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Racconti di Daniela Montella

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  • 08 giugno 2015 alle ore 15:50
    Il quarto giorno

    Come comincia: 8:03

    Scrivo il mio nome sulla condensa del vetro prima di affacciarmi, e il profumo di ghiaccio nell'aria è quasi un sollievo. È passata un'altra notte di gambe estranee e lattice; la Casa è piena del loro odore.

    Fra pochi minuti arriverà Giacomo, quello della stanza rossa, poi il mio turno sarà finito.

    Le ultime ore hanno lasciato delle tracce scure impossibili da lavare: impronte nere che diventano inchiostro e scrivono parole nella mia testa. Sono i ricordi con cui affronterò questo giorno e la prossima notte, da cui nasceranno nuove parole, nuovi gesti, con cui incontrerò nuove persone. E così via.

    Il vissuto di quest'ultima notte è ancora dentro di me.

    Non dormo da quattro giorni.

    9:40

    Giro per la casa a piedi nudi e senza mutande. Mi copre solo una maglietta larga e troppo corta e Violetta, la vecchia stronza che gestisce la casa, mi odia quando lo faccio. Dice che sembro una puttana. E quando faccio per risponderle aggiunge “più puttana, dico. Una di quelle a cui piace e non si fa pagare”.

    La chiama etica. Giuro.

    Non lo faccio per dispetto. Indossiamo sempre tanga troppo piccoli, corsetti troppo stretti, scarpe troppo alte o trucco troppo pesante – non siamo mai, mai nude. Passeggiare con una maglietta è come lasciare che il mio corpo prenda fiato. Niente corse fra un cliente e l'altro, almeno per un po’. È così bello.

    Mentre cammino per il corridoio Violetta mi ricorda che Erika non lavora da un mese. Viviamo nella stessa casa e, dice, potrei andare a trovarla. Sono a pochi passi dalla stanza in cui si trova ora, stretta fra quattro mura come nel silenzio della sua malattia, ma faccio finta di niente. 
    Anche io ho dei silenzi in cui nascondermi.

    Mi allontano barcollando. Penso che sia per il sonno, ma non andrò a dormire. Ricordo troppo e non vedo il volto di Erika da quando si è ammalata. Sono qui per colpa sua.

    11:06

    I ricordi che odio sono sempre in agguato dietro gli occhi. Sono come dei flash. Rivedo all'improvviso volti sgraditi e silenzi del passato. In quei momenti metto le mani sul viso e mi piego come in preda a dolori lancinanti; per scacciarli. I brutti ricordi sono come un crampo allo stomaco. Aspiro l'aria a denti stretti e cerco la calma. Vorrei essere solo una bambola per il resto della vita, una bambola con un gran sorriso stampato in faccia. Mi chiedo cosa si provi ad essere niente, schiacciati dalla propria inconsapevolezza. Semplicemente respirare: una magnifica veglia senza lacrime.

    12:41

    Questo è il quarto giorno che non dormo. È come se un diavolo vivesse alle mie spalle per mangiarmi il sonno. Vorrei dirgli: mangia anche il resto e non lasciare niente in questa casa e queste strade. Lecca ogni traccia di me dal tuo piatto. Cancella la mia impronta dalla mente di tutte le persone che ho conosciuto. Che possa morire dimenticata e in pace. Vorrei spogliarmi, scendere fra la gente, inginocchiarmi e urlare “sono la tua umile meretrice, prendimi!”

    Ma la mente delle persone è troppo affamata di corpi nudi e caldi per dimenticare una scena così – e io non voglio far compagnia ai loro sogni osceni.

    Mi stendo sul letto. Non voglio chiudere gli occhi. Sento i gemiti troppo finti di Cherie, la mia compagna di stanza, e i grugniti lontani di qualche altro cliente. Guardo la mia mano.

    “Ti amo” mormoro “ti amo tanto”

    Non voglio dormire.

    14:02

    “Sai, forse dovresti andare a trovare Erika” ripete Violetta.

    È stata lei a portarmi qui. In me vedeva un talento straordinario. In lei vedevo l'unica persona che mi trovasse straordinaria. In tre anni di lavoro qui sono passata dall'amore all'indifferenza nei suoi confronti. Per sopravvivere. Funziona così: odio, indifferenza, oblio, fuga.

    Mi propongono di andare a dormire ma scuoto la testa. No, non se ne parla. Allora mi mandano da un cliente esterno sperando in una reazione che non arriva. Mi preparo in silenzio. Solo Cherie si ferma a guardarmi senza fiatare prima che esca. Non so se mi odia o se è già passata alla fase successiva. Io non le vivo più queste fasi, sono un guscio pieno di pensieri in equilibrio su tacchi troppo alti.

    Cammino consapevole della mia biancheria sconcia come un criminale dopo un colpo andato male.

    Il cliente di Erika mi aspetta in una camera d'albergo del centro. È un uomo come un altro che ha bisogno di scaricare. Mi strappa le calze e mi monta con una foga bestiale, del tutto inaspettata da uno con la faccia così mite e il completo stirato di fresco.

    Una volta finito me ne vado senza neanche guardarlo, con i soldi in tasca e le calze strappate.

    15:21

    Devo solo stendermi e amare tutti. Ma non basterà a cancellare quello che sono diventata e le parole non cancelleranno quei ricordi che non mi lasciano dormire. 

    Sono quattro giorni. Sento che non arriverò al quinto.

    17:13

    L'infelicità era la mia droga; volevo che tutti piangessero per me, perché era colpa loro se ero diventata così. Non mi hanno mai dato nulla con la bontà. Le belle parole sono solo crudeli perché aprono a mondi meravigliosi e inaccessibili. Sono come le delusioni.

    A volte, prima di addormentarmi, m'immaginavo Lui e pensavo a quanto saremmo stati felici se non avessi conosciuto Erika. Il pianto mi cullava fino al sonno. Adesso non dormo più.

    E il suo sguardo, nei miei ricordi, fa male come un coltello nel ventre.

    Quell'orribile momento in cui scopro che tutti mi odiano è qui e mi fissa.

    19:52

    Una volta Erika mi disse: “non sei infelice come gli altri, perché sei consapevole di esserlo. Riesci a sentire la sofferenza, conosci il suo sapore, assecondi le sue voglie; soffrire non è per tutti. L'infelicità è un lusso raro, al tocco delicata e piena di spine. I tuoi sogni negati sono una bandiera e le tue lacrime una vittoria. Tutti soffrono, ma pochi sanno portare avanti questo talento con dignità, e a conti fatti è meglio soffocare nella propria tristezza che sorridere senza motivo.

    Solo chi non è felice né amato sa quanto siano importante l’amore e la felicità. La consapevolezza viene dalla negazione, la conoscenza nasce dal vuoto; l'essere umano è il solo e unico profeta del niente.

    Tutti vogliono far parte della folla, tutti vogliono fuggirne; tutti vogliono distinguersi e tutti vogliono nascondersi.”

    Oh, se solo sapessi come fa male la tua voce. Non vuole lasciarmi stare.

    “Forse dopo vado a trovarla”, dico a Violetta, ma a voce così bassa che non mi sente. Non so se l'ho fatto apposta o se è la mia voce che sta sparendo, mangiata via dallo stesso diavolo che mi ha tolto il sonno.

    20:24

    La felicità è davvero vuota e futile come appare, e nulla di quello che offre mi interessa.

    22:10

    Alla fine sono andata a trovare Erika. Fra un po’ comincia il mio turno e il pensiero di non dormire una quinta notte mi ha spaventata più del suo volto dopo un mese di malattia.

    Ha la pelle grigia e gli occhi chiusi. Penso che abbia contratto le mie stesse paure, o forse sono io che ho preso le sue seguendo le sue orme in questa casa. Le somiglio. Non l'avevo mai notato. Forse sono state proprio queste paure a scolpire i nostri volti seguendo lo stesso stampo, tanto che ora sembriamo madre e figlia. Lei ha vissuto così per vent'anni ed è malata solo da un mese. La ammiro per aver resistito tanto.

    Apro la finestra. C'è un'aria meravigliosa di pioggia appena passata. La mia preferita. L'inverno è tornato e improvvisamente mi sento leggera. Stanca. Me fra vent'anni, penso, come lei. Mi avvicino al letto.

    “Erika” mormoro “Erika, vieni con me. Vieni a sentire l'aria della notte.”

    La aiuto ad alzarsi e la porto alla finestra. Cammina come i vecchi senza bastone. Le permetto di reggersi al mio braccio e ho i brividi. C'è qualcosa di sbagliato: non dovrebbe essere qui. Respira a fatica come se l'aria fosse fatta di piombo.

    “È bello” mormora. Ha gli occhi opachi. Guarda nella mia direzione ma non sono sicura che mi veda.

    “Mi dispiace. Non dovresti vedermi così.”

    “Non importa.”

    “Spero che non capiti anche a te. Che non diventi anche tu così.”

    Per un po’ guardiamo fuori dalla finestra. Si appoggia alla mia spalla. Inspiro l'odore della sua malattia.

    “Erika. Tu mi hai messo in prigione. Questa casa mi sta uccidendo.”

    “Fuori è peggio”, risponde. Non apre neanche gli occhi. Rimane così anche quando mormora

    “Ti amo”

    “Anche io ti amo”

    La amo come i miei clienti amano me. Per un'ora, un'immagine, avere un corpo e fingere che sia di qualcun altro. Avevo dato il suo volto alle mie paure. L'avevo innalzata ad idolo perché mi salvasse. Ho sacrificato ciò che ero quando l'ho conosciuta perché mi desse un nuovo corpo e una nuova vita.

    Bacio le sue labbra rigide. Sa di medicine e del sudore rappreso nel letto in cui ha dormito per tutto il mese. Quando interrompo il bacio, apre gli occhi e mi sorride. Sembra rinvigorita. Ripenso di nuovo a lei come ad una dea: ha avuto il suo rituale di sangue, succhiando ancora una volta un po’ della mia vita. È lei il diavolo che mi ha rubato il sonno e la voce. Anche io le sorrido. Per me è ora di scendere dall'altare sacrificale.

    “Ti amo”, ripeto.

    L'istante dopo la spingo fuori dalla finestra. È talmente leggera che mi sembra di aver lanciato una bambola. Non mi affaccio; esco dalla stanza e non mi volto neanche quando sento il rumore sordo del suo corpo che muore sul marciapiede. Nessuno mi ha vista uscire dalla sua stanza né sa quanto l'ho amata.

    Vado a vestirmi.

    Fra un po’ inizia il mio turno. 

    [Daniela Montella]

  • 15 dicembre 2008
    Stress Post Mortem

    Come comincia: Soffro di stress post mortem. E' il disturbo mentale tipico delle persone che si svegliano morte e non sanno di esserlo. Non è facile avere a che fare con le proprie budella di fuori. E il disgusto. Cazzo, il disgusto! E il vomito. E la colla. Io ho vomitato sapore di colla. All’inizio ho cercato di ricordare. Cosa mi è successo la sera prima? E quella prima ancora? Cosa ho fatto in ogni sera della mia esistenza? Sono rimasta stesa sul letto, confusa e debordante fluidi. Ho macinato bestemmie leccandomi le unghie. Ero felice di averle ancora. Non so perché.
    L’ho capito barcollando verso il bagno. Quando ho abbracciato la tazza del cesso. Quando mi sono alzata. Quando ho pensato di provare a fare pipì. Forse cagando mi sarei sentita meglio. Ho pensato di volermi liberare. Da tutto. Non sapevo di esserlo già. Non credevo. Una seduta sulla tazza del cesso non immagina di essere morta e di aver perso piscio e merda percorrendo la via di casa, no? Avevo dolori terribili alla pancia. Terribili. Così ho pensato di avere il ciclo. Non ho mica creduto che. Non ho realizzato. Ho solo guardato.
    Non so perché.
    Cazzo!
    Che c’è?, ha chiesto la mia coinquilina.
    CAZZO!
    Ti sono venute?, ha chiesto ancora.
    La guardo. La vedo in piedi sulla soglia del bagno e lei allora capisce. In mezzo alle gambe ho un buco nero tumefatto tutto sangue. E la mia pancia è uno squarcio. Buco nero. Gola profonda. Si vede l’esofago. Lo stomaco. Tutto sporco. Tutto rotto. Tutto morto.
    Oh, ha detto la mia coinquilina. Solo ‘oh’. Non dimenticherò mai la forma che aveva la sua bocca in quel momento. Solo la forma della sua bocca. Non so perché.
    Il dottore dice che è normale. Concentrarsi sui dettagli. Probabilmente, ha aggiunto, non gradisco ricordare le urla della mia coinquilina - in quanto mia amica e confidente - in quanto rappresentante di un periodo sereno tragicamente sfuggito al mio controllo con l'improvviso e ancora inspiegabile decesso. Lo stress post mortem è molto comune fra quelli che tornano. Fra quelli che una mattina alzano lo sguardo dal ventre sfondato, guardano la propria migliore amica e le dicono di essere morte la sera prima. Fra quelli come me. Che ancora non sanno il perché.

  • Come comincia: "Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa. Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori"
    William Shakespeare, “Riccardo III” (Canto V)

     

    Aspetto questo momento da così tanto tempo: la resa dei conti, finalmente.
    Domani nella battaglia pensa a me, quando dovrai scegliere fra la vita e la morte, quando sarai davanti ai tuoi nemici con la pistola puntata. Tu, mia indomita santa e guerriera.
    Fatti colpire, amore mio, scegli la morte.
    Scegli la morte.
    Scegli me. 
    Aspetto fremente la battaglia.
    Se avessi un cuore, batterebbe impazzito fra le mie costole dilaniate.
    Conterò i secondi che ci separano come fossero barriere, stati, continenti interi. I minuti sembrano oceani.
    Ogni mio pensiero, ogni mio ricordo è una tortura.
    Fra di noi ormai si frappone il mondo intero, ma non è bastato morire per farmi smettere di pensare a te.
    La vita e la morte sono diventate il nostro tormento; lo scorrere lento dei giorni sgocciola via senza avere senso.
    Piango tutto il tempo che non passo a guardarti, a baciarti, a toccarti, a parlarti.
    Quanto è inutile la mia pace eterna, senza di te!
    Che tragico spreco, la mia morte senza te.
    Domani nella battaglia pensa a me.
    Pensa a quando mi tradisti, sperando che uccidessero solo mia moglie e non me. Sapevi che non la amavo; sapevi che mi era stata imposta, ma non riuscivi a fartene una ragione. L'amore, la nostra rovina e la nostra incoscienza.
    Che assurda e vana gelosia, la tua.
    Solo con la mia morte ho capito quanto fossi disperata.
    Ho dovuto essere seppellito per vedere il vuoto che ti ristagnava nel petto, da quando ho scelto lei.
    È bastato poco per vedere la tua anima in lacrime.
    E con la vita mi è scivolato via il rancore.
    Come ho potuto odiarti, anche per un solo istante, quando ho capito quello che avevi fatto? 
    Sei passata dalla loro parte, maledetta!
    Non avevo capito niente: ma adesso sono qui.
    Ti amo.
    In morte più che in vita.
    Quando verrai colpita, la tua anima cadrà lieve fra le mie braccia. 
    Domani nella battaglia pensa a me, e scegli la morte.

  • 13 febbraio 2008
    Sottopelle

    Come comincia:

    Sottopelle ho veleno che scorre. Vene blu. Sono maligne. Le strapperei una per una dai polsi e le ingoierei a forza. C’è qualcosa di crudele che scivola lezioso appena dietro le unghie. Serra la trachea. Alzo le mani verso la luce, le vedo. Le studio. Le osservo. Le capisco. Pallide pallide e tutte ossa. Coperte. Che quasi si muovono. Ho un liquido che mi si dilaga dentro, stacca la pelle dal corpo. Tessuti lacerati. Perdo la vita. C’è aria, fra la pelle e me, si sta gonfiando tutto. Ho il sangue scoperto. Gli spifferi mi fanno rabbrividire.

     

    Sottopelle qualcosa mi sta spogliando. Sarò un pezzo di carne che sanguina. Con gli occhi. E la vita al di sotto di essi che se ne va. Seni straziati che perdono inchiostro e labbra nere immonde. Non è una metafora. Immagino solo in bianco e nero. Ma vedo coi colori. Per pensare devo stringere le palpebre. Quando il veleno mi toglierà la pelle mi cadranno anche quelle e non potrò più dormire. Vedrò in eterno la luce, la polvere seccherà le lacrime. Staccherò ogni fibra per smettere di soffire. Finirò in un angolo cieca e nudissima. Riderò. Già rido. Pensavo fosse un’eco, pensavo fosse un film, uno spettacolo di varietà, vaudeville, felicità rappresentata perché altrimenti non si riconosce. Invece ero io. A prepararmi per il mio funerale. Voglio una tomba di ebano. Sottopelle. Qualcosa. Sono in un angolo e sto per morire.

     

    Hai mai pensato che forse ti amo? Perchè mi accarezzi e sono liscia, e sotto ho schifo che trasuda e può infettarti. Stai attento. Hai mai capito che ti odio? Forse ti bacio. Forse vomito. Vedo conati. Forse ti faccio morire soffocato nel mio vomito. Poi ti chiedo scusa perchè ti amo. O forse no. Il veleno confonde i pensieri. Non devo farmi più. Ma è tutto così bello. Quando mi illudo. La vita è così dannatamente, fottutamente, perdutamente triste. E quando ho veleno sottopelle penso che sto morendo e sono contenta. Magari ti porto con me. Ci faremo per sempre. Ti piacerà. Saremo strafatti e scoperemo e godremo come pazzi, perchè siamo noi e noi siamo imbattibili. Il marcio mi illude. Ma io voglio credergli con tutto quello di integro che mi rimane. Meglio un’illusione che questo. Questa parete lercia. Questa vita di piume che volano e fuggono.

     

    Non ho niente se non il momento in cui un ago mi trafigge il cuore e io libero – libero/me. Mamma mi tiene per mano e io ho sei anni e ho i codini. Ho dodici anni e lei non è morta. Sono libera e posso avere tutto. Rinchiusa fra sbarre immaginarie, incatenata e senza ossigeno, con i pensieri che si annebbiano e la testa che mi scoppia, e una voce che urla ‘basta, basta, basta’ io sono davvero libera. È quello che sono. Ho sfidato arpie e rapaci per essere così. Non voglio altro.

     

    Posso avere quello che voglio.
    Sottopelle.

     

    Questa sensazione di viscido che non posso lavare. Questo orrore. Questo tunnel nero di cui io intravedo la soglia. Tubo catodico. Un giorno sarò in televisione. Sarò una stella. Avrò una bellissima piscina, mi siederò ogni sera sul bordo e mi farò, e tu sarai con me, e saremo talmente felici che ci sembrerà di scoppiare. Tanta felicità non basterà per i nostri soli corpi. Si spanderà. Sarà luce su di noi. Saremo bellissimi. Stelle sul bordo di una piscina. Ricchi famosi e vuoti. Saremo luridi bastardi, viscidi vermi, squame decomposte. Peccatori. I peccatori più incantevoli di tutti. Mi guarderai negli occhi. E mi dirai che mi ami. Come lo dici prima di fare pompini ad un represso padre di famiglia. Come lo dici quando sto per salire sull’auto di uno stronzo per lasciargli godere dell’unico buco che non mi sono fatta da sola. Sarà come lo dici sempre. Ma noi saremo belli. Saremo ricchi, illusi, vuoti, persi, derelitti. Moribondi. Scandalosamente in.na.mo.ra.ti...

     

    Liberami. Fatti spazio su di me. Taglia le nuvole. Facilitami la strada. Non so più camminare.
    Cado? Volo? No. Vado giù. Taglia la terra per me. Sposta i vermi che ci sono sul cammino. Ho qualcosa.
    Nessuno può tenermi mentre cado.

     

    Sottopelle c’è piombo.
    Affondo.

     

    Si chiamava Sara.
    Questo è stato il suo ultimo pensiero prima di morire
    per overdose, il 15 Maggio del 2006.