, tenera luce di folti pensieri misti alla chioma mora che portava intorno al viso; bellissimo, a parer mio.
    Giocava al gatto col topo (il topo, in quel caso, ero io).
    Sapeva come mettermi il desiderio e negarmelo freddamente come acqua gelida su d’un fuocherello vispo; e allora no, non ci stavo.
    La presi per un braccio con tutta la forza che avevo nel bicipite destro; l’ho portata a me, guardato il suo viso contrariato e, allo stesso tempo, tremendamente eccitato (le prese di posizione non sempre sono inutili).
    Le misi una mano sotto, iniziai a toccarla tenendola ferma; e lei mi guardava, occhi negl’occhi (avrei potuto mangiarmela tutta con solo i miei di occhi).
    Sempre più veloce, insistentemente si faceva la mia mano spazio tra le sue nudi cosce umide di troppo piacere.
    Hai voluto giocare per il semplice piacere di essere posseduta, cara fanciulla (ingenua puttana).
    Non facevi altro che desiderare ti penetrassi le carni senza non aver prima lottato per averti; una cacciatrice dal gioco inversamente perverso.
    Ma nonostante ci siamo fottuti entrambi, io quegl’occhi li guardo ancora e in quelle pupille nere come il veleno che ti inghiotte, avrei voluto possederti ancora, e ancora.

  • 09 giugno 2015 alle ore 18:31
    Borderline

    Come comincia: Stavo lì, seduto, chino sul mio stato depressivo mosso da troppi pensieri contrastanti; fuori luce, dentro il buio. Leggo. Rileggo. La musica non aiuta. Prendo la testa tra le mani ormai in perda al mio delirio mentale. Fermo in me stesso, inizio a vedere il mondo (la stanza) in un oblò grigio opaco che piano si allontana (o sono io dentro che mi allontano troppo dalla percezione reale che, oggettivamente, dovevo vedere). Intorno all’oblò grigio opaco inizio ad intravedere le mie palpebre interiori, ciglia e tutto intorno sempre più nero, come fossi risucchiato nei miei stessi occhi.

    Cazzo, che sta accadendo? Inerme tra la veglia ed il sonno cerco di muovere un arto, quello destro, ma intorno ai polsi corde nere che stringono, tirano forte; allora mi giro a guardare l’altro, stessa situazione (impotenza fisica). Continuo a guardare fuori di me mentre, contemporaneamente, dall’altro l’alto del mio cervello qualcos’altro sta accadendo; inizia un altro sogno.

    Gente, persone, amici; un cane tenta di mordermi il collo ma i miei movimento sono troppo lenti (non mi sono mai spostato di un millimetro) eppure dentro di me ho girato il capo a guardare la belva che mi assaliva. Un cane bianco senza occhi.

    Mi salvi! (ho pensato)!

    Dal sogno alla reale visione che avevo del luogo in cui mi trovavo, ansia, angoscia, paura, terrore, oddio mi uccidono! Volevo liberarmi da quell’orrore ma non era nel mio potere, il corpo non rispondeva di certo a me, ma al sogno in cui ero intrappolato.
    D’un tratto, le corde nere mollano la presa “Ah, sono salvo!”
    Riprendo fiato, mi giro intorno; le mie mani libere e i miei occhi assetati!
    Nel mio silenzio mi dico “Quanta macabra visione v’è stata in 60 minuti di perdizione?”
    La disperazione aveva invaso le vene della lucidità e perforato gl’occhi dell’immaginazione, inglobato in me stesso e lasciato in balia del mio attimo di borderline.

  • 08 giugno 2015 alle ore 12:28
    Questa è la storia di Billie

    Come comincia: Conosco una storia: Billie entra in un bar, si accomoda al bancone e tracanna un paio di bicchieri di Jack. Guarda l’orologio, poi si guarda intorno, uno sbuffo e due colpetti sul legno del bancone.
    “Un altro Jack!” ordina al barista.
    Musica jazz accompagna il deglutire del Jack liscio nella gola; Anya canta sul suo palchetto senza ritegno, come una soave regina del jazz interrotta, ogni quindici minuti esatti, da calorosi applausi.

    Anya; bella cantante nera dalla voce doppia e seducente.

    Altri due colpetti sul legno del bancone.
    “Un altro Jack!”
    Viene subito servito.

    Billie è un ex sognatore, lui che aveva tanto cercato di vivere libero e spensierato cercando di tenersi lontano da ansie, paure, problemi, solfe colossali e pippe mentali.
    Ma la sua voglia di vita è finita per rinchiuderlo in se stesso peggio di prima e affoga i suoi dispiaceri ubriacandosi ogni sera.
     
    L’orologio scocca la mezzanotte, Billie, ormai saturo di Jack, paga il tutto; si alza, guarda Anya che lo saluta con un sorriso, dopodichè prende la giubba ed esce dal bar.
    La notte è buia ed è nero anche nella mente di Billie; “colpa dei troppi Jack” si dice per svanire, poi, tra i quartieri a luci rosse della zona.
     
    Questa è la storia di Billie che a fatica affronta se stesso tuffandosi nel suo stesso peso interiore.

    Caro Billie, nelle difficoltà della vita non bisogna mai andare contro corrente; affogare l’intenzione in due dita di Jack e andando a puttane, di certo non ti libererà dalla depressione del vivere che ti compone.
    Per il resto, se proprio ci tieni, c’è il suicidio. 
     

  • 08 giugno 2015 alle ore 12:04
    Psicosi I

    Come comincia: Esistono delle realtà intimidatorie che nemmeno noi conosciamo.
    L’inconscio che conosce più del conscio e l’anima che sente più di quanto l’uomo possa udire.
    Ci sono cose che emergono in stati confusionari ed altre in stati di pura quiete; se né durante l’uno e né durante l’altro il conscio\inconscio non fa emergere nessun tipo di realtà (maligna o benigna) ci si trova in uno stato possibilmente definibile come “vegetativo interno – esterno”.
    Vivendo realtà effettive, non sempre si può parlare di stato vegetativo totale; se il corpo reagisce a stimoli non sempre la mente è spinta ad interagire in egual modo.
    Può essere inteso come quello stato che precede il meccanismo “della morte dell’anima”? Supposizioni, teorie, deliri.
    Credo di essere maniaco – depressivo.
    Preoccupazione? Spavento?
     
    Aspettiamo George, non inneschiamo la bomba prima di capire dove porla.

  • 06 maggio 2015 alle ore 12:56
    Caso Clinico I Paziente X

    Come comincia: L’uomo non può vivere senza amore.

    Tutto ruota intorno ad esso.

    Nel suo egoismo vive un incessante e costante bisogno della ricerca d’amore perché più che ogni altra cosa, sa che non può amare se stesso; sarebbe un processo innaturale e, in quest’atto mancato, esige dall’altro suo essere quella percentuale d’amore di cui l’organismo dell’anima ha bisogno quotidianamente.

    E’ da questo che nasce l’egoismo, il male, ecce cc perché vuole e deve sentirsi amato perché sa che l’amore che porta dentro non può completarlo al fine di trovare la pace. Non possiamo innamorarci di noi stessi, nel suo tumultuoso processo di crescita (che può avvenire in anni se posizioniamo il fattore tempo in un punto generico come ad esempio la crescita fisica e quindi l’invecchiamento ma, nel particolare, essa avviene in secondi se paragonato in processi organici e molecolari). Il corpo si muove 24 ore su 24 per il resto della vita fino a che non subentra la morte, di conseguenza, anche le percezioni, sensazioni, pensieri, parole si muovono con esso. Come se il movimento quotidiano del corpo smuova anche il muoversi dell’organismo surreale quale sia anima, pensiero, emozione.

    Detto ciò la domanda potrebbe essere “L’incessante ricerca d’amore da cosa nasce? Cos’è che spinge un muscolo come il cuore inteso fisico e reale e non quello astrofisico e surreale, a rendere l’uomo così tanto accecato? Che sia un semplice amore corporeo o un amore verso un essere che sia una donna o un uomo (o in casi molto più rari ma realmente esistenti verso oggetti o animali portando a ritenere questo tipo di amore una malattia psichica dell’uomo stesso)?”

    La parte più scettica suggerisce senz’altro una risposta del tipo “Non lo potremo mai sapere” ma, dall’altro lato, potremmo pensare “forse possiamo creare un processo di ricerca che possa spiegare al 30, 40% le possibilità esistenti che possono dare ipotetiche risposte e dati più o meno certi sul punto in questione. Sarebbe comunque un 60% di incertezza ed erronea visione psicoanalitica che potrà anche non essere ritenuta scientificamente o dal punto di vista medico esistente ma pur sempre possibile.
     
    Firenze, gennaio 2015.

  • Come comincia: Al pontile Ovest disteso sotto un cipresso, un uomo dormiente ubriaco marcio che teneva sotto al braccio una brocca vuota.
    “John, svegli quell’uomo!” Ordina Jona.
    “Subito signore!” a scossoni riesce a svegliarlo e tra urla di sgomento e il pallido intento di alzarsi Jona da inizio al suo interrogatorio.
    “Buon uomo, si alzi! Ho bisogno di porle alcune domande”
    “Sono cinque monete d’oro, bel signore! Lei chiede io rispondo!” schiamazzi d’alcool.
    “Facciamo che le porgo una moneta d’oro ed il permesso di restare ancora in queste terre, signore. Forse non si rende conto che sta parlando con il detective della zona” dice mostrando un tesserino cartaceo che dimostra il suo dire.
    “Oh, signore, mi scusi! Chieda, chieda pure” si alza in un lampo togliendosi il berretto e scusandosi in un inchino.
    “Mi hanno detto che ultimamente sono stato ritrovati cadaveri da queste parti. Sa darmi qualche spiegazione, mio caro?”
    “Non so niente, signore! Due lune piene fa sono stati ritrovate cinque carcasse umane sparse lungo la sponda Est del fiume. Tutte senza testa, un vero obbrobrio!”
    “Uomini, donne o bambini?”
    “Uomini, mio signore! Tutti uomini! Ma le carni restanti erano tutte rosicate.”
    “Come a nascondere il delitto.”
    “Esatto, mio signore. Senza testa e con le membra rosicate. Sono stati gli unici ad essere stati ritrovati in quella maniera. Per quelli di prima solo ossa o maciullamenti vomitati. Un vero scempio, un vero disgusto.”
     “Capisco. C’è una solo una belva che può fare questo, lo sa John?”
    “No, mio signore. Non credo di sapere.”
    “Maiali.” Aldamacco spunta dalle siepi nella notte fonda.
    “Esatto, amico mio. Maiali”
    “Maiali?”
    “I maiali sono gli unici animali che vivono nella quotidianità che sono in grado di mangiare veramente tutto quello che trovano sotto mano. Nei paesi dell’Ovest vengono usati spesso per far sparire tracce, prove, cadaveri o quel che sia. Sono veri e propri mangiatori di tutto. Ma come fa un uomo di qui a conoscere questa cosa?” chiede Aldamacco.
    “Me lo stavo giusto appunto chiedendo. Ma questo potrà essere sicuramente una prova!”
    “Una prova? Per indicare cosa?” chiede Aldamacco.
    “Che il colpevole è un uomo dell’Ovest. Per conoscere questo particolare dei maiali deve avere sicuramente origini del genere; quindi o è un emigrato o un uomo di qui vissuto in quelle terre per chissà quale tempo. O, arrivando ad un ipotesi molto più improbabile…” dice Jona guardando l’amico.
    “Cosa?”
    “Un uomo dalle conoscenze ineguagliabili sulla fauna tanto da conoscerne ogni particolare; tipo uno sfascia carni!”
    “Stai insinuando sia stato io?”
    “Non penso saresti capace ma, in tutti i casi, non è un ipotesi da scartare. Direi che ai miei occhi, mio caro amico, tu sia un sospettato più che valido.”
    “Tu sei pazzo!”
    “O magari potrebbe essere, lei signor ubriacone!”
    “Io? E di cosa sarei sospettato?”
    “Gli omicidi commessi sono avvenuti sempre con la luna piena, nei posti più bui sempre accanto a carceri nascosti. Questo lato della sponda del fiume è famoso per le grotte sotterranee adibite a carceri comuni, non lo sapeva? Anni addietro queste lande venivano usate per far pascolare i maiali perché il terreno fangoso è talmente ricco di proteine che fu stabilito il luogo più idoneo a far pascolare i maiali. Con le carceri vicine, spesso i contadini s’imbattevano in carcasse morte per via delle frequenti colluttazioni che avvenivano tra galeotti e non tutti avevano la meglio; così, chi moriva veniva gettato nel fango e mangiato per sbaglio dalle bestie ma questo non tutti lo sapevano. Sulla sua mano destra ha un tatuaggio non indifferente il che significa due cose: o lei è un ex galeotto scampato a qualche guerriglia carceriera o, nell’ipotesi più fantasiosa, rilasciato per la fine della sua pena di questo luogo o di altri, o ha lavorato in un macello dove insieme alle bestie anche i lavoratori venivano tatuati in segno di riconoscimento. Qui ci sono solo due macelli; uno a Glasville e uno a Poluare e da questo punto esatto sono abbastanza lontane da raggiungere a piedi e non penso che un lavoratore di macello faccia tanta strada per venire ad ubriacarsi su un pontile dimenticato da Dio. Poi se vogliamo aggiungerci la storia degli omicidi che avvengono nei paraggi posso solo pensare che lei sia amante del macabro o che si trovasse di passaggio sul punto esatto dove la luna piena scorsa è stato trovato un cadavere vomitato. O sbaglio, signor… ?”
    “Billie.”
    “Billie Jakins, ex galeotto di Poluare accusato dell’omicidio di Vera Tholk e Cristopher Tyu nella tenuta di famiglia nelle terre di Nuova Scow. Mi corregga se può.”
    Sgomento. Bravo il detective pensa John.
    “Voleva continuare a fingere di essere un ubriaco ai piedi di un cipresso o potevo sperare in un suo auto smascheramento?”
    “Lei è?”
    “Jonathan Walker, detective di Nuova Scow in vacanza a casa mia.” Sorriso.
    “Ho sentito parlare di lei.”
    “Lo so molto bene signor Jakins. Io e il capo della sicurezza Pief eravamo addetti al suo caso a quel tempo; ho avuto modo di studiarla anche se lei non lo sa.”
    “Ha fatto bene i compiti signor Walker.”
    “La cosa che ancora non mi spiego è: Come mai è qui a Manville sotto il travestimento di un ubriaco?”
    Gioco di sguardi tra i due signori.
    “Chi la manda?”
    “Il capo Pief. Sono stato condannato a dieci anni di reclusione di cinque di lavoro forzato e due al servizio dello stato. Ma saprà meglio di me che non tutte le accuse riescono a mantenere le condanne. Al mio terzo anno di reclusione, il capo Pief venne a farmi visita nella prigione di Nuova Scow per dei particolari sul caso Green.”
    “Il caso Green? Ma quel caso è stato archiviato tempo prima. Io stesso insieme al capo Pief lo chiudemmo; il colpevole arrestato e condannato a morte e spero che l’Iddio non abbia avuto pietà della sua anima per nessuna ragione al mondo. Mostro abominevole.”
    “Oh, certo! Condannato, morto e sepolto. Il commissariato di Nuova Scow non le ha fatto recapitare recenti notizie in merito?”
    “Notizie? Sul caso Green? Che volete ci siano notizie s’ un morto? A meno che di un morto si stia parlando.”
    “Lei ha l’occhio lungo. Mi permetta di accompagnarla presso la mia dimora; magari davanti a del buon vino ci si può raccapigliare qualcosa di più, non crede signor Walker?”
    Silenzio. Jona fa cenno a John di seguirlo per capirne di più; Aldamacco sale in groppa al destriero del giovane e tutti insieme si dirigono in una casupola nascosta dai cipressi poco distante dal pontile.
    E’ notte fonda ed in lontananza si odono civette e ululati con la brezza fredda che copre di rugiada i cipressi in dormiveglia.
     
    “Arriviamo al dunque signor Jakins. In primo luogo ci sono una serie di domande che, come mia solita prassi, devo porle.”
    “Mi dica signor Walker.”
    “Chi le ha dato questo alloggio? Cosa ci fa qui e cosa c’entra il capo Pief in questa storia; soprattutto, perché il caso Green sembra essere stato riaperto?”
    “Senza che lei me le ponesse ero già qui pronto a darle informazioni anche perché Pief mi aveva accennato che avrei potuto imbattermi in lei e il suo sagace naso. Le spiegherò brevemente:
    Come ho già detto prima al mio terzo anno di reclusione, il capo Pief venne a farmi visita nella prigione di Nuova Scow per dei particolari sul caso Green e fu lì che il caso venne riaperto. Quando i coniugi Tyu furono uccisi, facevo parte di un gruppo di malavitosi che bazzicavano per le lande in cerca di fortuna e nel mio gruppo faceva spesso capolino un uomo con il viso sfregiato e l’aria tetra che ci dava soffiate in merito a case da depredare o bottini da trafugare e fu in quell’occasione che venimmo a conoscenza della casa dei Tyu e, quindi, a decidere di far fuori i signori e rubare l’impossibile. Ci disse il piano, ce lo illustrò su carta compreso di pianta dell’immobile e fu interessante notare con quanta cura ci desse particolare e di quanta discrezione usasse invece nel non volersi immischiare in ruberie come se volesse farci un piacere senza trarne vantaggi. La sera prima del giorno del colpaccio, si presentò con una bambina incappucciata, la figlia probabilmente.”
    “Lisette…”
    “Probabile. Occhi verdi e capelli biondi? S’è così, si, era lei. Le chiese di bussare alla porta dei Tyu e regalare loro un cofanetto laccato in oro accertandosi che il regalo finiva nelle loro mani e poi doveva allontanarsi canticchiando come una normale bambina felice del dono fatto. Fui l’unico a scorgere tutta la scena, non so dire se per fortuna o sfortuna. La cosa andò in quel mondo. Non diedi molta importanza; era uno svitato, uno strano davvero e quella sua faccia sfregiata era al quanto raccapricciante. La sera del colpo, per nostro stupore, trovammo la casa blindata con una serie d simboli dipinti sulle facciate della casa; ce ne fregammo e irrompemmo brutalmente. Trovammo i coniugi chiusi in una stanza a pregare per la buona sorte ma ce ne infischiammo; prendemmo lui e lo trucidammo, poi passammo a lei. I miei compagni la violentarono poi le legarono i polsi e la gettarono nel fiume e come ben sa il corpo fu ritrovato solo pochi giorni dopo nel lago dove sfociava, morta affogata. Mentre prendevamo il bottino qualcosa attirò la mia attenzione; su di un mobile agghindato un cofanetto d’oro laccato come quello che avevo veduto nelle mani di Lisette. Incuriosito lo aprii e dentro c’erano due occhi verdi ancora con brandelli di carne penzoloni. Schifato lo gettai a terra e sembrava come se mi stessero guardando dritto nelle palle dei miei occhi. Rabbrividii e mi paralizzai; fu per questo che sono stato arrestato. Qualcuno aveva chiamato la sicurezza del posto e mi presero sul tempo.”
    “Un uomo ci urlò dalla porta del commissariato ciò che stava avvenendo per questo ci precipitammo; l’abitazione dei Tyu non era lontana, in un istante eravamo lì.”
    “Qualcosa mi disse che quegl’occhi mi avevano stregato. Quando fui incarcerato feci una serie di ricerche tra i galeotti presenti; i Tyu avevano una figlia anni addietro, Giselle. Bionda, occhi verdi, bella da mozzare il fiato. Morì tragicamente in un incidente in carrozza mentre lasciava Glasville per raggiungere Nuova Scow. Non si è mai saputo molto sul conto dell’incidente e chi ne sa qualcosa in più, non ne parla facilmente. Dovevo corrompere un bel po’ di gentaglia per capirci qualcosa. Tempo dopo venni a sapere dell’arresto di Green e dei suoi misfatti. Prima di venir decapitato, passò due settimane nel nostro carcere sotto stretta sorveglianza. Nessuno lo aveva mai visto; sapevamo della sua presenza ma vederlo, beh, un’impresa per coraggiosi. Ma io dovevo vederlo, dovevo togliermi un po’ di dubbi così, il giorno della decapitazione, sgattaiolai per dei condotti sotterranei spuntando sotto una botola che dava sul campo mortuario. Quando alzai la testa lo vidi; l’uomo sfregiato chino sulla pietra maestra che attendeva il suo boia, carnefice del carnefice di se stesso. La cosa raccapricciante è che alzò lo sguardo e mi fissò, dritto negl’occhi. Quegl’occhi da pazzo che esplosero in una risata schizofrenica. Una risata durata pochi istanti tramortita dall’ascia del boia che gli ha fatto rotolare la testa davanti alla botola dov’ero nascosto. Non so come, ma quella testa era ancora viva; con la lingua zuppa del suo stesso sangue mi scrisse un simbolo. Sconcertato chiusi subito la botola e ritornai alla stanza del carcere. Mi ero cagato sotto nel vero senso della parola.”
    “Che storia è mai questa! Per Dio!”
    “Mandai a chiamare Pief, gli raccontai l’accaduto. Mi disse che non c’era da preoccuparsi; lui era morto, la figlia mandata all’ospedale per bambine abbandonate e che il tutto andava archiviato. Da allora sono passati tre anni. Dopodichè Pief venne a farmi visita e mi chiese di raccontargli di nuovo la storia; completa di particolari mi disse che quel simbolo che mi aveva scritto sul terreno era apparso sulle case di tutte le sue vittime compresa quella dei Tyu e che Lisette era scomparsa. Essendo l’unico a conoscere fatti reali e quelli sconosciuti, mi disse che in tutta questa storia c’erano troppi collegamenti scollegati che avevano bisogno di ricomporsi ed il caso è stato riaperto con priorità la figlia Lisette. In seguito abbiamo scoperto che l’uomo condannato non era effettivamente l’uomo giusto, il Green decapitato non era il Green assassino, ma il fratello gemello che lui stesso ha sfregiato per punizione quando tentò di violentargli la figlia la prima volta. Se l’avessi aiutato nel caso avrei ottenuto la riduzione della pena da dieci a cinque anni con solo obbligo di servizio verso lo stato. Se questo caso viene risolto, io sarei un uomo libero dedito al suo paese.”
    “Mi sento così tradito dal mio partito; vorrei sapere il perché non sono stato messo al corrente dell’evento, signor Jakins.”
    “Semplice, Walker; il piano era di non destar sospetti ed attirarla nella tana del lupo. Mi perdoni.” Ispettore Philipe, braccio destro del capo Pief.
    “Il Capo Pief non voleva alzare polveroni inutili. Quanto meno si sa, meglio è per tutti. I tempi sono stati calcolati a dovere e poi, lei era stato congedato per un riposo più che doveroso, mi ha invitato l’ispettore capo a riferirle.”
    “Oh, cielo! Philipe! Anche lei qui?”
    “Le devo le mie scuse signore, era da un po’ che la stavo spiando; capirà il mio ruolo, non posso che rispettare gl’ordini.”
    “Si, si! So come vanno le cose. Che sciocco sono stato. Con tutta questa storia mi duole il capo.”
    “C’è un collegamento con la storia di questo Green ai morti che si stanno susseguendo a Manville?” chiede Aldamacco che per tutto il tempo è stato in silenzio ad ascoltare.
    Philipe e Jakins si guardano; Jona interviene.
    “Tranquilli, tranquilli! Di lui ci si può fidare.”
    Philipe e Jakins ritornando a guardarsi, poi fanno un leggero accenno col capo verso Jona.
    “Crediamo ci sia un collegamento.” Risponde Philipe.
    “E da cosa lo deduce?” Chiede Aldamacco.
    “Dalle decapitazioni e dall’uso del maiale per nascondere i corpi!” Risponde Jonathan.
    “Come? E da cosa lo si dovrebbe dedurre?”
    “In primo luogo, ragioniamo: se il capo Pief crede ci siano collegamenti uno di questi è senz’altro la decapitazione del finto Green e le decapitazioni attuali. A Nuova Scow, accanto al carcere, sorgevano fattorie di contadini emigranti. Le tecniche di allevamento sono su per giù le stesse se poi ci apporti modifiche lo fai solo se hai in te due consapevolezze differenti e quindi sei in grado di unirle. Quando Green fu decapitato ci fu la questione del cadavere; sotterrarlo e darlo in pasto ai vermi o… in pasto? Ma si! Diamolo in pasto ai maiali!”
    “Oh, si, certo! Ricordo la questione.” Dice Philipe guardando estasiato Jona.
    “Ma agl’uomini di religione sembrò troppo inopportuno far sparire un corpo in questo modo, quindi si decise per sotterrare il corpo in una campagna desolata a poche miglia da Nuova Scow. Il dottor Merendille si occupò delle pratiche mortuarie. La testa di Green, anche se ora mi sovviene da dire, il falso Green, fu riattaccata al corpo con grande maestria. Il dottore sa il fatto suo quando si tratta di curare i morti il che è un po’ strano dato che dovrebbe curare i vivi. Una volta sotterrato, fu emesso un emendamento per tutta la città; il divieto ad allevare maiali a fine di lucro o tutto ciò che non era concerne alla semplice attività di allevamento per la tavola ed al palato. Per questo nel corso degl’anni si è persa questa conoscenza in proposito. Quindi, analizzando un po’ la questione, i due indizi sono collegabili al caso Green.”
    “Lei è brillante, signor Walker!” Gl’occhi di Philipe luccicano per il suo beniamino.
    “Quindi, se diamo per esatte tali teorie…” Irrompe Aldamacco.
    “Il vero Green è ancora vivo.” Risponde il signor Jakins.
    “Bene. Dunque, miei cari, mi giunge al cervello un solo pensiero; nel momento in cui il caso Green è stato riaperto, non ci resta che metterci al lavoro per concluderlo del tutto. Non crede John?”
    “Oh, si signore! Non si dimentichi, però, il pranzo con il signorino Maxime l’indomani.” Dice ponendo il soprabito sulle spalle di Walker.
    “Giusto, John, giusto. Come farei senza di lei.”
    Si congedano e fanno ritorno alle loro case. 

  • Come comincia: Manville, paesino che sorge ai piedi delle montagne del Tenkaai dove la notte è più lunga delle ore giornaliere; si presenta come una vera e propria roccaforte. Le case sono costruite in grotte scavate ai piedi della montagna spuntando qua e là come fuocherelli nella roccia. Accanto il porto, la zona più lugubre e buia del paese dove spesso mercanti e trafficanti si deliziano in rubaglia e omicidi tra furfanti. Poco più distante Glasville la parte più nuova di Manville, dove le case sorgono su piattaforme in legno e paglia nella zona più calda dei piedi della montagna dove il sole regna rispetto alla notte. In quel periodo Manville era soggetta a forti venti del nord dove tegole, alberi, barche e via discorrendo, venivano depredate, sradicate e date in pasto al mare o alle pareti della montagna; il bestiame veniva spazzato via, le terre coltivate perdevano radici e il freddo ammutoliva ogni cosa. In un giorno di fioca luce e di vento incalzante, approda giù al porto Jonathan Walker; giovane uomo sulla trentina, aspirante detective e pupillo dei dottori Merendille e Pief (rispettivamente medico e capo della sicurezza da Manville a Poluare città emergente nella formazione di giovani detective). Città natale Glasville a cui fa ritorno dopo anni di dottorato all’estero per riabbracciare la famiglia lasciata anni prima per dedicarsi agli studi oltreoceano.
    “Signor Walker!” Walker scende dalla nave attraccata da pochi minuti e a riceverlo l’amico di famiglia John.
    “Oh, John! Che piacere rivederla vecchio mio, come sta?” Chiese Jonathan con un caloroso sorriso.
    “Oh, è sempre un piacere rivederla, signore! Io sto bene. A parte il vento, un po’ di amarezza per il bestiame e i campi, signore!”
    “Noto, noto, John! Ma dopo tutto abbiamo sempre saputo che Manville è una città ventosa, passerà passerà! Ma la prego mi porti a casa, sono così stanco!”
    “Oh, signore, sentiti auguri per la sua promozione! Venga, venga, la porto subito a Glasville!”  
    Saltati in carrozza, John porta il giovane Walker a destinazione. Fermi alla tenuta dei Walker, John aiuta Jonathan con le valige aprendogli la porta e annunciandolo alla famiglia.
    “Signori Walker, il signorino è tornato!” urla di gioia nell’atrio della casa e subito a precipitarsi dalle scale delle stanze superiori madre e padre Walker, la figlioletta appena maritata, Diletta e il più piccolo della famiglia, Maxime con otto anni appena compiuti.
    “Calorosi abbracci per il mio primogenito, orsù!” gridò di gioia l’anziano Walker dando pacche sulla spalla al figlio stordito per le feste della famiglia.
    “Oh, Padre! Che gioia infinita! Madre fatevi abbracciare! Diletta, per l’amor di Dio, sempre più bella e tu Maxime, cresci a vista d’occhio anche se il mio è stato lontano!” Feste, calorosità d’animo e la grande cena per deliziare il ritorno dell’amato prediletto del casato Walker. Seduti alla tavola imbandita, Jonathan fu messo al corrente delle novità successe negl’anni; il padre aveva acquistato una raffineria di zucchero nelle lande collinari che gli aveva portato un ingente fortuna, la madre aveva preso a carico la formazione di alcune fanciulle figlie di nobili di Manville; la sorella Diletta aveva trovato un ricco marito venditore di tabacco a Poluare e il piccolo Maxime era diventato muto in seguito ad uno spiacevole incidente al porto dove aveva assistito alla tragica morte dell’amico Joulien per mano di ignoti.
    "Oh Maxime, sono così rattristato della notizia!” disse Jonathan al fratellino abbracciandolo forte e regalandogli, l’indomani, un cagnolino a pelo corto agile e scattante come guardia del corpo.
    Nelle ore di sole, Jonathan accompagnato da John, fa un giro al porto entrando alla bettola ove tempo addietro si sedeva con amici a bere nelle notti insonni.
    “Jonathan!” Urlarono gli amici “Con quale dei venti sei arrivato?”
    “Amici, amici! Con quello dell’Ovest, credo sia stato. I miei studi sono terminati e posso finalmente dedicarmi un po’ a quello che ho lasciato.”
    “Male affare! I detective non sono più ben accetti in queste terre!” proferì Aldamacco.
    “Aldamacco, ma cosa dici? Tu che da piccolo non facevi che parlar di giustizia, proprio tu vieni a dirmi queste cose?”
    “I tempi son cambiati, Jona. Lì fuori fa così spavento che anche la sicurezza notturna è diminuita per la troppa paura.”
    “Le strade di Manville son diventate così oscure, dunque?”
    “Il porto ulula di tormento. Qualcosa si aggira spaventoso nei viottoli e lungo i canali che collegano Manville a Glasville. La notte non è più sicura, qualcosa si nasconde tra le foreste sopra la montagna che di notte scende fin qui a spargere paura e terrore.” “Catastrofico come sempre!” s’intromette Marianne, la bella figlia dell’oste, vecchia amica di Jona e Aldamacco (amante di entrambi, fidanzata di nessuno).
    “Marianne. Il tempo ti rende giustizia, mai più bella di ora!” prendendole la mano, Jona la bacia appassionatamente.
    Gl’occhi azzurri di Marianne si posano sulle mani ben curate del giovane amico, lancia un occhiata ad Aldamacco, poi si morde il labbro e lascia cadere il fazzoletto che aveva nella mano.
    “Oh, mia bella. Hai perso il fazzoletto” lo prende Turin il servetto.
    “Quanto tempo speri di restare?” chiese Marianne all’amico rientrato.
    “Quanto basta per capir se di restare sia il diletto o se desiderato io sia altrove”.
    “Vedo che la mente poetica non ti ha abbandonato”
    “Oh, no, no! Durante i miei studi ho potuto godere anche di buona scrittura e scrittori, romanzieri e narratori. E poi, i tuoi occhi, Marianne, sono turbini di zaffiri che rintoccano il cuore con il suono dell’amore” disse guardando la sua bella congedandosi, poi, arrivando ai colli accanto con l’amico Aldamacco ai piedi della montagna.
    “L’orrore scende da quelle foreste?” chiese all’amico guardando in alto la montagna. “Si, Jona. La polizia di città non è che buona a nulla. In due settimane non so quanti morti abbiamo pescato dal mare, trovato nei campi e scorto appesi ai rami degl’alberi più vicini. C’è qualcosa che non va”.
    “Stanotte starò lungo il fiume, sul pontile a ovest. Ho sentito che lì ci sono più probabilità di pescare un morto dal fiume che un pesce vivo. Starò con John e se vuoi unirti, sei il benvenuto.”
    “Verrò a notte fonda. La sera aiuto Phil e James alla taverna. Sgozzo maiali, lo sapevi?” “Il colmo di un uomo che non mangia carne è di ucciderne. Che testa.” “Signore, si ricordi della cena di stasera! Il marito di sua sorella Diletta è in viaggio per porgerle i suoi saluti, signore!” S’intromette John.
    “Ah! Per Dio, me n’ero scordato. Grazie John! A più tardi Aldamacco porgi i miei saluti a Marianne.”  
    In sella ai cavalli, Aldamacco fa ritorno alla locanda; Jonathan e John fanno ritorno alla tenuta Walker dove tutti sono intenti nei preparativi della cena.  

    “Caro fratello, dove siete stato?” Diletta accoglie l’amato familiare proponendogli una passeggiata nei viottoli di Glasville.
    “Mia cara, cosa dovrò aspettarmi questa sera da tuo marito? Parlami di lui” chiede camminando al suo fianco tenendola col braccio sotto al suo.
    “Oh, mi fai arrossire! Geremia è così gentile! L’ho veduto un giorno al porto appena sceso dalla nave! Era tornato da Megdhir la città più ricca della sponda opposta a Manville. Così composto, bello, i raggi del sole lo rendevano d’oro!”
    “Immagino! L’amore pone sempre un velo d’oro sulle palpebre di chi s’imbatti in esso.” “Ti parlerà sicuramente dell’industria di tabacco che ha in quella città (è un uomo d’affari, lui) ed anche molto considerato nel campo dell’imprenditoria. Cercherà di accattivare le tue grazie come lo è il miele per le api! Dio mi aiuti se dico il contrario! Ci siamo sposati la primavera scorsa e quanto c’è dispiaciuto che tu non sia potuto venire.”
    “Lo so, mia cara. Ma ero nel pieno degli studi e non potevo distrarmi dal mio percorso. Ma vederti felice rende contento anche me!” Risate e schiamazzi.
    Durante la conversazione Marianne spunta nella piazzola principale del porto e scorge i due fratelli conversare felicemente uno negl’occhi dell’altro; alle sue spalle il padre oste la scopre a seguire i due con lo sguardo.
    “Marianne.” Irrompe.
    “Padre. Mi chiedevo dove poter andare a prendere le erbe che mancano alla scorta in magazzino.”
    “Cercavi risposta guardando il giovane Walker tornato da oltreoceano?”
    “Suvvia! Dopo cinque anni vederlo passeggiare qui sembra quasi una visione.” Sorride lei.
    “Mi sono sempre chiesto se quel giovane arguto aspirante detective non fosse mai partito, quale dei due avresti scelto per maritare. Il pezzente sfascia maiali o l’ingente signore della giustizia?”
    “Alla fine ho scelto il rozzo oste e la sua saccente osteria di borgo. No?”
    “La tua lingua è aguzza più delle mille forchette che ho in cucina, straccerebbero le carni di qualsiasi buon partito. Che l’Iddio ti ha fatto bella ma anche maledettamente testarda figlia mia.”
    “Dopo tutto mia madre non era migliore di me, mi pare.”
    “Misera fine, poveretta. Su, torna a lavoro! Dal suo ritorno non so se ne potremmo giovare fortuna o impavido sgomento.”    

    La cena della sera si compie angelicamente tra buon cibo, calici di vino e racconti di lavoro in terre lontane.
    “Ma ci racconti qualcosa di lei, giovane Walker. Avrà sicuramente qualche aneddoto da raccontare durante i suoi studi per diventare detective” chiese Geremia a fine pasto, con tutti i commensali ancora seduti che approvavano la scelta della prossima conversazione.
    “Oh, beh, Geremia, sicuramente. Non credo, però, siano conversazioni adatte alla tavola, per Dio.”
    “Suvvia, fratello, raccontaci; son curiosa anch’io di sapere qualcosa! Da quando sei tornato non ne hai mai fatto parola” la sorella accompagnata dagl’altri.
    “Va bene, va bene. Potrei raccontarvi dei giorni di prova che si sono tenuti alla Nuova Scow.”
    “Siete stato alla Nuova Scow?” chiede Geremia “E’ la città più buia con il maggior tasso di criminalità! Da brivido, mi hanno raccontato ma bisogna sempre vedere con occhi quello che la gente dice, non trova?” Gl’occhi celesti di Jonathan perdono di consistenza; lo sguardo si svuota e facilmente si nota quanto i suoi ricordi stavano facendo a cazzotti con la ragione per i momenti vissuti in quei sobborghi luridi e abietti. “Le dicerie non sono tutte false. Nuova Scow viene chiamata anche la città che non dorme mai; posta a confine tra due terre desolate, spesso accoglie persone scampate a chissà quali storie o angherie e, mosse dalla paura, sono disposte a commettere atti così impuri che vengono giustificati dalla sopravvivenza.”
    L’aria della casa si fa silenziosa e pesante; alcuni commensali rabbrividiscono al tono melodrammatico di Jona.
    “Eravamo in tre insieme al dottor Merendille e l’ispettore capo Pief. Ci avevano detto che in uno dei sobborghi della città si nascondeva un criminale dai gusti… insoliti. Andava in giro di notte a rapire giovani bambine tutte dai capelli biondi e dagl’occhi verdi; le portava nelle grotte imbavagliandole e stuprandole violentemente. Ad atto compiuto, le cavava via gl’occhi e le bruciava appese agl’alberi. Dopo notti di studi e pedinamenti, arrivammo al colpevole; ma solo dopo sette vittime. E non fu nemmeno per la nostra bravura. Fu stesso lui a commettere un errore che ci condusse a braccia aperte all’interessato.”
    “Quale fu l’errore?” chiese Geremia.
    “Nell’ultimo omicidio si ustionò una mano. Fu il medico che lo medicò a darci la soffiata beccandolo in flagrante mentre stava abusando della figlioletta. Ricordo ancora gl’occhi della figlia Lisette; aveva uno sguardo così perso e vuoto, le lacrime uscivano per inerzia come se fosse abituata a tutto quel dolore.”
    “Che n’è stata di lei?” chiese Diletta. “La portai in un’ospedale vicino la città che si occupava delle bambine abbandonate. Quando me ne stavo per andare mi prese la mano, mi avvicinai al suo visino e mi disse – Il mio papà era buono – come si fa a dire una cosa del genere?”
    Silenzio in sala.
    Dopodichè l’anziana Walker prese la parola, esordì con battute fuori dal discorso, riprese un po’ l’attenzione di tutti e riuscì a portare i commensali nel giardino e la tranquillità ripiombò in casa mentre Jona era ancora seduto a tavola guardando il vuoto e fumando un sigaro.

    A sigaro terminato John pone il soprabito sulle spalle del giovane Walker portandolo ai cavalli; destinazione pontile ad Ovest.

  • 25 febbraio 2015 alle ore 20:22
    Il Teatro Degli Amori

    Come comincia: In un paese della Valle della Loira ci vivevan due mucchietti di gentil persone che si cibavano di lavoro e d’illusione.
    Nell’occhio del ciclone, Teseo e Giunone, giovani fanciulli dal nobile cuore che sfociano, nel buio, in una clandestina relazione che di mal inganno, di certo, non duole ma che sulle bocche inviperite dei corrispettivi contendenti alle loro grazie, tiravan su di essi lingue aguzze e peggior affanni.
    In un dei castelli che sorgevan sul pio fiume, le loro voci si udivan squittire e le leggiadri carni ardenti schiudersi in secreti amanti.
    Nel loro viver di beatitudini e magie, il filo della felicità si spezza in un vortice di bugie portando la leggiadra Giunone a decidere di attraversare infinite lande desolate per allontanarsi da quel suo gentil amore.
    Ma un giorno un coraggioso condottiero giunto nelle terre lì vicine, scorge la bellezza di Giunone che, controcorrente, vien rapita dall’impavido dormiente ed il povero Teseo, con la tristezza nel cuore, cede all’inganno del malsano amore.
    Lucilla, figlia del panettiere, rinchiude il cuore dell’amato Teseo che, con la scomparsa di Giunone, tende la mano a quel cattivo affare.
    Ma quando Giunone, scappata dalle grinfie dell’ignoto vigore, viaggia lungo e in largo fino a ritrovare le braccia del suo perduto amante, sente affine il tradimento dell’amato compagno e con il rammarico sulle guance scappa, corre, verso le nuove france.
    Bella e vispa la Lucilla che, battendo a ridosso sul chiodo ben saldo, accattiva il suo miglior pupillo. Non fu, poi, brava fino a tanto ma, con la ferita ancora aperto nel petto, il povero Teseo donò parole di conforto all’amata fuggita in chissà quale posto; colpita da così tanto prospetto, la disperata e piccola Giunone, abbracciò quel segno come se l’invito fosse aperto.
    Ma quando, innamorata concezione, decide di raccogliere le parole del vento, il suo Teseo respinse le foglie per dispetto.
    Morta di dolore, allora, derise il suo angelico cuore accontentandosi dei gentil sussurri di quei teneri amanti che nel lungo viaggio furono, per essa, pur presenti.
    La storia muore con il povero Teseo che diviene vittima di Lucilla, l’infida lucciola di libidine spiglia e della bella Giunone che dà in pasto ai cani il suo cuore, vendendo il corpo in cambio di calore.
    Così Teseo perduto nella scelta presa gettando la sua resa, domina con insensato sgomento il mostro che si è scelto e la bella Giunone, perduta nel suo amore, accetta con inesorabile rassegnazione un giovinotto di buona intenzione.

  • 24 febbraio 2015 alle ore 14:00
    Isabella, Tempo e Follia

    Come comincia: Avevo intenzione di scrivere parole, di dare sfogo al cuore nel suo momento più delicato, la notte.
    Ma non tutto mi uscì o, se proprio vogliamo, dovevo tenere conto che quello che frenava non era di certo la mente ma la mano stessa.
    Dovevo aspettarmi di pensare che andando contromano qualcosa mi poteva ferire.
    Mi sono fatto prendere dalla frenesia del cuore (oh, menzognero cuore!) e dalla follia e dal tempo:
    Oh, no, dannata follia! Tu che accechi le nostre anime dandole in pasto alla reale virtù del tempo; tu che con la tua cotanta bellezza risplendi nera e furtiva nelle menti di noi giovani mortali, tu!
    Oh, sì, tu, follia! Tu che hai mosso le brutalità e l'ingegno di cui la terra si macchia giorno per giorno, oh, sì, ti prego! Risparmiaci il tedioso momento in cui tu, sublime, esplodi nella mente e pervadi le membra arrivando alla mia mano che commette inganni, prosa e dolore per chi, a quel tempo, di follia mi cibava.
    Tempo, maledetto tempo. Tu che togli piaceri e malori, oh, tempo!
    Se t'ingannassero, tu, troveresti comunque il tempo di capirlo! E fingere che non esisti è come ripudiare che il mio stesso corpo abbia fine! E se pure credessi che tu fossi nullo, ci sarebbe comunque qualcosa che di preciso a te ci ricondurrebbe.
    Oh tempo, maledetto tempo! Vittima e carnefice di te siamo e se ci fosse una terra senza tempo, uguale, noi lo inventeremmo! Perchè senza di te, amico tempo, tutto può sembrare più bello ma noi sappiamo quanto brutto può essere il non averti accanto e se le lunghe distese di erbe e di fiori, e il vivere e morire sarebbe nullo e nullo fosse tutto questo, allora noi non esisteremo.
    Oh tempo, maledetto tempo, con l'aprire e il chiuder delle ciglia è come se rintoccassimo il primo e l'ultimo tocco di te stesso, in balia delle onde nere che contro l’anima si scagliano punendo la parte più pura per sino nel cuore dell’oceano!

    Isabella, di certo non son qui a chiedere perdono; né a te ne ad altri, ma solo a me stesso. La volontà è infida e la realtà ancor di più; e tu sottratta al canto mio giovane, non m’appari che più bella e maestosa ti mostri con mera finzione.
    E in alto si eleva il canto, il grido sordo del disperato chiarore del cielo, che con la mano dico addio a quei sogni di agonie e di puro impero.
     

  • 23 febbraio 2015 alle ore 10:23
    Cantastorie

    Come comincia: Ernèst era figlio del mondo; aveva sui trenta e passa anni e aveva viaggiato molto con in spalla la sua chitarra per mari, monti, campagne, montagne, e oceani burrascosi.
    Figlio dell’arte, si era trovato per caso nei luoghi più svariati delle Americhe e dell’Europa, cantando e suonando senza sosta. Si era insidiato in tribù, accampamenti, tra persone conosciute e sconosciute che gli avevano regalato emozioni, sensazioni e molte storie da raccontare.
    Nel corso del suo viaggio, Ernèst aveva potuto ben vedere quanto bello e sporco fosse il mondo cantandone le lodi e tessendo i suoi ricordi.
    Era un tipo chiacchierone, amava le cose belle e le donne; nelle sue mani era passato di tutto (tra droghe e puttanelle, era diventato quasi un Dio in terre lontane).
    Quando il viaggio lungo vent’anni lo aveva portato a rincasare nelle terre natie, aveva avuto come il bisogno di narrare quelle storie vissute quasi a non dimenticarle mai.
    Chiunque incrociava la sua strada, s’imbatteva in quei racconti fantastici e mistici rimanendo quasi incantato.
    La storia dell’uomo dalla gamba di legno in Messico, il vissuto nelle terre arabe nei campi di coltivazione della marijuana, i teatri in Colorado, il mare della California, le band di musicisti neri a San Francisco, le strade di Granada, le bevute a Berlino, gli amici di Porto, il deserto in Kenya, le oasi di Tenerife, i problemi con la legge negli USA, le passioni in Perù, il caos di Londra, i funghi allucinogeni in Olanda e via discorrendo.  
    Lui parlava, raccontava e pendeva di bocca in bocca fino ad incrociare la mia.
    Un cantastorie vomitato dal mondo, un perenne amante della vita che gli aveva dato tanto più di quanto immaginava e, fermandomi a pensare, posso dire che era stato abbastanza fortunato e coraggioso ad abbracciare così pienamente tutto ciò che la vita gli aveva dato fino a quel momento.
    Impavido e pieno di se, credeva che poteva arrivare molto oltre quel limite ed è così ch’è divenuto piccolo cantastorie della città. L’esperienza ti fa bello sicuramente ma se non sai dosare quel bello che ti è stato regalato, puoi quasi cadere, poi, nel ridicolo a parer mio.
    Ti si crea un personaggio e poi difficilmente puoi abbatterlo od eliminarlo; ed Ernèst era un po’ così. Dal canto mio, di personaggi, ne ho veduti (non tantissimi ma, per la mia classificazione, abbastanza da non volerne vedere o, magari, frequentare altri).
    La sua età avanzata (e che avanza) come per ogni uomo, lo porta a voler ora sicurezza, un cantuccio bello e confortevole dove poter mettere radici e finire la sua vita, si, ma non di certo per me.
    Con lo spirito giovane che si trovava, sapeva che in realtà lo poteva abbandonare in qualsiasi momento e così Ernèst aveva deciso, inconsapevolmente, di attorniarsi di tutto ciò che era bello e giovane e quale meglio di fanciulle delicate e piene di vita a cui poter raccontare storie così affascinanti tanto da indurle a pensare “Oh, sì, bel cantastorie (anche se di bello estetico aveva ben poco) fammi tua e dedicami canzoni d’amore!”?
    Ma non tutti stanno al suo gioco, o almeno, non io sicuramente; poteva anche affascinare Ernèst ma non era di certo ciò che io volevo o cercavo o addirittura che mi servisse in quel momento.
    Il piccolo cantastorie era un ottimo passatempo, dolce e carino per i suoi modi da burlone e cantautore, ma, come si dice, a me non fregava una vera sega! Poteva fare, dire tutto quello che voleva, non ero di certo caduta tra le sue mani come un fagiano o, meglio ancora, come un pesce di mari esotici al suo gentil amo.
    Allora avevo capito che da quell’elemento bisognava prendere il “bello”, farlo mio, e trascrivere il tutto senza mai espormi o dare modo di fargli continuare il giochetto delle storie per farmi abboccare.
    Ovviamente Ernèst n’era totalmente inconsapevole del perché lui facesse e dicesse, racconta e ama, ride e suona; sembra quasi che a volte passi da persona a persona solo per il bello di elogiare le sue gesta.
    Allora posso ben raccontare io una storia, a questo punto; la storia è che un figlio del mondo viaggia, viaggia e viaggia poi ritorna e tra tante persone, imbrocca me.
    Si vive passione, dolcezza e persuasione e la storia finisce che lui muore schiacciato da se stesso con solo i ricordi di quel viaggio nelle mani sue vuote.

    Bel finale direi.

  • 20 febbraio 2015 alle ore 15:48
    Carcere Rosso

    Come comincia: Ad un certo punto le cose accadono e s’incastrano, l’una con l’altra dentro quell’altro e così via.
    Come tante celle costruite una dentro o accanto all’altra collegate tra loro da un invisibile filo del destino che tesse ogni singola emozione o situazione; una vedova nera che intrappola le sue vittime in tranelli abietti e poco costruttivi che però, per magia, alla fine sembra avere un senso se vogliamo.
    La situazione mi appariva come un carcere rosso; ed io ero l’imputato, il giudice e l’aguzzino. Che triste realtà contorta.
    Nel mio cervello c’erano troppe informazioni, situazioni sulle quali affacciarmi ed affrettarmi a risolvere e poi quelle che nulla c’entrano ma che, per via della vedova nera, s’intrecciano alle cose reali ed esistenti senza nemmeno chiedere il permesso.
    Viktoria e Buba erano i miei compagni di cella (quelli a cui non badavo ne ascoltavo ma, in quanto uniche persone reali con cui condividevo quel carcere, dovevo rendere almeno qualcosa che fosse stato un gesto, una parola, una compagnia o semplice falsità quotidiana).
    Poi c’era Melissa, l’unica amica che ho sempre avuto e che desideravo ardentemente rimanesse con me fino al calar della vita; quella mano dolce e confortevole di bella leonessa amante della vita dedita a sol se stessa ed al suo irrequieto cane bianco e nero; e poi c’era lui.
    Ernèst. Ernèst era quel tassello più improbabile che alla mia vita non serviva minimamente eppure era entrato nella mia linea; anche lui aveva un posto nel carcere rosso che mi ero creato nella mente ma aveva un posto riservato, quasi nascosto al mondo. Non che me ne vergognassi, ma essendo lui l’improbabile, mi piaceva fosse quella carta nascosta da scoprire in reale caso di bisogno.
    Artista fin nel midollo, Ernèst cantava e suonava di amore, passione, la vita ed il mondo, di viaggi e di donne, di canne e di fronde.
    L’amico fragile dell’improbabile caso umano qual’ero, messo in un angolo a rimuginare su vita, morte e miracoli passati presenti e futuri senza capirci un emerito cazzo. Sapevo che dovevo campare e cercavo di farlo nel modo più normale possibile (anche se, a dire il vero, sono un tipo abbastanza plateale). Fuggire nuovamente era quello che volevo, ma per farlo dovevo organizzare bene i miei passi e non potevano esserci margini di errori; assolutamente no.
    Jenny sarebbe stata la persona perfetta; ragazza semplice e carina, giovane e innocentemente maledetta (sono sicuro sia così).
    Ma no, no! L’improbabilità non deve aleggiare perpetua nella mia mente; sto mischiando fantasie e realtà, che confusione! Avevo impostato la vita reale in un carcere e quella irreale nel mondo attuale.
    Ernèst era un uomo o una donna ai miei occhi? E Jenny? Era la barista del bar dove andavo di solito a sbronzarmi, o era l’amante uomo del momento?
    E io? Chi sono ora a parlare? Il me prigioniero? La vedova nera? L’amante delusa da Pablo o il dannato Mr X che deve risolvere dei problemi?

    Mi sento un po’ confuso.

  • 16 febbraio 2015 alle ore 14:33
    Bello Ma Sporco

    Come comincia: “Ti smarrirai nelle orbite oculari dell'angelo caduto e, gridando sotto voce, dire al vento del sud che l’amore è amore se, a darlo, sei tu.”
    Bella la poesia. Riesce sempre a dare quel tocco magico e confortevole di chi, sfrenato sognatore, crede che le cose siano ancora belle; che il mare sia profondo e i gabbiani al meriggio siano l’apice del romanticismo.
    E poi t’imbatti in cose del tipo “Si, come un angelo scopava divinamente, oh sì, se scopava da Dio (o con Dio), non lo so, ma in tutti i casi sapeva fin troppo bene il fatto suo.”
    La poesia può tradursi nelle realtà rude, come un atto sessuale che raggiunge anch’esso l’apice del paradiso sfiorando il “bello ma sporco”, come prendere l’assassinio di una fanciulla lasciata agonizzate sul marciapiede.
    Continuare dicendo “Come se fosse stata la regina delle puttane e meritava molti soldi, oh sì, se li meritava. Una scopata con quella donna e avresti dimenticato ogni cosa, qualsiasi essa sia fosse.
    La sua bocca carnosa così affine ai miei genitali, era l’apoteosi del sesso; il sublime stato di assuefazione frenetica psicofisica dell’uomo! Un solo dito in quella bocca e sarei stato capace di venire dall’unghia se fosse stato anch’esso un organo genitale.
    Aveva lo sguardo di chi sembra farti un piacere, più per te che per lei stessa. Quella sua vagina candida e calda sembrava il morso della morte (e se morte fosse stata, mi sarei lasciato prendere senza pensarci troppo).
    Sapeva metterti il desiderio e sapeva anche come togliertelo. A due passi dal paradiso che si costruiva, era capace di togliertelo come se fosse stata lei ad ingravidare me e non il contrario.
    Oh, mia bella! Scoparti equivale a tutto l’oro del mondo; a tutti gl’occhi che ho potuto vedere in passato e tutte le bocche che avrei baciato in futuro.”
    Non è anch’esso altrettanta bella poesia corporea? Se magari a parlarne fossero le membra stesse potremmo leggere dei suoni che emette ad ogni singolo sussulto per accostarlo a fatti irreali tipo “perché candida giacevi sul cumulo di stracci avidi di piacere, dove dita frenetiche penetravano dolci sulle fosse del viso morente d’ardore”.
    Mostruosamente sublime!