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in archivio dal 02 mag 2007

Davide Giansoldati

10 novembre 1975, Milano
Segni particolari: La voglia di vivere, creare, osare...
Mi descrivo così: Consulente informatico per lavoro, scrittore per passione, attento osservatore e curioso esploratore...

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  • 31 dicembre 2007
    Che cos'è la Gioia?

    Che cos'è la Gioia?
    La Gioia è il sorriso di un bambino,
    è il bacio degli innamorati,
    è l'abbraccio tra amici ritrovati,
    è la sorpresa davanti all'inatteso,
     La Gioia è vivere,
    vivere a colori.

     
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  • 16 marzo 2009
    Sangue

    Come comincia:

    Intorno a me una luce bianca, pallida, sfocata.

    Chi sono, dove mi trovo, cos’è successo?

    Lentamente riprendo conoscenza: un sapore ferroso in bocca quasi mi soffoca.

    “Dannazione, è sangue!”

    Cerco di alzarmi, ma non riesco nemmeno a mettermi a quattro zampe: sputo e mentre la mia vista inizia appena a schiarirsi vedo un grumo di un rosso cupo sulle piastrelle verdi del pavimento.

    Provo nuovamente a puntellarmi sulle mani e a fare forza, mi sollevo appena, non ce la faccio, sono troppo debole.

    Muovo la testa a destra e a sinistra, apro e chiudo gli occhi più volte, “Sveglia!” mi dico, cerco di schiarire la mente e lentamente intorno a me si fanno nitidi i contorni di un bagno.

    Arranco, strisciando, in una specie di buffa imitazione di un soldato in trincea e dopo pochi secondi che sembrano un’eternità, arrivo vicino ad uno specchio a figura intera, mi guardo, vedo un me stesso che a stento riconosco, un occhio pesto, un taglio sulla fronte da cui scorre un rivolo di sangue, gli occhiali rotti ma ancora inforcati sul naso.

    Un dolore acuto a ossa e muscoli mi aiuta a tornare completamente alla realtà: mi sembra di essere stati travolto da un tir!

    Un momento, ma, adesso che ci penso, questa non è casa mia! Ok, niente panico, va beh un po’ di panico sì, ma non troppo, ragioniamo: non è un cesso pubblico, sembra proprio il bagno di un appartamento e anche ben pulito e in ordine, va beh, a parte le macchie di sangue sul pavimento, già, le MIE macchie di sangue.

    Finalmente riesco ad alzarmi in piedi, non mi sembra di avere nulla di rotto anche se il mio corpo urla in turco, cinese e russo antico; a parte il taglio sulla fronte non ho altre ferite: prendo un asciugamano e lo pulisco con un po’ d’acqua.

    E adesso?

    Metto un passo davanti all’altro e mi muovo incerto e dolorante.

    Arrivo alla porta e la apro, davanti a me un corridoio buio e silenzioso.

    Un’antica pendola a muro batte tre rintocchi che riecheggiano sinistri in questo nulla sconosciuto.

    Ok sono le 3 di notte e mi trovo in una casa ferito e confuso.

    Cerco a tentoni un interruttore, accendo la luce e vedo davanti a me una scena quasi surreale: sembra tutto sottosopra: ante dei mobili spalancate, cassetti rovistati, libri e vestiti per terra, vetri rotti, cocci ovunque.

    Forse dovrei chiamare la polizia! Aspetta! E se fossi io l’artefice di tutto questo?

    Sento il mio respiro accelerare, un brivido freddo mi percorre la schiena.

    No calma, una cosa alla volta!
    Chi sono? Cosa sto facendo qui? Non mi sembra di poter essere un ladro.

    In tasca trovo il mio portafoglio, dentro due banconote da cinquanta euro e un paio di biglietti da visita: sopra c’è un nome Alfredo Rossi.

    Questo dovrei essere io, il nome mi è decisamente familiare, e cosa faccio di professione, leggiamo un po’ ah si… Commercialista, Studio Rossi & Soci. Suona bene… Studio Rossi & Soci, si si suona proprio bene., ho uno studio tutto mio quindi… bene… Sì! Dà proprio l’idea di soldi e fama, ma allora devo essere ricco!

    Il filo dei miei pensieri viene interrotto da un rumore proveniente dall’esterno.

    Maledizione meglio nascondersi!

    Ho poco tempo e l’unico riparo che vedo è un grosso divano a tre posti, dovrà bastare.

    Nella foga di questi attimi veloci non faccio caso alla pozza rosso scuro che macchia la moquette, ma non posso ignorare il cadavere della donna dietro il divano.

    Oh cazzo!

    Mi accuccio lo stesso, la ragazza morta a pochi centimetri dal mio corpo, le mie mani che affondano nel suo sangue ancora caldo.

    La porta si spalanca e una voce gutturale urla: “Vieni fuori stronzo!”

    Non so perché, ma la mia mente traduce la frase così: “Vieni fuori stronzo che ti ammazzo!”

    Lo sconosciuto incalza: “Lo so che ci sei, stronzo, ho visto la luce accendersi, vieni fuori se no vengo a prenderti io.”

    Vorrei essere l’ispettore Callaghan, estrarre dalla cintura la 44 Magnum e piantargli un colpo dritto in fronte… BANG stecchito… ma non sono l’ispettore Callaghan, non sono armato e me la sto facendo sotto.

    I passi si avvicinano rapidi, rimbombano sul pavimento, tuc-tuc-tuc-tuc, la mia mente si muove quasi al rallentatore, il panico e la paura mi stringono in una morsa paralizzante, guardo le mie mani, sono sporche di sangue, istintivamente cerco di pulirmi sui vestiti, la mia camicia bianca diventa rossa, rosso, sangue, colori cupi, immagini strane, sfocate, la vista che si appanna, il cuore che batte, batte, batte più forte della pendola, tu-tum, tu-tum, tu-tum e poi accelera, accelera, accelera, tum-tum-tum-tum-tum, sudo freddo, tum-tum-tum-tum-tum, le mie mani sempre più rosse di sangue, tum-tum-tum-tum-tum, il cuore che batte come un martello pneumatico quasi volesse sfondare il mio petto, tum-tum-tum-tum-tum, non voglio morire, ho paura, paura del sangue, della morte. È qui, ha già il colpo in canna, è qui per me, è la fine.
    “Nooooooooooooooooo” urlo, muscoli e ossa sono come di gelatina molle, tutto il mio corpo crolla sul pavimento.

    Buio.

    * * *

    “Guarda Carla, quello stronzo del Rossi se l’è fatta sotto, che cagasotto!”

    “Se l’è proprio meritato…” Carla si alza da terra, il vestito, il volto e i capelli imbrattati di sangue…

    “C’è cascato in pieno. Così impara a licenziarmi”, replica l’uomo.

    “Dai scatta qualche foto e mandiamola alla moglie e ai colleghi, dovrà dare diverse spiegazioni quando le vedranno”

    “E ora andiamo, Parigi e una nuova vita ci aspettano…”

     
  • 13 giugno 2007
    Il Camaleonte

    Come comincia: Il Camaleonte si muoveva agile e silenzioso, un guizzo sfocato tra alberi e cespugli.
    Era arrivato in quel bosco diversi anni or sono e si era subito sentito a casa: gli alberi offrivano allo stesso tempo un sicuro riparo e un nascondiglio ideale per tendere imboscate ai mercanti e ai cavalieri di passaggio.
    Un albero, poi, era particolarmente adatto: alto, enorme, sovrastava tutti gli altri di quasi 2 lunghezze; dalla sua cima era possibile dominare la vallata che si estendeva ai confini del bosco per miglia e miglia, i suoi rami nodosi costituivano un sicuro appoggio da cui scagliarsi sul nemico sorprendendolo alle spalle.
    In tutti quegli anni aveva accumulato oro, pietre preziose e vestiti pregiati: a volte si chiedeva come sarebbe mai riuscito a spendere tutte quelle ricchezze; aveva sentito di un ladro di un lontano passato che rubava ai ricchi per dare ai poveri.. scosse la testa, no non era per lui, lui era fondamentalmente un egoista.
    Un ramo spezzato in lontananza attirò la sua attenzione: qualcuno era entrato nel bosco.
    “Bene bene...” toccò istintivamente lo stiletto argentato che portava sempre con se e si preparò a colpire.
    Gli bastarono pochi secondi per individuare gli intrusi: un gruppo di quattro soldati a cavallo che scortavano un forziere:”bene... facile facile...”pensò. Una voce nella sua mente gli sussurrò” perchè così pochi soldati ...”, ma scacciò subito il pensiero.
    Impugnò lo stiletto e si preparò a colpire; si lanciò sul cavaliere più vicino e lo pugnalò tra le costole: il soldato morì all'istante, ridotto in cenere...
    “In cenere???? Cosa diavolo.... Demoni!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Cosa ci facevano i demoni nel Suo Bosco???”
    Intanto gli altri tre cavalieri avevano estratto le spade e puntavano su di lui.
    Il Camaleonte saltò da un lato e cercò di mimetizzarsi tra gli alberi: una lancia passò a pochi millimetri dalla sua guancia, l'avevano già trovato.
    Si maledisse per non aver ascoltato la sua vocina...
    “E ora cosa doveva fare? Un conto era uccidere un demone di sorpresa pugnalandolo alle spalle, un conto affrontarne tre in uno scontro diretto!”
    Simile ad un guizzo cangiante tra piante e foglie, cercava di distanziare i suoi inseguitori anche se con scarsi risultati, ogni volta che si voltava erano sempre lì, non riusciva affatto a seminarli.
    Giunse in una radura nel bosco e si volse ad affrontarli, ma adesso il Camaleonte non era più solo: ora c'erano dieci Camaleonti, dieci contro tre: le sorti della battaglia potevano essere ribaltate.
    E i dieci Camaleonti attaccarono, vennero abbattuti uno ad uno, sistematicamente, svanendo nel nulla quando venivano colpiti, pure e semplici illusioni, illusioni che diedero il tempo al vero Camaleonte di sorprendere e uccidere un'altro demone.
    “Due contro uno... ecco così andava meglio... però ora doveva usare un altro trucco... non ci sarebbero cascati un'altra volta.”
    I due cavalieri ringhiarono verso di lui e si prepararono a colpire, ma il Camaleonte scomparve nel nulla, senza lasciare tracce, senza alcun rumore e nella piccola radura ora c'erano 3 cavalieri demoniaci, 3 cavalieri e nessun Camaleonte.
    Si chiese quanto sarebbe stato efficace questo trucco, ma a giudicare dalla reazione, i due demoni sembravano disorientati.

     

    Tutti contro tutti: le armi dei tre combattenti cozzavano una contro l'altra, spada contro scudo, scudo contro spada, finché la bravura di uno dei tre decretò la morte del più debole, colpito e vaporizzato all'istante.
    “Uno contro uno...”ma il Camaleonte sapeva che anche così lo scontro sarebbe stato impari e lui era dannatamente a corto di idee.
    Il demone rimasto era alto e imponente, brandiva uno spadone nero come la morte, indossava un'armatura irta di aculei e lame e al braccio sinistro aveva uno scudo enorme che mostrava l'effige del Teschio Maledetto; il suo cavallo sbuffava pregustando la vittoria del padrone.
    Il Camaleonte invece era piccolo e snello, una semplice armatura di cuoio ricopriva il suo corpo e impugnava solo il suo stiletto argentato.
    Il Camaleonte doveva assolutamente ridurre lo svantaggio e decise di agire subito.
    Un piccolo dardo avvelenato colpì la cavalcatura del demone tramortendola: ora anche il cavaliere avrebbe dovuto combattere a terra.
    Il demone roteò lo spadone e sferzò l'aria con dei poderosi fendenti: il Camaleonte indietreggiava e schivava a destra e a sinistra; il suo stiletto non riusciva a trovare un varco nell'armatura dell'avversario.
    La sua vocina parlò ancora “... il nascondiglio...”; per una buona volta, decise di dar retta a quella voce, scartò di lato e si buttò a capofitto nel bosco, ma non fu abbastanza veloce, un fendente lo colpì alla spalla, facendolo rotolare per qualche metro.
    Sanguinante e dolorante riprese a correre, il respiro del demone sempre più vicino.
    Arrivò al nascondiglio, una grotta nella foresta, si buttò di lato e cercò di confondersi con le rocce: con la mano individuò una roccia più sporgente delle altre, la schiacciò ed entrò in un passaggio segreto.
    Ora il demone per arrivare a lui se la sarebbe dovuta vedere con tutte le sue trappole: non era sicuro che sarebbero state sufficienti a fermarlo, ma almeno gli avrebbero dato qualche prezioso minuto di vantaggio.
    Cercò di tamponare e fasciare la ferita alla meglio, per il momento sarebbe dovuto bastare.
    Entrò nell'antro dove custodiva tutti i suoi bottini e adesso? perché la vocina non gli diceva cosa doveva fare???
    Si guardò intorno sperando di trovare qualcosa di utile, individuò alcune boccette su uno scaffale: antidoti per il veleno, pozioni d'amore, filtri magici, qualche fialetta d'acido... acido??? beh si quelle potevano servire, le prese e le infilò nella cintura.
    Un fragore violento ruppe il silenzio dell'alcova, il demone era arrivato: la sua armatura mostrava i segni delle trappole, ma a parte qualche ammaccatura e graffio il cavaliere era in piena forma; aveva abbandonato lo spadone, poco maneggevole in spazi così angusti a favore di una mazza ferrata molto più pratica e comoda da usare.
    Il Camaleonte scagliò una fiala d'acido contro il demone che urlò per il dolore, ma il dolore accrebbe unicamente la sua rabbia e la sua ira, sembrava una furia inarrestabile.

    Il Camaleonte non voleva morire: c'erano ancora così tante persone da derubare al mondo.
    Lanciò due fiale d'acido contro il demone che sollevò lo scudo per proteggersi, si buttò verso il basso e conficcò lo stiletto nei giunti dello schiniere destro, trafiggendo la gamba, poi scartò di lato per evitare la mazza che l'avrebbe ucciso sul colpo.
    Però adesso aveva finito le fiale...
    Il demone avanzava zoppicando, “Fa male vero???” urlò il Camaleonte con quanto fiato aveva in corpo, come se le sue urla potessero spaventare quella creatura demoniaca.
    Con una rapida occhiata ispezionò la sala, doveva per esserci qualcosa di utile: un tomo di magia in un angolo attirò la sua attenzione,”bahhh...” lui non era un mago non sapeva nulla di incantesimi.
    Ci voleva qualcos'altro…
    Il demone avanzava zoppicando, la Morte era apparsa alle sue spalle e pregustava l'imminente banchetto.
    Quasi divertito, il Camaleonte si chiese se la Morte poteva essere comprata, ma scartò subito l'idea.
    La mazza calò inesorabile su di lui, non fu abbastanza veloce, migliaia di aculei di dolore esplosero lungo la sua spalla destra colpita in pieno dal demone... era la fine... stelle... buio... buio... stelle...

     
  • 04 maggio 2007
    Il Generale Inverno

    Come comincia: Ghiaccio, freddo e neve: Legoran ne aveva abbastanza di quel maledetto tempo. La Corporazione l'aveva pagato profumatamente per quella missione, ma lui era deciso a chiedere almeno il doppio al suo ritorno in città: se mai fosse riuscito a tornarvi.
    Ma che diavolo ci faceva lui, un elfo, in mezzo a quelle montagne innevate? Chi glielo aveva fatto fare? Come al solito non lo faceva per soldi né per far colpo su una donna, ma solo per pura e semplice ambizione, esibizionismo, voglia di mettersi alla prova con sfide sempre più pericolose... ma c'era forse anche dell'altro?
    Quella, doveva ammetterlo, era forse la più difficile missione in cui si era trovato fino ad allora.
    I suoi occhi scrutarono le montagne intorno a lui per poi scendere verso il basso nella Gola dell'Orsa: tende, voci, fumo, un accampamento.
    Si concentrò e individuò la sua preda, un uomo, un uomo tra tante strane temibili creature: Yeti delle montagne, Troll dei ghiacci, goblin e coboldi.
    Un uomo sufficientemente forte da poterle comandare: il Generale Inverno.

     

    Il Generale era un uomo di mezza età, alto, forte, robusto: i suoi capelli bianchi contrastavano con la sua carnagione ancora giovanile e i suoi occhi erano di un azzurro gelido.
    Nessuno sapeva il suo vero nome, nessuno sapeva da dove fosse venuto: tre anni fa era apparso all'orizzonte alla testa del suo esercito e non c'era stata città che fosse riuscita ad opporsi alla sua marcia.
    Il freddo e il gelo erano i suoi validi alleati e nulla riusciva a spezzare la morsa del ghiaccio con cui circondava le città sotto assedio.
    Nessuno era in grado di stabilire se fosse un guerriero, un mago, un chierico o uno sciamano o peggio un terribile connubio di tutte queste classi; c'era comunque un solo aggettivo adatto per descriverlo: invincibile.

    Legoran lo stava seguendo ormai da quasi otto mesi, otto lunghi interminabili mesi lontano dalla patria, unico testimone vivente della distruzione del Generale.
    Certo alcune volte c'era mancato un pelo che fosse scoperto, ma col passare del tempo si era fatto furbo e aveva iniziato a conoscere meglio il suo nemico, a temerlo per la sua forza e a stimarlo per la sua audacia.
    Se non fosse stato al servizio delle forze del Male forse sarebbero potuti anche diventare amici, ma la realtà era diversa: lui, Legoran, rappresentava il Bene, il Generale era il Male.
    Bene contro Male, la lotta eterna iniziata nella Notte dei Tempi, si ripresentava nuovamente nel mondo, un mondo che non era ancora pronto per una nuova guerra.
    Legoran, non era il primo a cui era stata affidata quella missione, altri l'avevano preceduto, ma tutti avevano fallito incontrando presto o tardi la morte.
    Cavalieri e maghi avevano usato l'acciaio, l'argento e la magia per fermare il Generale ma erano stati annientati, i chierici non erano riusciti a salvarli: nessuno era preparato a far fronte all'enorme poteri dei Ghiacci Eterni.
    La Corporazione disperata si era rivolta anche ai migliori assassini: ma il risultato era stato lo stesso: morte, morte, morte.
    E intanto le città capitolavano una dopo l'altra...
    Legoran doveva fermarlo: presto il Generale sarebbe arrivato anche nella foresta degli Elfi, nella sua patria, non doveva permetterglielo.
    Legoran si chiuse in se stesso, ripassando il piano nei minimi dettagli.
    Non poteva affrontare il Generale insieme al suo esercito, doveva sfidarlo da solo: e finalmente aveva trovato il modo. L'accampamento era fermo nella Gola dell'Orsa da quasi una settimana: qui il Generale con l'aiuto della Magia e dei Troll aveva scavato nella Montagna una grotta, la Grotta del Gelo, così Legoran l'aveva sentita chiamare più volte dai soldati.

    Legoran sapeva bene cos'era: il tempio del Generale, l'unico posto dove non era ammesso entrare a nessuno, l'unico posto dove avrebbe potuto affrontare il nemico in un duello diretto; sfidare il nemico a casa propria era praticamente un suicidio ma Legoran non aveva altra scelta.
    L'adrenalina scorreva abbondante nelle vene e gli dava quel senso di euforia che lo accompagnava ogni volta che andava incontro alla Morte.

    Il sole tramontò lasciandosi dietro una notte buia senza stelle; Legoran penetrò nell'accampamento, un'ombra tra le ombre: neutralizzò le due sentinelle davanti al tempio ed entrò.
    L'atmosfera era gelida, il suo stesso respiro si trasformava in minuscoli cristalli di neve, il silenzio era assoluto: le pareti di ghiaccio isolavano completamente il piccolo tempio dall'esterno, almeno nessuno li avrebbe sentiti mentre combattevano.
    Una voce ruppe la quiete... "Ti stavo aspettando, Elfo!", Legoran sbiancò. Il Generale apparve dal nulla di fronte a lui, armato di spadone, protetto da un'armatura di piastre, avvolto nel suo mantello coperto di rune: invincibile, imbattibile...
    Niente fattore sorpresa, niente imboscata, uno scontro faccia a faccia con probabilità di riuscita praticamente nulle, adrenalina alle stelle.
    Legoran si riprese dalla sorpresa e agì: impugnò la spada e caricò il nemico, facendo una finta a destra per poi colpire a sinistra sperando di penetrare nella guardia del nemico, ma il Generale era uno spadaccino formidabile e sembrava anticipare ogni sua mossa.
    Un ghigno malefico accompagnava ogni parata e Legoran iniziava ad avvertire i primi segni della stanchezza.
    Il Generale lesse la sua incertezza negli occhi, colse l'attimo e lo colpì. L'impatto fu tremendo: sebbene l'armatura elfica avesse deviato lo spadone, Legoran fu trafitto al braccio da migliaia di piccoli aghi gelidi, sentì il freddo tocco della Morte e per un istante temette di essere giunto alla fine.
    Istintivamente sollevò la spada e riuscì a salvarsi da un affondo letale, ma la potenza dell'impatto era superiore alle proprie forze e la spada gli scivolò di mano.
    Era ferito, disarmato, sfinito...

    Il Generale guardò il suo avversario pregustando la vittoria, il trionfo del suo potere, ma Legoran non era solo un guerriero... troppo tardi il Generale si accorse dell'incantesimo che l'elfo stava recitando.
    Un getto d'acido lo colpì in pieno, il suo mantello lo protesse, ma lo spadone si sciolse.
    Erano entrambi disarmati: la partita era ancora aperta.
    Il Generale era furente: evocò il suo potere e scagliò delle lame di ghiaccio contro l'elfo che lo trafissero a morte.
    Troppo facile... maledizione era solo un'illusione...
    Legoran era alle spalle del suo nemico: la magia scaturì ancora dalle sue mani assumendo la forma di una lancia di fuoco.
    Il Generale colpito alla spalla, urlò di dolore e di odio "Basta trucchi!": l'intero tempio fu colpito da una tempesta di ghiaccio; l'elfo cadde a terra colpito in pieno dalla furia del freddo.
    Legoran era quasi in punto di morte: era sfinito, ma la sua mente continuava a pensare; adorava quei momenti, sembrava quasi che avesse volutamente spinto il nemico a portarlo in quella situazione in bilico tra due mondi: la Vita e la Morte...

    E Lei gli parlò, come sempre, in tutti quei momenti difficili in cui lui era sul punto di soccombere Lei arrivava a dargli nuova forza e nuove energie, Lei la sua Signora: "Coraggio Cavaliere, sei destinato a ben altre imprese, non puoi soccombere proprio ora... Alzati Cavaliere Mistico..."

    Legoran puntellò le mani nel terreno e si alzò in ginocchio: un rivolo di sangue gli scorreva dalla tempia, ma non aveva importanza.
    Una nuova tempesta lo colpì in pieno, e poi un'altra ancora e un'altra, ognuna più potente della precedente, ma nulla in quel momento sembrava scalfirlo.
    Il Generale era furente, una facile vittoria si stava trasformando in un vero grattacapo: il freddo della tempesta assunse la forma di lance acuminate ma anche questo incantesimo superiore non riuscì a colpirlo...
    Cosa stava succedendo? Il Generale era perplesso, spaventato, incapace di spiegare quanto stava succedendo, ma non si perse d'animo.
    Le sue mani si chiusero e da una spirale di ghiaccio apparve un enorme golem di ghiaccio.
    Legoran colpì il nuovo nemico con acido e fuoco ma il golem era un automa creato dagli Antichi e quindi immune a quelle forme di attacchi.

    Il Generale approfittò del vantaggio numerico e attaccò l'elfo alle spalle.
    Legoran si avvolse in una colonna di fuoco e riuscì a guadagnare qualche secondo approfittando della posizione di stallo in cui si trovavano.
    Il combattimento si era spostato da una dimensione fisica ad una magica e spirituale.
    Anche il Golem era fermo e studiava l'avversario cercando di capire il suo punto debole.
    Poi all'improvviso il Generale cambio forma e si mostrò nel suo vero aspetto: era il Messaggero, figura d'incubo della fantasia popolare più remota, il simbolo stesso della distruzione.
    Legoran avrebbe dovuto immaginarlo: solo quel demone poteva essere in grado di compiere tanta devastazione.

    Golem e Demone, entrambi appartenenti alla magia dell'antico passato da un lato, un giovane elfo padrone della magia di questo tempo dall'altro: e nessuno degli incantesimi che conosceva avrebbe potuto seriamente colpire i suoi due avversari.
    Legoran aveva molte risorse e ancora alcuni assi nella manica: i Cancelli del mondo della Vita e quello della Morte erano ancora aperti e gli davano energie sufficienti per continuare a lottare; Legoran convogliò la colonna di fuoco che aveva eretto a sua protezione in un turbine di fuoco e lo scagliò sugli avversari, ma il Generale si difese con un incantesimo analogo.
    I due erano nuovamente in stallo... ma il Golem, dove diavolo era il Golem?
    Troppo tardi Legoran ne avvertì la presenza alle sue spalle... sentì il maglio dell'automa calare sulla sua testa... "questa è davvero la fine" pensò " mi dispiace mia Signora, non sono riuscito a mantenere la promessa... non sono riuscito ad affrontare la prova... non sono degno di essere un Cavaliere Mistico..."
    "Basta! Legoran, Maestro del Fuoco" la Signora interruppe la sua supplica e parlo nella sua mente "non siete ancora morto!"
    "Ma il maglio del Golem?"
    "Quale Golem?" replicò la Signora...
    Legoran aprì gli occhi... il suo corpo ardeva di una fiamma intensa e incandescente come la lava di un vulcano, incandescente come il calore della fucina dove gli Antichi avevano creato il Cuore di ogni golem, di intensità tale da riuscire a fondere quel Cuore.
    Il Golem si era semplicemente sciolto, privo del suo cuore, non era che semplice ghiaccio.
    La signora parlò ancora nella sua mente "Bravo, ma non hai ancora finito... usa il potere che ti ho concesso..."
    "Invisibili sentinelle dei due mondi
    lacerate la carne di questo demone
    che passi dalla Vita alla Morte in un solo istante..."
    Il piccolo tempio di ghiaccio si riempì del potere di magie ancestrali e iniziò a sgretolarsi: la furia delle sentinelle si abbatté sul demone dilaniandolo.

    "Mia Signora.... grazie per la forza che mi avete dato... senza di voi non sarei mai riuscito a vincere questo nemico..."
    Le sue parole riecheggiarono nel tempietto ormai deserto: lui era in salvo, i portali dei Due Mondi si erano chiusi e non c'era alcun modo ora per poter parlare con Lei, per sentire la Sua voce o ammirare la Sua bellezza unica.

    Raccolse da terra la sua spada, la infilò nel fodero e ridivenne un'ombra tra le ombre.
    Quella era la sua eterna maledizione, poter vedere la donna amata solo quando si fosse trovato in bilico tra la vita e la morte e attingere potere dal loro amore...
    Ironia della sorte: nel suo annullamento c'era la sua speranza di vivere...
    Non temere Mia Signora, riuscirò a rompere questo sortilegio...
    Il tempio era deserto, le truppe prive del loro comandante erano allo sbando e Legoran era già lontano cavalcando verso l'alba di un nuovo giorno.

     
  • 02 maggio 2007
    L'Albero

    Come comincia: BridgeStone era una fiorente cittadina sorta nei pressi del fiume Argento, la sua posizione favorevole aveva contribuito notevolmente alla prosperità e al benessere della popolazione.
    Quasi tutti i cittadini erano a conoscenza che la vera fortuna della città non dipendeva dal fiume, o dall'abilità particolare dei suoi capaci mercanti, ma dall'Albero.
    L'Albero sorgeva nel centro del paese, c'era sempre stato e tutti erano pronti a scommettere che nulla lo avrebbe abbattuto: le sue chiome frondose offrivano riparo dal sole cocente, i suoi rami nodosi si aprivano a ventaglio, sotto la sua ombra si svolgevano quasi tutte le attività dal commercio alle riunioni, agli incontri dei giovani innamorati: era parte della vita del paese, testimone silenzioso degli eventi passati, presenti e futuri.
    Solo alcuni sapevano che l'Albero riusciva persino a mitigare il clima e a rendere fertili i campi e abbondanti i raccolti.
    Magia o Potere di Madre Natura? Chi poteva dirlo...
    L'albero però stava morendo: la sua chioma non era più fitta come un tempo, i suoi rami stentavano quasi a sfidare la forza di gravità, le sue capacità benefiche stentavano a manifestarsi...
    Era successo tutto all'improvviso, una foglia, un rametto, un ramo e l'infezione si era estesa implacabile, senza sosta, senza motivo.
    Arach, il sindaco di Bridgestone, si rese ben presto conto del problema, la verità era difficile da accettare: l'impossibile era accaduto e non erano pronti a far fronte al problema.
    Arach consultò il consiglio ed insieme decisero di convocare uno dei Custodi...

     


    * * *

    L'Ordine dei Custodi era uno degli ordini fondato dagli Antichi Saggi, destinato a vegliare e prendersi cura della Natura e della sua Magia: alcuni di loro erano diventati potenti druidi, altri avevano preferito la vita sedentaria nella foresta, altri servivano il loro compito mantenendosi come boscaioli o falegnami.


    * * *

    E i Custodi arrivarono, padre e figlio: un vecchio stanco che portava su di sé i segni della vita e un giovane che sembrava aver appena messo piede fuori di casa.
    Il morale della gente del villaggio era molto basso: come potevano riporre il loro futuro in quei due vagabondi? Alcuni di loro pensarono anche che si trattasse di impostori, eppure le loro tuniche verdi con il simbolo marrone della quercia erano inconfondibili: erano proprio Custodi.
    La diagnosi del vecchio fu molto rapida, la conclusione semplice e sicura: bisognava tagliare il ramo malato, le capacità rigenerative dell'Albero avrebbero fatto il resto.
    L'intero paese era disposto in cerchio intorno all'Albero, un silenzio reverenziale aleggiava nell'aria: tutti erano curiosi di vedere quali strani arnesi o arcane magie avrebbero usato i custodi per portare a termine il loro compito: restarono molto sorpresi quando il giovane estrasse dal suo zaino una semplice e comunissima sega; un vero e proprio mormorio generale si propagò nell'aria, il malcontento aleggiava tangibile.
    A dirla tutta la sega non era neppure una comunissima sega: l'impugnatura era molto rozza, la lama completamente rovinata insomma a chiamarla sega ci voleva proprio un bel coraggio...
    Il vecchio andò a sedersi all'ombra della quercia, in assoluto silenzio, gli occhi chiusi, sembrava addormentato.
    Il giovane avanzò con passo incerto, la testa bassa, le spalle incurvate, quasi avesse paura dell'enorme Albero.
    Il sole era alto nel cielo: sarebbe stata una giornata molto calda, afosa.
    Con passo tremolante salì sulla scala e individuò il punto in cui tagliare il ramo malato: con un movimento lento e regolare avanti e indietro iniziò a segare il legno.
    Urla e scherni anticipavano ogni movimento del giovane accompagnati anche da offerte più o meno serie di collaborazione da parte della gente: "Ehi, vuoi la mia sega figliolo?", il giovane ignorava sia gli uni che gli altri.
    L'unica cosa che lo proteggeva dalle grida della gente era solo la sua tunica verde e quello che rappresentava...
    Più volte si era chiesto perché avessero scelto proprio lui per quella missione particolare: sapevano tutti quanto fosse importante quell'albero.... perché lui? Perché non John o uno degli altri con così tanta esperienza... E poi... perché mai gli avevano dato quel vecchio e consunto seghetto?
    L'unica spiegazione che gli veniva in mente era che lo volessero mettere alla prova: scosse la testa, scacciò tutte le domande e ritornò al suo lavoro.
    In pochi attimi grazie al suo addestramento ripercorse tutti gli insegnamenti e le lezioni che aveva appreso: "...diventa tutt'uno con l'albero... l'albero non è il tuo nemico..." brevi frasi dal significato profondo...
    Appoggiò entrambe le mani all'albero e si concentrò sulla corteccia esterna, lentamente penetrò nelle difese dell'albero, seguì il flusso della linfa e infine giunse al midollo. Le voci e le urla della gente solo un lontano brusio destinato a svanire nel nulla.
    E l'Albero parlò e disse una sola semplice parola: "Aiutami..."
    Il giovane impugnò la sega e riprese con nuova lena a tagliare il ramo: il paese ammutolì all'istante, non c'erano più parole di scherno o risa, solo il silenzio...
    La sega scintillava di una luce argentea, la magia dell'Albero era entrata in risonanza con il potere dei Custodi seguendo accordi e armonie creati nella notte dei tempi e il ramo infine cadde: un tonfo secco accompagnato dall'esultanza di tutta la gente.
    Il giovane Custode aveva capito la lezione: non era la sega che aveva tagliato il ramo, era stato lui, lui con la sua volontà e le sue energie...
    E l'Albero parlò di nuovo, breve e rapido come la volta precedente "Grazie...".

     
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