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in archivio dal 13 feb 2008

Daniela Montella

22 novembre 1985, Napoli

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  • 29 dicembre 2008
    Inferno

    Qui dove tutto è buio.
    Qui dove la nebbia è nera
    e il vento è un unico grido
    di polvere da sparo.


    Qui dove le montagne
    sono denti insanguinati
    e le ossa fischiano
    nella tempesta.


    Qui dove i vetri nascono rotti
    E i muri nascono marci.
    Dove i rovi stringono i polsi
    E le grida spariscono.


    Qui dove le lacrime si asciugano
    Prima di essere versate
    E dove nessuno
    Ti può vedere.


    Qui dove i sussurri
    Sembrano grida
    E le grida
    Le porta via la pioggia
    E la pioggia
    Si mischia al sangue


    Qui dove il sangue
    Diventa un profumo
    Che evapora presto


    Qui dove non esistono parole
    Non esistono pensieri


    Non esiste ieri


    Qui dove resistono
    Solo i rimpianti


    Qui dove sono arrivata io.
    Qui dove muoio io.
    Muoio perché la vita è sparita
    La vita è bandita
    Da queste terre
    Qui dove nessuno
    Sa davvero di esistere.


    Ricordo ancora come sono
    Arrivata qui.


    -


    Cicatrici appena nate,
    cicatrici-bambine,
    piangevano
    lungo i miei polsi.


    Nacquero da una lametta.
    Nacquero nell’angoscia.
    Le loro lacrime erano fredde.
    Il loro grido
    Muto
    ancora mi devasta.


    Le loro lacrime
    erano fiocchi di neve che
    scendevano fino ai palmi
    e lì
    si scioglievano di dolore.


    Cicatrici-bambine che
    mi tormentavano dentro.
    Cicatrici-bambine che
    mi accompagnano ancora
    nel cammino.


    Lui mi ha chiesto
    quando è successo.
    Non gli ho risposto.
    Le guardavo.
    Guardavo loro.
    Le mie cicatrici.
    Nuove sulle vecchie.


    Le mie cicatrici
    Qui
    Dove tutto è sepolto
    Risplendono ancora


    I miei polsi sono solo
    vene e cicatrici
    biancore
    di pelle che luccica.


    I miei polsi colano lacrime.
    I miei polsi ricordano.


    Lui mi ha chiesto
    cosa ho fatto.


    Non mi piace
    Dirgli della mia morte.


    Lui si è avvicinato ancora.
    Lacrime sui polsi.
    Bambine gementi.


    Ricordo delle persone
    Che mi parlavano
    Che chiedevano
    Chi, perché, cosa
    Chiedevano
    Perché lo facessi
    Volevano salvarmi


    Io che invece volevo
    Salvarmi da loro.
    Io che invece volevo solo morire.


    Per questo la lama
    Partorì cicatrici.
    Per questo
    Mi sono tagliata le vene.
    Patetico e
    Tragico
    Spreco di battiti.


    Le mie ossa
    Le mangiano i vermi.
    Non ho più labbra
    Non ho più cuore
    Non ho più niente
    Solo gli occhi per piangere
    la gola per gridare
    e i polsi per ricordare


    Forse tremo, forse dormo.
    Sono tanto stanca.
    Magari domani finisce il mondo.
    Magari il domani
    non faccio in tempo a vederlo.
    Magari domani
    Sarà ancora tutto uguale.


    Invece di stare qui vorrei
    tornare pura.
    Vorrei pensarmi
    appena nata.
    Vorrei poter
    Tornare indietro


    Indietro nel tempo, prima di tutto
    Prima di lui
    Prima di noi
    Nascere di nuovo


    Culla di placenta,
    occhi come conchiglie.
    Pugni chiusi
    contro il mondo
    e vagiti silenziosi.


    Loro chiamavano il mio nome.
    Io non rispondevo:
    Non volevo guardarli
    non volevo sentire
    le loro voci.
    Mai più.


    -


    Quando mi sono svegliata
    Ho chiesto dove fossi
    Pur essendo sola
    Sapevo di essere ascoltata.


    Lui mi ha chiesto
    Cosa provassi
    In quel momento
    Non lo so


    Ero sola
    In un posto deserto
    E pensavo che tutto
    Sarebbe andato per il meglio
    Pensavo che tutto
    Sarebbe tornato bello


    I tramonti di sangue
    Mi piacciono
    E non ho mai
    Chiesto di tornare a casa
    Non volevo provocare
    Il disprezzo degli altri


    Ma
    Oltre ogni previsione
    Mi sono finalmente sentita
    Al sicuro
    Fra gli alberi genuflessi d’inverno
    E la fredda scure di vento d’estate


    Sto bene ora
    Trovando lui
    E parlando con lui
    E pensando come lui
    Che è bello
    Anche da morto
    Qualcuno
    A cui poter dire ti amo


    La vita era la mia prigione
    E morendo ho trovato la salvezza
    I tagli sui polsi
    Erano la porta
    Per la mia nuova casa


    Le albe e i tramonti qui
    Sono uguali
    Hanno lo stesso colore
    Giallo e malato
    E l’aria è acida e pesante
    Quando il sole nero
    È alto nel cielo
    Io e lui lo guardiamo parlando
    Senza davvero ascoltarci
    Le nostre parole sono solo musica
    Dolce musica in un mondo di
    Mostri stupendi


    Lui era qui prima di me
    Si è sparato
    Un colpo in testa
    Facendosi esplodere il cervello
    Davanti a sua madre


    Ha il cranio aperto e posso
    Guardarci dentro
    Ma ancora non vedo cosa pensa
    Quando gli dico di me


    Anche lui mi ha chiesto perché
    Ma non gli ho mai risposto
    Guardo le navi sulla banchina
    Velieri di piombo che trasportano
    Altri come noi


    Persone che si sono
    Impiccate, affogate,
    Avvelenate
    Affamate, fucilate,
    Bruciate
    Esplose, accoltellate,
    Drogate
    Fulminate, dissanguate –
    Persone che si sono
    Uccise
    Per venire qui


    Le accoglie un cielo infetto
    Le accogliamo noi
    Con gli occhi senza lacrime
    Con i corpi senza respiro


    Sulle nostre guance cave
    È scritta la mappa di questo posto
    Nei nostri sguardi e nei nostri gesti
    Nei nostri racconti e nel nostro passato
    Nei nostri pochi intatti istanti di vita terrena
    Nell’urlo abbandonato dall’ultimo respiro
    Si indica il loro cammino


    Guardano me e lui,
    Ci guardano come mostri,
    Loro ancora attaccati ai loro
    Ricordi di vivi


    Loro il cui corpo
    Non ha cominciato
    A decomporsi


    Loro che volevano solo
    Trovare un posto migliore


    Sembrano schifati
    Dalle nostre sembianze


    Non li sfiora il pensiero
    Che fossimo come loro
    Che amassimo e fossimo amati
    Che pian piano le nostre vite
    Si erano fatte troppo strette
    E i nostri respiri troppo gonfi di bile
    Non li sfiora il pensiero
    Che come loro era il dolore
    La nostra unica emozione
    Non capiscono, non pensano
    Non vogliono ascoltarci


    Non sanno cosa vuol dire


    Speravano forse
    in qualcosa di meglio?


    Io l’inferno
    L’ho sempre immaginato
    Riflesso nel mio specchio.
    Era tutto nei miei occhi
    Era nei respiri che non volevo compiere
    Era nei battiti del cuore
    Che non ascoltavo più
    L’inferno era in me
    Lo cercavo da sempre


    Sono stata la sola
    A non spaventarmi
    Quando lui mi ha
    Spiegato dove fossi.
    Mi sentivo nata davvero
    Dopo un parto dissanguato


    Tutti gli altri sembrano
    Maiali al macello.


    Urlano piangono e si disperano
    E pregano
    Supplicando
    Per una seconda occasione
    Pregano
    Qualcuno
    Che per loro non esiste più.
    Pregano qualcuno
    Che li ha rifiutati
    Da quando erano vivi
    Le loro voci ora
    Sono schiuma di mare
    Le loro voci
    Non sono qui


    Presi dal panico
    Cominciano a
    strapparsi la pelle di dosso
    Convinti che questo
    li porterà indietro.


    Vogliono
    Scappare anche dalla morte
    Vogliono
    Sparire anche da questo posto
    Vogliono
    Consumarsi di lacrime
    Vogliono pensare che esista
    Qualcosa di meglio
    Qualcosa in cui speravano
    Qualcosa che è solo illusione.


    Mi divertono tanto.


    A differenza di loro
    Sono contenta:
    L’inferno è
    Il mio posto perfetto.

     
  • Zappavamo
    Arditi
    Bei
    Colli,
    Danzavamo,
    Ebbri
    Fantasmi
    Giocosi.
    Ho
    Iridescenti
    Lamine
    Mentre,
    Nell
    Ombra
    Pulsante,
    Qualsiasi
    Ruspante
    Salvifico
    Tremore
    Urla
    Vendetta.

     
  • Violenza,
    Zittisci
    Avanzando
    Bassa
    Codesto
    Delirio
    Encefalopatico;
    Facevamo
    Gare
    [H]
    Ippocampesche
    Lasciando
    Medaglie
    Nefaste
    Ovunque.
    Poi,
    Quando
    Russavi,
    Smembravo
    Tremule
    Uretre.

     
  • Usavo
    Violare
    Zanzariche
    Ali,
    Bagnandole
    Con
    Deleterie,
    Erotiche
    Fragranze.
    Giocondi
    Hanno
    Istrici,
    Lamentando
    Monumentali
    Necrosi.
    Ospitavo
    Pericolose
    Querce;
    Resistendo
    Stavolta
    Taccio.

     
  • Tremendamente
    Univoche
    Vampire,
    Zitte zitte,
    Abbracciavano
    Bambini.
    Credevamo
    Davvero
    Esistesse
    Fortuna.
    Guai
    Hanno
    Incensurati
    Lombrichi
    Ministeriali,
    Nipponici
    Operai
    Prostrati,
    Quasi
    Rosolati,
    Schiavizzati.

     
  • Semmai
    Tremanti
    Uditori
    Volessero
    Zuccherosi
    Amanti,
    Basta
    Chiedere.
    Dannati
    Ermafroditi!
    Facevo
    Giochi
    [H]
    Irriverentemente
    Lubrici
    Mentre
    Nessuno
    Origliava.
    Potevo
    Quasi
    Respirare.

     
  • Riposa
    Sospirando,
    Tenera
    Undicenne
    Vergine.
    Zie
    Ambiziose
    Benedicono
    Ciocche
    Dorate
    E
    Fanno
    Grazie.
    [H]
    Illimitata
    Liceziosità
    Marcisce;
    Niente
    Ori
    Pulsanti
    Quarzo.

     
  • Qualunque
    Risata
    Suona
    Tenebrosa.
    Uterine
    Voglie
    Zampillano
    Armoniose.
    Bastava
    Cantare
    Dio
    E
    Ferirsi.
    Giornalmente
    Ho
    Invaghito
    Lutti
    Matrimoniali
    Nettando
    Orbitali
    Penitenze.

     
  • Piacere.
    Quasi
    Restio
    Sembra
    Talvolta.
    Urlando
    Vogliose
    Zoccolaggini
    Abbraccio
    Bocche
    Cieche.
    Detesto
    Enormemente
    Fantasticare
    Giochi.
    Ho
    Illimitata
    Libertà
    Ma
    Nessun
    Orgasmo.

     
  • Ordina
    Pure.
    Quasi
    Rido.
    Siffatto
    Talamo
    Umido
    Vela
    Zero
    Ardore.
    Boria
    Consumata
    Dall
    Egocentrismo
    Finge.
    Già
    Ho
    Il
    Languore
    Manualmente
    Negato.

     
  • Neve
    Oppiacea
    Placava
    Quasi
    Ringhiosi,
    Sbavanti,
    Tremanti
    Umani.
    Volava
    Zita
    Amabile
    Bestemmiando
    Cavalleresche
    Delizie.
    Ecstasy,
    Farmaci,
    Gemme,
    Hashish:
    Insieme
    Lambivamo
    Miele.

     
  • Mai
    Nessuno
    Osa
    Possedermi.
    Questo
    Rivela
    Scampata
    Tragedia.
    Una
    Volta
    Zozze
    Arti
    Bisbigliavano
    Crudeli
    Demoniaci
    Epitaffi:
    Ferite
    Golose
    Hanno
    Irretito
    Lucertole.

     
  • Lei
    Moriva.
    Non
    Osavo
    Paragonarle
    Quaglie
    Rubizze
    Semmai,
    Tramando,
    Udissero
    Versar
    Zampilli.
    Amai
    Baciarle
    Candida
    Dieci
    Emaciate
    Falangi.
    Gridiamolo:
    Habemus
    Isterica.

     
  • 20 agosto 2008
    Alfabetico Delirio N°[9]

    Iraconda
    Lametta
    Mina
    Nociva
    Orbitando
    Palese,
    Qui
    Risiede
    Sorridendo.
    Talvolta
    Urge
    Viziarla,
    Zampillando
    Amori
    Bio/
    Cromatici,
    Distorcendo
    Ematiche
    Fighe
    Gemelle.
    [H]

     
  • Hell
    Is
    LAME.
    Ma
    Non
    Obietto
    Pavida
    Qualora
    Rispettosi
    Signori,
    Timorosi
    Uomini,
    Volessero
    Zompare
    Arrapati
    Bramando
    Chiavate:
    Dolenti
    Erezioni
    Forniscono
    Gaiezza.

     
  • 20 agosto 2008
    Alfabetico Delirio N°[7]

    Gelidi,
    Hanno
    Ironia
    Latente
    Muschiata
    Negli
    Occhi:
    Poiché
    Qualunque
    Roseto
    Sprovvisto
    Torna
    Umettando
    Villane
    Zecche,
    Abbiamo
    Becchettato
    Ciascuna
    Di
    Esse,
    Finendole.

     
  • 20 agosto 2008
    Alfabetico delirio N°[6]

    Filamenti
    Gagliardi
    Ho
    Irretito
    Languida,
    Masticando
    Nervosa
    Ottici
    Passi;
    Quando
    Rimasi
    Sola,
    Tu
    Urinasti
    Veleno
    Zebrato,
    Agognando
    Biscotti
    Conditi
    Di
    Eroina.

     
  • 20 agosto 2008
    Alfabetico Delirio N°[5]

    Era
    Forse
    Gioia?
    Hai
    Illuminato
    La
    Mia
    Notte
    Opulenta,
    Proprio
    Quando
    Rigettavo
    Sanguigni
    Timidi
    Umori;
    Valchiria
    Zampa
    Avesti
    Bramato,
    Chiamandomi
    Dannata.

     
  • Datteri
    Etilici
    Fagocitano
    Gelatinosi
    Hindù;
    Indotte
    Lamette
    Metafisiche
    Non
    Operano
    Pavidi
    Quadrangoli;
    Restano
    Squarciate
    Troppe
    Umide
    Vacche
    Zoppe,
    Appese
    Brancolanti
    Cadenti.

     
  • 20 agosto 2008
    Alfabetico Delirio N°[3]

    Cercavo,
    Dentro
    Esanimi
    Forme,
    Giallo/
    [H]
    Itterici
    Lombi.
    Menomati
    Necrofili
    Operavano
    Purghe
    Quantistiche.
    Rinomati
    Scienziati
    Titillavano
    Ululando
    Voraci
    Zitelle,
    Allontanando
    Bacilli.

     
  • 18 aprile 2008
    Alfabetico Delirio N°[2]

    Barriere
    Cadaverico/
    Desolanti
    Erigono
    Forti
    Giaculatorie.
    Humus
    Istrionico
    Langue
    Mistificato
    Negli
    Orali
    Pasti;
    Quéquere,
    Ridenti
    Signorine
    Tumefatte,
    Usurpano
    Violacei
    Zigrinati
    Atomi.

     
  • 12 aprile 2008
    Alfabetico Delirio N°[1]

    Amore
    Baciato
    Che
    Divino
    Esplode
    Facendo
    Godere
    [H]
    I
    Luminosi
    Magnificenti
    Nichilisti
    Ostrogoti,
    Provocando
    Quasi
    Ruggendo
    Stasi
    Terrificanti
    Urlanti
    Voluttuosi
    Zeri.

     
  • 29 febbraio 2008
    Autolesione

    Ho tante rigide spine colte sui polsi:
    mi abbraccio forte così decorata,
    animata d’istinti falsi;
    sparsa e ferita, di lamette ornata,
    spingo e nel seno affondo le braccia,
    cercando di Amore la minima traccia.

    M’hai sparso l’anima al vento
    accennando un discorso cruento
    (lasciandomi beata, lasciandomi basita),
    m’hai fottuto il cervello
    col tuo insulso carosello
    (ammazzando le mie idee, la mia passera contrita);
    se per te non ero niente
    - niente e per sempre solo merda nella mia mente -
    perché hai deriso il mio vivere, sprezzante
    e l’hai reso solo polvere ansimante?

    Mi hai lasciata sputtanata.
    Autolesione è la mia soluzione.

    Nell’acido metto il tuo placido volto:
    lo trovo bello, così disciolto.

    Tra righe di sangue a forza dimentico
    il ricordo di te orgasmico;
    ci lavo i miei marci peccati,
    colma di sperma e pensieri lacerati.

    Autolesione, è la mia redenzione.
    Autolesione, la mia unica ossessione.

     
  • Il mio cervello è intorpidito
    e addormentato;
    il mio corpo, rimasto solo
    cerca conforto
    in una lametta affilata.

     
  • 25 febbraio 2008
    Cercando la pace

    Se solo potessi
    urlare al mondo
    il mio dolore
    stringendo lame affilate
    fra le dita.

    Mozzandomi le orecchie,
    cavandomi gli occhi,
    tagliandomi la lingua,
    strappandomi il cuore,
    cercherei
    spasmodicamente
    la pace.

     
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  • 08 giugno 2015 alle ore 15:50
    Il quarto giorno

    Come comincia: 8:03

    Scrivo il mio nome sulla condensa del vetro prima di affacciarmi, e il profumo di ghiaccio nell'aria è quasi un sollievo. È passata un'altra notte di gambe estranee e lattice; la Casa è piena del loro odore.

    Fra pochi minuti arriverà Giacomo, quello della stanza rossa, poi il mio turno sarà finito.

    Le ultime ore hanno lasciato delle tracce scure impossibili da lavare: impronte nere che diventano inchiostro e scrivono parole nella mia testa. Sono i ricordi con cui affronterò questo giorno e la prossima notte, da cui nasceranno nuove parole, nuovi gesti, con cui incontrerò nuove persone. E così via.

    Il vissuto di quest'ultima notte è ancora dentro di me.

    Non dormo da quattro giorni.

    9:40

    Giro per la casa a piedi nudi e senza mutande. Mi copre solo una maglietta larga e troppo corta e Violetta, la vecchia stronza che gestisce la casa, mi odia quando lo faccio. Dice che sembro una puttana. E quando faccio per risponderle aggiunge “più puttana, dico. Una di quelle a cui piace e non si fa pagare”.

    La chiama etica. Giuro.

    Non lo faccio per dispetto. Indossiamo sempre tanga troppo piccoli, corsetti troppo stretti, scarpe troppo alte o trucco troppo pesante – non siamo mai, mai nude. Passeggiare con una maglietta è come lasciare che il mio corpo prenda fiato. Niente corse fra un cliente e l'altro, almeno per un po’. È così bello.

    Mentre cammino per il corridoio Violetta mi ricorda che Erika non lavora da un mese. Viviamo nella stessa casa e, dice, potrei andare a trovarla. Sono a pochi passi dalla stanza in cui si trova ora, stretta fra quattro mura come nel silenzio della sua malattia, ma faccio finta di niente. 
    Anche io ho dei silenzi in cui nascondermi.

    Mi allontano barcollando. Penso che sia per il sonno, ma non andrò a dormire. Ricordo troppo e non vedo il volto di Erika da quando si è ammalata. Sono qui per colpa sua.

    11:06

    I ricordi che odio sono sempre in agguato dietro gli occhi. Sono come dei flash. Rivedo all'improvviso volti sgraditi e silenzi del passato. In quei momenti metto le mani sul viso e mi piego come in preda a dolori lancinanti; per scacciarli. I brutti ricordi sono come un crampo allo stomaco. Aspiro l'aria a denti stretti e cerco la calma. Vorrei essere solo una bambola per il resto della vita, una bambola con un gran sorriso stampato in faccia. Mi chiedo cosa si provi ad essere niente, schiacciati dalla propria inconsapevolezza. Semplicemente respirare: una magnifica veglia senza lacrime.

    12:41

    Questo è il quarto giorno che non dormo. È come se un diavolo vivesse alle mie spalle per mangiarmi il sonno. Vorrei dirgli: mangia anche il resto e non lasciare niente in questa casa e queste strade. Lecca ogni traccia di me dal tuo piatto. Cancella la mia impronta dalla mente di tutte le persone che ho conosciuto. Che possa morire dimenticata e in pace. Vorrei spogliarmi, scendere fra la gente, inginocchiarmi e urlare “sono la tua umile meretrice, prendimi!”

    Ma la mente delle persone è troppo affamata di corpi nudi e caldi per dimenticare una scena così – e io non voglio far compagnia ai loro sogni osceni.

    Mi stendo sul letto. Non voglio chiudere gli occhi. Sento i gemiti troppo finti di Cherie, la mia compagna di stanza, e i grugniti lontani di qualche altro cliente. Guardo la mia mano.

    “Ti amo” mormoro “ti amo tanto”

    Non voglio dormire.

    14:02

    “Sai, forse dovresti andare a trovare Erika” ripete Violetta.

    È stata lei a portarmi qui. In me vedeva un talento straordinario. In lei vedevo l'unica persona che mi trovasse straordinaria. In tre anni di lavoro qui sono passata dall'amore all'indifferenza nei suoi confronti. Per sopravvivere. Funziona così: odio, indifferenza, oblio, fuga.

    Mi propongono di andare a dormire ma scuoto la testa. No, non se ne parla. Allora mi mandano da un cliente esterno sperando in una reazione che non arriva. Mi preparo in silenzio. Solo Cherie si ferma a guardarmi senza fiatare prima che esca. Non so se mi odia o se è già passata alla fase successiva. Io non le vivo più queste fasi, sono un guscio pieno di pensieri in equilibrio su tacchi troppo alti.

    Cammino consapevole della mia biancheria sconcia come un criminale dopo un colpo andato male.

    Il cliente di Erika mi aspetta in una camera d'albergo del centro. È un uomo come un altro che ha bisogno di scaricare. Mi strappa le calze e mi monta con una foga bestiale, del tutto inaspettata da uno con la faccia così mite e il completo stirato di fresco.

    Una volta finito me ne vado senza neanche guardarlo, con i soldi in tasca e le calze strappate.

    15:21

    Devo solo stendermi e amare tutti. Ma non basterà a cancellare quello che sono diventata e le parole non cancelleranno quei ricordi che non mi lasciano dormire. 

    Sono quattro giorni. Sento che non arriverò al quinto.

    17:13

    L'infelicità era la mia droga; volevo che tutti piangessero per me, perché era colpa loro se ero diventata così. Non mi hanno mai dato nulla con la bontà. Le belle parole sono solo crudeli perché aprono a mondi meravigliosi e inaccessibili. Sono come le delusioni.

    A volte, prima di addormentarmi, m'immaginavo Lui e pensavo a quanto saremmo stati felici se non avessi conosciuto Erika. Il pianto mi cullava fino al sonno. Adesso non dormo più.

    E il suo sguardo, nei miei ricordi, fa male come un coltello nel ventre.

    Quell'orribile momento in cui scopro che tutti mi odiano è qui e mi fissa.

    19:52

    Una volta Erika mi disse: “non sei infelice come gli altri, perché sei consapevole di esserlo. Riesci a sentire la sofferenza, conosci il suo sapore, assecondi le sue voglie; soffrire non è per tutti. L'infelicità è un lusso raro, al tocco delicata e piena di spine. I tuoi sogni negati sono una bandiera e le tue lacrime una vittoria. Tutti soffrono, ma pochi sanno portare avanti questo talento con dignità, e a conti fatti è meglio soffocare nella propria tristezza che sorridere senza motivo.

    Solo chi non è felice né amato sa quanto siano importante l’amore e la felicità. La consapevolezza viene dalla negazione, la conoscenza nasce dal vuoto; l'essere umano è il solo e unico profeta del niente.

    Tutti vogliono far parte della folla, tutti vogliono fuggirne; tutti vogliono distinguersi e tutti vogliono nascondersi.”

    Oh, se solo sapessi come fa male la tua voce. Non vuole lasciarmi stare.

    “Forse dopo vado a trovarla”, dico a Violetta, ma a voce così bassa che non mi sente. Non so se l'ho fatto apposta o se è la mia voce che sta sparendo, mangiata via dallo stesso diavolo che mi ha tolto il sonno.

    20:24

    La felicità è davvero vuota e futile come appare, e nulla di quello che offre mi interessa.

    22:10

    Alla fine sono andata a trovare Erika. Fra un po’ comincia il mio turno e il pensiero di non dormire una quinta notte mi ha spaventata più del suo volto dopo un mese di malattia.

    Ha la pelle grigia e gli occhi chiusi. Penso che abbia contratto le mie stesse paure, o forse sono io che ho preso le sue seguendo le sue orme in questa casa. Le somiglio. Non l'avevo mai notato. Forse sono state proprio queste paure a scolpire i nostri volti seguendo lo stesso stampo, tanto che ora sembriamo madre e figlia. Lei ha vissuto così per vent'anni ed è malata solo da un mese. La ammiro per aver resistito tanto.

    Apro la finestra. C'è un'aria meravigliosa di pioggia appena passata. La mia preferita. L'inverno è tornato e improvvisamente mi sento leggera. Stanca. Me fra vent'anni, penso, come lei. Mi avvicino al letto.

    “Erika” mormoro “Erika, vieni con me. Vieni a sentire l'aria della notte.”

    La aiuto ad alzarsi e la porto alla finestra. Cammina come i vecchi senza bastone. Le permetto di reggersi al mio braccio e ho i brividi. C'è qualcosa di sbagliato: non dovrebbe essere qui. Respira a fatica come se l'aria fosse fatta di piombo.

    “È bello” mormora. Ha gli occhi opachi. Guarda nella mia direzione ma non sono sicura che mi veda.

    “Mi dispiace. Non dovresti vedermi così.”

    “Non importa.”

    “Spero che non capiti anche a te. Che non diventi anche tu così.”

    Per un po’ guardiamo fuori dalla finestra. Si appoggia alla mia spalla. Inspiro l'odore della sua malattia.

    “Erika. Tu mi hai messo in prigione. Questa casa mi sta uccidendo.”

    “Fuori è peggio”, risponde. Non apre neanche gli occhi. Rimane così anche quando mormora

    “Ti amo”

    “Anche io ti amo”

    La amo come i miei clienti amano me. Per un'ora, un'immagine, avere un corpo e fingere che sia di qualcun altro. Avevo dato il suo volto alle mie paure. L'avevo innalzata ad idolo perché mi salvasse. Ho sacrificato ciò che ero quando l'ho conosciuta perché mi desse un nuovo corpo e una nuova vita.

    Bacio le sue labbra rigide. Sa di medicine e del sudore rappreso nel letto in cui ha dormito per tutto il mese. Quando interrompo il bacio, apre gli occhi e mi sorride. Sembra rinvigorita. Ripenso di nuovo a lei come ad una dea: ha avuto il suo rituale di sangue, succhiando ancora una volta un po’ della mia vita. È lei il diavolo che mi ha rubato il sonno e la voce. Anche io le sorrido. Per me è ora di scendere dall'altare sacrificale.

    “Ti amo”, ripeto.

    L'istante dopo la spingo fuori dalla finestra. È talmente leggera che mi sembra di aver lanciato una bambola. Non mi affaccio; esco dalla stanza e non mi volto neanche quando sento il rumore sordo del suo corpo che muore sul marciapiede. Nessuno mi ha vista uscire dalla sua stanza né sa quanto l'ho amata.

    Vado a vestirmi.

    Fra un po’ inizia il mio turno. 

    [Daniela Montella]

     
  • 15 dicembre 2008
    Stress Post Mortem

    Come comincia: Soffro di stress post mortem. E' il disturbo mentale tipico delle persone che si svegliano morte e non sanno di esserlo. Non è facile avere a che fare con le proprie budella di fuori. E il disgusto. Cazzo, il disgusto! E il vomito. E la colla. Io ho vomitato sapore di colla. All’inizio ho cercato di ricordare. Cosa mi è successo la sera prima? E quella prima ancora? Cosa ho fatto in ogni sera della mia esistenza? Sono rimasta stesa sul letto, confusa e debordante fluidi. Ho macinato bestemmie leccandomi le unghie. Ero felice di averle ancora. Non so perché.
    L’ho capito barcollando verso il bagno. Quando ho abbracciato la tazza del cesso. Quando mi sono alzata. Quando ho pensato di provare a fare pipì. Forse cagando mi sarei sentita meglio. Ho pensato di volermi liberare. Da tutto. Non sapevo di esserlo già. Non credevo. Una seduta sulla tazza del cesso non immagina di essere morta e di aver perso piscio e merda percorrendo la via di casa, no? Avevo dolori terribili alla pancia. Terribili. Così ho pensato di avere il ciclo. Non ho mica creduto che. Non ho realizzato. Ho solo guardato.
    Non so perché.
    Cazzo!
    Che c’è?, ha chiesto la mia coinquilina.
    CAZZO!
    Ti sono venute?, ha chiesto ancora.
    La guardo. La vedo in piedi sulla soglia del bagno e lei allora capisce. In mezzo alle gambe ho un buco nero tumefatto tutto sangue. E la mia pancia è uno squarcio. Buco nero. Gola profonda. Si vede l’esofago. Lo stomaco. Tutto sporco. Tutto rotto. Tutto morto.
    Oh, ha detto la mia coinquilina. Solo ‘oh’. Non dimenticherò mai la forma che aveva la sua bocca in quel momento. Solo la forma della sua bocca. Non so perché.
    Il dottore dice che è normale. Concentrarsi sui dettagli. Probabilmente, ha aggiunto, non gradisco ricordare le urla della mia coinquilina - in quanto mia amica e confidente - in quanto rappresentante di un periodo sereno tragicamente sfuggito al mio controllo con l'improvviso e ancora inspiegabile decesso. Lo stress post mortem è molto comune fra quelli che tornano. Fra quelli che una mattina alzano lo sguardo dal ventre sfondato, guardano la propria migliore amica e le dicono di essere morte la sera prima. Fra quelli come me. Che ancora non sanno il perché.

     
  • Come comincia: "Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa. Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori"
    William Shakespeare, “Riccardo III” (Canto V)

     

    Aspetto questo momento da così tanto tempo: la resa dei conti, finalmente.
    Domani nella battaglia pensa a me, quando dovrai scegliere fra la vita e la morte, quando sarai davanti ai tuoi nemici con la pistola puntata. Tu, mia indomita santa e guerriera.
    Fatti colpire, amore mio, scegli la morte.
    Scegli la morte.
    Scegli me. 
    Aspetto fremente la battaglia.
    Se avessi un cuore, batterebbe impazzito fra le mie costole dilaniate.
    Conterò i secondi che ci separano come fossero barriere, stati, continenti interi. I minuti sembrano oceani.
    Ogni mio pensiero, ogni mio ricordo è una tortura.
    Fra di noi ormai si frappone il mondo intero, ma non è bastato morire per farmi smettere di pensare a te.
    La vita e la morte sono diventate il nostro tormento; lo scorrere lento dei giorni sgocciola via senza avere senso.
    Piango tutto il tempo che non passo a guardarti, a baciarti, a toccarti, a parlarti.
    Quanto è inutile la mia pace eterna, senza di te!
    Che tragico spreco, la mia morte senza te.
    Domani nella battaglia pensa a me.
    Pensa a quando mi tradisti, sperando che uccidessero solo mia moglie e non me. Sapevi che non la amavo; sapevi che mi era stata imposta, ma non riuscivi a fartene una ragione. L'amore, la nostra rovina e la nostra incoscienza.
    Che assurda e vana gelosia, la tua.
    Solo con la mia morte ho capito quanto fossi disperata.
    Ho dovuto essere seppellito per vedere il vuoto che ti ristagnava nel petto, da quando ho scelto lei.
    È bastato poco per vedere la tua anima in lacrime.
    E con la vita mi è scivolato via il rancore.
    Come ho potuto odiarti, anche per un solo istante, quando ho capito quello che avevi fatto? 
    Sei passata dalla loro parte, maledetta!
    Non avevo capito niente: ma adesso sono qui.
    Ti amo.
    In morte più che in vita.
    Quando verrai colpita, la tua anima cadrà lieve fra le mie braccia. 
    Domani nella battaglia pensa a me, e scegli la morte.

     
  • 13 febbraio 2008
    Sottopelle

    Come comincia:

    Sottopelle ho veleno che scorre. Vene blu. Sono maligne. Le strapperei una per una dai polsi e le ingoierei a forza. C’è qualcosa di crudele che scivola lezioso appena dietro le unghie. Serra la trachea. Alzo le mani verso la luce, le vedo. Le studio. Le osservo. Le capisco. Pallide pallide e tutte ossa. Coperte. Che quasi si muovono. Ho un liquido che mi si dilaga dentro, stacca la pelle dal corpo. Tessuti lacerati. Perdo la vita. C’è aria, fra la pelle e me, si sta gonfiando tutto. Ho il sangue scoperto. Gli spifferi mi fanno rabbrividire.

     

    Sottopelle qualcosa mi sta spogliando. Sarò un pezzo di carne che sanguina. Con gli occhi. E la vita al di sotto di essi che se ne va. Seni straziati che perdono inchiostro e labbra nere immonde. Non è una metafora. Immagino solo in bianco e nero. Ma vedo coi colori. Per pensare devo stringere le palpebre. Quando il veleno mi toglierà la pelle mi cadranno anche quelle e non potrò più dormire. Vedrò in eterno la luce, la polvere seccherà le lacrime. Staccherò ogni fibra per smettere di soffire. Finirò in un angolo cieca e nudissima. Riderò. Già rido. Pensavo fosse un’eco, pensavo fosse un film, uno spettacolo di varietà, vaudeville, felicità rappresentata perché altrimenti non si riconosce. Invece ero io. A prepararmi per il mio funerale. Voglio una tomba di ebano. Sottopelle. Qualcosa. Sono in un angolo e sto per morire.

     

    Hai mai pensato che forse ti amo? Perchè mi accarezzi e sono liscia, e sotto ho schifo che trasuda e può infettarti. Stai attento. Hai mai capito che ti odio? Forse ti bacio. Forse vomito. Vedo conati. Forse ti faccio morire soffocato nel mio vomito. Poi ti chiedo scusa perchè ti amo. O forse no. Il veleno confonde i pensieri. Non devo farmi più. Ma è tutto così bello. Quando mi illudo. La vita è così dannatamente, fottutamente, perdutamente triste. E quando ho veleno sottopelle penso che sto morendo e sono contenta. Magari ti porto con me. Ci faremo per sempre. Ti piacerà. Saremo strafatti e scoperemo e godremo come pazzi, perchè siamo noi e noi siamo imbattibili. Il marcio mi illude. Ma io voglio credergli con tutto quello di integro che mi rimane. Meglio un’illusione che questo. Questa parete lercia. Questa vita di piume che volano e fuggono.

     

    Non ho niente se non il momento in cui un ago mi trafigge il cuore e io libero – libero/me. Mamma mi tiene per mano e io ho sei anni e ho i codini. Ho dodici anni e lei non è morta. Sono libera e posso avere tutto. Rinchiusa fra sbarre immaginarie, incatenata e senza ossigeno, con i pensieri che si annebbiano e la testa che mi scoppia, e una voce che urla ‘basta, basta, basta’ io sono davvero libera. È quello che sono. Ho sfidato arpie e rapaci per essere così. Non voglio altro.

     

    Posso avere quello che voglio.
    Sottopelle.

     

    Questa sensazione di viscido che non posso lavare. Questo orrore. Questo tunnel nero di cui io intravedo la soglia. Tubo catodico. Un giorno sarò in televisione. Sarò una stella. Avrò una bellissima piscina, mi siederò ogni sera sul bordo e mi farò, e tu sarai con me, e saremo talmente felici che ci sembrerà di scoppiare. Tanta felicità non basterà per i nostri soli corpi. Si spanderà. Sarà luce su di noi. Saremo bellissimi. Stelle sul bordo di una piscina. Ricchi famosi e vuoti. Saremo luridi bastardi, viscidi vermi, squame decomposte. Peccatori. I peccatori più incantevoli di tutti. Mi guarderai negli occhi. E mi dirai che mi ami. Come lo dici prima di fare pompini ad un represso padre di famiglia. Come lo dici quando sto per salire sull’auto di uno stronzo per lasciargli godere dell’unico buco che non mi sono fatta da sola. Sarà come lo dici sempre. Ma noi saremo belli. Saremo ricchi, illusi, vuoti, persi, derelitti. Moribondi. Scandalosamente in.na.mo.ra.ti...

     

    Liberami. Fatti spazio su di me. Taglia le nuvole. Facilitami la strada. Non so più camminare.
    Cado? Volo? No. Vado giù. Taglia la terra per me. Sposta i vermi che ci sono sul cammino. Ho qualcosa.
    Nessuno può tenermi mentre cado.

     

    Sottopelle c’è piombo.
    Affondo.

     

    Si chiamava Sara.
    Questo è stato il suo ultimo pensiero prima di morire
    per overdose, il 15 Maggio del 2006.