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Racconti di Davide Alleni

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  • 04 dicembre 2007
    Tutti mi dicono nichilista

    Come comincia: Il Pacifico non amava la loquacità. Che avesse ucciso la moglie, però, lo si sapeva. Un bel giorno, aveva abbrancato con una mano lei, e con l’altra il coltello. Il sangue non lo impressionava. Agì di conseguenza: quindici fendenti, un gran brutto macello. Era un teorico, lui: assassino, ma a movente filosofico. Diceva: “Voi mi dite nichilista”. E in quel suo voi stava racchiuso qualcosa di immenso, l'intero consorzio umano.
    E poi, diceva anche: “Il mondo è tutto un dare e avere, ecco che è. Tutti lo sanno, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Io l'ho detto, ho ammazzato: ci ho creduto. Ed è per questo che voi mi dite nichilista. Ma se io sono nichilista, voi che cosa siete?”  Però nessuno lo stava a sentire. Era un incompreso, il Pacifico. E credo che la gente avesse semplicemente paura di ascoltarlo. Aveva paura, certo. Era questo, in fondo, il suo più grande cruccio.
    Io a volte ci provavo. Stavo lì con lui. Sapevo cosa rispondergli, e sapevo come farlo parlare. All'inizio era come uno scherzo, per me.
    Lui mi diceva: “Deh, Buonaventura, ma l'hai pagato il biglietto sull'autobus?”
    Buonaventura è il mio nome. E io: “Ma sì, certo che l'ho pagato”.
    “E perché?”, mi chiedeva lui.
    “Perché è giusto così”.
    “Allora non hai capito proprio un cazzo della vita”.
    Questa era la fase numero uno. La fase numero due veniva dopo. Era: iniziare a ragionare come lui. Nessuno ne era capace, ma io sì. Col tempo avevo imparato. E gli dicevo: “Ho pagato per non prendere la multa”.
    Era questa la risposta giusta. Quando dicevo così, il Pacifico sorrideva, mi tirava una pacchetta sul braccio e sorrideva: “Bravo, deh, bravo”.
    “Deh, Buonaventura, ma perché non ammazzi il tuo capo?”
    “Eh già, e poi chi me lo paga lo stipendio?”
    “Bravo, deh”.
    Ovviamente, non c'era né capo, né biglietto, né autobus, né stipendio. Era una specie di prova, per lui. Diciamo così.
    Diceva: “Deh, Buonaventura, ma perché facciamo quello che facciamo?”
    Ed è qui che stava il tutto. Lui lo sapeva: anzi, di più. Perché tra il sapere e l'agire la distanza è enorme. Abissale. Nessuno ha il coraggio di percorrerla. Il Pacifico lo fece, perciò era grande.
    Il che, ovviamente, ci porta dritti dritti alla sua storia. Dunque: un bel giorno prese su, venne da me, si sedette, e mi raccontò tutto. Mi disse di come uccise la moglie, e di come, per filosofia, non se ne pentì. Non fu una narrazione precisa. I particolari non gli interessavano, e non interessano neppure a me. Non fateci caso. La forma non conta un cazzo, il resto è molto semplice. Quindi, niente domande idiote.
    Ora, il Pacifico era sposato, si capisce. Viveva in una casa normale, insieme con la sua dolce metà. Non avevano figli: erano proprio soli, loro due. Nulla di speciale: a lui però andava bene così. Pensava molto, il Pacifico: come tutti, del resto. O forse più degli altri. Ma, come tutti, si era sempre e solo limitato a questo. Poi, un bel giorno gli bussarono alla porta. Lei insomma andò ad aprire, e si presentarono tre tipi. Erano tipi graziosi: tre assassini. Avevano appena massacrato la famiglia di sopra. Dissero: “Salve, abbiamo fatto a pezzi quegli stronzi dell'interno 42, ora toccherebbe a voi”. Procedevano con grande meticolosità: un numero dopo l'altro. Il Pacifico viveva al 43.
    Lei domandò: “Ma perché?” Il Pacifico sulle prime pensò di svignarsela. Innanzitutto, non amava le domande idiote, e sua moglie ne aveva appena fatta una. Già si era capito tutto, e chi se ne fregava dei particolari? Di nuovo, forma e sostanza: giusto? Ad ogni modo, quelli non si fecero ingabolare. Videro il Pacifico che scivolava verso la finestra, lo chiamarono, e poi con molta eleganza estrassero una pistola. Gliela puntarono proprio lì, dritto in mezzo alla fronte. Un argomento abbastanza convincente. Il Pacifico non era un idiota e sorridendo si ricompose.
    Quindi, senza scomporsi, i tre si rassegnarono a soddisfare tutte le curiosità dell'affranta signora. Dissero cioè quali erano le loro ragioni. Perché ne avevano, eccome. Generalmente, ciascuno ne ha sempre parecchie. Loro non ebbero scrupoli, e raccontarono tutto: che era per questo e per quest'altro, e che insomma non c'era nessun motivo personale, ma che proprio dovevano farlo. Non c'era scampo.
    Ma il Pacifico, lui, già aveva capito tutto.
    Non credeva in dio. Era un logico, come vi ho detto. Credeva nella vita e nella morte, e tutto ciò gli appariva molto, molto ragionevole. Osservava il mondo, intorno a sé. Se avesse creduto in dio, avrebbe iniziato a donare i suoi vestiti ai poveri, a farsi crocifiggere, lapidare, a porgere l'altra guancia, e cose del genere. Sarebbe stato il comportamento più razionale: qualche annetto di sofferenza, in cambio di un'intera eternità. Se gli fosse andata bene, sarebbe persino morto giovane: che c'è di meglio? Sui trentatré anni, diciamo. E poi, di lì in avanti, il paradiso, miele e latte che scorrono in mezzo ai prati, settantasette vergini tutte per lui, e via così. Grandi pacchie.
    Aveva idee molto chiare, a riguardo. Un giorno mi illustrò pure quelle. Diceva: “Deh, se credessi in dio, sai che farei? Vedrei il mondo come un grande reparto di riabilitazione. Che fai quando ti spacchi una gamba? Fai di tutto pur di guarire. Anzi, di più: ti fai un culo enorme. Sai, tutte quelle robe: ginnastica, flessioni. E non è che devi spassartela. Sei dentro un ospedale: devi soffrire, e lo sai. Anzi: più soffri, e più sarai a posto, una volta fuori. Non vedi l'ora di uscire. E' una doppia gara, contro il tempo e contro te stesso. Ora, sostituisci l'ospedale con la vita. La gamba rotta, che so, col peccato, e con tutte quelle baggianate lì. La guarigione, invece, è il paradiso. Viene fuori un'equazione precisa. Ma vale per l'ospedale: non certo per la vita. La verità è che nessuno ha fretta di morire, né io né te. Ripensa un po' a quell'ospedale, e prova ad applicarlo alla vita. Vedi? Non regge. Ora immagina te stesso, tutto pieno di fratture, sdraiato in un letto. Che fai? Ti strappi via il gesso a morsi e sbatti la testa contro il muro. Te ne fotti, non te ne vuoi andare, non vuoi guarire per un cazzo. Stai bene qui, col pappagallo sotto il letto e il vicino accanto a te, un vecchiaccio con l'osso sacro sfondato, che scoreggia all'aria per tutta la notte. A te piace un mondo, è una figata. A questo punto, è chiaro che l'equazione non regge: c'è qualcosa che non va”.
    Questa cosa lo angosciava proprio: tutti a parlare di dio, tutti quanti. Ma non uno che agisse di conseguenza. Dunque, ecco le sue conclusioni: “Nessuno crede in dio”. Tolto dio, cadeva anche la moralità. Cadeva tutto, e restava solo un valore: quello della sopravvivenza.
    Diceva: “Mi comporto così, con logica, per sopravvivere. E comunque lo faccio per me stesso, solo per me stesso. Perché faccio la carità a un barbone? Mica è per lui. Lo faccio perché mi far sentir bene, lo faccio per farmi vedere. Per mostrare agli altri quanto sono bravo. Facci caso: tutti fanno così”.
    E poi diceva: “Deh, Buonaventura, dimmi altri esempi”.
    Era questo il suo passatempo preferito. Di esempi ce n'erano tanti. Infiniti. Alcuni difficili, altri meno. Io cercavo l'esempio disarmante. Lo cercavo con foga, con preoccupazione. Ma mai, proprio mai, sono riuscito a trovarlo.
    “E l'eroe che si sacrifica per gli altri? Diciamo, quello che muore in guerra, o cose del genere”.
    “Difficile, molto difficile. Ci credo poco. Lo fa chi vuol essere ricordato: accendere una scintilla nel buio dell'eternità. Pensi al tuo nome che brilla nei secoli, o robe così: risibile, comunque. L'eternità non ci riguarda”.
    “Il missionario in Africa, che imbocca in negretti?”
    “Bé, lì c'è di mezzo la vita eterna. Nulla di più egoistico”.
    “E l'amore? Anche l'amore è egoismo?”
    “L'amore non esiste. Esiste la convenienza: paura di restar soli, tutto qui”.
    Così ragionava il Pacifico. E così provò a fare anche quel giorno: pure di fronte agli assassini.
    Per prima cosa andò da loro, e si fece ripetere daccapo tutta la storiella. Quelli avevano ancora negli occhi la scenetta di poco prima, con la finestra, la pistola e tutto il resto. Sulle prime mostrarono una certa diffidenza. Non volevano più parlare, non con lui. Avevano fretta di concludere. Ma il Pacifico seppe essere convincente. Riascoltò tutto daccapo, e si convinse di una cosa: un omicidio, in un modo o nell'altro, doveva scapparci per forza. Non mi disse mai il perché. Loro, è chiaro, glielo spiegarono: già lo avevano spiegato a sua moglie. Fatto sta che così era, e così doveva essere.
    Poi, così, d'un tratto, il Pacifico ebbe l'illuminazione. Con un gesto un po' brusco ma debitamente calcolato, spinse di lato la donna, si piantò a gambe aperte di fronte alla porta, e suggerì: “Deh, e se passassi dalla vostra?”
    “Dalla nostra?”, chiesero gli assassini.
    “Certo, dalla vostra. Che c'è di strano?”
    La cosa suonava piuttosto barbara. I tre tipi sentirono puzza di fregatura, e visti i precedenti iniziarono un poco anche ad incazzarsi. Ma come? Questo prima cerca di svignarsela, e poi prende pure per il culo? Che brutta robaccia, che schifo.
    “Tu ci prendi per il culo”, iniziò a urlare il più sensibile della compagnia. E senza remore riprese a sventolare il grosso pistolone avanti e indietro, nel vano d'ingresso.
    Ma il Pacifico non li prendeva per il culo. Assolutamente. Glielo disse. E poi sapeva un'altra cosa: al mondo, nessuno ti dà nulla per nulla. Ma se tu hai qualcosa da offrire in cambio, tutto sommato forse si può fare. E lui la contropartita ce l'aveva lì di fronte: bionda, bruttina, coi fianchi grassocci e un sacco di lacrime che scorrevano giù sulle guance. Sua moglie. Tanto, era chiaro: morire doveva morire.
    “Pensateci bene. Se vi prendono, avrete due ergastoli in meno. Vi conviene abbastanza, direi”.
    “Due in meno?”
    “Io vengo con voi, ma prima vi faccio fuori lei. Uno e uno due: due in meno per voi. Sapete contare?”
    I tre annuirono. Anzi, annuì uno solo, che poi era il più intelligente. Gli altri due continuarono a non capire.
    “Faresti una cosa del genere? Ma non ti vergogni?”, domandò nuovamente il più sensibile della compagnia, che era di gran lunga anche il più agitato. Evidentemente aveva dell'omicidio un'accezione piuttosto particolare: bene se lo faccio io, male se lo fanno gli altri. Tipico. Anche questa era ipocrisia. Il Pacifico lo sapeva, ma si guardò bene dal farglielo notare.
    Invece, sforzandosi, gli rispose sorridendo. Era un gran diplomatico, lui: “Deh, certo che lo farei. Subito, lo faccio”.
    “Ma cazzo, questa mica è tua moglie?”
    “Sì, è ovvio, si capisce. E' proprio mia moglie, e con questo?”
    Gli assassini apparvero scossi. Ne avevano visti di matti: gente che si lanciava giù per le scale, che iniziava a pregare, a urlare, appellandosi a chissà quali autorità: del nostro e di quell'altro mondo. Ma roba del genere mai. Forse è per questo che iniziarono a incuriosirsi.
    “Non so”, fece uno. “Forse è il caso di pensarsi, la situazione è ingarbugliata. Possiamo chiudere la porta?”
    “Certo, certo, fate pure. Cara, spostati un attimo: stai proprio nel mezzo”.
    Obbediente, la donna fece qualche passo verso l'interno. Sembrava intontita. Magari il Pacifico avrebbe dovuto dirle qualcosa. Una frase del tipo: “Scusa amore, perdonami”. Ma sarebbe stato come chieder venia alla bistecca sul piatto. Il Pacifico stabilì: bando alla contrizione.
    “E' meglio che uso un coltello”, suggerì.
    Gli altri annuirono e lo guardarono come si guarda un sanguinario. Con un certo spavento, cioè, e con un briciolo di ammirazione. Ormai era deciso: non ebbero il coraggio di dire più nulla.
    “Se usassi la pistola, risalirebbero a voi”, continuò il Pacifico, perché ormai si era ben lanciato: “Così diranno: che so? Raptus omicida nel palazzo delle stragi. Qualcosa del genere. Il male che si propaga attraverso i tubi dell'acqua. Una cosa carina. Magari qualcuno ci scriverà un romanzetto”.
    Un gran affabulatore: ecco cosa era, il Pacifico. Citò persino un po' di letteratura, ma quelli probabilmente non ci capirono molto. Lui allora non insistette: era meglio non esagerare. La letteratura è una cosa curiosa: a volte ti viene in aiuto, ma non sempre chi hai di fronte è in grado di apprezzarla.
    Chiudiamola qui. Il Pacifico prese un coltello dalla credenza, andò dalla moglie e le tirò quindici fendenti. Lei crollò sul colpo. Poi si alzò in piedi, andò in bagno e si lavò per benino. Perché in fondo era una persona pulita, e uscire per strada tutto macchiato di sangue non gli sembrava esattamente la miglior cosa da fare.
    Scapparono insieme, lui e gli assassini. Vagarono per un po', fecero perdere le loro tracce. E, a quanto ne so io, nessuno dei quattro fu mai arrestato. Fu un gran colpo di fortuna, ma ben calcolato: male che fosse andata, ci sarebbe stato l'ergastolo. Significava comunque sopravvivenza. La morte della moglie fu la vita del Pacifico. Così andò, ed è così che va raccontata.
    Quanto a me, il Pacifico non l'ho più rivisto. Oggi sto in questo posto. E' una specie di ospedale, dicono. Un ospedale per la testa: dicono così. Mi trattano bene, e io sono contento, perché ho molto tempo per me stesso. Qualcuno dice nichilista anche a me, ogni tanto. Ma chi se ne frega. Io so tutto, e tanto mi basta. A volte ripenso a tutta questa storia. Al discorso della riabilitazione, per esempio, del gesso, della gamba rotta, eccetera. E allora scoppio a ridere: mi piace ridere.
    Non ho nessuna voglia di uscire, e forse in fondo è giusto così. Sarò pazzo, ma non sono mica scemo.