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in archivio dal 26 mag 2007

Davide Di Finizio

06 dicembre 1986, Napoli

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  • 04 settembre 2007
    La puttana e l'ubriacone

    C'era una volta
    lungo questa strada
    una donna a pezzi,
    mai stata amata
    con pochi spicci
    neanche per campare,
    tanti mocciosi
    tutti da sfamare..
    per poche briciole,
    per un boccone
    vendeva il suo amore.

    C'era una volta
    in questa stazione
    un uomo a pezzi,
    senza mai un amore
    con pochi sogni
    ma da realizzare
    e tanti debiti
    tutti da pagare...
    e per amica
    e per famiglia
    solo una bottiglia.

    C'era una volta
    su questa panchina,
    c'era la notte
    buia e senza luna
    e una puttana
    senza compagnia
    e un ubriacone
    senza più allegria..
    per una notte,
    per poche ore
    fu solo amore.

    E chiudi gli occhi
    o mia piccina,
    per quante notti
    ti starò lontana
    ma tu non piangere,
    resta ad aspettare
    un giorno sarai
    una persona migliore...
    per tua madre,
    per tuo padre
    e per il nostro amore.

     
  • 16 agosto 2007
    San Lorenzo

    LUI:

    Stella piccina
    stella profana
    che scruti furtiva
    nel cuor di chi ama,
    scivola lenta
    nel suo pensiero
    e, nel silenzio
    sfoglia il suo velo.
    Non vergognarti
    d’un uomo che sogna,
    di leggere dentro
    ad un cuore di donna.
    Non vergognarti
    di esser sincera
    con chi non vive,
    chi ormai dispera.

    LEI:

    Stella piccina
    stella maldestra
    che splendi persino
    nel mare in tempesta,
    rischiara il silenzio
    con queste parole
    che siano leggere,
    che siano d’amore.
    Non rifiutarmi
    un solo momento
    per stare con lui,
    per dirgli che sento.
    Non rifiutarmi
    una sola occasione
    per dirgli chi sono
    e offrirgli il mio cuore.

    Stella piccina
    stella cadente
    che sfiori la volta
    del cielo sognante,
    bacia le anime
    di questi beati
    che, in questa notte
    si son dichiarati.
    Tanto vicini
    e pur distanti
    non sanno ancora
    che, in pochi istanti
    hanno vissuto
    la storia più bella,
    solo guardando
    la stessa stella.

     
  • 20 luglio 2007
    Risveglio

    Quante notti
    passate a sognare
    il vago albeggiare
    del giorno che va.

    Dolce e amara
    l'attesa pensosa
    di chi non riposa
    perché più non sa.

    Trasognato,
    lo sguardo alle stelle
    ma il cuore, ribelle
    non si placherà

    se, dal buio
    del cielo serrato
    un candido afflato
    lo ridesterà.

     
  • 26 maggio 2007
    Precari

    Si può stare lontani
    senza avere pensieri,
    non sfiorarsi le mani
    perché sembrino veri?
    tempestare il silenzio
    dei nostri richiami,
    sino a spendere il tempo
    a non dirci precari..
    è un po' un riparlarsi,
    quasi un dirsi di sì
    ma tu
    tu non sei qui.

    Si può credere ancora
    che non siano reali
    questi modi di dirsi,
    di non dirci lontani?
    dirlo in faccia alla vita
    cosa siamo davvero,
    ma guardare negli occhi
    non si fa allo straniero..
    è un po' un rivedersi,
    che vedere vorrei
    ma tu
    tu non ci sei.

    Ma la vita continua
    -che le frega di noi? -
    due punti sospesi
    contesi dal vento,
    eppure frammenti
    d'un solo segmento..
    e un anno che passa
    non passa per noi,
    fra pochi secondi
    -silenzio-

    e poi

     
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  • 20 febbraio 2008
    Leandro

    Come comincia: Era una notte buia e tempestosa quando, ascoltando i precipitosi passi della pioggia scalpitare sul selciato e udendo a tratti il respiro del vento ansimante sfiorare la mia finestra, sentii la sua voce. Era ormai una settimana che poltrivo, avviluppato tra le lenzuola, senza decidermi a reagire. “Smettila di vegetare!” aveva esclamato mia madre nelle trecentoquarantacinque sue telefonate durante questi sette giorni ma, accusando forti dolori di cui non conoscevo, né m'andava di conoscere la natura, avevo trovato il modo di tenermi alla larga dall'ufficio. Ero stanco di tutti e di tutto, deciso a chiudermi in me stesso per snobbare l'ipocrisia di coloro che mi circondano; ero deciso a barricarmi tra queste quattro mura e a vivervi il resto di questa dannata esistenza, cercando di frenare i ricordi che lentamente mi affiorano alla mente, ricordi di quella stupida adolescenza trascorsa tra i banchi di scuola, restando al mio posto per compiacere alla rigida disciplina, ma chiudendo per sempre i miei sogni nel cassetto.

    “Leandro, vuoi fare lo scrittore?” mi domandavano i falsi amici d'una volta, sghignazzando come ubriachi ed io, inscatolato in questo corpo a velare i miei veri sentimenti, non rispondevo. È destinato forse ad esser calmo chi si chiama Leandro? Eppure non sono mai stato calmo, se non all'apparenza e certo non lo ero quando sentii la sua voce. Smarrito, fissai il ripostiglio, poi la finestra: impressionante la suggestione dello spettacolo pirotecnico che si svolgeva fuori, spettacolo di tuoni e pioggia, sostenuti da un vento incessante.


    Leandro! Ecco, il mio nome, pronunciato da una voce familiare, a me nota, ma non poteva essere lei!
    M'aveva salvato dall'isolamento - lo so - m'aveva offerto una speranza ed io avevo incominciato a credere di nuovo nella vita. L'ho conosciuta, l'ho amata, ma come ogni speranza è spirata via insieme al vento. La sentivo, era la sua voce, la distinguevo tra la burrasca e diventava sempre più forte...


    Leandro! Ancora il mio nome, la mia condanna, il mio atto d'accusa, ma di cos'ero colpevole, io, se non di esser rimasto nell'ombra per tanto tempo? Dopo tanti anni, dopo le false promesse dei falsi amici d'una volta, lei aveva giurato e quel giuramento era valso più di tutto. M'aveva tradito ed io avevo reagito, ma in quella notte buia e tempestosa lei si ripresentava a me, scalpitando di corsa sul selciato ed ansimando con violenza, sino a sfiorare la mia finestra.


    Era impossibile! Doveva essere lì, nel ripostiglio, dove l'avevo lasciata. Corsi ad aprirlo: il sacco era lì, il suo braccio pendeva fuori, stillante di sangue...


    “Pentiti, Leandro, pentiti! Sei ancora in tempo per salvarti!” mi urlava, e così tutta la notte. Soltanto all'alba è tornata la calma, allora mi son vestito e sono corso qui.


    "E questo è tutto?" - chiede il commissario.


    "Già" - afferma Leandro, col viso sbattuto: "Però è avvincente la storia del mio riscatto. Ci sarebbe di che trarne un romanzo. E dire che mi credevano pazzo!"