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in archivio dal 13 set 2011

David Marsili

10 febbraio 1973, Livorno - Italia

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  • 13 settembre 2011 alle ore 18:44
    Edimburgo

    Come comincia:

    Ovunque si respiravano segni. In mezzo a infiniti simulacri di cultura gotica, fantasmi per passanti d’occasione, c’erano segnali veri di massoneria celtica. Edimburgo è un dedalo di riferimenti massonici, anche se non li conosci puoi percepirli.

    Mi sono sparato in cuffia gli Smiths, e ho preso a rotolare per le vie. “…but you run down, to the safety of the town…”

    Poi ho fatto il giro dei pub scozzesi in cerca del “mio uomo”, ho assaggiato birre e whiskey, e ho dimenticato me stesso in un locale dove suonavano dal vivo.

    A mano a mano che lo spirito entrava, l’idea dei bambini prendeva una forma sempre più definita. Non so cosa stesse accadendo, fuori e dentro. Proprio non lo sapevo. E intanto le chitarre tagliavano l’aria. E colpi di cajon, e resti di limone nel bicchiere.

    E tagli di vetri, attriti ruvidi sul legno. Scratch. Il cantante scozzese cantava qualcosa sulla libertà e il cambiamento. Sputava saliva secca, e anche se era notte era ancora giorno, a causa della latitudine.

    Il mio uomo sedeva in fondo al locale. Era vestito bene ma sembrava preoccupato, come se sapesse. Aveva molte birre sul tavolo ma poche ore davanti.

    Mille chilometri più a sud, bambini cullavano i loro sogni di bambini.

    Mi alzai, lasciai qualche pound sul bancone, uscii e gettai la pistola in un bidone. Entrai nella macchina che mi aspettava e scossi la testa.

    - E bravo il mio chierichetto. Non l’hai fatto, vero? Lo sai che ora sono cazzi.

     

    Evitai di rispondere. Mi voltai verso il finestrino e guardai fuori. Gli alberi sfrecciavano via veloci. I tetti delle case, i guard-rail intermittenti, le nuvole. Tutto sfrecciava via, allontanandosi da me, in direzione opposta alle mie stelle polari, lasciando solo un vago fruscio nelle orecchie e odore di gomma bruciata.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     
  • 13 settembre 2011 alle ore 18:41
    Post industrial requiem

    Come comincia:

    2009, una notte qualsiasi.

     

    L’armadietto ha cancri di ruggine e puzza di sudore acre.

    Lo sportello gioca a fare l’equilibrista su un perno marcio e più precario di me, mentre la Sicurezza sul Lavoro giace su cartelli sbiaditi, dimenticati in qualche angolo. Più in là, un poster del numero novantanove col pugno sinistro chiuso a stringere la curva amaranto, gli angoli mangiati dal vapore delle docce.

    Il click metallico del lucchetto che si chiude, imprigionando nel buio claustrofobico i vestiti e gli occhi truccati e allucinati di Robert Smith, come in quel video del mio gruppo preferito.

    E poi la mia tuta antistatica, i guanti, l’elmetto e via. Via sull’impianto, per l’ultimo giro della notte.

     

    Trusendi, il Capo Turno, è stato chiaro: non oltrepassare mai il limite sud dei Settori Generali. E’ una consegna di sicurezza, e solo questo basta ad attizzare le braci della mia curiosità. Ma questo è il minimo. Corrono voci curiose intorno a quel rudere di metallo e amianto dove una volta c’era il vecchio impianto di Cracking. Una cattedrale industriale sconsacrata. Si vede da lontano, a sud degli impianti produttivi, di notte mette i brividi. Ma se la guardi bene, non è poi così peggiore delle installazioni attuali, in marcia sterile senza evidenti prospettive di sviluppo, in questi anni zero che non sembrano finire mai.

     

    Dopo dieci minuti ho già terminato il giro di controllo. Ne ho ancora venti prima che a qualcuno venga in mente di cercarmi. Ho già incrociato il Battini, che segue il Settore Nord, e quindi se passo dietro alle torri di raffreddamento dovrei raggiungere il Cracking senza incontrare più nessuno ed evitare anche le telecamere a circuito chiuso. Ecco, ci sono. I miei timpani subiscono il massacro offerto dal frastuono degli enormi ventilatori, ma metro dopo metro il rumore si affievolisce, fino al punto in cui la produzione è un sospiro lieve. Neon sbiaditi, svaporati in una nube giallastra.

    Davanti ai miei occhi, invece, ecco la recinzione. Sopra troneggiano torri ossidate dal tempo, dal mare e dalla chimica organica.

     

    Il buco è piccolo, ma ci passo bene. Manca la luce, ma ho con me la piccola torcia. Non so cosa sto cercando, è come se questo posto mi chiamasse. I rottami, il passato, mi inquietano e stregano allo stesso tempo. Accendo il cellulare contro ogni regola di sicurezza e inizio a registrare. Immagini incerte sul palmo di una mano smaniosa, assetata di nuovi feticci.

    Infatti, i soggetti non mancano. Tutto è il trionfo di un disfacimento, solitudine all’ennesima potenza. Tubazioni degradate, tetti d’eternit con squarci sul cielo, resti di vecchie installazioni ovunque. Sembra un video degli Einsturzende Neubauten. Ed è pensando a questo che mi prende l’idea. Getto l’elmetto e raccolgo alcuni tubi d’acciaio. Inizio a picchiarli l’uno contro l’altro. E’ tutto a mia disposizione, una percussione infinita. Dapprima un colpo, la cui eco risuona fredda, fin troppo lontana. Mi prende la paura che qualcuno possa avermi sentito. E’ un timore assurdo, non mi udiranno mai. Così ne creo ancora uno. Tubi di diverso diametro sono un vibrafono naturale, note quasi in accordo perfetto. Ma in quel momento altri suoni ed echi sembrano aggiungersi ai miei. Mi guardo attorno, mentre un brivido mi arriva in cima al cranio.

    La sensazione di non essere solo.

    Infatti, un vecchio motore assurdamente si aziona, sparandomi polvere di ruggine in faccia. Indietreggio e cado. Il cuscinetto del motore passa dal rumore al suono. Ed esegue, incredibilmente simile a un sax, una melodia malata e malinconica. Altri compressori cadenzano le fasi in una sorta di marcia funebre. Poi anche lo spettro di luce cambia. Sagome luminescenti girano velocemente intorno. E se fossero le torce dei miei colleghi che mi cercano? “Hei, sono qui, dài ragazzi, cazzo così mi fate cacare addosso!“.

    Ma niente.

    Forse è solo uno scherzo della mia immaginazione. Eppure non prendo più quella roba da tempo.

    Respiro forte, mi convinco che non devo aver paura. Mi rialzo e continuo ad ascoltare. Poi le luci si fermano, l’intensità dei suoni si amplifica veloce, e un grido di decine di voci straziate si alza.

    Poi lo vedo.

     

    Si trascina su bracci di metallo e pelle tumefatta, ha uno sterno di alluminio e ossido di ferro, con polmoni d’amianto. Gambe inservibili di legno e dita di vetro. La faccia però è quasi umana. Me ne rendo conto quando si avvicina e mi guarda con quegli occhi così diversi. Nonostante il terrore riesco a registrarli. Un occhio nero e profondo come un pozzo e uno acquamarina. Sostengo quello sguardo fino al punto di sentirlo pronunciare qualcosa con quella voce polifonica. Poi lo vedo alzare un arto che stringe una lamiera mezza accartocciata, falciforme.

    Nascondo la testa tra le braccia, gli occhi chiusi, ad aspettare il colpo.

    Ma il colpo non arriva. Sento toccarmi addosso - come se mi infilassero qualcosa in tasca - e poi il silenzio.

    Quando riapro gli occhi non c’è più niente. Solo il vecchio Cracking, muto come sempre.

    Però ora la solitudine non riesco più a sostenerla. Mi alzo di scatto e corro come un pazzo. Mi fiondo nel buco della rete che mi squarcia la tuta, corro ancora verso l’impianto, verso i neon che mi oscillano impazziti davanti agli occhi umidi. Corro inciampo cado ancora. Sento le guance ghiacciarsi nel fango. Poi mi sento sollevare. Cazzo, mi ha preso. Mi ha preso di nuovo.

    “E bravo coglione! Dove ti eri cacciato? Guarda, non lo voglio nemmeno sapere.”

    E’ la voce del Trusendi. Inattesa, salvatrice, perfino bella per una volta. Guardo il Capo Turno e gli rivolgo un ebete sorriso di benvenuto. Vorrei baciarlo. Quasi l’abbraccio con le mie braccia insozzate.

    “Cazzo ridi, scemo? Prendi anche per il culo? Voglio vedere se lo farai anche con il Direttore. Aspettiamo le otto e ci si va diretti. E vieni così, senza doccia. E’ bene che ti veda...in tutta la tua eleganza… Ride, lui. Mah.”

     

    Ho lasciato tracce di fango per tutto il corridoio. Seduto di lato, dalle inferriate delle mie dita vedo i tacchi sottili delle impiegate che zigzagano svelti per evitarle, come fossero merde di cane, di quelle che è così facile trovare sui marciapiedi, in città.

    Dovevo combinare tutto questo per vedere lo scintillante primo piano della Direzione, o “Alta Direzione”, come scritto sul triste arazzo della Politica Aziendale affissa alle bacheche.

    Conto le mattonelle a scacchiera per non pensare a niente. E francamente non saprei neanche cosa pensare di quello che è accaduto.

    Poi l’ultima porta del corridoio s’apre. Riappare il Trusendi, che si congeda balbettando un arrivederci ingegnere e mi si para davanti.

    “Ora tocca a te. Auguri!” e se ne va, il codardo.

     

    L’ufficio è ampio ma poco accogliente. Mobili scuri, ricche reliquie per vecchi dirigenti e ultimi superstiti di arredi andati ad impreziosire le ville di altri matusa in giacca bianca.

    E anche questo qui mi sembra uno del club. Se ne sta, con la sua poltrona importante, girato verso la finestra, e nemmeno saluta. Sembra che non mi abbia neanche visto entrare; la solita farsa del potere. Però poi apre la bocca.

    “Bene, Nardini. Il Capo turno mi ha raccontato della prestazione di questa notte. Abbandono del posto del lavoro, detenzione del cellulare in zone con pericolo d’esplosione e incendio, e cos’altro? Trusendi dice di non sapere dove lei è sparito per ben quaranta minuti. Perché non lo racconta a me?”.

    Non mi dà neanche il tempo di aprir bocca.

    “Non importa. Anche se non me lo dice, lo so già.”

    Sembra sfogliare mentalmente una scheda delle Risorse Umane.

    “Quattro. Profilo Enneagramma 4: Il Romantico – Tragico. Lei è un musicista, un artista, vero? Ama la decadenza, il culto del vissuto e bla bla bla. E quindi, ecco che si spiega la terza violazione: ingresso in area confinata sottoposta a bonifica. Vero Nardini? Lei – è – andato – al – Cra – cking”.

    Annuisco.

    “Bene, è andato al Cracking. E...che cosa c’è andato a fare?”.

    “Sono andato in cerca di fantasmi”. Poi mi mordo la lingua. Devo essere impazzito, non so cosa mi è preso. Adesso s’incazzerà definitivamente e mi caccerà via.

    Invece la sua faccia cambia, improvvisamente, in un’espressione supplichevole morbida tenera. Malgrado se ne stia in penombra, lo vedo dai movimenti della testa.

    “Lei LO ha visto, vero?”

    Io zitto, non so cosa dire.

    “Lo sospettavo. La prego, non abbia paura. Mi racconti, mi racconti. Io lo so, perché l’ho visto anch’io. Mi si presenta davanti ogni notte. E’ un maledetto sogno, solo un sogno. Ma è così reale...Non ho dubbi, è quell’impianto. Dietro il paesaggio è reale. Dalla cima si vede il mare, con la chiazza bianca e la foce del fiume”.

    Io sempre zitto. Lui quasi piagnucola.

    “E’ terribile. E’ come se volesse dirmi qualcosa. Ma ogni volta che quell’essere mostruoso si avvicina, mi sveglio. Non riesco mai a vedere la sua faccia. Lei crede nei fantasmi?”.

    Non rispondo. La situazione è pazzesca.

    “Le sembrerà folle. Scusi se mi sbottono, con lei. Ma io credo che ci siano degli ambienti che direi...psichici, sì, psichici. E’ come se ci fosse una sorta di accumulo nevrotico. Una somma di tracce infinitesimali di sofferenza, di rimpianto, che ritornano sottoforma di...qualcosa. Non so cosa, ma è una specie d’incarnazione. Capisce?”.

    Ascolto.

    “Lo so che capisce. Lei è di poche parole, ma si vede che capisce. E’ per questo che è andato al Cracking, anche se sapeva che era proibito. Lei sa che cosa è accaduto là? Le hanno mai raccontato di cosa è successo nel febbraio del ’77?”

    Vorrei rispondere che io nel ’77 manco ero nato. E poi le uniche cose che associo a quell’anno sono i Sex Pistols e il Punk. Ma questo non glielo posso proprio dire.

    “Quell’anno c’è stata una grossa esplosione al Cracking. Sette morti ustionati e l’impianto distrutto. Alla fine l’hanno dovuto chiudere. Tac, sigilli e rete di recinzione, ed è rimasto così fino ad oggi”.

     

    E’ tornato a guardare verso la finestra. Io con lo sguardo percorro quel tavolo quasi immacolato, quasi senza traccia di lavoro, se non fosse per un fascicolo tecnico che attira la mia attenzione. PROGETTO REATTORE 13. Credo che si sia accorto del mio sbirciare.

    “Bravo, è proprio lì che volevo arrivare. Quella cartella. Si tratta di un nuovo progetto: un reattore sperimentale ad alta pressione. Nascerà proprio nella zona dell’ex Cracking. Io stesso ho seguito il piano di lavoro, ed io stesso lo collauderò personalmente”.

    Il telefono lo interrompe. Mi fa un cenno, con la mano, come per scusarsi, ed alza il ricevitore.

    Oh, Philippe... Oui, ça va... Tout est réglé”.

    Dall’altra parte colgo brusii in francese. Riconosco qualche parola, frutto delle mie letture dei francesi dell’ottocento. Parlano di come tutto sia nei programmi, di togliere sigilli ed iniziare i lavori. Domani stesso, dice il Direttore.

    Oui,Philippe... je vais vous tenir informès. Au revoir”.

    Riattacca, poi di nuovo si rivolge a me, ma è come se parlasse a se stesso, al soffitto, ai mobili.

    “A Bruxelles credono molto in questo progetto, e sarà un trionfo!”

    Adesso si è alzato di scatto ed ha ripreso euforia ed entusiasmo.

    “Ma sì, al diavolo i fantasmi del passato. E’ una nuova era. Bisogna pensare al futuro! Non so neanche perché mi sono messo a raccontarle queste cose. Senta, dimentichi quello che le ho detto poco fa e se ne vada a casa. Si faccia una bella dormita e poi riprenda il turno. Per me non è successo niente, ma non abbandoni mai più il suo posto di lavoro. E non racconti a nessuno di questa conversazione”.

    E dicendo questo mi si avvicina, aggirando l’immensità della scrivania, e mi tende una mano. L’occhio nero esce dalla penombra per primo. Poi, quello acquamarina.

    Schizzo via dalla sedia, come olio nell’acqua bollente, e mi metto spalle alla parete. Lui rimane spiazzato, spaventato a sua volta dalla mia reazione. Seguono secondi di silenzioso confronto. Poi, finalmente, capisco il messaggio. Mi tolgo dalla tasca quell’oggetto metallico e glielo consegno nella mano destra, ancora tesa nel segno di un mancato congedo.

    Fissa curioso la targa accartocciata in lamiera e poi, incredulo, vi legge la scritta sbiadita e mezza bruciata: REATTORE 13 – anno di costruzione 2012.

     

    Nella testa mi suona un requiem. Una bella musica rock industriale che proporrò al mio gruppo appena uscirò definitivamente da quest’ufficio. Quest’ufficio in cui, intanto, si spande un tanfo indolico che aggredisce le narici insopportabilmente.

    Poi una chiazza prende forma dal cavallo dei pantaloni del Direttore e per terra forma un lago, dove i mocassini dell’uomo sono piccole barche in avaria.  

     
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