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Autore

Danila Oppio

in archivio dal 03 apr 2012

10 settembre 1949, Fonzaso (BL) - Italia

mi descrivo così:
Sono una donna che ama la scrittura, la poesia, e la vita.

13 aprile 2012 alle ore 16:51

Un vecchio quadro

Il racconto

Ecco cosa mancava sulla parete bianca, di una vita ormai agli sgoccioli. Un quadro in bianco e nero, una vecchia fotografia di quella piazzetta dal nome poco indicato per la grande metropoli di Milano: Mirabello. Chissà cosa c’è di bello da mirare, non lo so. E’ una piazza come tutte le altre, qualche albero striminzito, nel centro poche aiole e un vialetto che le taglia in mezzo. Qualche panchina per le persone anziane, e per noi giovani, che ci sedevamo a suonare la chitarra.
E’ un bel quadro, ma in bianco e nero, perché i colori si sono sbiaditi col tempo. Però ricordo. anche se ero un personaggio non dipinto nel quadro, che stavo lì a guardare, partecipavo in disparte. Osservavo.
Sulla piazza si affaccia un bar, avrà anche avuto un nome, ma noi lo chiamavamo “dall’Oreste”. Era il nome del proprietario, un omone grosso e buono come una pagnotta. Si trattava di un bar senza pretese, non come i bar attuali, che curano l’arredamento, preparano sfiziosi panini o drink. Se volevi mangiare, pane e salame erano sempre a disposizione, come un toast farcito. Se volevi bere, non mancava nulla di quel che c’era, dai superalcolici all’ aranciata. Caffè e cappuccini con briosce sempre fresche.  Il locale era grande, a me pareva immenso: nel centro, due grandi tavoli da biliardo, in fondo, addossati alla parete, alcuni jukebox. Dei vecchi tavolini di legno e sedie non proprio accoglienti, erano il resto dell’arredamento, oltre al banco del bar.
Pur essendo un locale così scalcagnato, era molto frequentato, da gente di ogni età e ceto sociale. Poco distante da quel bar, si trova il Tombun, locale frequentato fin dall’ottocento dagli artisti squattrinati, pittori che pagavano la consumazione a suon di quadri e, un po’ più in là, all’angolo di Via Brera, c’è il Giamaica, altro bar frequentato dai soliti noti, studenti dell’Accademia, pittori, musicisti,  e quegli scatenati che organizzavano gli scioperi del famoso “68.
Nel quartiere Brera, quelli erano i locali maggiormente frequentati, ma dall’Oreste era un mondo tutto particolare.
La sera, ci si trovava per decidere dove andare, se al cinema o a ballare in qualche discoteca. Discutendo le varie proposte, riuscivamo a tirare così tardi, che alla fine non si andava da nessuna parte. Allora si giocava a boccette –io con la stecca non ci andavo d’accordo – e se riuscivo a fare filotto – saltavo come una matta, dando pacche sulle spalle a destra e a manca.
Alcune sere, però, i tavoli da biliardo erano intoccabili: arrivavano i fratelli Somaré, con Patrizia, non ho mai capito se fosse fidanzata con Sandro o con Guido, erano sempre insieme come i tre moschettieri! Patrizia era la figlia di Tonino, e nipote di Alberto Ascari, i campioni di automobilismo. I due fratelli, pittori affermati, erano più grandi di noi ragazzi di almeno una ventina d’anni, e ci toccava  soccombere alla loro arroganza.
Il massimo del piacere avveniva quando Victor e Maurizio entravano nel bar, e con nonchalance dicevano ai moschettieri di smammare! Che soddisfazione vedere quei tipi con la puzza sotto il naso, e sacramentando  nel classico birignao milanese, allontanarsi con la coda tra le gambe! Ma Victor e Maurizio non erano persone qualsiasi, erano quelli dell’Equipe 84 e nostri buoni amici. Fingevano di fare una partita, e poi ci cedevano il biliardo!
In quel bar scendeva spesso Mariangela, si tratteneva un attimo con la sorella Anna, poi andava in teatro per le prove della commedia ‘L’inserzione” di Natalia Ginzuburg. Mariangela aveva già quella voce profonda, da gran fumatrice senza aver mai fumato in vita sua.  Anna invece suonava la chitarra, componeva qualche canzone, ma aveva solo 17 anni e due occhi verdi enormi, da far invidia ad un ranocchio! Era molto carina e mia buona amica. Dopo che le sorelle Melato si furono stabilite definitivamente a Roma, ho sempre fatto visita alla loro mamma Lina, fino a qualche anno prima della sua morte.
Ma questo fa parte della cornice del quadro.
Dentro quel bar, non mancava mai Piper – non chiedetemi il suo vero nome, forse non l’ho mai saputo, un ragazzetto alto e secco, sempre insieme alla sua Ornella, che lo seguiva come un’ombra. Piper, così soprannominato perché fanatico di quella discoteca dove una certa Patty Pravo cantava quasi tutte le sere, purtroppo aveva un problema: fumava. Ma non Malboro o Luky Srike, fumava spinelli, e sempre di più, per cui era schizzato come non pochi!  Passava da uno stato di euforia, a quello colmo di nervosismo, e non sapevi mai quando era di luna buona. E’ morto vent’anni fa, a soli 39 anni. Overdose, dicono, e Ornella era sempre al suo fianco, accanto alla bara.
Ma anche questo, fa parte della cornice del quadro.
Franco si sedeva accanto ad Anna e me, sulla panchina del giardinetto, e suonavano la chitarra in perfetto sincronismo, cantando canzoni di Fabrizio De Andrè. Franco aveva una voce profonda, alla Elvis Presley, per intenderci, malgrado i suoi soli 16 anni. Suo fratello Massimo, invece, era già al secondo anno nella facoltà di “non ricordo più”, ma faticava a studiare. Non aveva problemi a dirci che andava avanti a methedrine, anfetamine e altre stupefacenti cose! Sosteneva che era l’unico modo per riuscire a studiare e passare almeno un esame.  Risultato?
Anni dopo hanno suonato alla porta di casa mia, per consegnarmi un’ordinazione di libri della Mondadori: il fattorino era Massimo…si era bruciato il cervello, e addio università! Ha dovuto accontentarsi di un lavoretto di poco conto.
Ma anche questo fa parte della cornice del quadro.
Arrivava, nel pomeriggio del sabato o della domenica, un gruppo di ragazzi “bene”, allora si usava definire così quei figli di papà cui non mancava nulla: auto sportive di grossa cilindrata, abiti firmati, soldi in tasca, e una spocchia da far spavento. Con aria annoiata, di quelli a cui basta un gesto per avere tutto, come quella pubblicità di un profumo maschile “per l’uomo che non deve chiedere mai”. Si sedevano al nostro tavolo, senza domandare se disturbavano, e chiedevano: che vogliamo fare stasera? Volete venire con noi ad una festa? E poi si guardavano con sguardi d’intesa, certi di ottenere una risposta positiva: futuri giornalisti del Corriere, futuri notai, futuri avvocati….futuri rompiballe!
Anna, Ornella, Loredana ed io li guardavamo di sottecchi e poi rispondevamo loro di non scocciare, che avevamo meglio da fare che perdere tempo con gente noiosa come loro! Credevano di far colpo con le loro auto di lusso, e tutto il resto? Oddio, erano anche dei bei ragazzi, su questo non ci pioveva, ma sapevamo che erano quelli che allungavano le mani, e che cambiavano ragazza con la stessa frequenza con cui cambiavano i calzini! E noi non intendevamo essere prese in giro da quei cascamorti!
Sandro è diventato un calibro 90 del Corriere, pagine di economia e finanza; Michele, notaio affermato, è stato colpito da infarto a 50 anni, dopo aver giocato a calcetto con gli amici. La figlia Federica, che gli somigliava come una goccia d’acqua, disperata per la morte del padre, ha accettato l’invito di un amico di famiglia, che l’ha portata col suo aereo privato in Amazzonia, per distrarla un po’. Sono precipitati. Lei aveva solo 28 anni, ed erano trascorsi soli pochi mesi dalla morte del padre.
E anche questo fa parte della cornice del quadro.
C’era un ragazzo, Alberto, che quando mi vedeva, si illuminava d’immenso. A 18 anni ero magra e bionda, e in un certo qual modo potevo rassomigliare a Nicoletta Strambelli, per la quale, come tutti i ragazzi dell’epoca, andava pazzo. Già da lontano lo sentivo gridare: sta arrivando Patty Pravo! Ed io infatti, a  bordo del mio Ciao,  stavo per raggiungere il bar.
Non volevo storie con nessuno, mi piaceva la compagnia di tutti, stavo bene con le mie amiche e con i loro amici, mi piaceva incontrare qualche pittore di una certa notorietà, come Gianni Dova, o Franco Pedrina, lo scultore Luciano Minguzzi, i fratelli Somaré e altri ancora, noti o meno noti. E qualche cantante, come quelli dell’Equipe 84, ma preferivo Anna, che aveva davanti una bella carriera non solo in campo musicale.
Una sera, un ragazzo di colore era seduto ad un tavolo del bar, e piangeva come una fontana. Gli abbiamo chiesto cosa fosse successo, all’epoca non c’erano vu cumpra’, o gli extracomunitari. Se a Milano si incontravano stranieri, di norma erano regolari. Ci ha spiegato che aveva scoperto di essere stato adottato, da genitori italiani, bianchi! Ma ragazzo mio, potevi ben saperlo che non era possibile tu fossi uscito nero, da una  coppia di genitori bianchi! L’ingenuità di quel ragazzo ci ha intenerito e gli abbiamo spiegato che se è stato desiderato dai suoi genitori adottivi, è sicuramente amato quanto un figlio generato naturalmente.
I giorni trascorrevano felici, dall’Oreste, le amicizie si rinsaldavano, ma io non ero dentro quel quadro: non ho mai veramente legato con qualcuno in particolare: stavo in mezzo a loro, condividevo musica, discorsi, uscite, passeggiate, film e concerti, ma era come se fungessi da spettatore. Quella vita non mi apparteneva, io ne avevo un’altra. Il bar di Oreste non esiste più, morto il gestore, morì per inedia anche quel simpatico locale.
Anch’io facevo parte della cornice del quadro.
Il quadro è talmente sbiadito, che penso di conservare la cornice, mentre la foto di gruppo la porto in soffitta, tra le ragnatele dei ricordi.

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